Lo sport, se vissuto in pienezza e nella concreta applicazione dei valori che custodisce in sé, riuscirà davvero a mettere “le ali” anche alla vita, fino a promuovere una nuova “etica civile” in grado di trasformare la stessa convivenza sociale.
L’energia simbolica che avvolge lo sport è inesauribile e costantemente sorprendente. Qualsiasi esperienza sportiva custodisce in sé e riesce a generare, ancorché nella persona coinvolta, significati e riferimenti che rimandano facilmente al quotidiano vivere.
Sport … e vita quotidiana
Chi fa sport, anche chi si limita solo a “seguirlo”, è consapevole che questa esperienza è pregna di tutti quei valori che tessono la vita e che coinvolgono la stessa capacità umana di discernere e di prendere decisioni, ovvero di incidere su quella che viene chiamata la “sfera morale”.
Lealtà, coraggio, determinazione, rispetto di sé e delle regole, perseveranza, forza di volontà, inclusione, partecipazione, e molto altro ancora, sono al contempo qualità umane, valori e virtù, che accrescono il benessere della persona nella sua integralità, rendendola armoniosa, forte, positiva.
Lo Sport … incredibile “ambiente educante”
Spesso si dice che lo sport è una “palestra di vita”. Ma resta semplice retorica quando si continua a dipingere lo sport come antagonista al tempo dello studio o quando si continua a rappresentarlo come competitor delle “cose serie e importanti” della vita oppure lo si riduce e lo si sfrutta solo come una potente macchina da business.
Lo sport, in realtà, è un tempo unico e uno spazio privilegiato in grado di “educare”, di incidere in modo speciale, concreto e indelebile sulla qualità di vita delle persone. E quando è vissuto con questa consapevolezza e passione, diventa un incredibile “ambiente educante”.
L’etica nello sport
I valori, nello sport come nella vita, assomigliano a un “tesoro nascosto” che, come una semente, grazie alla cura e al tempo dedicati, porta sempre frutto. Essi non sono mai fine a sé stessi, ma sempre “relativi”: diventano credibili quando “dicono” senza parlare.
Quando si parla di etica? In genere, quando qualcosa non va, oppure quando si sente il bisogno di confermare i riferimenti alti ai quali ci si riferisce quando si sta per intraprendere qualcosa di significativo.
Tutto questo, se da una parte rischia di trasformare l’etica in una “etichetta” che appiccichiamo ora a una cosa ora a un’altra, in realtà dimostra – quasi paradossalmente – che l’etica è un “modo di essere”, di fare, … di agire. È un “habitus”.
“Educare all’etica nello sport”
Tutti noi, se ripensiamo alla nostra esperienza di vita personale, riusciamo a far ricomparire sullo schermo della nostra memoria il volto, lo sguardo, il modo di fare o di essere di qualche persona diventata indelebilmente significativa e significante.
Si impara guardando! Si impara per modelli. E quando si impara davvero qualcosa, non si è più gli stessi. Il vero apprendimento “trasforma”, “modella”, “genera”. Se i valori motivano e le parole convincono, è vero che solo gli esempi trascinano.
Un progetto che non si fa percorso, un percorso che non costruisce relazioni, una relazione che non ottiene coinvolgimenti, un coinvolgimento che non si trasforma in azione, un’azione che non genera un processo, un processo che non innesca una trasformazione continua … non è ancora un “modello” … e nemmeno un progetto.
La sfida che ci sta davanti
Essere leali nello sport, per essere leali nella vita: questa è la sfida culturale che ci aspetta. «Nello sport, come nella vita – ricorda il Presidente anticorruzione Raffaele Cantone – l’etica non è solo necessaria, ma conveniente. La corruzione frantuma lo sport e la stessa società civile».
È difficile pensare che si stia davvero lavorando per la trasparenza e a favore di una più larga coesione sociale attraverso lo sport, quando al di là delle rituali dichiarazioni d’impegno a “cambiare il sistema”, non si mettono in atto specifici processi di rinnovamento. Quello che si potrebbe fare, in molti lo sanno: in pochi, forse, lo vogliono.
Se è vero che non basta “dire”, oggi, va ricordato che non basta nemmeno solo “fare”. Occorrono progetto e metodo, insieme a innovativi ed esigenti percorsi di formazione, che lavorino sulla motivazione per orientare l’agire.
Progetto e metodo: dalle parole ai fatti
Per superare, poi, ogni rischio di autoreferenzialità è importante lasciarsi misurare dall’esterno, da qualcuno che sia “terzo” e che sia in grado di verificare, insieme all’orientamento etico, quanto, dove e come i valori dello sport vengono effettivamente e coerentemente applicati nella gestione della pratica sportiva.
«Da ogni evento sportivo di vertice o di base, locale o mondiale – chiedeva il Card. Martini agli sportivi di Milano –, ogni persona dovrebbe uscire più vera, più umana, più felice».
Leali nello sport, Leali nella vita
Non si può vivere senza ideali: sarebbe come voler volare senza ali. Ma gli ideali valgono, se si traducono in comportamenti, scelte, relazioni, “stili di vita”, leggibili, misurabili, … imitabili.
Lo sport riuscirà davvero a mettere “le ali” alla vita. Quanto più sarà vissuto bene, a qualsiasi livello, tanto più segnerà la qualità di vita delle singole persone, a livello di relazioni personali e interpersonali, pubbliche e professionali, promuovendo una più consapevole “etica civile”.
Un “buon sportivo” è sempre un “buon cittadino”. Di strada da fare ce n’è, ma arrivare al risultato è possibile, … e ce lo insegna lo sport.
Bibliografia di approfondimento
- P. Ricœur, Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1990
- Aa.Vv., Etica e sport, in “Etica per le professioni”, 2(2002) 5-69
- S. Bongiovanni, F. Fava, Accedere all’originalità personale. La formazione nelle organizzazioni complesse, Pardes Ed., Bologna 2007
- Aa.Vv., Sport e diritti umani, in “Etica per le professioni”, 2(2008) 5-73
- Aa.Vv., Certificazione etica nello sport. Leali nello sport, leali nella vita, Proget, Padova 2012
- Aa.Vv., L’arte dell’equilibrista. La pratica sportiva come allenamento del corpo e formazione del carattere (a cura di L. Grion), Meudon, Trieste 2015
- Aa.Vv., Sport: capitale sociale, in “Etica per le professioni”, 3(2015) 5-112
