Il vivere d’arte e di ragioni¹ rappresenta la proprietà tipicamente culturale dell’essere umano. Proprio per questo il fine di ogni arte e di ogni scienza è la perfezione stessa dell’uomo, nella quale consiste la sua felicità². Coltivarsi, infatti, significa perfezionarsi, cioè raggiungere la piena attuazione delle potenzialità e delle disposizioni che appartengono alla nostra natura di animali razionali.
L’arte è in certo modo il luogo sintetico dei diversi fattori che costituiscono l’umano nel suo progetto di autoperfezionamento e di perfezionamento del proprio ambiente vitale. Essa è insieme qualità operativa, che giunge fino a coagulare la materia e lo spirito, e simbolo o documento di un essere perfettamente equilibrato nella sua unità metafisica.
Ad un certo suo livello operativo, l’arte rivela la capacità di infinito che c’è nell’uomo, non solo nell’escogitare, ma anche nel fare, per la perfetta proporzione che sussiste tra la sua ragione e l’anatomia delle sue mani: come l’anima razionale è capace di essere conoscitivamente ogni ente, così le mani dell’uomo sono capaci di realizzare strumenti di infinite fogge, per infiniti effetti³.
In generale, l’arte si definisce come «regola delle cose da farsi» (recta ratio factibilium)⁴. Essa è cioè sia un habitus (capacità/abitudine acquisita) pratico che presiede alla direzione precisa di un’opera, sia la regola che regge l’esecuzione perfetta della medesima opera.
In modo più analitico, si potrebbe dire che sul piano formale (recta ratio, regola) la presente definizione presenta l’arte come regola, retta determinazione giudicativa. In questo senso, l’arte è una virtù intellettuale, cioè una qualità (habitus) che rende capace l’intelletto pratico di giudicare in concreto, con certezza, facilità e diletto (cioè in modo quasi vitale), la regola o misura conveniente in una determinata materia.
Sul piano materiale, invece, la definizione indica il fattibile come l’ambito operativo tipico dell’arte. Le opere «da fare» sono la materia cui viene applicata la regola o misura.
Il fare indica un’azione che perfeziona un oggetto che sta in certo modo di fronte al soggetto agente in quanto agente, cioè un’azione che transita (actio transiens) dal soggetto all’oggetto che gli è esterno come suo prodotto (es. costruire una casa, pronunciare un discorso, medicare una ferita ecc.). Il fare si semantizza quindi per opposizione all’agire, che indica un’azione che perfeziona lo stesso soggetto agente in quanto agente, permanendo in esso (actio immanens): per es. nell’ordine psicologico il conoscere e l’amare; nell’ordine fisico il respirare ecc.⁵
In sintesi, dunque, l’arte come tale è un habitus intellettuale di ordine pratico. E siccome la prassi segue la teoresi, l’arte comprende in se stessa la dimensione formale di scienza e quella materiale di tecnica.
Ut docens (come insegnamento), l’arte ciclistica è scienza subalterna alla medicina in senso lato, come arte o scienza fisico-igienica (anatomia, istologia, fisiologia, dietologia, psicologia empirica) e alla fisica meccanica.
Come scienza (ars docens), l’arte deve rendere ragione dei propri principi o regole⁶, che, se non sono primi o assoluti – come nel caso della logica – derivano da scienze superiori, determinando così l’arte come scienza subalterna.⁷ Come tecnica (ars utens), l’arte applica le sue regole al fine di realizzare debitamente l’opera alla quale essa è ordinata.
La divisione dell’arte come tale è determinata dal fattibile cioè dall’oggetto del fare. E il fattibile può richiedere il lavoro del corpo che è a servizio dell’anima, oppure il semplice lavoro dell’anima per se stessa. In questo modo avremo la divisione principale dell’arte in arti servili o meccaniche, in quanto si riferiscono al corpo, e arti liberali, in quanto si riferiscono all’anima.
Le arti servili o meccaniche possono avere una duplice finalità: l’utilità o il diletto. Questo comporta un’ulteriore divisione tra arti per sé meccaniche, finalizzate all’utile cioè alle necessità della vita, e arti belle che sono liberali quanto al concepimento, ma meccaniche quanto all’esecuzione, e hanno di mira il bello sensibile.
Le arti per sé meccaniche, o utili, realizzano la cultura fisico-tecnologica quanto al corpo umano e ai corpi esterni all’uomo. Esse si subordinano in generale alle scienze fisico-matematiche.
Rispetto al corpo umano si dà l’arte medica in genere (cultura fisico-igienica), che si settorializza secondo i tre abiti entitativi corporei buoni. All’abito fondamentale della salute presiede la medicina in senso stretto; agli abiti secondari del vigore fisico e della bellezza fisica presiedono rispettivamente la ginnastica con i diversi sports e la cosmetica.
Il ciclismo sportivo è un esempio di arte meccanica ed è ad un tempo simbolo e disciplina di perfezione.
È simbolo che attrae intuitivamente e rinvia razionalmente perché è un condensato sensibile di più nozioni o idee. È metafora della perfezione metafisica. La linea circolare, come il moto locale circolare, ha in sé tutto ciò che le compete secondo la sua specie, senza nulla di aggiunto. Infatti, la linea circolare (come il moto circolare) ha in sé il principio, il mezzo e il termine, perché ogni suo punto è insieme principio, mezzo e termine. Ora, tutto ciò che ha in sé quanto può e deve avere, senza che nulla vi si possa aggiungere, è perfetto. Infatti, «perfectum est illud cui nihil deest eorum quae potest et debet habere» (perfetto è ciò a cui nulla manca di quello che può e deve avere). Dunque, la linea circolare e il moto circolare sono perfetti nel loro genere).⁸ L’azione ciclistica è concretizzazione e sviluppo fisico (ruote, catena, pedaliera) dell’idea della circolarità e della ciclicità.
E del resto, anche nel podismo, soprattutto nella corsa veloce, la fluidità dell’azione si trova nella falcata «rotonda». Valerij Borzov, grande sprinter sovietico degli anni ’70, diceva di immaginare la pedalata quando sviluppava la falcata in distensione.
Dunque, l’azione ciclistica è evocazione metaforica della perfezione metafisica e immagine cosmica di una fantastica quintessenzialità eterea.⁹ Ma è anche metafora della perfezione storica e umana. L’uomo è soggetto storico, cioè per natura coinvolto nella mobilità in tutte le sue valenze: movimento, vitalità, azione continua, sviluppo, novità, cambiamento; aspetti implicati essenzialmente nell’attività ciclistica.
È disciplina di perfezione. È cioè un’arte che analizza per causas (cercando le cause) (ciclismo docens = scienza) e coltiva tecnicamente (ciclismo utens = arte meccanica per sé e indirettamente liberale) le condizioni della perfezione dell’uomo atleta.
Ut docens (come insegnamento), l’arte ciclistica è scienza subalterna alla medicina in senso lato, come arte o scienza fisico-igienica (anatomia, istologia, fisiologia, dietologia, psicologia empirica) e alla fisica meccanica. Essa ha per oggetto materiale tutto ciò che riguarda in qualche modo la prestazione atletica di un uomo effettuata con una bicicletta. Il suo oggetto formale quod (ciò che si considera) è il ciclista in quanto agonista (non necessariamente antagonista!); il suo oggetto formale quo (attraverso cui si considera) o prospettiva è il rendimento ottimale, cioè la selezione del meglio energetico che inquadra appunto l’agonismo. Nel definire o caratterizzare l’uomo che va in bicicletta ci si pone dal punto di vista della formalità agonistica, che considera il rendimento ottimale e non semplicemente la condizione meccanico-esecutiva. Ma il ciclismo è anche sapienza in senso relativo, giacché è organizzazione di un complesso di materiali e nozioni, sotto un’idea guida (sapientis est ordinare, è proprio dell’uomo saggio mettere ordine): direttamente, sul piano tecnico-atletico; indirettamente sul piano umano.
Su quest’ultimo piano, dal punto di vista psicologico-morale, determina la tempra; dal punto di vista spirituale-meditativo il ciclista è solo con se stesso e riflette sulle diverse condizioni della vita umana: gioia, fatica, sofferenza, forza d’animo, bellezza del mondo esterno e bellezza del suo mondo interiore, al quale chiede tutto.
Ut utens (come esercizio) il ciclismo è cultura in senso attivo, che porta al perfezionamento del ciclista con la creazione di quelle qualità che lo devono caratterizzare, cioè disposizioni e habitus sia di ordine fisico che determinano lo stile del gesto atletico: la salute, il vigore, l’equilibrio armonico o bellezza della complessione fisica; sia di ordine psichico-spirituale: direttamente i condizionamenti psichici come la prontezza di riflessi, l’attenzione, la capacità di sopportazione della fatica ecc., indirettamente le qualità morali, cioè le virtù e le loro condizioni (es. coraggio nella solitudine e nel silenzio; amicizia con i compagni di via, conforto, aiuto, sostegno ecc.).
Vorrei far notare che anche rispetto alla nozione di gloria, e cioè di nobiltà nel bene, si possono ritrovare connotazioni precise e importanti in questo ambito sportivo. La gloria estrinseca consiste nel riconoscimento e nel plauso altrui per le qualità e le prestazioni che il ciclista possiede e realizza come segnale della perfezione raggiunta. Per sé questa gloria è onesta, utile e piacevole, sia per chi la riceve, sia per chi la tributa, perché fondata sulla perfezione specifica dell’atleta: a) onesta, perché riconoscimento e attestazione di dignità ed eccellenza; per essa, l’atleta è come un tipo ideale individuato concretamente: è una specie di universale concreto. Per es., la gloria tributata ad un vincitore olimpico o di campionato mondiale è nello stesso tempo gloria dell’atleta, della nazione che egli rappresenta e dell’umanità intera, che vede in quella prestazione i vertici delle proprie possibilità fisiche. b) Utile, perché incentiva il senso di responsabilità dell’atleta e funge da esempio, stimolo e sprone per chi la riconosce tributandola. c) Piacevole, perché coscienza di un bene posseduto (atleta) ed emblematicamente condiviso (sostenitori).
Per accidens essa può essere disonesta, inutile e dannosa, se non fondata su una obiettiva perfezione o bene; o determinante un condizionamento psicologico tale da pressare eccessivamente sullo spirito dell’atleta e gravare sulla sua serenità e sulle prestazioni successive.
La gloria intrinseca si realizza pienamente nella coscienza dell’atleta, dove le perfezioni e le qualità del soggetto, conquistate con disciplina e sacrificio, vengono intimamente percepite e contemplate dallo stesso soggetto, senza bisogno di comparazioni o cimenti, perché l’irripetibilità della coscienza individuale non è turbata da aggiunte estrinseche, ma si compiace di ciò che ha in sé, in quanto maturato in sé. Ripeto: l’agonismo non richiede necessariamente l’antagonismo, se non in senso metaforico, cioè il cimento con se stessi!
È la sensazione generale di benessere, sul piano psico-fisiologico, che dà agilità, voglia di fare, gioia e letizia, prontezza, disponibilità, serenità di fondo. Sul piano spirituale, dà il gusto della magnanimità (aspirando all’ideale dell’incremento della propria perfezione relativa) e dell’umiltà (riconoscendo onestamente le proprie capacità senza esagerazioni presuntuose, ma valutandole come veri «talenti»). È la contemplazione o lo sguardo interiore compiaciuto del saper dare tutto senza sciupare niente; della grandezza della propria miseria, piena di dignità; è l’ammirazione commossa per la ricchezza della propria creaturalità.
Note
1 Cf. Tommaso d’Aquino, 1 Post., Prol.
2 Cf. Id., Met., Prooem.
3 Cf. Tommaso d’Aquino, I, 76,5, ad 4. In questo passo S. Tommaso inferisce la convenienza della ragione e delle mani per l’uomo data l’infinita apertura della sua anima, che non è di per sé determinata ad alcunché – a differenza di quella degli altri animali. Il parallelismo tra mani e anima umana è tracciato, sulla scia di Aristotele, anche nel seguente brano: «Dal che appare evidente che l’anima è simile alla mano. La mano è infatti l’organo degli organi (l’organo per eccellenza) perché essa è data all’uomo al posto di tutti gli organi che sono dati agli altri animali per difendersi, per attaccare, o per coprirsi. Tutte queste cose l’uomo se le prepara da se stesso. E similmente l’anima è data all’uomo al posto di tutte le forme, perché l’uomo sia in qualche modo tutto ciò che c’è, in quanto secondo la sua anima è in qualche modo tutto, giacché la sua anima è recettiva di tutte le forme. Infatti l’intelletto è una certa potenza acquisitiva di tutte le forme intelligibili, ed il senso è una certa potenza acquisitiva di tutte le forme sensibili».
4 Cf. Tommaso d’Aquino, I-II,57,4.
5 L’agire, nella misura in cui è libero e deliberato, e quindi valutabile e imperabile moralmente, è il materiale della virtù della prudenza.
6 Cfr. Tommaso d’Aquino, 4 Met., l.4.
7 La scienza subalternante mostra la ragione propter quid, cioè la causa essenziale dell’attribuzione di un predicato ad un soggetto; la scienza subalterna, invece, è semplicemente constatativa o mostrativa di tale relazione fattuale (ratio quia), come anche applicativa di tali principi a materie che si scostano solo per differenze accidentali dalla principale. Cfr. Tommaso d’Aquino, In B. Trin., 2,1,1, ad5; 1 Post., l.25; I,1,2.
8 Tommaso d’Aquino, 1 De Caelo, l.4.
9 Etere, aither da aitho = ardo secondo Anassagora, o da theein = correre: «quod semper currit sempiterno tempore» Aristotele – Tommaso d’Aquino, 1 De Caelo, III.
