Lo sport della contemporaneità è fenomeno politico, economico e utilitaristico, proprio come nell’antichità è stato soprattutto religioso e poetico, legato al bello e all’armonico.
In genere l’attività atletica arcaica si esprimeva all’interno del servizio militare: disporre di campioni intimoriva il nemico, visto che le specialità sportive spesso non erano che rilettura non letale di attività militari (cavalcare, lanciare il giavellotto, fare la lotta, etc.). Era anche un modo per rimarcare le differenze di status, visto che come ogni attività di “ozio”, quella atletica e di “ginnasio” era privilegio dei patrizi di sangue e/o di censo.
Caratteristiche similari si sarebbero ritrovate nelle attività sportive di Roma, e poi nella storia medievale e comunale dove ad affrontarsi cominciavano ad essere le comunità, i rioni e i quartieri, con il campione a simboleggiare la gloria collettiva e la supremazia sul gruppo competitor. È qui che lo sport entra nella modernità, diventa anche, se non soprattutto, economico e politico, pur non annullando l’aurea mitica che l’accompagna.
I concetti di professionismo e competitività, razionalizzazione di tempi e modi dello sforzo atletico, dieta e medicina, mercificazione e commercializzazione dell’attività agonistica, come intesi dai moderni, non appartenevano a quei campioni, né i loro governi avevano scoperto quanto profitto e consenso derivarne.
Quando il barone Pierre De Coubertin lancerà le Olimpiadi moderne, rievocando lo spirito di Olimpia, paradossalmente creerà le condizioni per la nascita del nazionalismo sportivo, che presto andrà di pari passo con lo sfruttamento economico del fenomeno, nel frattempo diventato di massa. Le tecnologie della comunicazione, la radio prima le televisioni e internet poi, renderanno lo sport visibile e fruibile a fette di popolazione sempre più vaste, accrescendone l’impatto globale in termini politici ed economici.
Le dittature metteranno il biscotto della propaganda nel caffellatte dei medaglieri olimpionici; basti richiamare cosa fu, per il nazismo trionfante, l’Olimpiade di Berlino. Le democrazie non saranno da meno, ad esempio rintuzzando gli avversari attraverso il boicottaggio¹. Ci scapperanno anche vere guerre generate da scontri fra tifosi, come quella che oppose El Salvador a Honduras nel 1969.
Tra gli effetti dell’incrociarsi di politica ed economia dentro lo sport, l’estremo sfruttamento fisico e morale degli atleti, spinti a vincere per la bandiera e l’onore della nazione, anche a costo di droghe, doping, anabolizzanti. Durante il bipolarismo, i regimi comunisti praticarono non solo il doping generalizzato “rivoluzionario” ma l’alterazione di genere, quando ritenuti utili alla vittoria: l’attuale doping di stato della Russia di Putin² è la blanda riedizione di quella cultura. In termini psichici, oltre che fisici, viene così a crescere il fattore aggressività nelle pratiche sportive, che si estende anche ai settori non professionistici, fino a contaminare principianti e sportivi della domenica, con famiglie e tifosi al seguito.
Il sociologo francese Patrick Vassort affermerà³, con riferimento al calcio:
«c’est une industrie reposant sur un système supranational, capitaliste, doublé d’un sentiment localiste, régionaliste et nationaliste. … il prépare les individus à « l’horreur économique » … en leur faisant accepter la compétition, la sélection, la précarisation et le nouveau mercenariat. …. un fonctionnement mafieux reposant sur la recherche du profit maximal (les dirigeants n’hésitent pas à recourir à des sociétés offshore dans des paradis fiscaux servant à blanchir l’argent sale, à corrompre, à magouiller au sein des clubs, à financer le dopage ou à mettre sur pied des paris clandestins)».
Il filosofo e saggista Robert Redeker⁴ scriverà: «Lo sport è del tutto estraneo ai valori che ostenta, ne è la negazione più assoluta. Illusione di civiltà, lo sport è illusione di umanità». Aveva chiamato lo sport, anni prima, in un pamphlet⁵, attaccandone la globalizzazione “assoluta”, “la barbarie technomarchande”.
Eppure, nella medesima contemporaneità, un uomo dalla vita “poetica” e “religiosa”, Nelson Mandela, aveva affermato: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di ricongiungere le persone come poche altre cose. Ha il potere di risvegliare la speranza dove prima c’era solo disperazione.»⁶
E Giovanni Paolo II: «Le potenzialità del fenomeno sportivo lo rendono strumento significativo per lo sviluppo globale della persona e fattore quanto mai utile per la costruzione di una società più a misura d’uomo»⁷.
Note
1 Il più celebre, per le Olimpiadi di Mosca del 1980: assenti 65 paesi, 15 inviano atleti senza bandiere.
2 Wada, World Anti-Doping Agency, ha stilato il rapporto che ha forzato il presidente russo a parziali ammissioni.
3 Vassort P., Le cloaque mafieux du football mondial, Le monde diplomatique, juin 2002, p. 28.
4 Redeker R., Le Sport est-il Inhumain?, Panama, 2008.
5 Redeker R., Le Sport contre les peuples, Berg International, 2002.
6 http://fondazionelaureus.it/
7 Giubileo degli sportivi – Udienza di Giovanni Paolo II ai partecipanti al convegno internazionale “Nel tempo del giubileo: il volto e l’anima dello sport” – Roma, 28 ottobre 2000.
