A voler essere pignoli, lo sport è discriminatorio: prevede dei vincitori e dei vinti. Al vincitore la corona della vittoria, gli onori, un premio, una qual certa fama… Allo sconfitto poco o nulla di tutto ciò.
Eppure la “discriminazione” sportiva non ha effetti sulla vita sociale: allo sconfitto spettano poi, nel quotidiano, gli stessi diritti e doveri del vincitore. E vice versa. Lo sport, quindi, non ostacola la vita sociale. Al contrario vi sono discriminazioni sociali che impediscono l’accesso agli sport o ne permettono una partecipazione solo parziale.
Il mondo sportivo, con le sue dinamiche, spesso riflette il mondo sociale, come una sorta di “microcosmo”. Osservandone la storia, le mutazioni e le prospettive, si può cogliere uno spaccato della nostra società. Quanto l’emancipazione femminile nello sport debba al movimento femminista o vice versa è questione difficile da dirimere e, forse, poco importante.
Mi focalizzo, in queste poche righe, solo sulla situazione Occidentale (e in particolare quella italiana) legata al mondo al femminile, pur nella consapevolezza che, in altre zone del mondo, la discriminazione o l’esclusione delle donne dalla pratica sportiva è solo la punta dell’iceberg di radicali assenze di riconoscimento di diritti umani.
Se si pensa che, solo poco più di un secolo fa, nel 1912, Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici, dichiarò: «La partecipazione femminile sarebbe poco pratica, priva di interesse, anti-estetica e scorretta», ci si accorge di quanto, nel corso di questi anni, la situazione sia radicalmente cambiata: non solo le donne sono state ammesse alle Olimpiadi, ma vi sono addirittura delle discipline riservate solo ad esse (es. nuoto sincronizzato e ginnastica ritmica).
Esistono, tuttavia, ancora notevoli differenze: basti confrontare il giro economico (in prevalenza dovuto agli sponsor) legato agli sport praticati dagli uomini o dalle donne; o la presenza maschile nei comitati sportivi (sono 45 le Federazioni Sportive nazionali e a nessuna di queste vi è a capo una donna; la presenza nei Consigli Federali è del 9% – 60 donne su 670 membri; a oggi non è mai stata eletta una presidente donna al CONI; oppure il numero di allenatori uomini (anche di donne o squadre femminili). Perché attorno al mondo sportivo non ruotano solo gli atleti: è coinvolto un mondo intero tra allenatori e preparatori, staff medici, organizzatori, giornalisti (il 95% delle firme della Gazzetta dello Sport è maschile), commentatori, tifosi… Sui media vi è più visibilità per le donne che accompagnano gli sportivi (dalle WAGS alle ombrelline, dalle cheerleaders alle veline di vario genere) che per le donne che direttamente praticano sport.
Le cause che hanno portato a una differenza nell’interpretazione del protagonismo negli sport – dapprima esclusione, poi discriminazione, infine graduale riconoscimento – sono state ricondotte a due: cause di tipo fisico e cause di tipo sociale.
Che esistano delle differenze nei corpi maschili e femminili è evidente. Tuttavia queste differenze, invece di essere valorizzate, furono molto spesso stigmatizzate, a discapito della donna.
La gara femminile di corsa degli 800 metri fu eliminata dopo le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 (riammessa nel 1960, alle Olimpiadi di Roma), perché si riteneva che minasse la fertilità. E per dissuadere Kathrine Switzer dal correre la maratona di Boston del 1967 le fu dichiarato che l’utero avrebbe ceduto. L’atleta si iscrisse ugualmente senza specificare il sesso: quando si accorsero della sua presenza, scoppiò una rissa. Solo 5 anni dopo le donne vennero ufficialmente incluse nella maratona.
Tuttavia gli studi medici (sportivi) compiuti in questi anni dimostrano che le donne, a parità di condizioni basiche, reagiscono all’allenamento allo stesso modo degli uomini, e che i meccanismi biochimici durante l’attività fisica sono simili. Fino all’età puberale (ed in particolare fino alla comparsa delle mestruazioni) le possibilità atletiche possiedono potenzialità simili. Con lo sviluppo sessuale, uomini e donne si differenziano notevolmente e le singole caratteristiche (dovute alla massa corporea grassa e magra, alla forza – altezza, peso…, alla fisiologia…) acquisiscono peculiarità proprie.
Negare una effettiva differenza biologica non servirebbe alla eliminazione di discriminazioni, ma probabilmente ad alimentarne altre.
Le cause di tipo sociale comprendono il fatto che alla donna, per secoli, sono stati maggiormente attribuiti ruoli intradomestici, di cura,… Non solo il movimento femminista ma anche tutto il dibattito intorno alla questione “gender”, nonché diversi cambiamenti strutturali della società, hanno aperto nuove possibilità. Un’atleta oggi non è più “istintivamente” etichettata come affetta da “sindrome di Diana”, tentativo nevrotico di compensazione maschile.
Si può in qualche modo affermare che, ultimamente, queste due cause (e la loro percezione) si sono notevolmente indebolite o, quantomeno, si sono modificate. Non solo gli studi medici e, soprattutto, i risultati nelle discipline sportive hanno rivalutato la corporeità femminile e le sue potenzialità, ma anche il ruolo della donna ha subito diversi cambiamenti e ottenuto possibilità talora impensabili in passato. Eppure il cammino non è concluso.
In Italia, recentemente, a richiedere pari opportunità nello sport, sono state le giocatrici dell’All Reds Rugby Roma con una petizione su change.org (nota piattaforma virtuale per la raccolta firme) che ha raccolto oltre 28 mila adesioni, rivolta al Presidente del Coni, Giovanni Malagò. Ci sono inoltre tre disegni di legge, in attesa di essere discussi. Di fatto si tratta di far seguito a una Risoluzione del Parlamento europeo su donne e sport del 2003 in cui si chiedeva agli Stati membri di “garantire parità dei diritti nello sport ad alto livello”.
In Italia, infatti, lo sport è regolamentato dalla legge 91/81 che distingue tra lo sport professionistico e lo sport dilettantistico. A ben vedere tale legge non discrimina soltanto le donne ma anche gran parte degli uomini. Infatti sono il CONI e le singole Federazioni a stabilire quali siano gli sport professionistici (fino al 2014 sono stati 6: calcio, boxe, ciclismo, motociclismo, golf, pallacanestro; dal 2014, essenzialmente a causa della crisi che ha influito sugli sponsor, motociclismo e boxe non sono più annoverati in questo numero; tutti considerati “pro” solo nella pratica al maschile). Per lo Stato italiano, pertanto, tutte le atlete donne sono formalmente delle dilettanti o, meglio, delle “non professioniste”.
Per intenderci, sono (stati) atleti professionisti, ad esempio: Gianluigi Buffon, Patrizio Oliva, Marco Pantani, Marco Simoncelli, Dino Meneghin. Al contrario – e paradossalmente! – non sono (stati) atleti professionisti: Adriano Panatta, Pietro Mennea, Valentina Vezzali, Federica Pellegrini, Carolina Kostner, Alberto Tomba, Armin Zoggeler, Francesca Piccinini e Andrea Lucchetta…
Non si tratta solo di tutelare dei guadagni (spesso legati agli sponsor – Flavia Pennetta, ad esempio, grazie alla vittoria agli US Open, ha ottenuto oltre tre milioni di dollari): tuttavia discriminazioni anche in tal senso sono state segnalate. La Assist (Associazione Nazionale delle Atlete), che si propone di tutelare le sportive che operano in modo agonistico, ha denunciato più volte disparità di trattamento economico: la sua presidentessa, Luisa Rizzitelli, ha dichiarato più volte che la nazionale di pallanuoto femminile, pur ottenendo lo stesso risultato nella stessa competizione dell’omologa maschile, otterrebbe la metà del premio; stesso scenario per una maratona da corrersi a Trento: ed in entrambi i casi non si tratta di premi provenienti da sponsor ma da fondi pubblici.
La richiesta di modifica della legge 91/81 mira, più radicalmente, a poter garantire a tutte le atlete che si impegnano in modo agonistico quelle garanzie costituzionali relative al lavoro, di fronte ad un impegno che richiede gran parte del tempo (non a caso la maggioranza dei nostri atleti olimpici appartiene a Forze dell’Ordine, dove questi diritti sono maggiormente garantiti).
Le nostre sportive, quindi, chiedono di poter accedere a garanzie previdenziali, sanitarie (nel calcio femminile di serie B non è prevista nemmeno l’ambulanza a bordo campo), contrattuali, tutele per la maternità, accesso al TFR di fine contratto… Spesso i loro contratti sono stipulati sulla base di scritture private e vengono denunciate clausole anti-maternità.
Un ambito in cui ritengo che vi sia ancora molta strada da compiere è quello attinente al linguaggio che viene utilizzato e veicolato dai media nei confronti delle sportive. Decisamente stimolante è una ricerca condotta dall’università di Cambridge che ha analizzato le espressioni (producendo, tra l’altro, un’infografica interattiva puntuale) adoperate durante le Olimpiadi di Rio 2016 (radiocronache, blog, tweet…); ne emerge uno spaccato significativo. A puro titolo esemplificativo: agli uomini vengono associate immagini che enfatizzano la forza fisica (velocità, potenza, resistenza…), alle donne commenti riguardanti l’aspetto fisico o la sfera privata.
Un ulteriore interessante e chiarificatore progetto (“Un certo genere di sport”) sul modo in cui lo sport femminile viene presentato dai media – in modo stereotipato e spesso sessista – è portato avanti dalla giornalista Mara Cinquepalmi.
Abbiamo avuto un eclatante episodio anche in Italia, quando, alle ultime Olimpiadi, il nostro Trio di atlete del tiro con l’arco, da matricola qual era, ha sfiorato il podio. Un noto giornale ha titolato definendo le atlete “cicciottelle azzurre” (espressione costata poi il posto al Direttore), oscurando totalmente l’alta prestazione atletica, producendo polemiche di vario livello.
Il linguaggio sportivo – con la comprensione culturale che media – evidentemente è nel contempo figlio e padre del contesto in cui si muove e un linguaggio sessista, discriminatorio, pregiudiziale, in contesti dalla ampia visibilità – quali quelli sportivi – può avere effetti devastanti sul mondo femminile (e maschile!), ben oltre l’esclusione da una gara sportiva.
Perché emancipazione non è solo il contrario di discriminazione, così come pace non è solo il contrario di guerra.
Eliminare le discriminazioni nei confronti delle donne nello sport è – e può essere – un “agire”, puntuale, preciso, storicamente determinato, che deve stare attento a non cadere, a sua volta, in altre discriminazioni o in appiattimenti delle differenze (fisiche, sociali, storiche, culturali…).
Promuovere l’emancipazione femminile tramite lo sport è più radicalmente uno stile, un criterio che ha come orizzonte tutti e tutto, tutti gli uomini e tutte le donne, e tutto il microcosmo che racchiude in sé. Un criterio ermeneutico che interpella e rilancia, in continuazione, tutti e tutto.
