Il doping nello sport. Le azioni di contrasto a livello inter-nazionale

1. Etimo ed origine del doping

La parola doping ha un etimo incerto: alcuni la farebbero provenire dal termine olandese “doop” usato dai pionieri che fondarono Nuova Amsterdam per indicare una bevanda eccitante a base di erbe e alcool. Altri la vorrebbero derivata dall’inglese “to dupe”, che significa ingannare, truffare. Quest’ultima definizione sicuramente fa intendere meglio il comportamento sleale, oggetto del presente articolo, per migliorare il risultato sportivo.

Della parola doping non è attestata dunque la forma originaria, si conosce però la data esatta in cui fu usata la prima volta in un dizionario inglese: nel 1889 fu così definita una miscela di oppio, narcotici e tabacco data ai cavalli da corsa in un ippodromo statunitense.

La storia del doping è comunque molto antica. Non potendo percorrere in questa sede una compiuta storiografia del doping, ci limiteremo a fornire alcuni dati che rendono palese la portata del fenomeno attraverso le sue tappe cronologiche più importanti.

Nell’antichità, fin dai tempi dei giochi di Olimpia, sacro luogo dello sport classico, si usavano tranquillamente delle pratiche sleali, le “cattive manovre” descritte da Filostrato. Il grande maestro Ippocrate, nel cui nome ancora oggi si giura in medicina, praticava sulla cute degli atleti delle incisioni col ferro rovente. Sempre nell’antica Grecia, molti allenatori preparavano decotti proibiti di piante misteriose e di funghi secchi ovvero si affidavano agli infusi dei “rizotomì”, profondi conoscitori delle virtù medicinali delle piante. Sofocle scrisse una tragedia per celebrare il mito di Medea; le rizotomai erano le sue ancelle che cercavano le erbe per i filtri magici. Nella Roma di Cesare i cavalli da corsa venivano “aiutati” con l’idromele, una mistura di acqua e miele, mentre veniva addirittura crocifisso chi era trovato nei paraggi delle scuderie in possesso di carote. La corsa dei cavalli era sport; l’idromele già era non-sport.

Nei tempi moderni della storia dello sport, siamo nel 1896, è riportata la prima morte per incidente dovuta a sostanze proibite: durante una Bordeaux-Parigi di 600 chilometri un ciclista, cui il suo allenatore aveva somministrato un’eccessiva quantità di trimetilamine, cadde a terra morto. L’allenatore omicida era anche il presidente di una fabbrica di biciclette da corsa: gli interessi economici avevano fatto la prima vittima.

Nonostante l’ideatore dei Giochi Olimpici moderni, il barone Pierre de Coubertin, avesse cambiato sotto la sua spinta ellenistica lo sport da fenomeno aristocratico ristretto e selezionato – si pensi ai circoli anglosassoni vittoriani – ad espressione democratica e liberale, ispirata da nobili valori, nel tempo si svilupparono diversi germi nocivi all’interno del movimento. Ne fu una sconvolgente testimonianza lo studio pubblicato dalla rivista inglese Nature, nel fascicolo del 4 ottobre 1984. Vennero riportati i dati di mortalità precoce fra i vincitori di medaglie olimpiche nei Giochi disputati dal 1952 al 1976: figurano 46 decessi fra i 1033 medagliati sovietici, 14 fra i 784 statunitensi e 12 fra i 786 tedeschi.

Da quella pubblicazione, lo sport ha continuato ad incontrarsi con l’immorale utilizzo di pratiche scorrette: nuovi casi, nuove e vecchie Nazioni coinvolte, ma soprattutto nuove e tragiche morti, non solo nel mondo dell’agonismo.

2. Definizione di doping: una tappa fondamentale

Definire il doping significa determinare il campo d’azione di ogni schema di lotta, per poi fondare gli interventi necessari, preventivi e repressivi. Nel tempo si sono moltiplicate le definizioni delle diverse istituzioni sportive e dei poteri pubblici, alle quali venivano conseguentemente associate liste di sostanze e di metodi vietati, limitando in tal modo l’opera di armonizzazione delle politiche da intraprendere per contrastare il fenomeno.

Per omogeneizzare la lotta al doping e incoraggiare la cooperazione tra le diverse istituzioni, il Consiglio d’Europa adottò nel 1984 la “Carta europea antidoping”. Ma è nel 1989, con la “Convenzione antidoping”, che il Consiglio d’Europa elabora un testo di notevole portata, che avrà riflessi a livello governativo e sportivo.

3. La Convenzione del Consiglio d’Europa: la prima regolamentazione per la lotta al doping

Il 16 novembre 1989, gli Stati membri del Consiglio d’Europa e altri Stati hanno stipulato la Convenzione del Consiglio d’Europa, la prima regolamentazione vincolante sul piano del diritto internazionale in materia di lotta al doping. In particolare, si tratta:

  • della diminuzione della possibilità di procurarsi e di utilizzare droghe quali gli steroidi anabolizzanti;
  • dell’aiuto ai finanziamenti dei test anti-doping;
  • dello stabilire un legame tra la rigida applicazione della regolamentazione anti-doping e il sovvenzionamento alle organizzazioni sportive nonché agli sportivi di entrambi i sessi;
  • dei controlli anti-doping regolari tanto nell’ambito che al di fuori delle gare sportive, comprese quelle in altri Paesi;
  • dell’elaborare e applicare programmi educativi e campagne informative, che evidenzino i pericoli per la salute inerenti al doping e il conseguente oltraggio ai valori etici dello sport.

La Convenzione contiene un elenco di riferimento di sostanze proibite, periodicamente riesaminato da un gruppo di controllo, incaricato altresì dell’applicazione delle disposizioni ivi contenute, da parte degli Stati aderenti.

La Convenzione si basa su principi di cooperazione e ripartizione complementare delle responsabilità tra i poteri pubblici e le organizzazioni sportive a tutti i livelli. Ciò cercava di rispettare le caratteristiche e le diverse attribuzioni del diritto sportivo e dell’ordinamento giuridico. Nel seguente schema possiamo così riassumere le competenze:

  • la comunità sportiva è impegnata, prima di tutto, nei regolamenti, nei controlli antidoping, nelle sanzioni e relative misure disciplinari;
  • i governi sono i maggiori responsabili delle misure legislative (relative al doping nello sport ed in generale alla regolamentazione sulle sostanze ed i metodi proibiti), delle misure finanziarie e dei laboratori (compreso il campo della ricerca), del coordinamento delle politiche e dell’operato dei servizi e degli organismi pubblici impegnati nella lotta al doping, nel supporto alle organizzazioni sportive ad elaborare ed applicare le misure appropriate di loro competenza;
  • entrambi si ripartiscono la responsabilità delle misure educative e dei programmi d’informazione.

4. L’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA)

Il 10 novembre 1999 a Losanna, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) creò l’Agenzia Mondiale Antidoping: in francese Agence mondiale antidopage (AMA), in inglese World Anti-Doping Agency (WADA).

La WADA è una fondazione di diritto privato, regolata dal diritto civile svizzero, a partecipazione mista pubblico-privata, nata con lo specifico scopo di coordinare la lotta contro il doping nello sport. Nel 2002 il suo quartier generale fu spostato a Montreal in Canada, mantenendo la rappresentanza a Losanna per assicurare il coordinamento con l’Europa e con le maggiori Organizzazioni sportive internazionali ivi sedenti. Sono stati inoltre creati altri uffici per assicurare il miglior coordinamento continentale.

La WADA è responsabile del Programma Mondiale Anti-Doping, adottato da più di 600 organizzazioni sportive, incluse Federazioni Sportive Internazionali, Organizzazioni Nazionali Anti-Doping, CIO ed il Comitato Internazionale Paralimpico. Dal 2014 il presidente è Sir Craig Reedie.

Finanziata inizialmente per intero dal Comitato Olimpico Internazionale, oggi riceve da quest’ultimo soltanto metà delle sovvenzioni, mentre la restante parte proviene da alcuni Stati e governi che aderiscono al programma. A dirigere la WADA, suddivisi in ugual numero, sono rappresentanti di movimenti sportivi (inclusi gli atleti) e governi di vari Stati del mondo. Le attività più importanti svolte dalla fondazione comprendono ricerche scientifiche, formazione, sviluppo di modalità anti-doping ed il monitoraggio del Programma Mondiale Anti-Doping.

5. Il Programma Mondiale Antidoping WADA

Nell’ambito del Programma Mondiale Antidoping, il Codice Mondiale Anti-Doping (Codice) è il documento di base che armonizza le politiche antidoping, norme e regolamenti all’interno delle organizzazioni sportive e tra le autorità pubbliche di tutto il mondo. Esso funziona in congiunzione con cinque standard internazionali volti a favorire la coerenza tra le organizzazioni antidoping in vari settori:

  1. Standard Internazionale sui “Controlli Anti-doping”: mira a pianificare i controlli in modo efficace, mantenendo l’integrità e l’identità dei campioni biologici prelevati, con un adeguato sistema di notifica all’atleta e di trasporto dei campioni ai laboratori per l’analisi.
  2. Standard Internazionale sui “Laboratori”: mira a garantire la produzione di risultati e dati probatori validi, in modo uniforme e armonizzato da parte di tutti i laboratori accreditati, nonché il rispetto dei criteri che devono essere soddisfatti dai laboratori antidoping per raggiungere e mantenere l’accreditamento WADA.
  3. Standard Internazionale sulle “Esenzioni a fini terapeutici (TUE)”: mira a garantire che il processo di concessione di trattamenti terapeutici altrimenti vietati sia armonizzato tra sport e tra Paesi.
  4. Standard Internazionale sulla “Lista delle sostanze vietate e dei metodi proibiti”: individua le sostanze ed i metodi proibiti in e fuori dalle competizioni (tenendo conto anche delle peculiarità delle discipline sportive), attraverso una classificazione per categorie diverse (ad esempio, steroidi, stimolanti, doping genetico).
  5. Standard Internazionale sulla “Tutela della privacy e dei dati personali”: mira ad assicurare che tutte le parti interessate coinvolte nella lotta al doping nello sport aderiscano ad una serie di protezioni minime di privacy, in occasione della raccolta e dell’utilizzo dei dati personali e sensibili dell’atleta (ad esempio le informazioni in materia di ubicazione, controlli antidoping e esenzioni a fini terapeutici).

Questo approccio unificato affronta i problemi che erano sorti in precedenza dalle eterogenee attività antidoping, messe in campo da una pluralità di Autorità in modo disgiunto e non coordinato.

6. La Convenzione dell’UNESCO: il primo trattato mondiale contro il doping nello sport sul piano del diritto internazionale pubblico

Il 19 ottobre 2005 la Conferenza generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha sottoscritto la Convenzione internazionale contro il doping nello sport. La Convenzione dell’UNESCO è il primo trattato mondiale contro il doping nello sport sul piano del diritto internazionale pubblico: la finalità e la struttura si ispirano largamente a quelle della Convenzione del Consiglio d’Europa. A questo proposito basta citare l’art. 4, cpv. 3, della Convenzione dell’UNESCO, che dichiara che gli allegati costituiscono parte integrante della Convenzione. Codice e Standard internazionali del Programma mondiale antidoping (PMA) risultano dunque vincolanti per i partner contrattuali.

7. Il ruolo della prevenzione, intesa come educazione ed informazione

A livello nazionale ed internazionale si è riconosciuto che per la lotta al doping nello sport non basta svolgere controlli sempre maggiori e più precisi, durante e fuori le competizioni, perché un ruolo fondamentale è svolto ormai dalla prevenzione, intesa come educazione ed informazione.

Gli atleti devono essere informati sui metodi ottimali di allenamento immuni dall’assunzione di sostanze vietate o dalla sottoposizione a metodi proibiti, anche perché tali metodi ottimali di allenamento sono sani, ma soprattutto molto più efficaci di quelli illeciti.

Infatti, la cultura del doping ha creato una disinformazione terribile: si pensa che basta prendere un medicamento “miracoloso” per avere risultati agonistici fuori dal normale.

Questa sottocultura unita al depauperamento di valori della società attuale ha permesso la diffusione di tali pratiche illegali. Il doping è un fenomeno sociale fin quando il pubblico e la società intera apprezzeranno soltanto il lato commerciale delle prestazioni agonistiche.

L’interesse dei mass-media è ormai incentrato sull’aspetto “spettacolare” dello sport: anche i campioni vengono chiamati o si autodefiniscono con termini presi a prestito più dal mondo circense che da quello sportivo.

La pressione sul singolo atleta sarà sempre maggiore se non verranno apportate modifiche sostanziali al sistema deviato: lo sportivo cercherà di andare oltre i suoi limiti naturali e perciò sarà facile preda del doping.

L’atleta, infatti, sta diventando il personaggio di alcune fiabe medioevali: il cavalier servente un po’ goffo che pur di far colpo sull’amata prendeva qualsiasi pozione magica, propinatagli da pseudo maghi o da “infernali” streghe, che di satanico forse avevano solo l’aspetto fisico.

Per il noto fenomeno dell’emulazione, il gruppo a rischio di doping è cambiato col tempo: non sono più gli atleti di alto livello, bensì gli amanti della muscolatura che sempre più affollano, per “ricrearsi”, le palestre di tutto il mondo.

L’attività di prevenzione va completata con una capillare informazione rivolta allo sportivo indipendentemente dall’età e dal suo valore agonistico, al fine di pervenire ad una profonda operazione di formazione attraverso la quale l’atleta potrà recepire il valore etico-morale dello sport. Solo in questa accezione il doping potrà essere sconfitto.

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