Lo stupore dell’essere1
Giuseppe Savagnone
L’attualità di Tommaso e la circolarità tra fede e ragione
Ho scritto questo libro per gratitudine. Devo a Tommaso, con la preziosa mediazione di Jacques Maritain, la sostanza della mia formazione intellettuale, ma anche di quella spirituale.
Ciò che mi ha sempre colpito nel suo pensiero e nella sua persona è proprio la profonda compenetrazione della vita dell’intelligenza con quella della fede. Sono cresciuto, come quasi tutti, in un ambiente dove il cattolicesimo era un’abitudine. Decisiva per la mia esperienza cristiana è stata la scoperta della possibilità di una fede consapevole che, a sua volta, mi ha guidato nella mia ricerca intellettuale e nella mia lettura della realtà.
È stato Tommaso, con il suo insegnamento e la sua testimonianza, il modello di questa sintesi, così come a lui devo, pur nella consapevolezza dei limiti della ragione, il riconoscimento della sua importanza, contro tutte le derive di un irrazionalismo serpeggiante dentro e fuori la Chiesa. Ed è stato grazie a lui che ho potuto elaborare una visione del mondo, della persona e della società alternativa a quella, per molti aspetti mistificante, che domina nella cultura contemporanea.
Il libro è come un racconto che ripercorre le tappe di questo percorso, non con erudizione accademica, ma in un tono colloquiale sottolineato dal titolo di “conversazioni” dato a ciascun capitolo. E il percorso comincia, nella prima e soprattutto nella seconda conversazione, col racconto di come Tommaso ha vissuto la simbiosi tra vita spirituale e vita intellettuale nella sua esperienza esistenziale e nella sua attività di studioso e di maestro.
E già qui ho cercato di mettere in pratica il proposito che attraversa tutto il libro, che è mostrare in che cosa la sua storia e il suo pensiero di otto secoli fa possano illuminare il nostro presente. In questo primo scorcio, ho sottolineato che il modo in cui l’Aquinate ha vissuto la sua vocazione di intellettuale può costituire una radicale alternativa al declino che oggi questa figura conosce nella nostra società.
A monte di questa pratica, però, c’è quella concezione del rapporto tra fede e ragione di cui parlavo all’inizio. Perciò, dopo aver illustrato, nella terza conversazione, le coordinate storiche entro cui la filosofia di Tommaso si è sviluppata, nella quarta mostrò come l’Aquinate abbia superato le posizioni dominanti nel suo tempo e ancora così presenti nel nostro - che sacrificavano o la ragione o la fede o la loro comunicazione - ponendo tra di esse una circolarità che consente loro, mantenendo ognuna la propria identità, di arricchirsi a vicenda. Un messaggio attualissimo anche per noi.
I livelli della scoperta dell’essere
La quinta conversazione è dedicata alla scoperta dell’essere, che sta alla base di tutto il pensiero dell’Aquinate e che dà il titolo al libro. Oggi, in una società che considera la natura, gli esseri umani, le cose, unicamente come oggetti da utilizzare, da produrre o da consumare, questa scoperta acquista il significato di una rivoluzione. Travolti da un ritmo di vita frenetico, non sappiamo più percepire il miracolo che la realtà è in sé stessa e stupircene. Dove lo stupore non è lo sbalordimento per qualcosa di straordinario, ma lo stato d’animo di chi, come per la prima volta, apre gli occhi su ciò che gli era sempre stato davanti, ma che non aveva mai avuto il tempo di guardare veramente.
Allo stupore non possono non far seguito la gratitudine per il dono dell’essere, per la sua verità, la sua bontà, la sua bellezza - e la consapevolezza della responsabilità che dobbiamo assumerci nei suoi confronti, rispettando il mondo e rinunziando a manipolarlo senza limiti. Una prospettiva attualissima - basti pensare allo sviluppo del movimento ecologista - , rispetto a quella che, da Descartes in poi, si è fondata sul primato di un soggetto autoreferenziale.
La sesta conversazione mostra come l’essere si manifesti, concretamente, in un universo di esseri individuali e in continuo divenire. Tommaso accoglie, a questo primo livello, la visione di Aristotele, che valorizza la molteplicità e spiega la struttura delle cose ricorrendo a due princìpi, la materia e la forma.
Una particolare attenzione dedico nel libro, parlando del divenire, alla differenza tra possibilità e potenza, sottolineando che oggi la confusione fra questi due concetti porta in bioetica a sostenere che l’embrione è solo una possibilità di persona, e quindi sacrificabile, invece di riconoscergli una identità già presente, anche se ancora potenziale.
La settima conversazione parla ancora dell’essere del mondo, ma passando a un livello più profondo in cui emerge la grande differenza tra il pensiero di Tommaso e quello di Aristotele. A segnare questa svolta concettuale è la scoperta - nell’orizzonte dell’essere come “ciò che è” - dell’essere come “atto”, come principio, cioè, che determina l’emergere dal nulla di tutto quello che esiste. Mentre per il filosofo greco la sola fattualità da spiegare è l’identità specifica, l’essenza, che deriva dall’atto-forma, Tommaso si chiede se non esiga una spiegazione anche il fatto dell’esistenza, e se questa spiegazione non debba necessariamente essere diversa da quella che riguarda l’essenza.
Da qui scaturisce la teoria dell’actus essendi, il principio a cui ogni essere deve il suo emergere dal nulla e rispetto a cui anche l’essenza è potenza, pur restando necessaria per la determinazione specifica delle cose.
Dall’atto d’essere deriva, in ultima istanza anche la singolarità degli esseri, che sono sì, predisposti ad essa dalla materia concreta che li individua, ma che ricevono il sigillo di questa individualità dall’atto unico e irripetibile di essere che li fa esistere così come sono. Siamo alla radice di quello stupore che accompagna la scoperta dell’essere già in quanto è “qualcosa” e che ora trova la sua spiegazione ultima nell'esperienza dell’energia profonda che fa emergere questo “qualcosa” dal nulla.
L’Ipsum Esse subsistens e le sue creature
Nell’ottava conversazione si parla di come Tommaso pervenga dal mondo a Dio, dagli esseri all’Essere. È il percorso delle “cinque vie”, di cui cerco di evidenziare la logica che le accomuna e che - proprio a partire dal fatto che gli esseri non si identificano con il loro atto d’essere - porta alla scoperta del l’Ipsum Esse subsistens, in cui Tommaso riconosce il Dio dell’Esodo.
Una concezione che garantisce al tempo stesso la radicale trascendenza dell’Assoluto rispetto ad un mondo in cui l’atto d’essere, non coincidendo con l’essenza, è sempre limitato e precario, e la sua prossimità ad esso, perché la pienezza dell’Essere non può non includere tutte le perfezioni dell’universo.
La nona conversazione analizza il rapporto che Tommaso ha ritenuto di poter stabilire tra Dio e il mondo. A questo scopo egli ricorre a due concetti di matrice diversa, quello aristotelico di causalità e quello platonico di partecipazione, che l’Aquinate non contrappone, ma integra in una visione unitaria.
Egli concepisce la creazione non come un singolo atto ma come una relazione causale che mantiene nell’essere tutte le cose in ogni momento della loro esistenza. Il Dio creatore non è il primo anello di una catena che si svolge nel tempo, ma ciò per cui tutti gli anelli, incluso il momento iniziale, esistono. E questo sarebbe vero anche se il mondo fosse eterno, perché non verrebbe meno la necessità di una causa che li sottragga al nulla. Antidoto importante allo scientismo diffuso oggi, che crede di poter sostituire Dio con il Big Bang.
La causalità divina, peraltro, non vanifica quella delle realtà del mondo, che non viene sostituita, ma attivata da essa. Dio ha voluto esprimere la sua potenza non in alternativa al valore e al dinamismo delle sue creature, ma dando loro il massimo spazio.
Al tempo stesso l’Aquinate utilizza il concetto e la terminologia della partecipazione, per cui tutto ciò che “ha” l’essere non può che essere partecipe dell’Ipsum Esse subsistens, come l’aria, per essere luminosa, deve partecipare della luce.
Dio conosce e ama ciascuna delle sue creature. A differenza che in Aristotele, nella visione di Tommaso Egli ha un intimo rapporto con loro, che grazie a Lui esistono e partecipano del suo essere singolarmente. Esse sono in Lui ed Egli in loro. Non si tratta, però, di una prossimità che annulli la consistenza e l'autonomia relativa del mondo. Ha qui il suo fondamento una “laicità” della filosofia dell’Aquinate, volta a sottolineare la relativa autonomia del creato, che sarà poi un tema centrale del concilio Vaticano II.
Proprio il rispetto per questa autonomia spiega perché Dio permetta il male, senza crearlo - esso è solo una privazione di essere - , ma senza intervenire miracolisticamente per impedire che scaturisca dai processi della natura o dalla libertà umana.
La conversazione si conclude parlando della conoscenza che possiamo avere di Dio. Centrale è il tema dell’analoga, che, al di là degli opposti linguaggi dell’univocità e dell’equivocità, consente di parlare di Lui rispettandone il mistero insondabile senza ridurlo ai nostri schemi. E qui Tommaso ha una posizione che risponde ad esigenze maturate nel pensiero e nella sensibilità contemporanei, che reagiscono a tutti i tentativi di ingabbiare la realtà e lo stesso Assoluto nei nostri schemi logici.
La persona umana, la verità, il bene
Nella decima conversazione si esamina la concezione che Tommaso ha dell’essere umano, gettando le basi di un umanesimo che non comporta un antropocentrismo autoreferenziale e dominatore, come quello che si affermerà nei secoli successivi, ma, consapevole della finitezza dell’essere umano, pone la sua grandezza nell’apertura alla realtà e a Dio e nel suo essere al confine tra il visibile l’invisibile.
Questo confine, del resto, lo attraversa, nella sua costituzione al tempo stesso fisica e spirituale, che da un lato lo radica nel mondo sensibile, dall’altro spinge a protendersi oltre di esso, evidenziando così la propria capacità di sopravvivere alla decomposizione della sua componente corporea. Anche se, sottolinea Tommaso, in netta rottura con la tradizione platonizzante del cristianesimo, saremo pienamente noi stessi solo con la resurrezione dei nostri corpi.
Ma un essere umano non è solo l’esemplare di una specie, come nel mondo greco. Nella visione di Tommaso la peculiarità della persona sta nell’atto d’essere che la fa sussistere come soggetto unico irripetibile. Senza però che si possa contrapporre la natura umana alla persona, come fa la bioetica contemporanea per giustificare pratiche come l’aborto e l’eutanasia, che sacrificherebbero esseri umani non ancora, o non più, persone.
Un aspetto fondamentale della persona è la sua dimensione relazionale, indispensabile per la sua identità, ma non sostitutiva di essa, come oggi molti sostengono riducendo il soggetto alle sue relazioni. Si collega a questo anche la distinzione tra l’individuo, che è una parte della comunità politica e come tale ordinato ad essa, e la persona, che è un tutto dal valore incommensurabile, alla cui realizzazione la comunità è finalizzata.
Nel libro, a questo proposito, sottolineo l’attualità del pensiero di Tommaso in un tempo come il nostro, che vede la frammentazione della persona e l’oscillazione tra un individualismo selvaggio e una massificazione soffocante.
L’undicesima conversazione affronta il complesso tema della concezione tommasiana della verità. Alla esposizione del pensiero dell’Aquinate ho voluto far precedere uno sguardo al contesto attuale in cui noi oggi ci troviamo ad accostarlo. Mostrando innanzitutto come esso non risulti superato, dalle due grandi sfide della realtà virtuale e della post-verità, ma possa dare spunti per affrontarle. E cercando poi di sgombrare il terreno da alcuni fraintendimenti sia di ordine teorico - come quello che la riduce a una estrinseca corrispondenza tra pensiero e realtà - , sia di ordine pratico, come quello che fa della verità un fonte di violenza.
Nella concezione analogica che Tommaso ha della verità, da lui intesa come adaequatio tra essere e pensiero, essa ha innanzitutto una portata ontologica, per l’adeguazione dell’essere al Pensiero divino. Passando poi alla verità che è invece adeguazione del pensiero umano alla realtà, essa ha la sua radice nell’apertura originaria all’essere, fonte di una conoscenza primordiale inattaccabile da ogni passato e futuro scetticismo. Dell’essere non si può dubitare, perché, se anche dovessimo prendere lucciole per lanterne, entrambe comunque sono.
Entrando poi nella conoscenza delle singole realtà, fondamentale è la differenza tra la verità come corrispondenza, di cui ha parlato la filosofia moderna, e la verità come conformità, che per Tommaso non è il punto d’arrivo del pensiero, ma la sua origine. A monte dell’atto conoscitivo, c’è l’impatto pre-cognitivo dell’intelligenza con la realtà. Così come fondamentale è la differenza tra il concetto come ciò che viene conosciuto e il concetto come ciò attraverso cui si conosce la realtà.
Il delicato equilibrio tra l’attività del soggetto pensante e la sua recettività trova un nuovo sviluppo col giudizio, che implica un atto dell’intelletto che lo fa coincidere con l’atto d’essere presente nelle cose, dando luogo a un secondo livello di adeguazione che è quella della verità nel suo significato più pieno.
Siamo davanti a un modo di intendere la conoscenza che, ovviamente, non poteva tenere conto degli sviluppi a cui la successiva filosofia moderna e contemporanea ci ha abituati, ma che appare oggi di straordinaria attualità proprio come risorsa critica nei confronti di questi sviluppi, oggi da più parti rimessi in discussione.
Il percorso, dopo averci fatto seguire il pensiero di Tommaso sui grandi problemi della fede e della ragione, dell’essere, di Dio, dell’essere umano e della verità, si conclude con la questione del fine della vita, sullo sfondo della più ampia concezione del bene, secondo Tommaso. Se ne parla nella dodicesima e ultima conversazione. Per l’Aquinate il bene, come il vero, è innanzi tutto nella realtà, nella natura, che dunque va rispettata. Concezione attualissima che bisogna riprendere (ancora il tema ecologico).
E poi c’è il bene di cui parla la morale, e anche su questo Tommaso ha una visione che corrisponde in modo sorprendente con le esigenze della filosofia anglosassone contemporanea, molto critica nei confronti del dualismo tra desideri e doveri e incline, invece, a rivalutare il concetto aristotelico di virtù, in cui la sfera passionale e quella razionale non sono contrapposte, come in Kant, ma interagiscono, favorendo l’unificazione del soggetto.
Le virtù, peraltro, non sono comandi astrattamente universali, ma disposizioni stabili che consentono alla persona di individuare e praticare, nei suoi comportamenti, ciò che per quella persona in quelle concrete circostanze è il giusto mezzo, variabile, dunque, da individuo a individuo e da situazione a situazione. È il superamento del moralismo, senza per questo perdere di vista la misura della ragione.
Il fine delle virtù, secondo Aristotele, è la felicità, la piena realizzazione della persona. Da parte sua Tommaso, senza negare questa prospettiva, sottolinea che a sua volta questo bene soggettivo scaturisce dal conseguimento di quello oggettivo, e, in ultima istanza, del Bene supremo che è Dio.
Questa conversazione - e l’intero libro - si concludono con la concezione che Tommaso ha dell’amore, vera forza universale presente in tutti gli esseri e che, nell’essere umano, non è una pura ricerca di piacere, ma la risposta al fascino del bene. Inevitabile, su questo punto, un riferimento alla riflessione di Massimo Recalcati sulla differenza tra desiderio autentico e mere pulsioni.
Per Tommaso ci sono due forme di amore: quello di concupiscenza, che ama un bene in vista di sé stessi, e quello di benevolenza, che lo ama per quello che esso è e si dona ad esso. Questo secondo amore ha la sua forma più piena nell’amicizia, che, con l’intervento della grazia, dà vita alla carità di cui parla il cristianesimo. Con l'importante precisazione che in questo amore teologale si ha il superamento del dualismo tra eros e agape, perché il dono di sé a Dio non è in antitesi col desiderio di felicità, anzi ne è il compimento.
Siamo giunti alla fine del cammino di scoperta in cui Tommaso ci ha fatto da guida. Ma questa è stata solo una veloce sintesi. Spero che chi lo percorrerà nella sua integralità, leggendo il libro, possa provare lo stupore che ho provato io scrivendolo. E accolga, al tempo stesso, l’invito a confrontare queste riflessioni con le posizioni più diffuse nel pensiero contemporaneo, per continuare nel presente la ricerca cominciata da Tommaso ottocento anni fa. Nella consapevolezza che, se egli vivesse oggi, non si limiterebbe a ripetere le proprie tesi, ma, a partire da esse, le svilupperebbe in rapporto al nostro diversissimo contesto storico e culturale. E anche io ho scritto questo libro perché possa costituire non un punto d’arrivo, ma di partenza.
NOTA
1) Giuseppe Savagnone Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino, Marcianum Press, Venezia 2025
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