Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfLa questione del nudo artistico intercetta, come già si evince dalla trasversalità dei saperi che il titolo chiama in causa, le articolazioni di un tema di natura squisitamente aretologica da una parte, ma anche filosofica e culturale dall’altra, con tutta la prismatica complessità che questi saperi implicano.

Il volume intende decodificare, dal punto di vista teoretico, l’osservazione riflessa sulla propria esperienza estetica di fronte ad opere d’arte che coinvolgano la nudità, e aspira a irrobustire – in modo rigoroso e avvincente - gli argomenti che intuitivamente appartengono alla coscienza delle valenze della corporeità e della nudità, in vista della costruzione di una fondata criteriologia multi- e interdisciplinare per discernere i dati essenziali del nudo artistico.

Alla morale, quindi, non meno che alla giurisprudenza, alla filosofia, alla critica d’arte, alla critica cinematografica spetta di dire qualcosa di sensato a proposito del nudo, tenendo presente anche il fatto che esso sia diventato un oggetto “mobile”. Infatti, se nell’arte di ieri si preferiva offrire un prodotto alla contemplazione estetica, oggi si preferisce proporre un prodotto scaturito dalla fucina emotiva del suo autore e che deve essere socialmente concettualizzato, e spesso va ad esprimere non già le valenze estetiche, bensì la sua funzione di supporto dell’esperienza estrema. Il nudo rivisitato dalle forme artistiche contemporanee è, dunque, l’ambito in cui si esprime la libera sensibilità dell’artista, esposto ai rischi della banalizzazione insiti nel sistema di comunicazione di massa, tendenzialmente distorcente la realtà. Tale costellazione culturale rischierebbe di portare alla pericolosa distinzione tra nudo artistico e nudo nell’arte; in questa prospettiva, lasciare la parola agli artisti diviene passaggio imprescindibile, giacché è nelle loro scelte tecniche e semantiche che essi conducono il pubblico al messaggio artistico insito nelle loro opere, distinguendole nettamente dalle produzioni commercializzate e mercificate del nudo pornografico. In questo processo di osmosi fra il genio creativo dell’artista e il bisogno di bellezza nell’utenza, alcune opere divengono pietre miliari perché tracciano sentieri per linee poetiche ed estetiche innovative.

In una società, come quella attuale postmoderna, che non trova più una Weltangschauung condivisa (se si eccettua quella significativa benché minimale che proviene dal buon senso), soprattutto nella concezione di determinate virtù, si guarda con aspettative alte al diritto per la tutela dei valori che ciascuna tradizione etica porta in sé. Tuttavia - come si evince dal saggio di F. D’Agostino (cf. pp. 29-38) di ampio respiro e grande capacità prolettica, come nel suo stile - il diritto appare in difficoltà nell’occcuparsi della nudità con un approccio argomentativo tendenzialmente onnicomprensivo e non limitato ad angolazioni di analisi ristrette (la categoria dell’osceno, il divieto della pornografia…), sia perché la nudità è dato naturale e interpretazione culturale e metafisica a un tempo (e come tale non oggetto della disciplina giuridica), sia perché essa è, in quanto oggetto precipuo del diritto, materia assai circoscritta. Il contributo criteriologico specifico che la prospettiva giuridica, così come è formulata dal Prof. D’Agostino, consiste nell’aiutare il lettore a concepire il diritto sì come scienza normativa, ma anche come riflessione filosofica che deve essere capace di gestire le ipotesi antropiche del futuro, e, quindi, una disciplina mai stantìa, ma costantemente prolettica.

È inevitabile, dunque, addentrarsi nei meandri del ragionamento razional-simbolico circa l’eros, le sue articolazioni e la sua finalità nella relazione interpersonale e intersoggettiva. Compito che ci si attende soprattutto dalla filosofia. Se l’indagine è rigorosa e rispettosa, da un lato, dei dinamismi ciechi ma finalistici della natura e, dall’altro, della libertà responsabile della dimensione etica, gli assunti filosofici che si susseguono trovano consenzienti sia il cultore libertino dell’immediatezza espressiva che il rigoroso moralista della disciplina delle passioni. All’osservatorio filosofico – fornito dal robusto contributo di U. Galimberti in dialogo con U. Zanetti (cf. pp. 39-52) -, posto al riparo dalle dinamiche distorsive di una cultura sempre più tecnologica e autonoma nei riferimenti morali, non sfugge la necessità della trasparenza - e in certa misura della rinuncia e dell’oblatività - che l’immagine del nudo deve riflettere per poter essere oggetto del desiderio dello sguardo. La seduzione vera che la nudità accende o mette in campo non è mai quantità né mera naturalità, bensì elaborazione e persino artificio, ossia approdo di dinamiche che si purificano sempre più dalla fisicità del corpo per “toccare” la rappresentazione del suo significato. L’oscenità deriva, dunque, dall’esibizione di un corpo nudo che non rende sé e l’ambiente circostante (la scena) disponibile all’afferrarne il significato. Privati del simbolico della fatica e della riproduzione, quale si aveva nel passato, i corpi maschile e femminile sono diventati di fatto più liberi di “se-durre”, anche se vengono spesso esposti al rischio dell’intrappolamento del “pro-durre”, che li comprime nello spazio unitario, omogeneo e alienante del sistema economico, avvilendone completamente la ricchezza semantica, perché la vera seduzione si esprime quando il corpo conserva tutta la sua polivalenza di senso e non quando si riduce solo al significato del sesso.

Se la riflessione filosofica non ha timore, per così dire, di “lasciare lenta la briglia” della riflessione sul nudo artistico, è comprensibile come, invece, la Chiesa, nella sua lunga storia fatta di sollecitudine pastorale, di apprezzamento autentico dell’arte (anche delle forme artistiche del nudo), di impatto continuo con la storia umana e di paziente lavoro di interpretazione dei segni dei tempi, abbia preferito spesso “tenere la briglia corta”, o quanto meno tenere un atteggiamento prudenziale, volto a salvaguardare tutti i valori di cui la corporeità è portatrice. L’enciclopedico e accurato saggio di T. Kennedy (cf. pp. 53-76), che ricostruisce il laborioso processo di dialogo con il mondo contemporaneo che ha costantemente caratterizzato la riflessione ma anche l’azione formativa della Chiesa sul tema specifico, mostra l’evoluzione dello sforzo teoretico in questo campo, sempre in bilico fra ascolto delle interpellanze umane e missione.

Sulla stessa linea moralteologica, sebbene con una sua fisionomia metodologica e criteriologica autonoma, si muove il contributo di G. Chimirri (cf. pp. 77-100), da lungo tempo esperto del tema. In esso viene ritessuto attentamente tutto l’impegno della teologia nell’offrire un corpus doctrinale su atteggiamenti (personali e sociali) coinvolti nella manifestazione della corporeità, che – prendendo il suo incipit dall’analisi antropologica e, in seno ad essa, psicologica e filosofica – fosse anche riflessione sapienziale e veritativa. Ne risulta il contributo proprio della tradizione morale cristiana, capace di “cosmizzare” il caotico ambito delle passioni umane.

L’osservatorio dell’artista – fornito da R. Papa (cf. pp. 101-138) nella duplice veste di scultore e teoreta estetico) - evidenzia un’incapacità da parte dell’arte contemporanea di ritrarre la bellezza del corpo e un’insistenza sulla rappresentazione della nudità e, quindi, coglie la scissione fra corpo e nudità. Il divorzio fra questi due soggetti nella rappresentazione artistica ha comportato, anche per influsso di maree culturali di natura squisitamente artistica, una polarizzazione progressiva da un lato verso una corporeità non più rappresentata ma divenuta, nella rappresentazione dei mass media, finzione, e dall’altro lato verso una nudità rappresentata come deforme e brutta. L’arte contemporanea ha preso la sua decisione sulla rappresentazione del corpo, rinunciando alla sua relazione con il bello e con il bene, preferendo il silenzio o l’ostentazione del suo disagio.

Il rischio della fuga verso polarizzazioni che comunque tradiscono il senso del nudo, appare anche dall’osservatorio del regista, il celebre K. Zanussi nel breve ma pungente contributo sul “fare cinema” senza trivialità (cf. pp. 130-142). Emerge come il regista, con la sua produzione artistica, si inserisca sempre e comunque in un filone culturale che ha precise origini e talora ha assunto precisi significati e attese sociali – nel caso del cinema più spesso plebee - che egli sceglie di incontrare o disattendere; e come inietti nel suo prodotto la carica trascendente di un’arte che deve portare armonia e avvicinarsi alla perfezione e, contemporaneamente, servirsi del mezzo tecnico fotografico, estremamente meccanico e scarno nella sua realtà.

Tale dipendenza a più livelli da parte del prodotto cinematografico (ma in generale anche dell’arte) rispetto agli strumenti, in qualche modo necessita di un occhio critico particolare che non è più solo quello del regista né quello del fruitore, ma quello dell’esperto, ossia di colui che ricopre la “nudità” del prodotto artistico con il “vestito” della sua Wirkungsgeschichte.

Particolarmente affascinanti risultano, pertanto, i viaggi dentro le opere effettuate dai critici d’arte o dai critici cinematografici – nel presente volume felicemente rappresentati da di M. Grossi -, che sono in grado di rispiegare l’opera ai suoi fruitori e persino al suo autore. La ricognizione ampia e preziosa del suo contributo (cf. le pp. 143-188) passa in rassegna tutte le pellicole più celebri sul tema: da “Le Mépris” a “L’impero dei sensi”, da “Intolerance” a “Le bambole”, da “Le Amazzoni” a “Nudo di donna”, mediante rimandi cronologici e tematici. È proprio il lavoro del critico - che raccoglie nell’esegesi della scena tutti i significati intesi dal regista, espressi dai protagonisti e intuiti dal pubblico in un micro- e macro-contesto -, a evidenziare, nella sua investigazione del contesto scenografico, del racconto, delle pose, della luce, delle inquadrature, dei dialoghi e della musica, e la sua dettagliata, meticolosa, profonda indagine - sia intensivamente che estensivamente - sul valore di un film, i fili che legano la rappresentazione del corpo, quella del nudo simbolico, quella della nudità svilita e quello della deformità, e che spesso li mettono in gioco simultaneamente.

Al mondo dell’arte e della cultura non sono estranei i mass-media, troppo spesso citati solo per evidenziarne conclamati rischi e presunte colpe. Invece in essi si può trovare – secondo la tesi originale ed equilibrata proposta da P. Rotunno (cf. le pp. 189-225), anch’egli nella duplice veste di massmediologo ed eticista - uno spazio autentico per la rappresentazione artistica del nudo in cui alla creatività e al linguaggio specifico, rigidamente codificati secondo la tipologia massmediale, si associa più spesso di quanto non si sospetti una sollecitudine educativa, che ha trovato vie espressive e normative cospicue e significative. Spesso la consapevolezza di un prodotto altamente tecnologico eppure estremamente effimero conduce a interrogativi deontologici, e talora più profondamente etici, che il mezzo televisivo potrebbe gestire persino meglio che non altre agenzie educative.

L’apertura agli aspetti educativi riassume anche l’altra anima del volume, oltre alla ricostruzione criteriologica ed epistemologica che il nudo coinvolge, e cioè quella pedagogica e sociologica. Infatti, porsipdf nell’ottica della trasversalità di diverse discipline per rispettare la complessità del tema, significa anche provvedere soluzioni sul piano aretologico ed educativo, non più come mera esortazione individuale o intervento educativo a livello interpersonale, ma attraverso l’apporto teoretico e culturale; significa aiutare a individuare il problema e decodificare la valenza artistica di un nudo a cui soprattutto i nostri adolescenti e giovani sono esposti. Questa sollecitudine educativa ha carattere sociale a pieno titolo, per cui il tema fornisce acutamente una problematizzazione anche su questo versante.

 

 

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