Otfried Höffe
Die hohe Kunst des Verzichts. Kleine Philosophie der Selbstbeschränkung, C.H. Beck
München 2023, 193 pp.
L’arte della rinuncia. Filosofia dell’autolimitazione
Marco Vanzan
Viviamo immersi nella società del "tutto e subito" in cui dire di no e basta vengono presi come attacchi alla libertà individuale. In questo contesto culturale non solo non sappiamo più in che cosa consista veramente la rinuncia ma l’abbiamo anche rivestita di un'aura negativa, associandola al fallimento o alla punizione. In netta contrapposizione a questa concezione, Otfried Höffe (* 1943, filosofo tedesco noto per i suoi studi di etica sulla scia di Aristotele e Kant) ci offre con il suo saggio "Die hohe Kunst des Verzichts. Kleine Philosophie der Selbstbeschränkung" (L'alta arte della rinuncia. Piccola filosofia dell'autolimitazione) un tentativo di ridefinire il termine, svelandone la natura autentica e la stringente attualità.
L'opera non si configura come un saggio di filosofia morale o politica, bensì come un'indagine sulle radici antropologiche di un tratto costitutivo dell'essere umano. Höffe trascende i confini disciplinari della filosofia e della religione – ambiti in cui i riferimenti alla rinuncia abbondano – per abbracciare una prospettiva squisitamente antropologica. L'autore attinge al pensiero dei grandi filosofi della tradizione europea, ma arricchisce la sua analisi con brani letterari e testi spirituali provenienti anche da altre tradizioni, sfidando un certo eurocentrismo intellettuale. A ciò si aggiungono contributi provenienti dal mondo scientifico e osservazioni empiriche su come diverse culture hanno affrontato i momenti di crisi attraverso una positiva autolimitazione (Selbstbeschränkung).
Höffe mostra come l’uomo contemporaneo – in particolare quello occidentale – si trovi in una condizione paradossale e unica nella storia: egli ha abbandonato l'idea del dovere di rinunciare. Infatti, se fino al XVIII secolo, il concetto di rinuncia godeva di una valenza neutrale, libera da connotazioni negative (p. 24), oggi la rinuncia emerge come una categoria fondamentalmente perduta e avversata. Al contrario, essa rappresenta, secondo l'autore, la via maestra per affrontare le sfide più urgenti del nostro tempo, dalle crisi economiche a quelle umanitarie e climatiche. L'autolimitazione volontaria si rivela indispensabile per una vita pienamente realizzata (gelingendes Leben). Il "lato luminoso" (die helle Seite) della rinuncia promette una forma superiore di umanità, permettendo all'individuo di maturare e di assumersi la responsabilità verso se stesso e il creato di cui è parte e custode. La rinuncia è infatti uno dei volti della virtù.
Il saggio si articola attorno a cinque modelli (Muster) di rinuncia, ciascuno pensato per rispondere a specifiche sfide poste dalla conditio humana.
Nel primo capitolo, Höffe affronta il tema nell'ambito giuridico-politico, sfidando la percezione comune della rinuncia come mera perdita di libertà. Sotto il titolo di "La rinuncia alla libertà per la libertà: il mondo del diritto", l'autore, riprendendo la tradizione contrattualistica da Hobbes a Kant, dimostra come lo Stato di diritto nasca da una rinuncia originaria: quella del singolo alla libertà assoluta di agire secondo il proprio arbitrio e alla vendetta privata. Questa rinuncia sublima l'esercizio della giustizia, affidandolo alla sfera pubblica. Nello Stato di natura (Naturzustand), l’uomo può vivere assolutamente libero, ma si trova in una condizione di perenne insicurezza. Per guadagnare questa sicurezza, egli deve allora rinunciare alla sua libertà originariamente illimitata. Questa "via d'uscita" (Ausweg) è indipendente dalla cultura (kulturunabhängig): essa rappresenta il passaggio universale dallo stato di natura allo stato di diritto (Rechtszustand) compiuto da ogni popolo. Nella società civile, la diversità di bisogni e soggetti crea le condizioni per il sorgere del diritto privato, una prerogativa che l'autore attribuisce specificamente all'homo sapiens e che si sviluppa pienamente solo con la maturità e la responsabilità individuale.
Il cittadino moderno trasferisce i propri diritti di autogoverno e autodifesa (Privatlegislative, Privatexekutive und Privatjustiz) ai tre poteri dello Stato, garantendo così una convivenza equa e ordinata. Richiamandosi a Kant, Höffe sottolinea che solo attraverso il diritto sia possibile garantire il riconoscimento della dignità altrui, ma che anche in assenza di un sistema giuridico formale, l’uomo può rinunciare alla ritorsione sia in vista di un’etica superiore del perdono sia per evitare ulteriori spirali di violenza (p. 42).
Questa dinamica di rinuncia si manifesta su diversi piani dell'esistenza: si rinuncia per la sopravvivenza, come il capitano che getta in mare il carico per salvare la nave, oppure per dovere sociale, come un genitore che si sacrifica per salvare i propri figli. Attraverso altri esempi storici e letterari – che spaziano da Dietrich Bonhoeffer all'Antigone di Sofocle – Höffe evidenzia come la rinuncia non debba necessariamente mostrare un "lato oscuro" (dunkle Seite), ma possa rivelarsi un atto di libertà che realizza il fine ultimo del ruolo di chi lo riveste, come atto eroico di dedizione suprema alla propria missione.
Il secondo modello introduce l'idea secondo la quale il fine della vita umana consista nella felicità (Eudaimonia). Per raggiungere la pienezza della propria natura, l'uomo deve coltivare un'autentica "arte di vivere" (Lebenskunst), un compito interiore che non può essere imposto dall'esterno. Höffe descrive questo processo come un'antropogenesi: uno sforzo continuo per superare la propria “animalità” (Überwindung der Tierheit) e diventare pienamente umani. Strumento essenziale di questa umanizzazione sono le virtù: coraggio, giustizia, saggezza e, soprattutto, temperanza. Höffe si sofferma in particolare su quest'ultima, ritenendola cruciale per la nostra epoca (p. 64): la temperanza è la virtù della rinuncia per eccellenza, che risponde al precetto delfico del "nulla di troppo" e serve a dominare la hybris (la tracotanza) e la pleonexia (l’avidità), ricordando all'uomo che non è soltanto un animale, ma è animale razionale (zoon logon echon). L’uomo, infatti, può essere padrone dei propri impulsi in virtù della sua razionalità.
La temperanza apre la strada al terzo modello: la rinuncia come via per l'innalzamento dell'essere umano (Menschsein steigern). Höffe prende in considerazione diverse dottrine filosofiche e religiose, mostrando come ideali ascetici più vicini al bios theoretikos, cioè alla vita contemplativa, possano integrarsi nella vita attiva (bios politikos). Paradigma di questa relazione è quella che sussiste tra mente e corpo, che insieme cooperano per la vita dell’uomo. Pratiche come il digiuno contro l'iperconsumo (Überkonsum), l'atarassia per liberarsi dalle passioni disordinate, il distacco temporaneo dalla vita sociale o il rinnegamento di sé (sich verleugnen) vengono rivalutate come strumenti di elevazione antropologica. In particolare, l'autore recupera tre virtù cristiane evidenziate da Nietzsche nella Genealogia della morale: povertà, umiltà e castità. Queste, lungi dall'essere mere privazioni, costituiscono «tanti ponti verso l'indipendenza» (F. Nietzsche, Genealogia della morale, paragrafo 7, Adelphi, 1972) che permettono di trascendere la mediocrità della quotidianità per fare proprio uno stile di vita che viene detto creativo (schöpferische Lebensweise).
Dopo aver dischiuso tutte le potenzialità insite nella rinuncia e che seguono da essa, Höffe dedica i seguenti due capitoli a questioni più concrete.
Il quarto modello esamina le conseguenze della mancanza o dell'eccesso di rinuncia nelle crisi contemporanee. Egli esamina qui le crisi finanziarie, migratorie, sanitarie ed energetiche degli ultimi decenni. In tutti questi casi, l’autore ripropone il criterio guida della moderazione e della saggezza, che prende le mosse dal riconoscimento dei valori autentici.
È proprio a partire dalla considerazione sullo stato attuale delle crisi mondiali che prende avvio l’ultimo capitolo o modello. Höffe si concentra particolarmente sulla crisi climatica, definita «la più grande sfida mondiale» (p. 18). L’autore critica l'allarmismo esagerato di questi ultimi anni, confrontando il Principio responsabilità (Prinzip Verantwortung) di Hans Jonas con il Principio speranza (Prinzip Hoffnung) di Ernst Bloch (p. 158). È necessario superare un certo ottimismo ingenuo come quello di Bloch in favore di un approccio più razionale sintetizzato nell’imperativo jonasiano per il quale l’agire umano deve avere sempre di mira la sostenibilità della vita nel futuro. Tuttavia, l'autore mette in guardia contro l'euristica della paura che più che mobilitare rischia di paralizzare l’azione, o, peggio ancora, di favorire derive autoritarie, come quella di una eco-dittatura o una analoga alla recente "viro-crazia" a cui intere nazioni sono state soggette durante la pandemia, in cui la salute è stata eretta dai governanti a supremo valore senza alcun dibattito pubblico.
Sebbene non lo citi esplicitamente, la critica di Höffe al panico e alle reazioni emozionali sembra rispondere indirettamente anche alla teoria di Günther Anders della "paura razionale" e al suo Principio disperazione. Anders riteneva che l’unica via d’uscita allo stato d’indolenza dell’umanità nei confronti della situazione mondiale fosse la paura, intesa come strumento di liberazione dal dislivello prometeico tra il potenziale tecnologico e la capacità emotiva dall’uomo. Contro la concezione andersiana, Höffe difende la via media delle virtù. Non è con il lasciarsi trascinare dalla paura di fronte alle sfide dell’oggi che si può giungere a ristabilire nell’uomo il senso autentico dell’umano, ma soltanto attraverso il ritorno alla razionalità e all’alta arte della rinuncia.
La moderazione (Besonnenheit) che il nostro tempo ci richiede è però diversa rispetto al passato. Se un tempo, infatti, le rinunce erano soprattutto individuali o di un gruppo ristretto, oggi sono necessarie rinunce collettive. In questo sta la vera sfida della nostra epoca: per salvare il pianeta (den Planeten retten) è richiesto lo sforzo di tutti e di ciascuno. Uno sforzo che sia razionale, prudente e responsabile e che abbia per fine quello di sviluppare pienamente la dignità di ciascun uomo e dell’umanità come collettività.
Questo saggio di “piccola filosofia” si dimostra in realtà essere molto più denso di quanto l’autore sembra voler far passare con il sottotitolo al libro di “piccola filosofia”. Inseriti tra i diversi modelli, Höffe arricchisce l’argomentazione con numerose digressioni e deviazioni. Ogni capitolo è intervallato da un intermezzo in cui l’autore si prende la libertà di approfondire il tema della rinuncia da altre angolazioni. Egli mostra, ad esempio, come i comandamenti biblici possano essere validi anche in un contesto secolare (p. 49); tratta dell’indifferenza verso il prossimo che domina nei nostri contesti democratici e che si maschera da tolleranza (p. 86); evidenzia la dimensione paradossale dell’amore (hohe Minne) per il quale gli amanti si realizzano mutualmente svuotando se stessi, rinunciando alla propria soggettività (p. 129); indica inoltre tra i problemi più urgenti che affliggono la nostra società sia sul piano culturale sia su quello individuale, la paura di invecchiare, spesso associata a una cura eccessiva della salute del corpo a discapito della crescita umana e della saggezza che spesso si trova in chi, diventando più grande, è dovuto passare attraverso le sfide della vita (p. 146).
Per concludere, il testo dimostra avere un respiro universale ed è capace di rimettere in questione alcuni dei principi secondo i quali viviamo oggi e fa emergere alcuni aspetti particolari che spesso vengono trascurati dal dibattito pubblico. Ciononostante di tanto in tanto il lettore italiano potrà imbattersi in alcuni temi che toccano più specificatamente il pubblico tedesco, come in particolare la sezione dedicata alla cosiddetta German Angst (p. 68). Compendiando molte delle riflessioni compiute nel corso degli ultimi anni, Höffe ci offre in definitiva una bussola per navigare il paradosso del nostro tempo: egli allarga gli orizzonti della ricerca per riscoprire la profondità e l’ampiezza della rinuncia, riabilitandola a nozione filosofica di base, e ci fornisce gli strumenti per dischiudere alla stessa nostra umanità la portata essenziale e necessaria del saper dire talvolta basta.
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