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Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

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Il lavoro dignitoso nella visione della Dottrina sociale della Chiesa [1]

Roberto Bongianni

 

La riflessione della Chiesa sul lavoro si fonda su un principio essenziale: il lavoro è strettamente legato alla dignità della persona umana. Questo legame è stato ribadito con forza da Papa Francesco sin dal suo primo intervento sul tema: era il 1° maggio 2013, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, durante l’Udienza Generale tenuta in piazza S. Pietro il papa affermò: “Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione.” [2]. A questo primo intervento ne seguiranno moltissimi altri in luoghi e occasioni diverse, sempre mirati a sottolineare il tema centrale della dignità del lavoro. Per il Santo Padre la dignità del lavoro scaturisce proprio dalla sua funzione di “ungere” l’uomo di dignità, il lavoro cosparge l’uomo di dignità, quindi è qualcosa che gli si addice propriamente, che gli appartiene in modo onorevole, configurandone anche una piena abilitazione alla vita sociale e politica. Siamo quindi dentro una visione diametralmente opposto all’idea di un lavoro come condizione permanente di fatica, dolore e malessere. Questa condizione di dignità associata all’uomo, allo stesso tempo però si deve configurare come un qualcosa che “riempie l’uomo rendendolo simile a Dio”, quindi un qualcosa che glorifica la condizione umana, invece di mortificarla, ed è in questa seconda accezione che emergono tutte le considerazioni che puntano a sottolineare aspetti che segnano in negativo, ovvero come distanza la condizione delle attività umane quando perdono quest’accezione di dignità.

In un altro intervento, che risale al 2017, il santo Padre sottolineava come il concetto di persona non poteva essere dissociato da quello del lavoro, e che in qualche modo se si poteva parlare di lavoro dignitoso era solo in virtù del fatto che quella dignità non poteva mai essere dissociata dalla persona umana, e l’atto della persona a rendere dignitoso il lavoro, come a dire che non è mai dignitoso un lavoro senza una persona che lo svolga, così come allo stesso tempo una persona senza un lavoro, o senza un certo tipo di lavoro, non riesce ad esprimere, a manifestare pienamente quella sua intrinseca dignità[3]. Si pone così una relazione biunivoca tra lavoro e persona; per cui da una parte c’è una dignità intrinseca che scaturisce dalla persona, dall’altra c’è una dignità estrinseca, che è dignità lavorativa che può  scaturire dalla presenza/assenza del  lavoro, e/o dalle condizioni in cui esso si attua[4]; questo aspetto seppur estrinseco, non è mai secondario, dal momento che tocca la vita della persona, per tale ragione assume rilievo nella riflessione magisteriale anche tutto ciò che si accompagna all’attività lavorativa e si concretizza nelle condizioni storiche, e socio-economiche poste dalla vita lavorativa in società.

Di fatto poi anche storicamente la riflessione sulla dignitas del lavoro in ambito magisteriale si è configurata da una parte come un affrancamento e superamento definitivo delle condizioni del lavoro servile e schiavistico, dall’altra però non ha mai travalicato verso un riconoscimento di assoluta e piena libertà, al punto da poter prescindere totalmente da un qualunque rapporto con i diversi fattori che partecipano al processo produttivo, o dal contesto della vita comunitaria in cui si svolge l’attività lavorativa; per tale ragione quindi il riferimento è sempre stato ricondotto al vincolo contrattuale che lega il lavoratore al datore di lavoro, sempre però orientato alla partecipazione e alla costruzione di un benessere collettivo[5] per una utilità comune.

Dopo questa breve introduzione sul modo d’intendere la dignità del lavoro, possiamo tracciare un quadro cronologico su come il pensiero sociale del cattolicesimo riafferma e torna a sottolineare, ma in modi differenti, la dignità del lavoro come conseguenza degli eventi storici dell’età contemporanea.  All’interno di questa riflessione non è possibile trascurare quel primo apporto profetico del 1891 con cui Leone XIII, attraverso l’enciclica Rerum Novarum esprimeva “un’accorata difesa dell’inalienabile dignità dei lavoratori[6]. Un’enciclica fondamentale sui lavoratori, più che sul lavoro inteso in senso astratto, che arrivava nel pieno di una rivoluzione industriale che sollevava una questione fondamentale, passata poi alla storia come “questione operaia”: in riferimento al modo con cui il capitalismo stava organizzando il lavoro attraverso lo sviluppo di un modello di fabbrica, caratterizzato da una forte intensità produttiva, e da un lavoro prolungato per l’intera giornata, in spazi spesso stretti e poco sicuri, secondo un ritmo impresso non più dall’uomo, ma diretto dalle macchine, e dove il rapporto di subordinazione e di dipendenza arrivava a condizionare non solo la vita dell’operaio, ma anche della sua famiglia (in quel periodo l’età media era intorno ai 40 anni, mentre le ore di lavoro giornaliere svolte erano intorno alle 14-16).  Il richiamo dell’enciclica sottolineava la complessità del rapporto tra capitale e lavoro, e questa complessità non poteva essere risolta attraverso i meccanismi di mercato, le leggi della domanda e dell’offerta. In sintesi il lavoro non poteva essere considerato una merce; ma era espressione della persona umana e della sua dignità. Sulla questione del salario - questione che è rimasta purtroppo attuale - papa Leone scriveva: “Ha dunque il lavoro dell'uomo come due caratteri  impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza  attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la  esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all'uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura.[e poco più avanti] ... L'operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti”[7].

Questo aspetto va giustamente considerato come il primo passaggio significativo sulla dignità del lavoro, non considerare il lavoro come una merce, e dove la necessaria negoziazione contrattuale non può mai prescindere dalle condizioni proprie di una giustizia naturale che risiede nel fatto che il lavoro è un bene strettamente connesso alla persona umana, oltre ad essere un bene necessario perché rende possibile l’accesso a quel sostentamento necessario per la propria vita e per la vita della propria famiglia. La questione della dignità salariale (in questo caso il riferimento è ad un decent wage), di poter ricevere un salario giusto che non potrà, e non dovrà mai essere condizionato dalle sole leggi di mercato, o dalle misure della produttività economica, è sempre rimasto presente all’interno della Dottrina sociale della Chiesa.

Il carattere personalistico a fondamento di questa dignità inalienabile del lavoratore, definisce poi nell’enciclica l’altro grande baluardo, che è dato dal pieno riconoscimento del diritto al riposo festivo; l’uomo non può mai essere ridotto alla sua sola attività lavorativa[8], il suo fine non è il lavoro, la sua perfezione ultima si concretizza in Dio, in quell’essere ad immagine e somiglianza del Dio che è Amore. Il lavoro è ordinato a questo fine, si realizza nel compimento di questa vocazione ultima che è la perfezione della persona umana.

Quest’aspetto è stato così preminente che ha marcato profondamente la riflessione magisteriale successiva, e si è esteso anche ad altri ambiti della riflessione giuridica e valoriale del lavoro, anche esterni alla Chiesa, un esempio è la Dichiarazione di Filadelfia del 1944 dell’OIL che sottolinea nel primo paragrafo relativo ai principi fondamentali del lavoro che “il lavoro non è una merce[9].

Le considerazioni sulla dignità del lavoro presenti nella Rerum Novarum furono riprese e rilanciate da Pio XI in occasione del quarantesimo anniversario dell’enciclica leonina, attraverso un nuovo documento magisteriale Quadragesimo Anno (1931). Questa nuova enciclica sociale usciva però in un contesto completamente nuovo; erano ancora presenti gli strascichi della I guerra mondiale, la rivoluzione russa con l’avvento del comunismo e la successiva nascita dell’Unione Sovietica, la prima grande crisi del ’29 del capitalismo industriale con il fenomeno di una disoccupazione di massa, la presenza di movimenti politici ideologici di destra e di sinistra volti a rimettere al centro la questione sociale attraverso la lotta di classe, e l’avvento proprio in quegli anni di diverse forme di totalitarismo che cominciarono a manifestarsi in Europa. Nell’ottica di una riflessione sulla dignità del lavoro veniva così ripreso dall’Enciclica, da una parte il delicatissimo rapporto tra lavoro e capitale, caratterizzato da relazioni comunque sempre contraddittorie e tese, dall’altra il tema della dignità salariale, sottolineando come da una parte la condizione degli operai si fosse fatta “migliore e più equa[10], ma dall’altra denunciando come l’attività di lavoro nelle fabbriche, ormai sempre più coinvolte in una produzione di massa meccanizzata, abbruttivano l’uomo, il suo cuore, la sua anima, e lo rendevano vittima di sfruttamento “E così il lavoro corporale, che la divina Provvidenza, anche dopo il peccato originale, aveva stabilito come esercizio in bene del corpo insieme e dell'anima, si viene convertendo in uno strumento di perversione: la materia inerte, cioè esce nobilitata dalla fabbrica, le persone invece si corrompono e si avviliscono.”[11]. Il tema del lavoro dignitoso si spostava così dalla questione salariale, ad una riflessione sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche, spesso con attività penose, insicure e certamente incapaci a promuovere lo sviluppo umano.

Questo tema emergerà nuovamente nel radiomessaggio natalizio di Pio XII (1942), dove si riprendeva come punto fondamentale necessario per la pacificazione della società e delle nazioni, sconvolte dalla violenza della II guerra mondiale, l’importanza di ricollocare il lavoro in una prospettiva di piena dignità: “ogni lavoro possiede una dignità  inalienabile, e in pari tempo un intimo legame col perfezionamento della persona; nobile dignità e prerogativa del lavoro,  cui in verun modo non avviliscono la fatica e il peso, che sono da sopportarsi come effetto del peccato originale, in  ubbidienza e sommissione alla volontà di Dio.”[12].

Il riferimento all’episodio della Genesi, presente nel messaggio di Pio XII, colloca la dignità del lavoro come qualcosa che scaturisce dall’uomo in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio; il Dio d’Israele a differenza delle altre divinità lavora con le sue mani, e crea l’uomo proprio a partire da questa prerogativa: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e custodisse[13], ma il peccato dei progenitori, di Adamo ed Eva ha come prima conseguenza la maledizione del suolo, della terra; una terra che da adesso in poi resisterà all’agire umano, e trasformerà l’esperienza del lavoro, in una esperienza faticosa, fatta anche  di dolore e sudore, senza mai compromettere però quella necessità del lavoro che scaturisce nell’uomo da quel suo essere immagine e somiglianza di un Dio che opera, e che ama.  Con questo intervento si comincerà a spostare il baricentro da una riflessione sulla dignità del lavoro estrinseca, dipendente da fattori e/o condizioni esterne (connesse appunto al salario, alle condizioni di lavoro, ai rapporti tra le parti sociali), ad una dignità intrinseca del lavoro.

Proprio questa linea interpretativa sarà quella più incidente, ripresa e rilanciata dalla Costituzione pastorale del Vaticano II Gaudium et Spes (1965) afferma al n. 35: “L'uomo, infatti, quando lavora, non trasforma soltanto le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera.[14]; questo contributo del lavoro è più importante di quella stessa ricchezza esterna che si può generare attraverso il lavoro produttivo, e di fatto va a costituire quel nucleo sostanziale che è relativo alla dignità intrinseca del lavoro (dignity of work), e su cui poggia la riflessione successiva che vedrà al livello teorico il suo vertice proprio nel magistero di Giovanni Paolo II con l’enciclica Laborem Exercens del 14 dicembre 1981.

L’enciclica maturava in un momento storico caratterizzato dall’emergere da una parte delle contraddizioni del collettivismo marxista che si manifestarono in una riduzione radicale di alcune libertà fondamentali dell’uomo dal punto di vista politico e sociale, dall’altra la presenza di un capitalismo liberista che chiedeva l’attuazione di politiche economiche nell’ottica della deregulation, politiche che puntavano decisamente alla riduzione dello Stato sociale, della spesa pubblica, e alla privatizzazione dell’economia con forti ripercussioni sul mondo del lavoro soprattutto con la conseguente ed inevitabile crescita dei disoccupati. L’enciclica riprendeva e riaffermava con forza una distinzione fondamentale presente nel lavoro, ovvero quella esistente tra la dimensione soggettiva e quella oggettiva. Proprio in ragione della dimensione soggettiva, ovvero del fatto che l’uomo è soggetto del lavoro il Santo padre con estrema chiarezza scriveva: “Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente «Vangelo del lavoro», che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva.”[15]

Il metro per misurare la dignità del lavoro è sempre l’uomo che lo compie, perché lo scopo primario del lavoro rimane in prima istanza sempre l’uomo. Le conseguenza che discendono da questa conclusione etica sono ampie e diverse: in prima istanza direi, e credo che questo aspetto non sia mai stato approfondito con adeguata attenzione, soprattutto con riferimento all’espressione curiosa, usata più volte dal papa nell’Enciclica, quella del “Vangelo del lavoro”; come dire che c’è quindi una buona notizia che riguarda l’esperienza del lavoro umano, così buona che dovrebbe illuminare tutti coloro che si occupano oggi di lavoro in modo diretto e indiretto, e che dovrebbe essere alla base di un nuovo modo di pensare, valutare e agire per tutto ciò che riguarda il mondo del lavoro.[16]

Le conseguenze che emergono dall’aver considerato così preminente la dimensione soggettiva rispetto a quella oggettiva sono molteplici: un primo aspetto è nella forte e chiara riaffermazione che il lavoro non è una merce, ma un bene[17], ma non un bene semplicemente utile, ma un bene di categoria superiore, un bene che associa a sé un valore: “Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell'uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce.[18]; un secondo aspetto è nella priorità del lavoro sul capitale, ovvero nella necessità di ripensare un processo di produzione che prenda in considerazione in modo sostanziale la soggettività del lavoro prima di considerare gli aspetti oggettivi, e il modo con cui il lavoro partecipa al processo di produzione, questo permetterebbe di superare la tradizionale antinomia che esiste tra capitale e lavoro, frutto soprattutto di un pensiero materialistico ed economicista[19], che si è ormai consolidato anche in determinate pratiche di lavoro; un terzo aspetto conseguente è l’aver sollevato il problema della disoccupazione, come un problema che tocca in modo diretto la dignità dell’uomo; l’assenza di lavoro è infatti considerata dal Papa come una forma di povertà: “ i «poveri» compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia.[20]

A partire dall’inizio del terzo millennio, siamo stati partecipi di processi connessi alla globalizzazione dei mercati, insieme alla  crescita imponente dei fenomeni di deregolamentazione e delocalizzazione;  il diffondersi dell’ideologia neoliberista favoriva anche la crescita imponente dei mercati finanziari,  creando da una parte le condizioni per un maggiore benessere,  ma generando dall’altra un aumento delle disuguaglianze nel mondo; lo sviluppo di nuove tecnologie informatiche e comunicative  ha coinvolto tutti i settori dell’economia, ed in particolare della finanza; speculazione e prodotti finanziari ultra sofisticati saranno così alla base della pesante crisi finanziaria del 2008 che si ripercuoterà, una volta partita dagli Stati Uniti, in tutto il mondo, con una serie concatenata di fallimenti di banche e di grandi intermediari finanziari.

Benedetto XVI con l’enciclica Caritas in Veritate invita tutti ad una profonda riflessione sul modello di sviluppo economico in atto. L’enciclica trattando il tema del lavoro, nell’ambito di una riflessione più ampia sull’economia reale afferma: “La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti.”[21]. Papa Benedetto XVI tornerà su questo aspetto nel 2013 nel messaggio mondiale della Pace “Beati gli operatori di pace” sull’esigenza di garantire l’accesso al lavoro, ed il suo mantenimento, anche in situazione di crisi, riconoscendo proprio nel lavoro un bene diverso, un bene fondamentale per la persona, la famiglia e la società intera. Un bene che deve essere sempre coraggiosamente tutelato dalle politiche del lavoro sia attive che passive.

Nella Caritas in Veritate al n. 63 papa Benedetto offre anche una sintesi significativa del lavoro dignitoso (da intendere qui come decent work), mettendone in evidenza almeno otto componenti essenziali: il lavoro deve essere espressione della dignità di ogni uomo, e di ogni donna, deve essere scelto liberamente, deve contribuire allo sviluppo della comunità civile, deve essere garanzia di rispetto al di là di ogni discriminazione, deve provvedere alle necessità della famiglia, e alla scolarizzazione dei figli, deve consentire ai lavoratori di organizzarsi liberamente in associazioni, deve lasciare un tempo adeguato per ritrovare se stessi, la famiglia, le proprie radici spirituali, un lavoro che garantisca per chi si ritira in pensione di continuare a vivere dignitosamente. In sintesi il lavoro dignitoso è sempre correlato a quelle dimensioni che consentono di contribuire allo sviluppo della persona in armonia con la famiglia di appartenenza, e con la propria comunità civile.

Per concludere l’itinerario torniamo alla riflessione magisteriale di papa Francesco. Gli interventi sul tema del lavoro sono moltissimi, e più volte il Papa torna sulla questione della dignità del lavoro, e del lavoro dignitoso. Lungo il solco della riflessione già maturata negli anni precedenti il Papa sofferma la sua attenzione a partire proprio dall’ascolto delle esperienze ed in dialogo con tutti coloro che sono toccati dalla sofferenza che nasce dal lavoro, o perché questo non c’è, oppure se c’è, perché si struttura con modalità che non sono degne della persona umana, o perché tali attività si associano a condizioni inaccettabili e contrarie alla dimensione personale e sociale del lavoratore.

La preoccupazione del papa emerge così con forza di fronte alle contraddizioni di un sistema economico che favorisce l’esclusione dei non produttivi, una economia afferma, il papa nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) che uccide, “Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita” in quella che, da adesso in poi, sarà definita come “cultura dello scarto[22], dove al centro c’è proprio la questione di una dignità negata, che per il Papa è di fatto, come più volte ci ha ricordato, la dignità di guadagnarsi il pane e di portarlo a casa.

In un intervento più recente il Papa ha invitato gli imprenditori francesi[23] a non aver paura di creare nuovi posti di lavoro: “Ogni nuovo posto di lavoro creato è una ricchezza condivisa, che non finisce nelle banche a produrre interessi finanziari, ma che viene investito affinché nuove persone possano lavorare e rendere la loro vita più dignitosa. Il lavoro è qualcosa di legittimamente importante. In effetti, se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, è ancor più vero che sono gli uomini a nobilitare il lavoro. Siamo noi, e non le macchine, a essere il vero valore del lavoro.”; anche in questo caso c’è la preoccupazione che questo nuovo paradigma tecnocratico, con  il ricorso massimo alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale comporti che “mansioni che un tempo erano appannaggio esclusivo della manodopera umana vengono rapidamente assorbite dalle applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale.[24], con il doppio risvolto negativo che se da una parte impedisce alla manodopera umana di accedere al lavoro, dall’altra poi è corresponsabile di un enorme impatto sul clima, che è alla base di quel cambiamento che sta costringendo, soprattutto nei paesi più poveri, milioni di persone ad una migrazione forzata[25] a causa di inondazioni o di siccità, che fenomeni estremi che vanno a distruggere il lavoro legato alla terra.

Per il papa non basta svolgere un qualunque lavoro perché questo si associ automaticamente ad una possibile dignità; papa Francesco nel videomessaggio rilasciato in occasione del 48° Settimana Sociale dei Cattolici italiani[26] afferma: “Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano una donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione.”

Per concludere sul tema della dignità, non dimentichiamo che papa Francesco continua a chiedere agli esperti del mondo del lavoro, della società, dell’economia di arrivare ad una “corretta concezione del lavoro, perché, se parliamo della relazione dell’essere umano con le cose, si pone l’interrogativo circa il senso e la finalità dell’azione umana sulla realtà.”[27], se non si prende sul serio l’affermazione che “l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale[28] allora il senso del lavoro, e la dignità che ne consegue possono essere sempre stravolte. Il lavoro allora, per concludere con le parole del Papa, dovrebbe essere sempre “l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione[29], e perché tutto questo si possa realizzare è indispensabile che le autorità incoraggino per quanto possibile economie basate su relazioni di fiducia, affidabilità, rispetto delle regole, in modo da favorire contesti di diversificazione produttiva e creatività imprenditoriale.

 

Riferimenti bibliografici

Benedetto XVI (2008), Caritas in Veritate, Enciclica sociale.

Biasi Marco (2022), “An Essay on Liberty, Freedom and (Decent) Work”, (May 21, 2022) in International Journal of Comparative Labour Law & Industrial Relations.

Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, Costituzione pastorale.

Francesco (2013), Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica.

Francesco (2013), Udienza Generale del 1° maggio 2013.

Francesco (2015), Laudato Sì, Enciclica sociale.

Francesco (2017), “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale”, videomessaggio in occasione della 48° Settimana Sociale dei cattolici italiani.

Francesco (2017), Discorso del Santo Padre Francesco ai Delegati della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL), 28 giugno 2017.

Francesco (2023), Messaggio del santo padre Francesco agli imprenditori francesi del 28 agosto 2023.

Francesco (2024), Laudate Deum, Esortazione Apostolica.

Francesco (2024), Messaggio del santo padre Francesco per la LVII giornata mondiale della Pace, “Intelligenza artificiale e pace”, 1° gennaio 2024.

Gabrielli Gabriele (2023), “Persona e lavoro: un percorso per rigenerare la dignità”, in Rigenerare la Dignità del Lavoro.

Giovanni Paolo II (1981), Laborem Exercens, Enciclica sociale.

Leone XIII (1891), Rerum Novarum, Enciclica sociale.

Organizzazione Internazionale del Lavoro (1944), Dichiarazione riguardante gli scopi e gli obbiettivi dell’Organizzazione Internale del Lavoro, Filadelfia.

Pio XI (1931), Quadragesimo Anno, Enciclica sociale.

Pio XII (1942), Radiomessaggio del 24 dicembre 1942.

Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace (2004), Compendio Dottrina Sociale della Chiesa.

Toso Mario (2010), “La dignità del lavoro secondo la dottrina sociale della Chiesa”, in Rassegna CNOS.

 

[1] Conferência Anual Da Comissão Nacional Justiça E Paz - 12 Ottobre 2024 – Lisbona,"Mudança O Desafio Do Trabalho Digno".

[2] FRANCESCO (2013), Udienza Generale del 1° maggio 2013.

[3] Cfr. FRANCESCO (2017), Discorso del Santo Padre Francesco ai Delegati della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL), 28 giugno 2017.

[4] Cfr. Gabrielli Gabriele (2023), “Persona e lavoro: un percorso per rigenerare la dignità”, in Rigenerare la Dignità del Lavoro, pp. 7-10.

[5] Cfr. Biasi Marco (2022), “An Essay on Liberty, Freedom and (Decent) Work”, (May 21, 2022) in International Journal of Comparative Labour Law & Industrial Relations.

[6] Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace (2004), Compendio Dottrina Sociale della Chiesa, n. 268.

[7] Leone XIII (1891), Rerum Novarum, Enciclica sociale, N. 34.

[8] Cfr. Toso Mario (2010), “La dignità del lavoro secondo la dottrina sociale della Chiesa”, in Rassegna CNOS, pp. 185-189.

[9] Organizzazione Internazionale del Lavoro (1944), Dichiarazione riguardante gli scopi e gli obbiettivi dell’Organizzazione Internale del Lavoro, Filadelfia, par. I (a).

[10] PIO XI (1931), Quadragesimo Anno, Enciclica sociale, n. 61.

[11] QA, n. 134.

[12] PIO XII (1942), Radiomessaggio del 24 dicembre 1942.

[13] Genesi, 2,15.

[14] Concilio Vaticano II (1965), Gaudium et Spes, n. 35.

[15] Giovanni Paolo II (1981), Laborem Exercens, Enciclica sociale, n. 8.

[16] Cfr. idem sopra, n. 7.

[17] Il riferimento dell’enciclica richiama la definizione di S. Tommaso: Summa Theologiae I-II, q. 40, a. 1, c.; I-II, q. 34, a. 2, ad 1.

[18] LE, n. 9.

[19] Cfr. idem sopra, n. 13.

[20] Giovanni Paolo II (1981), Laborem Exercens, n. 8.

[21] Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 32.

[22] Francesco, Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica, n. 53.

[23] Francesco (2023), Messaggio del santo padre Francesco agli imprenditori francesi, 28 agosto 2023.

[24] Francesco (2024), Messaggio del santo padre Francesco per la LVII giornata mondiale della Pace, “Intelligenza artificiale e pace” del 1° gennaio 2024.

[25] Francesco (2023), Laudate Deum, 4 ottobre 2023.

[26] Francesco (2017), “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale”, videomessaggio in occasione della 48° Settimana Sociale dei cattolici italiani, Cagliari.

[27] Francesco (2015), Laudato Sì, Enciclica sociale, n. 125.

[28] Cfr. idem sopra in n. 127 citazione di GS n. 63.

[29] LS, n. 127.

 

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