Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfRingrazio di cuore per l’invito rivoltomi che, per un docente di discipline economiche e credente come me, rappresenta un’occasione certamente affascinante di “fare il punto” su alcuni aspetti cruciali, evidenziati anche nella fondamentale Enciclica sociale di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, quanto ai rapporti fra economia ed etica.

In proposito, mons. Miglio ci ha appena fornito un’approfondita riflessione in cinque punti. Io seguirò una scansione simile e, allora, mi allontanerò dallo schema dell’intervento che ho inviato a suo tempo e che è stato distribuito in cartella; ma, ovviamente, possiamo nel dibattito seguente “toccare” un qualsiasi aspetto, non solo tra quelli che passo ora a trattare, ma anche quanto a quelli evidenziati nel suddetto schema.

Dunque, il 1° punto da trattare riguarda proprio l’aspetto di come si colloca un docente come me, ma anche di come si collocherebbe un operatore pratico in campo economico (un imprenditore, un banchiere, etc.) avente posizioni simili alle mie, di fronte alle tante sollecitazioni che ci vengono dalla Dottrina Sociale della Chiesa; e ciò, soprattutto, alla luce delle molte novità della nuova Enciclica, anche a fronte delle notevoli difficoltà che si sono succedute negli ultimi tempi nel campo dell’economia, ed in particolare quanto a quelle legate alla crisi finanziaria ed economica mondiale tuttora in corso, di cui non si puo certo non tener conto.

In effetti, come si puo presentare, in generale, il modo di ragionare di un economista come me? La risposta è che, sui rapporti tra l’economia e l’etica, da me approfonditi in tanti anni di riflessione, si tratta di ragionare in termini “corretti”, e ciò vuol dire in base ad un ragionamento che sia, per cosi dire, “rispettoso” vuoi delle proposizioni della Dottrina Sociale della Chiesa, vuoi delle posizioni scientifiche rivenienti dalla teoria economica, ma – si noti – di quelle posizioni che siano “idonee” ad essere raccordate all’etica, o meglio ad un’etica oggettiva e universale quale quella cristiana cosi come portata avanti, in particolare, nel cattolicesimo.

Segue che il 2° punto da considerare è che, dovendosi trovare un “collegamento” tra economia ed etica tale che entrambe le esigenze siano “rispettate”, cioè sia quella di un’etica universale ed oggettiva, sia quella di una teoria economica “adeguata”, occorre prendere atto del fatto che, per dirla “in soldoni” «non tutte le teorie economiche sono uguali».

Si consideri preliminarmente che l’economia – piu precisamente chiamata “economia politica” – è una scienza sociale-umana e, come tale, si distingue sia dall’etica sia dall’ingegneria. Il modo piu immediato di spiegare ciò è di precisare che l’economia si occupa dei beni, appunto, economici, che sono quelli utili, scarsi e fungibili: utili, in quanto soddisfano bisogni umani, scarsi in quanto limitati (ed è ciò che distingue l’economia dall’etica), fungibili, in quanto - in particolare - includono il lavoro umano (ed è ciò che distingue l’economia dall’ingegneria).

Ora, però, da tutto quanto sopra si deduce che «non si può fare di ogni erba un fascio»; cosicchè si comprende che non c’è nè vi può essere una sola teoria economica, come invece – parlando di “economia” in generale, senza specificare, senza precisare – si fa, anzi come si faceva finchè non è “scoppiata” la grave crisi attuale, da parte del cosiddetto “pensiero unico” (o main stream), che ha dominato il pensiero economico, specialmente negli USA negli ultimi quarant’anni e che in Italia ha trovato il suo “punto di forza” negli studiosi dell’Universita Bocconi. In alternativa, come personalmente (ma, certo, non sono stato il solo) ho inteso fare nei miei studi, si e sostenuto e va sostenuto che le teorie economiche sono tante e diverse; e ciò, sia perche diversa è la “visione del mondo”, in particolare quanto ai presupposti etici, ma non solo, dei diversi studiosi, sia perchè differenti sono i metodi seguiti e gli strumenti dell’analisi utilizzati.

Senza potere svolgere qui un’argomentazione compiuta, oltre alla nota distinzione tra aspetti micro e macro di una teoria economica, ed anche limitandosi al pensiero economico moderno (da A. Smith, 1776, in poi), si possono accorpare tutte le teorie economiche “in auge” in due grandi gruppi: da un lato, quelle di orientamento classico-keynesiano, dall’altro quelle di orientamento neoclassico-monetarista. In proposito, si noti che le prime sono quelle che definisco “aperte”, e cio in quanto necessitano dell’apporto dell’etica, mentre le seconde sono quelle che definisco “chiuse”, e ciò in quanto sono sostanzialmente auto-referenziali, cosicchè, anche se in esse si parla di un certo ruolo dell’etica, in realta non ne necessitano e, quindi, il suo apporto è un optional, che - per cosi dire - puo essere “revocato” in qualsiasi momento.

Il 3° punto, similmente rilevante, riguarda le capacità previsionali di una certa posizione di teoria economica, dovendosi distinguere fra quelle che possono essere effettivamente “affidabili”, cioe basate su un’analisi “genuina” delle prospettive future di una certa economia, e quelle che – com’è accaduto negli ultimi tempi, soprattutto negli USA – si sono via via diffuse, in un crescendo continuo, dalla finanza all’economia reale, facendosi prendere dalle mode volatili, guidare da algoritmi matematici o statistici “semplici” ma “ingannevoli”, spingere dalla voglia sfrenata di guadagni alti, mal fondati, malsani. E’ chiaro che, solo se si procede in base ad impostazioni come le prime, e non come le seconde, profitti e guadagni hanno senso e significato; altrimenti, non li hanno e, allora, occorre dissociarsene apertamente, a volte anche correndo il rischio di “remare contro corrente”, di “sentirsi isolati”, di “essere trascurati”.

In proposito, mi sia consentito dire che, nella raccolta di saggi inclusi in un libro pubblicato alcuni anni fa (nel 1998) con l’AVE, avevo affrontato la questione in termini simili; concludendo che quella situazione non poteva “durare” e che, prima o poi, le difficolta sarebbero “esplose”. Purtroppo, su questa “linea argomentativa” ci si ritrovava allora in pochi. Solo quando la crisi è esplosa, si è incominciato a “dissociarsi”, mentre - invece - già in base a quanto accaduto tra gli anni ’20-’30 non si poteva non presagire che “le cose sarebbero finite male”.

Come 4° punto toccherò un aspetto delicato. Nella Dottrina Sociale della Chiesa si è sempre sostenuto che la Chiesa non aderisce ad alcuna teoria economica, in quanto, per cosi dire, si lascia ai laici completa autonomia in proposito. Anzi, come noto, Giovanni Paolo II, mentre ha stabilito che la Dottrina Sociale della Chiesa è parte della teologia morale, riconfermava tutto cio (Enciclica Sollicitudo rei socialis). Personalmente, ritengo che si dovrebbe ora, in proposito, compiere un significativo “passo avanti”. Questo consisterebbe non certo nel pervenire ad “adottare” una specifica posizione di teoria economica, bensi un tipo di posizione teorica, distinguendosi nettamente tra posizioni chiuse, complete in sè e per sè, autoreferenziali, da tralasciare, e posizioni aperte o incomplete e, dunque, da completare, facendo proprio riferimento all’etica, in particolare a quella “riveniente” dalla Dottrina Sociale della Chiesa, da assecondare.

Il 5° punto è anch’esso da precisare, mentre se ne parla poco. Anche in economia va fatta la distinzione fra modello “positivo” (si noti, positivo, non positivista) e modello “normativo”. Nella prima, l’Economia Politica, concernente il “ciò che è”, riguarda il riferimento ai mercati, ai loro funzionamenti, ma anche ai rispettivi “fallimenti”. Nella seconda, la Politica Economica, concernente il “ciò che deve essere”, riguarda il riferimento al ruolo dell’intervento pubblico nei mercati, al suo modo di essere, ma anche ai cosiddetti “fallimenti dello Stato”, solitamente relativi ad aspetti quali il malfunzionamento della burocrazia, l’eccesso di spese e/o entrate pubbliche, nonche fenomeni piu deteriori quali le raccomandazioni o la corruzione vera e propria.

E’ chiaro che, come vi sono piu teorie economiche, cosi vi sono piu posizioni riguardanti la politica economica, in particolare distinguendosi ancora tra posizioni “chiuse” ed “aperte”; cosicche, anche in proposito, si può ragionare in termini di due gruppi di posizioni di politica economica, cosi come si fa quanto ai due gruppi di posizioni di teoria economica, di cui si è detto. E’ cosi che l’etica viene a svolgere il suo ruolo in ambito delle scelte di politica economica, come quanto a quelle di economia positiva. Segue che alla Dottrina Sociale della Chiesa va fatto riferimento specifico in entrambi i casi.

Ad esempio, oggi, a seguito della crisi, si sente il preciso bisogno di impostare, in politica economica, un discorso preciso in tema di sviluppo economico, e ciò nella misura in cui si individuino fattori, settori, mercati in relazione i quali – in base ad una certa posizione “aperta” di teoria e di politica economica, nella quale personalmente mi riconosco – si intervenga tramite una serie di strumenti pubblici quali incentivi e disincentivi (quest’ultimi, in particolare, in relazione ai grossi problemi dell’inquinamento ambientale). Allora, il tasso di crescita non sarebbe piu, come erroneamente si crede, esogeno, bensi endogeno. In particolare, tale “programma” di politica economica verrebbe a privilegiare un certo andamento sia della distribuzione del reddito, sia della disaggregazione di consumi ed investimenti, nonche dei risparmi e dei finanziamenti (cioè del credito, di cui tanto si parla oggi) che, per cosi dire, “risponderebbero” vuoi alle esigenze dell’economia, vuoi a quelle dell’etica o, meglio, di un certo tipo di economia e di un certo tipo di etica.

Come si comprende, con questo riferimento si è inteso fare un discorso che, in linea con l’intera Dottrina Sociale della Chiesa, è vieppiu “legato” alle indicazioni preziose rivenienti proprio da una specifica lettura, della Caritas in veritate, che mipdf caratterizza. Tale lettura è nella direzione di riguardarla come un’Enciclica sociale intesa a rendere la Chiesa capace di parlare a vasto raggio agli uomini del nostro tempo, ed in particolare a coloro che si riconoscono nell’etica cristiana. Cio, in quanto ad essa si puo fare riferimento a piu livelli, giacchè - per cosi dire - si fa “garante” al contempo dei principi di responsabilità, sussidiarietà, solidarietà, reciprocità.

E’ cosi che, a mio avviso, “Fraternità, sviluppo economico, società civile” si legano strettamente fra loro e concorrono al perseguimento di una vita dignitosa per tutti.

Il testo che presentiamo costituisce la relazione di F. Marzano al Seminario di Studio “Carita Globale. Per uno sviluppo umano integrale”, organizzano dal Centro Studi della Azione Cattolica Italiana a Roma il 16 ottobre 2009.

 

 

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