Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfCari amici, il 9 novembre del 1989 cadeva il Muro di Berlino e si apriva per l’Europa una nuova era di libertà.

Anche per la Chiesa sorgeva un’epoca nuova, che le permetteva di poter compiere la sua missione in quegli Stati del vecchio Continente, che fino allora erano dominati da regimi comunisti.

Per un breve periodo di tempo resistette poi ancora un “Muro di Berlino mentale”, per dirla con le parole di un noto politico russo, Alexander Yakoblev, Presidente della Commissione ufficiale che a Mosca indagava sulle persecuzioni religiose subite dai credenti durante il regime sovietico. Era un muro mentale che impediva ad alcuni di ammettere il numero agghiacciante delle vittime del passato ed accettare l’avvento di una nuova realtà.

A poco a poco, infatti, venivano alla luce le dolorose notizie circa le persecuzioni subite dai cristiani durante l’epoca comunista, come le informazioni sulle vittime di chi aveva osato credere nella libertà.

Oggi, per fortuna, tale “muro mentale” sembra crollato, essendo ormai inconfutabile la realtà descrittaci da vari studiosi. Personalmente ricordo l’impressione che fece in molti di noi la lettura del libro apparso in Francia nel 1997: “Le livre noir du communisme. Crimes, terreurs, repression” a cura di un gruppo di sei storici ed alcuni di essi con una formazione di sinistra (Ed. Laffont, 1997).

In Italia ebbe pure ampia diffusione la traduzione di tale opera (“Il libro nero del comunismo”, Mondadori, Milano 1998). La scoperta documentata di milioni di morti scosse dolorosamente coloro che avevano creduto nell’ideologia marxista. E’ vero non tutte le vittime erano dei cristiani: ci furono sofferenze per molti altri, per ragioni sociali o politiche. Ma anche il numero dei martiri per la fede fu molto alto.

Uno dei più noti storici dell’U.R.S.S., Roy Medvedev, già nel febbraio del 1989, parlava di 40 milioni di vittime di Stalin nell’allora Unione Sovietica (cfr. Il Corriere della Sera del 5 febbraio 1989). Fra di loro molti furono perseguitati solo a causa della loro fede.

1) Un’epoca nuova

Con il crollo del Muro di Berlino, scocco una scintilla che accese il fuoco della libertà, dall’ex-Repubblica Democratica Tedesca all’U.R.S.S., dai Paesi Baltici ai Balcani. Con la libertà potevano rinascere le comunità cristiane, il Papa poteva riprendere con loro dei contatti regolari. Si potevano addirittura ricostituire i legami ufficiali della Santa Sede con i nuovi Governi democratici.

Molti fattori avevano contribuito a giungere a quel traguardo storico, dalla maturazione delle coscienze nei cittadini dell’Est Europeo alla maggiore diffusione dei mezzi di comunicazione sociale, dal processo unificante della Comunità Europea alle risoluzioni della Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa. Un fattore significativo fu soprattutto l’avvento sul soglio pontificio di un Papa slavo e polacco, dalla tempra intrepida che fu propria di Giovanni Paolo II di santa memoria (cfr. Giovanni Rulli – U.R.S.S – Un impero in frantumi – Laterza, Bari, 1991).

E’ ciò che riconobbe l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica, il Sig. Mikhail Gorbaciov, che già nel 1992 scriveva: “Oggi possiamo dire che tutto ciò che è successo nell’Europa Orientale in questi ultimi anni non sarebbe stato possibile senza la presenza di questo Papa, senza il ruolo – anche politico – che lui ha saputo giocare sulla scena mondiale” (cfr. La Stampa, 3 marzo 1992, articolo “La perestrojka e Papa Wojtyla”).

2) Un clima di libertà

Noi oggi siamo qui per ricordare il nuovo capitolo della storia dei Paesi ex-comunisti con la caduta del Muro di Berlino, i cattolici potevano ritornare ad esercitare pubblicamente la loro fede. I Pastori delle Chiese particolari potevano svolgere liberamente la loro missione. Il Romano Pontefice poteva riprendere i contatti con le varie comunità locali e stabilire contatti ufficiali con i singoli Governi. Mai come allora, Pastori e fedeli, sentirono l’importanza del grande dono della libertà, per ottenere la quale milioni di uomini avevano sofferto.

Il 23 giugno del 1996 accompagnai anch’io il Santo Padre Giovanni Paolo II di venerata memoria a visitare il Muro di Berlino e la centrale Porta di Brandeburgo, durante un viaggio allora effettuato in Germania. Ricordo la commozione generale del Papa, del Cancelliere Helmut Kohl, come della moltitudine che assisteva a quell’atto. In quell’occasione il Papa disse appunto che “la Porta di Brandeburgo era diventata la porta della libertà” (L’Osservatore Romano – Ed. sett. – 28 giugno 1996).

Con il 1989, anche per la Santa Sede si apri la possibilità di riprendere i rapporti ufficiali con i Governi post-comunisti.

E’ vero che alcuni contatti riservati con i vari Governi dell’Est Europeo avevano iniziato a realizzarsi durante i Pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Sono quei contatti che passeranno alla storia con il nome di “Ostpolitik” della Santa Sede. Uno dei benemeriti tessitori di quel dialogo fu il compianto Card. Agostino Casaroli. Era un dialogo che mirava ad assicurare alle comunità dei cattolici in quei Paesi della “cortina di ferro” un minimo di libertà religiosa, almeno un “modus non moriendi”, se non si poteva ottenere un “modus vivendi”!

Il compianto Cardinale ci ha lasciato alcune preziose memorie del suo lungo lavoro in un libro che ha un titolo significativo: “Il martirio della pazienza” (Einaudi, Torino 2000). Tale libro ha una bella introduzione del Card. Achille Silvestrini, con uno sguardo sintetico sull’opera della Santa Sede con i Paesi comunisti negli anni che vanno dal 1963 al 1999.

Quei contatti con le autorità dei Paesi dell’Est Europeo, e dei Balcani, erano pero riservati ed informali, senza alcuna intenzione di giungere a dei rapporti diplomatici ufficiali con la Santa Sede. L’unica eccezione si aveva allora con il Governo della Jugoslavia. Il Maresciallo Tito voleva presentarsi di fronte al mondo come indipendente dalla guida di Mosca ed anche per questo aveva ristabilito la Nunziatura Apostolica che, eretta nel 1920 e poi chiusa nel 1952, veniva riaperta nel 1970, con la ripresa di regolari rapporti diplomatici con la Santa Sede.

3) I rapporti con la Russia

Fu solo dopo il crollo del Muro di Berlino che l’Unione Sovietica iniziò a prendere contatti ufficiali con la Santa Sede e dopo di essa iniziarono pure a farlo i suoi Paesi satelliti.

In realtà, già fin dal 1° dicembre 1989, il Presidente dell’U.R.S.S. (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), il Sig. Mikhail Gorbaciov, nel corso della sua prima visita in Vaticano, aveva assicurato il Papa Giovanni Paolo II di voler stabilire dei contatti ufficiali con la Santa Sede. Non si uso allora il termine classico di “rapporti diplomatici”, preferendo l’espressione generica di “rapporti ufficiali”, per non urtare la sensibilità della Chiesa ortodossa. La sostanza pero era la stessa. L’essenziale era l’avvio di regolare rapporti con la Sede Apostolica. La stessa volontà il Presidente Gorbaciov aveva già manifestato al sottoscritto, nel corso di un colloquio che ebbi precedentemente con lui a Mosca, per preparare la sua visita al Papa. Stabilite poi le necessarie formalità per giungere a tale traguardo, si giunse all’allacciamento di regolari rapporti fra Governo di Mosca e la Santa Sede, in data 15 marzo 1990. In quella stessa data il Governo russo nomino il primo Ambasciatore presso la Santa Sede, nella persona di S.E. il Sig. Juri Karlov ed, a sua volta, la Santa Sede nomino il primo suo Rappresentante ufficiale a Mosca, nella persona del compianto Arcivescovo Francesco Colasuonno.

Da allora è iniziato un periodo di feconda collaborazione fra le Parti, per assicurare la libertà dei cattolici in quel grande Paese, per favorire un dialogo con i fratelli ortodossi e per stabilire una feconda intesa sui grandi temi della vita internazionale, quali la pace, la giustizia e la solidarietà fra le Nazioni.

Si chiudeva cosi un’epoca dolorosa di scontri dando vita ad un’epoca di incontri. Numerose delegazioni ufficiali russe resero da allora visita ufficiale al Papa Giovanni Paolo II, dai Presidenti Gorbaciov, Eltsin e Putin, a successivi Primi Ministri e Ministri degli Esteri. A sua volta, la Santa Sede iniziò una serie di frequenti contatti con quelle autorità, come con il Patriarcato di Mosca. Si stabilirono cosi le premesse per una feconda collaborazione fra Chiesa e Stato.

4) I rapporti con i Paesi Baltici

Con l’avvento della libertà nell’Est Europeo, cesso pure l’annessione che l’Unione Sovietica aveva violentemente compiuto, nell’agosto del 1940, dei tre Paesi Baltici, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. I tre Paesi riottenevano cosi la loro indipendenza e, fra i primi loro atti, essi cercarono di riallacciare i rapporti diplomatici anche con la Santa Sede. In realtà, tali rapporti già esistevano anteriormente all’occupazione sovietica del 1940.

In Lettonia la Nunziatura Apostolica era già stata eretta nel 1925, in Lituania nel 1927 ed in Estonia nel 1933.

Con la riacquistata indipendenza, dopo una lunga notte durata cinquant’anni, i tre Stati Baltici poterono riallacciare dei regolari rapporti con la Santa Sede. Ciò avvenne nel 1991 per tutti i tre Paesi.

Con grande entusiasmo quelle popolazioni accolsero poi il Papa Giovanni Paolo II nella visita che vi compi dal 4 al 10 settembre del 1993. Accompagnando il Papa in quello storico viaggio, sono stato anch’io testimone del nuovo clima di libertà che ormai s’era diffuso fra quelle popolazioni. In Lituania provai una particolare emozione durante il pellegrinaggio alla collina delle Croci, che ricordava il martirio di tanti uomini e donne di fede che furono vittime del regime comunista.

Frutto del nuovo clima di collaborazione fra Stato e Chiesa furono poi i tre accordi stipulati dalla Lituania con la Santa Sede nel Grande Giubileo del 2000. Furono gli Accordi su questioni giuridiche, sulla cooperazione in campo educativo e culturale ed infine sull’assistenza pastorale ai cattolici nelle Forze Armate.

L’8 novembre del 2000 anche la Lettonia firmava poi un Accordo generale con la Santa Sede, con l’intento di “promote the greather spiritual and material development of Latvian society” (art. 1° dell’accordo stesso). Con l’Estonia vi fu infine uno scambio di Note diplomatiche per regolare le questioni di comune interesse. Si rimarginavano cosi poco a poco le ferite del passato.

5) Il sorgere di nuovi Stati nell’ex – U.R.S.S.

La nuova era di libertà nata vent’anni fa in Europa Orientale aveva portato alla dissoluzione dell’ex – Unione Sovietica. Dal nucleo centrale della Russia si erano separate come e noto, ben 11 di quelle Repubbliche, costituendosi in Stati indipendenti. Sono le tre Repubbliche esistenti totalmente in Europa (Bielorussia, Ucraina e Moldova). Sono le tre Repubbliche gravitanti verso il Caucaso (Armenia, Georgia, Azerbaigian). Sono le cinque Repubbliche esistenti nell’ex – Asia Sovietica (Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tadjikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan).

Con tutti questi nuovi Stati la Santa Sede non ha tardato a stabilire dei regolari rapporti diplomatici. Con il Kazakhstan si giunse pure a stipulare un Accordo generale, il 24 settembre 1998. Ebbi io l’onore di firmarlo, a nome della Santa Sede, insieme al Ministro degli Esteri kazako, il Sig. K. Tokaev.

Con il nuovo clima di libertà, instauratosi dopo il 1989, la Chiesa cattolica ha cosi potuto riorganizzare le proprie comunità, soprattutto in quelle Repubbliche ove la persecuzione era stata piu forte.

Tipico è al riguardo il caso dell’Ucraina. In quell’antico Principato di Kiev, denominato anche Rus’, si era diffusa da un millennio la Chiesa cattolica, con la conversione del Principe Vladimir e della Principessa Olga nel 988. Di là il Cristianesimo si era diffuso nelle varie regioni della Russia. Le vicende posteriori, con lo scisma d’Oriente del 1054 e con tutte le prove subite nel corso dei secoli dai cattolici rimasti fedeli a Roma, sono a tutti note. Pero l’avvento del regime sovietico aveva peggiorato di molto la situazione.

Giungendo a Kiev, il 23 giugno 2001, il Papa Giovanni Paolo II aveva esclamato all’aeroporto di fronte alla folla che l’attendeva: “Ti saluto, Ucraina, testimone coraggiosa e tenace di adesione ai valori della fede. Quanto hai sofferto per rivendicare, in momenti difficili, la liberta di professarla!...

Vorrei salutare l’intera popolazione ucraina, felicitandomi per l’indipendenza acquistata e ringraziando Dio perche cio e avvenuto senza spargimento di sangue” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Editrice Vaticana, 2001, pag. 1260).

Finalmente, con l’avvento della libertà, anche i cattolici potevano riorganizzarsi, in stretta unione con la Sede Apostolica. Si calcola che oggi i cattolici siano quasi 6 milioni, di cui circa 5 milioni di rito bizantino ed 1 milione di rito latino. In tutto circa il 12% della popolazione del Paese.

6) I rapporti con la Polonia

Dopo il 1989, anche la situazione dei rapporti fra la Santa Sede e la Polonia si e avviata alla normalità. L’ascesa alla Cattedra di Pietro di un illustre figlio di quella Nazione, nel 1978, aveva già portato in quel Paese un clima nuovo.

L’attentato del 1981 aveva poi segnato un momento di gravi preoccupazioni per cio che esso poteva significare. Il Papa pero non tardo a riprendersi ed a seguire da vicino l’evolversi della situazione nella sua cara Patria.

Ancor prima della caduta del Muro di Berlino, ed esattamente il 17 luglio 1989, si erano potute ristabilire le relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Come e noto, tali relazioni di fatto avevano cessato di esistere con l’occupazione della Polonia nel 1939.

Il 1989 segno per la Polonia una svolta importante: oltre che ristabilire le relazioni con la Santa Sede, il Governo indisse le prime elezioni parzialmente libere, fu nominato Presidente del Consiglio un cattolico nella persona di Tadeus Mazowiecki, si affermarono nel Senato e nella Dieta i candidati di Solidarnosc, contrastando il monopolio che da 45 anni deteneva un solo partito.

La storia della Polonia in questi ultimi vent’anni e a tutti nota. I rapporti fra la Santa Sede e la Polonia diventarono sempre piu intensi. Vi contribuirono gli otto viaggi di Giovanni Paolo II nella sua terra, i numerosi scambi di visite di Inviati della Santa Sede in Polonia e di autorità polacche a Roma.

Importante fu poi la stipulazione del Concordato fra la Santa Sede e la Repubblica di Polonia, il 28 luglio del 1993, anche se poi esso tardo ad essere approvato dal Parlamento fino all’inizio del 1998.

7) La svolta in Ungheria

Anche il 1989 segnò per l’Ungheria l’inizio di un nuovo periodo storico. Il processo che là si svolse fu meno spettacolare che in altri Paesi centro-orientali.

Già in giugno di quell’anno si era aperta la frontiera con l’Austria. In settembre il Governo aveva riabilitato la figura del Card. Jozsef Mindszenty, condannato all’ergastolo nel 1949 per “alto tradimento”, promulgando poi un’amnistia generale. Il 23 ottobre dell’89 si proclamava la nuova IV Repubblica, in sostituzione della Repubblica popolare, comunista, fondata del 1949.

La caduta del Muro di Berlino affrettò poi un rapido passaggio alla libertà. In quel clima il 9 febbraio del 1990 l’Ungheria decise poi di riprendere i rapporti diplomatici con la Santa Sede ed il 28 marzo il Papa Giovanni Paolo II già nominava il nuovo Nunzio Apostolico nella persona dell’Arcivescovo Angelo Acerbi, che molti di voi ben conoscono.

Il 10 gennaio 1994 venne poi firmato con la Santa Sede un Accordo sull’assistenza religiosa alle Forze Armate ed il 20 giugno 1997 un altro Accordo sul finanziamento alle attività della Chiesa Cattolica. Ricordo che ebbi l’onore di firmare qui in Vaticano tale Accordo, insieme all’allora Primo Ministro ungherese il Sig. Gyula Horn.

Per fomentare la collaborazione fra Stato e Chiesa, risultarono pure molto utili i due viaggi che il Papa Giovanni Paolo II effettuo in Ungheria, nel 1991 e nel 1996.

Parimenti utili furono le visite che resero al Sommo Pontefice i successivi Presidenti dell’Ungheria, le Loro Eccellenze Arpad Gonz, Ferenz Madl e Lazlo Solyom, come altre Autorità del Paese. Tutto cio contribui ad un nuovo clima di libertà per i cattolici e di una feconda collaborazione delle Autorita con la Sede Apostolica.

8) Gli eventi nell’ex – Cecoslovacchia

Al momento della caduta del Muro di Berlino, la Cecoslovacchia costituiva ancora un unico Stato, quale si era formato nel 1918, con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico.

Solo il 1° gennaio 1993 avverrà poi la separazione della Slovacchia dalla Repubblica Ceca.

Nel 1948 il Partito comunista aveva preso il potere nel Paese, imponendo un rigoroso modello stalinista nella conduzione del Governo. L’anelo alla libertà di ogni popolo doveva poi portare alla “primavera di Praga” ed a numerose manifestazioni di piazza. La situazione creatasi in Europa dopo la caduta del Muro di Berlino porto alle dimissioni del Presidente della Repubblica Husak, sostituito da Vaclav Havel. Già nel giugno del 1990 si svolsero le prime elezioni libere, dopo quelle del lontano 1946.

I problemi pero esistenti fra la Boemia e la Moravia, da una parte, e, dall’altra con la Slovacchia portarono poi alla nascita di due Stati indipendenti e sovrani, il 1° gennaio 1993.

I rapporti diplomatici con la Santa Sede erano già stati ristabiliti fin dal 19 aprile del 1990 con la Cecoslovacchia unitaria, sanando la ferita che s’era creata il 16 marzo del 1950, con l’espulsione da Praga dell’Incaricato d’Affari a.i. della Santa Sede.

Il 1° gennaio 1993 furono poi stabilite le relazioni diplomatiche della Santa Sede con i due Stati separati, con una Nunziatura a Praga e l’altra a Bratislava.

Da allora vi fu una ripresa della vita cattolica nei due Paesi. I successivi Governi mantennero poi rapporti di collaborazione con la Sede Apostolica.

La Slovacchia giunse pure a sottoscrivere, il 24 novembre del 2000, un Accordo Base con la Santa Sede, riparando cosi le ferite del passato. Io stesso ebbi l’onore di firmarlo qui, in Vaticano, con l’allora Primo Ministro Mikulas Dzurinda.

9) I rapporti con Bulgaria e Romania

Il nuovo clima stabilitosi in Europa nel 1989 aveva creato uno scossone anche in Bulgaria. Il Sig. Todir Zhivkov veniva esonerato dalla carica di Segretario generale del partito comunista bulgaro e da quella di Presidente del Consiglio di Stato, dopo che era stato per 35 anni alla guida del partito e del Paese. Mosca non aveva piu l’intenzione, nè la possibilita, di accorrere in suo aiuto. Anche a Sofia la perestrojka iniziativa a mutare la politica governativa, una politica che fino allora era stata una delle piu dure di quelle seguite dai regimi comunisti nell’Est Europeo.

I cattolici dei due riti, quelli di rito bizantino e quelli di rito latino, iniziarono a respirare. Già il 6 dicembre del 1990 si stabilirono le relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Il primo Nunzio Apostolico, Mons. Mario Rizzi, pote cosi ritornare in quella stessa casa, ove aveva lavorato negli anni 1925-1934 come Delegato Apostolico l’Arcivescovo Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, il cui nome vive là ancor oggi in benedizione.

Anche in Romania il 1989 porto aria nuova per la Nazione e per i cattolici in particolare.

All’inizio le profonde riforme che si stavano attuando nell’Unione Sovietica, in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia non sembravano scalfire la ferrea durezza del regime comunista romeno. Il Presidente Ceausescu sembrava continuare come despota inflessibile, ma poi l’ansia di libertà porto anche quella popolazione a ribellarsi al regime imperante. Sono note le prime insurrezioni di Timisoara ed i sussulti che in poco piu di una settimana portarono all’esecuzione, anzi alla brutale esecuzione del “Conducator”, in quel 25 dicembre del 1989.

Dopo 25 anni di dittatura personale e 40 di “socialismo reale” si apriva una nuova pagina di libertà per la Nazione ed, in particolare per i cattolici del luogo.

Il Papa Giovanni Paolo II potè allora nominare i primi Vescovi per le sedi vacanti. Io stesso mi recai a Timisoara per ordinare quel Vescovo, Mons. Sebastian Krauter ed a Iasi per ordinare Mons. Petru Gherghel.

Il 15 maggio di quel 1990 si ristabilirono poi i rapporti diplomatici fra la Romania e la Santa Sede. Il viaggio in Romania di Giovanni Paolo II, nel 1999, proprio dieci anni fa, segno infine un ulteriore passo nella ripresa di una fattiva collaborazione della Romania con la Sede Apostolica.

10) Le Repubbliche dell’ex – Jugoslavia

La fatidica data del 1989 porto pure un’aria di cambiamenti nella Federazione Jugoslava. In realtà, essa era nata nel 1918, alla fine dell’Impero austro-ungarico e dell’Impero ottomano, unendo dei popoli molto diversi fra loro.

La guerra mondiale aveva poi acuito i contrasti, soprattutto dopo l’invasione effettuata nel 1941 da parte delle truppe tedesche ed italiane, provocando gia allora un atroce guerra civile.

L’ascesa al potere del Maresciallo Josip Broz Tito, capo dell’Esercito di Liberazione nazionale, segno poi l’inizio di una nuova era di quella Federazione. Ma le difficolta di tenere uniti dei popoli aventi storie e culture diverse, non tardarono ad emergere con forza. In connessione evidente con la ripresa della liberta negli altri Paesi ex-comunisti, si verifico il vero tracollo della Federazione.

Le libere elezioni in Slovenia e Croazia, nell’aprile del 1990, segnarono l’inizio della destabilizzazione e nel febbraio del 1991 quei due Governi proposero la “dissociazione” della Federazione in piu Stati sovrani ed autonomi. La storia seguente e a tutti nota. Fu una storia di una guerra dolorosa, con l’intento ormai impossibile di mantenere la superiorita della “grande Serbia” sulle altre Repubbliche.

La Slovenia e la Croazia iniziarono per prime a proclamare la propria indipendenza. Seguirono la Bosnia – Erzegovina e la Macedonia.

Dall’unico Stato Federale nacquero cosi cinque Repubbliche indipendenti: la Slovenia, la Croazia, la Bosnia Erzegovina, la Macedonia e la Serbia – Montenegro. Il Montenegro si stacchera pero dalla Serbia nel 2007. Le Repubbliche dell’ex Jugoslavia giungevano quindi a sei.

Con ognuna di esse la Santa Sede non tardo ad instaurare rapporti di collaborazione, per favorire la riconciliazione e la pace e per assicurare ai cattolici quella necessaria libertà religiosa, per la quale già tanto avevano sofferto.

Gia l’8 febbraio del 1992, la Santa Sede stabiliva i rapporti diplomatici con Slovenia e Croazia; altrettanto fece il 18 agosto dello stesso 1992 con la Bosnia – Erzegovina ed il 21 dicembre 1994 con la Macedonia. Con la Serbia – Montenegro continuarono le relazioni che erano gia state volute dal Maresciallo Tito il 14 agosto del 1970, nell’intento di dimostrare la propria indipendenza da Mosca.

Com’e noto, il 3 giugno del 2006 anche il Montenegro si dichiarava indipendente e stabiliva anch’esso regolari rapporti diplomatici con la Santa Sede, cosi come già li aveva in passato, dopo aver ottenuto il riconoscimento della sua indipendenza nel Congresso di Berlino del 1878.

Nel nuovo clima di collaborazione con la Santa Sede, sono poi stati stipulati con essa degli Accordi specifici da parte della Croazia, nel 1996 e nel 1998; e da parte della Slovenia, nel 2001.

Infine, durante l’attuale Pontificato di Benedetto XVI, e precisamente il 19 aprile 2006, è stato sottoscritto a Sarajevo un Accordo di Base fra la Santa Sede e la Bosnia – Erzegovina, per stabilire collaborazione fra Chiesa e Stato in campo educativo ed assistenziale, come per l’assistenza spirituale negli ospedali e nelle carceri.

11) I rapporti con l’Albania

L’ultimo nostro sguardo si dirige infine verso l’Albania, uscita anch’essa da una efferata persecuzione comunista, che aveva distrutto tutte le strutture visibili della Chiesa ed obbligato i pochi cattolici rimasti a vivere nelle catacombe, come i primi cristiani.

Per 50 anni vi fu la una vera “Chiesa del silenzio”, il vero silenzio delle tombe, come disse Giovanni Paolo II nella sua visita a Tirana ed a Durazzo nell’aprile del 1993.

I fatti provvidenziali successi in Europa nel 1989 avevano pero lasciato tracce profonde anche in quel Paese.

Il regime comunista del Presidente Enver Hoxha era durato piu di 45 anni, applicando le forme piu disumane di aggressione dei credenti. L’Albania era pure stato l’unico Stato in Europa che aveva perfino rifiutato di partecipare nel 1975 alla Conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa. Un segno di speranza si era già avuto nel 1985 con la morte di Hoxha e con l’avvento al potere di Ramiz Alia. Solo pero nel 1991 si avranno a Tirana i primi segnali di cambiamento. Nel nuovo Codice penale venne allora tolta sia la pena della prigione sia la pena di morte per il “crimine” di propaganda religiosa.

La gente comincio a dimostrare nelle piazze ed a rivendicare la libertà. Una speranza pervase anche i pochi cattolici rimasti, che uscirono dalle catacombe.

Nel 1991 il Governo autorizzo una delegazione della Santa Sede a visitare il Paese. Seguirono numerose visite a Tirana di rappresentanti dei Paesi Europei.

La Madre Teresa di Calcutta, premio Nobel per la pace, riusci a rientrare nel suo Paese per fondarvi alcune istituzioni caritative.

A Scutari il Sac. Simon Jubani, dopo 26 anni passati in carcere, celebro una S. Messa sulla piazza principale alla presenza di migliaia di fedeli. Il ghiaccio ormai era rotto!

In data 23 marzo 2002, il Governo albanese firmava solennemente un Accordo con la Santa Sede “sul regolamento delle relazioni reciproche”.

Il 25 aprile del 2003, il compianto Papa Giovanni Paolo II poteva effettuare la sua visita pastorale a Tirana ed a Durazzo, sigillando cosi la rinascita della liberta per la Chiesa e per il Paese intero.

12) Una dimenticanza? La D.D.R.

Terminata questa breve analisi dei rapporti tenuti dalla Santa Sede con gli Stati ex-comunisti dell’Europa centro-orientale e dei Balcani in questo ventennio della loro rinata liberta, qualcuno potrebbe chiedermi perche io non abbia accennato ai rapporti della Santa Sede con l’ex – Repubblica Democratica Tedesca.

La risposta è molto semplice: e cioe, perche oggi tale Repubblica non esiste piu! Con la caduta del Muro di Berlino è iniziata in realta la fine di quello Stato che era sorto alla fine della seconda guerra mondiale nella “zona” di occupazione dell’Unione Sovietica. Con l’avvenuta riunificazione della Germania, alla Santa Sede non rimaneva altro che prendere atto con soddisfazione della nuova realtà. La Santa Sede inizio, quindi, a trattare con il Governo Federale circa i problemi della vita della Chiesa in quei “Lander” orientali.

Dal 1945 al 1990 la Santa Sede, con il suo noto realismo, non aveva potuto chiudere gli occhi sull’esistenza di quello Stato tedesco-orientale. Essa, quindi, aveva dovuto tenere dei contatti informali con il Governo di Berlino-Est, per venire incontro, come possibile, alle necessita di quei cattolici e per cooperare alla riconciliazione ed alla pace in Europa. Cio avvenne soprattutto dopo la Conferenza di Helsinki del 1975, alla quale avevano partecipato tanto la Santa Sede quanto la Repubblica Democratica Tedesca, insieme agli altri Stati Europei.

In ogni caso, quel periodo che va dal 1945 al 1990 appartiene ormai alla storia e gli studiosi non mancheranno di esaminarlo attentamente.

Per quanto riguarda l’operato della Santa Sede in quegli anni difficili, vorrei citare quanto scrisse nel 1995 l’allora Ambasciatore di Germania presso la Santa Sede, S.E. il Signor Hans-Joachim Hallier, in un interessante articolo pubblicato sulla “Rivista di Studi Politici Internazionali” con il titolo “La Santa Sede e la questione tedesca. Un capitolo della Ostpolitik Vaticana, dal 1945 al 1990” (Firenze, 1995, n. 245). Ivi l’Ambasciatore riconosceva la linea prudente seguita dalla Sede Apostolica in quegli anni difficili e cosi scriveva: “Dopo la riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990 il Governo Federale ha ringraziato la Santa Sede perche nell’ambito della Chiesa Cattolica la divisione della Germania in due Stati non e stata mai seguita fino alle estreme conseguenze”.

13) Conclusione

Cari amici, al termine di questo “tour d’horizon” mi sembra di poter dire che la Santa Sede ha seguito da vicino l’ora storica in cui si è venuta a trovare una parte importante dell’Europa, al momento del crollo del Muro di Berlino.

Nei 9 Stati dell’Europa centro-orientale e dei Balcani che erano entrati nell’orbita sovietica c’era una grande parte della popolazione europea (piu di 300 milioni di abitanti sul totale di 700 milioni della popolazione europea). C’erano là circa 70 milioni di cattolici, oltre al numero ancor maggiore di fratelli ortodossi. La vi era, cioè, una parte importante dei cristiani d’Europa.

La Chiesa, come Madre, aveva sofferto con tutti loro e con il ritorno della libertà veniva a gioire con loro.

I movimenti democratici che poi si svilupparono in quei 9 Stati unitari portarono i vari popoli che convivevano in essi a scegliere poco a poco la via della loro indipendenza. Il fenomeno fu rilevante soprattutto nell’ex – Unione Sovietica e nell’ex – Jugoslavia. Dai 9 Stati esistenti nell’Europa centro-orientale e nei Balcani nel 1989 siamo oggi giunti a 29.

Con ognuno di essi (nessuno escluso) la Santa Sede non ha tardato a stabilire i regolari rapporti diplomatici.pdf

Con 10 di tali Stati si giunse pure a stipulare degli Accordi specifici, per dare una garanzia di diritto internazionale ai reciproci impegni assunti. Si assicurava cosi la libertà religiosa e ci si vincolava ad una stretta collaborazione sui grandi temi della giustizia e della pace.

Cio facendo, la Santa Sede coglieva “i segni dei tempi” e continuava ad immettere nella vita delle Nazioni quel lievito del Vangelo che puo trasformare la vita dei popoli e contribuire al loro progresso spirituale.

In realtà, e sempre attuale la parola di Cristo: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4).

 

 

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