Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfIl testo in esame si propone l’obiettivo di approfondire, attraverso un itinerario storico, il contributo della Scuola francescana medievale e tardo-medievale allo sviluppo di quelle idee che risulteranno centrali nel porre le basi del pensiero economico moderno. In particolare l’attenzione è posta proprio sul dibattito centrale che percorre tutto il libro e che riguarda principalmente la questione etica relativa alla distinzione tra usura e giusto interesse. L’autore – insegnante di Sociologia presso la facoltà di Teologia del Seraphicum (Roma) ed esperto dei rapporti tra etica ed economia- riesce ad offrire in modo sintetico ma anche sistematico un itinerario ricco di rimandi alle fonti del pensiero francescano e degli autori più rappresentativi del XIII e XIV secolo, offrendo un percorso che dalla definizione di usura nel mondo antico arriva a concezioni nuove e significative per l’economia alle soglie della modernità; dimostrando come il pensiero francescano abbia offerto un contributo importante allo sviluppo di una concezione moderna di mercato.

Il libro si apre facendo riferimento al concetto di usura nel mondo romano inteso come quell’utile da restituire la creditore per il prestito di un bene mobile o di una somma di denaro e distinto dal lucrum associabile ai profitti dell’attività mercantile; la legislazione romana in merito ammetteva l’interesse (usura) definendo tuttavia un tetto massimo (usura legittima) oltre il quale non era possibile andare. Questa distinzione resta ferma fino al IX secolo, dopodiche comincia a riscontrarsi nei trattati di teologia morale una sostanziale equivalenza tra prestito ad interesse ed usura. Quest’ultimo termine dall’accezione poco chiara si carichera poi pian piano di una valenza etica negativa che sara centrale nella predicazione del XIII secolo dove l’usurario è bollato come l’uomo piu ripugnante agli occhi di Dio. Questa posizione trova il sostegno morale sia in Aristotele, dove l’interesse è considerato come una violazione della giustizia dal momento che la moneta è sterile e non può generare alcun frutto, sia nella Bibbia, dove il divieto di praticarlo è sancito in modo chiaro, sia poi nei Padri della Chiesa che la condannano unanimemente, soprattutto perche praticato contro i poveri. La teologia del basso medioevo nelle posizioni di Pietro Lombardo, Anselmo d’Aosta stigmatizza il desiderio di volere un di più per i prestiti in denaro. In merito i riferimenti conciliari (Reims, Lateranense II e III) furono per un divieto assoluto della pratica. Solo con il Lateranense IV ci fu una prima apertura nella distinzione ripresa poi dal pensiero francescano tra “usura” sempre vietata e “interesse” ammesso entro una certa soglia e a determinate condizioni.

La trattazione riprende ponendo le basi del pensiero economico francescano a partire dalla posizione di S. Francesco d’Assisi sul denaro e sulla povertà; posizione che costringe i frati ad elaborare concetti dove la povertà funziona e s’integra nel sistema economico vigente e che porterà poi alla definizione di concetti come uso, proprietà, utilizzo, possesso, fondamentali per la scienza economica.

Dopo aver introdotto il tema sotto il profilo dell’itinerario storico culturale il testo si sofferma a presentare diversi contributi che sono centrali per le questioni di etica economica. Tra questi sono ricordati in particolare: Alessandro d’Hales, fondatore della Scuola francescana di Parigi, che ammette la possibilità di un legittimo compenso nel caso in cui il prestito in denaro non fosse restituito alla scadenza pattuita, ma solo a titolo d’interesse di mora, senza cosi cadere nell’usura, e S. Bonaventura da Bagnoregio che coglie, nella sua riflessione teologica, un legame profondo tra la superbia, radice di tutti i mali, e l’avarizia, che accumula il superfluo, sviluppando cosi un’etica del necessario fondamentale a garantire la stabilita dell’ordine sociale. Permane tuttavia nel suo pensiero ancora la condanna del prestito ad interesse.

Il capitolo centrale del lavoro è poi tutto dedicato al contributo, offerto da Pietro Giovanni Olivi (1248- 1298) nel De usuris e nei Quodlibeta, che si presenta all’interno del dibattito offrendo una prospettiva nuova che parte dalla distinzione tra una somma di denaro qualsiasi e una somma di denaro efficientemente inserita o da inserirsi all’interno di un processo produttivo. Solo quest’ultima puo infatti essere definita come “capitale” e solo a questa può associarsi un valore superiore legato alla possibilità di offrire un rendimento; ne consegue che il prezzo del capitale ha sempre un valore superiore al valore del denaro che lo misura, e che deve quindi essere remunerato come lucro cessante. Per Olivi l’elemento discriminante per riconoscere se una somma di denaro è capitale sta proprio nel firmo proposito del proprietario d’impiegarlo negli affari: questa distinzione è lo spartiacque tra l’interesse legittimo e l’usura proibita canonicamente.

Lo sviluppo del pensiero dell’Olivi si ritrova poi successivamente nelle posizioni offerte da altri teologi francescani. Particolare attenzione è posta su Alessandro Bovini, che oltre a sviluppare la dottrina dell’Olivi sul rendimento del capitale, offre una innovativa teoria sui cambi delle monete. Distinguendo l’origine del profitto differenzia quello naturale che nasce dal commercio, da quello usurario che nasce dalla moneta stessa, e da quello che nasce invece dalla differenza di valore che le monete hanno nelle diverse regioni territoriali. Riconosce nell’arte campsoria del cambiavalute una funzione utile alla società e quindi degna di ricompensa ammettendo eticamente l’attività di arbitraggio. Importante anche il contributo di Bartolo da Sassoferrato che sempre in ambito monetario riconosce il valore naturale delle monete pari alla quantita e alla qualita del metallo fuso in esse, per cui il loro valore legale delle stesse non puo essere diverso dal valore del metallo, denunciando cosi la pratica di principi e di re, che a motivo dell’avarizia e contro i poveri, operano arbitrarie svalutazione dei corsi legali. Il pensiero di S. Bernardino da Siena (1380-1444) ci è presentato nell’VIII capitolo del testo con il Tractatus de contractibus et usuris dove sono ripresi e sintetizzati sia il contributo di Scoto (in particolare sulla distinzione tra “valore naturale” e “valore d’uso”, dove l’uso è riferito all’utilita in ordine alla soddisfazione dei bisogni), sia la posizione dell’Olivi. In merito poi alla questione relativa all’usura è detto, che non origina dalla tipologia del contratto economico , ne dal prestito in se; si è in presenza di usura solo quando colui che presta lo fa con l’intenzione di trarre vantaggio dallo stato di necessita altrui, dove il di più pagato non remunera nulla. Per cui il mercante-banchiere diventa usurario quando opera in violazione del principio di giustizia economica che regola il mercato.

Da queste idee della teologia francescana nel campo dell’etica economica scaturiscono i Monti di Pietà. Questi incisero profondamente in un processo che favori un ampia democratizzazione del credito, e dove risultarono coinvolte da una parte ricchezze altrimenti improduttive e dall’altre ampie fasce di ceti non solo poveri, ma soprattutto di artigiani e piccoli mercanti, riuscendo cosi in pochi anni nel tentativo di coniugare all’interno dell’istituzione l’esigenza etica con quella economica.

Gli ultimi capitoli del lavoro sondano la possibilità di un aggancio tra il pensiero francescano e i primi fisiocratici passando per lo sviluppo delle teorie economiche e monetarie della Seconda Scolastica fino ai contributi di Leonard Lessius, Martino Bonacina e Emmanuel Maignan.

Nel complesso un lavoro ben articolato, ricco di riferimenti, e riuscito nell’intento di offrire un contributo indispensabile agli storici dell’etica economica per una riconsiderazione del ruolo apportato dalla Scuola francescana in questo ambito.

 

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