Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfUn testo come quello di Arthur F. Utz merita senza dubbio di essere preso in considerazione perché suscita al lettore riflessioni davvero particolari che la pubblicistica attuale tende a far dimenticare.

Sin dalle prime battute, l’autore ci avvisa che l’oggetto del libro è l’etica delle istituzioni, ricordando, a chi volesse occuparsi dell’etica dei singoli soggetti, di aver preso in considerazione questo argomento unicamente nel contesto della democrazia. Questo, a ben vedere, piu che essere un presupposto unicamente metodologico, da all’intero lavoro un’impostazione eminentemente teoretica. Infatti, il “punto di vista gnoseologico, legato al soggettivismo”, comprende “l’uomo solo come individuo con aspirazioni private” e finisce per non capire che “la democrazia non e un’istituzione politica fondata sulla natura dell’uomo, ma solo un modello possibile” (p. 7).

L’autore rende subito noto, per chi dovesse leggerlo per la prima volta, che la sua impostazione teoretica è aristotelica e tomistica. Etica, insomma, che “non deve essere scambiata con la dottrina dei valori di Scheler che ha un fondamento fenomenologico”, ma che, invece, si richiama al linguaggio delle virtù e, fra queste, alla “prudenza politica che, certo, non si può identificare con la furbizia nell’agire politico” (pp. 8-9). Questo accorgimento è presente in tutta la riflessione di Tommaso che ha evitato “di attribuire i diritti umani al singolo soggetto” riconducendo proprio “i diritti alla natura sociale universale dell’uomo, e quindi al bene comune dell’umanità” (p. 11).

Questa riflessione consente di capire i legami che intercorrono tra ragione teoretica e ragione pratica, forse, il tema essenziale dell’intera opera. Da qui la convinzione “che ogni societa persegue un fine, lo abbia formulato o meno, cosi pure come ogni agire umano è teso a un fine” (p. 13). Si tratta, ovviamente, di una conclusione oggi fortemente messa in discussione, ma, per Utz, di fondamentale importanza. Quali sono, infatti, le conseguenze di una politica che voglia ignorare le finalita? Semplice: “In questo modo scompare ogni idea relativa allo scopo perseguito dallo Stato. E' in ballo solo il potere, senza riferimento allo scopo che persegue” (p. 119). Insomma, senza finalita tese al bene comune, non resta che affidarsi al potere fine a se stesso. In altre parole senza finalità intese in senso oggettivo, cioè prive dell’egoismo individualistico, si perde il senso morale della vita sociale e si affermano le convinzioni di Kelsen. In questa prospettiva “la legittimita è (…) un concetto puramente politico, che riceve rilevanza giuridica solo quando il suo concreto esistere è assunto dallo Stato” (p. 120). Le conseguenze di una simile impostazione sono davanti gli occhi di tutti. Questo significa che “lo Stato è finalizzato a se stesso”, proprio perché ha ignorato di essere subordinato ad un fine che lo legittima. A questo punto, proprio come fa Utz, dovremmo ricordare che, a complicare ulteriormente ogni discorso politico, intervengono quei partiti che, come lo Stato, si sentono svincolati da quelli che si possono definire valori prestatali, ed inseguono anche loro il potere per il potere (pp. 152 e segg.).

Questo approccio, meramente individualistico, ha le sue giustificazioni, che non possono essere certo ignorate. Visto il succedersi delle “diverse forme di totalitarismo, era inevitabile che si ponesse particolare attenzione ai diritti del singolo. L’etica politica era pressoché obbligata a scegliere l’individuo come punto di partenza della dinamica politica, cosi come in modo analogo la politica economica deve patrocinare la proprieta privata” (p. 17). Ora, pero, la politica deve recuperare la consapevolezza che un altro suo inderogabile orientamento è quello del bene comune, altrimenti perderebbe parte della sua ragion d’essere e si ridurrebbe a semplice protezione degli interessi individualistici. Non è qui il caso di riprendere la distinzione tra individuo e persona per ricordare che la seconda, proprio per la sua unicita, e inconcepibile fuori dei suoi rapporti con gli altri, assieme ai quali percepisce sempre piu chiaramente le finalita e tende al loro perseguimento. E' chiaro, quindi, che su questa distinzione si scontrano non solo due politiche, ma due visioni della vita, due distinte morali, insomma due diverse filosofie e quella dell’individualismo presenta precisi presupposti. “L’astrazione ispirata al neokantismo sostantivizza, accentuandolo, l’elemento economico, l’elemento sociale e l’elemento politico, come se rappresentassero l’azione economica, sociale e politica, mentre in realta l’uomo che agisce in ambito economico, sociale e politico, non agisce mai solo economicamente, solo socialmente o solo politicamente” (p. 19). Non è certo un caso che, proprio partendo da una concezione quasi concorrenziale, Kant ha escogitato la sua visione giuridica e politica. Come non è certo neppure un caso che gli epigoni di questo individualismo, sia pur geniali e giustificabili visto il contesto storico nel quale vissero, penso a von Hayek, derisero in modo sprezzante il concetto di bene comune.

Per Utz è proprio il bene comune che rivela la natura sociale dell’uomo, natura sociale che costituisce “la norma universale del diritto naturale” ed è la legge naturale che “non permette la separazione tra giuridico e morale” (pp. 35 e 65) che, laddove si e supposto di separarli, in realtà ci hanno condotto allo Stato etico che ha voluto vedere nella sua capacità di legiferare anche la pretesa di ridurre la sua normativa giuridica a normativa etica. Da qui è poi scaturita l’altra conseguenza la presunta e “totale neutralità rispetto ai valori” della democrazia moderna. Presunta perche il criterio di maggioranza si va ergendo a criterio morale, minacciando i criteri stessi della democrazia che, il piu delle volte, per essere tali devono precedere tale criterio e risultarne indipendenti.

A questo punto si rende necessario riscoprire un concetto elementare che la retorica politica tende ad ignorare: “La forma statale democrazia è semplicemente il concetto di un genere che comprende sotto di se molteplici specie” (p. 102). Solo cosi si potra avere l’accortezza di evitare la democrazia totale che conduce allo Stato totalitario. In altre parole, la maggioranza dovra capire che essa ha il ruolo di prendere decisioni pubbliche evitando la presunzione che esse siano immodificabili e assolutamente giuste. “In questo senso K. R. Popper ha sviluppato la teoria del trial and error” (p. 135). Questo è ormai il senso di una politica che è sempre di più, e unicamente, impelagata nel quotidiano. La politica è cosi ridotta a mera prassi ed incapace di tener conto del valore delle impostazioni teoretiche. La politica condiziona cosi la stessa etica e la riduce a giustificazione dell’azione, dimenticando che essa n’è il presupposto. I tre capitoli finali, ma soprattutto quello sui diritti civili, ce ne forniscono un ampio campionario.

Un limite a questo lavoro, che poi è un limite all’odierno peso di San Tommaso nella cultura contemporanea, è dato forse dal fatto che i suoi estimatori si limitano a vederlo “Aristotele dipendente”. L’Aquinate ha studiato ed utilizzato il filosofo greco, ma il suo retroterra è molto più ampio e complesso e costituisce una sintesi della riflessione antica e medioevale. Tra i tanti, voglio richiamare un esempio. Dire che la concezione dell’uomo come animale politico equivale a quella piu tarda, dagli stoici in poi, di animale sociale è fondamentalmente sbagliato. La seconda, infatti, implica un criterio di mutabilita, diremmo oggi di mobilita sociale, estraneo alla prima. Lo prova ampiamente il problema della schiavitù , per Aristotele ope natura e, quindi, non solo immutabile, ma anche immodificabile. Tommaso riprende la concezione ciceroniana della schiavitù ope iure che presenta una possibilita di riscatto sociale e politico, del tutto assente nel greco. Inutile soffermarsi sulle conseguenze, che sono, per tutti, estremamente chiare.

 

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