Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfNegli anni piu recenti, la delocalizzazione dei processi produttivi, l’evoluzione delle tecnologie di telecomunicazione, la deregulation dei mercati finanziari, la proliferazione di istituzioni finanziarie orientate principalmente alla speculazione finanziaria, l’introduzione di incentivi economici per il management legati a performance di breve periodo, sono alcuni dei fenomeni che hanno contribuito a spostare l’attenzione del management aziendale dalla realta economica e organizzativa della “fabbrica” ai “fumi” del mercato borsistico e a creare una dimensione non controllabile del guadagno speculativo individuale a cui solo recentemente e, in virtu di una profonda crisi del capitalismo contemporaneo, sono state rivolte severe critiche. Questi fenomeni originatesi nella sfera economica hanno preso il sopravvento sui riferimenti tradizionali indicati dalla filosofia perenne e generato mancanza di fiducia, incertezza e minor tranquillità nelle relazioni lavorative e in quelle personali ed intime1. . Allo stesso tempo e aumentata la sensibilità delle persone verso determinate questioni morali, sociali e ambientali. Si percepisce da parte dell’opinione pubblica una maggiore intensita di sentimenti verso un piu coerente radicamento etico della vita economica che, non di rado, si traduce nella richiesta, ai gruppi dirigenti, di maggiore equità nelle redistribuzione della ricchezza creata dalle imprese, di salvaguardia dell’ambiente naturale, di trasparenza informativa, di partecipazione alle decisioni e di condivisione delle scelte piu importanti. Da piu parti si chiede di ripensare e poi ridefinire gli obiettivi e il ruolo sociale dell’impresa, in altre parole la sua natura. La teoria economica tradizionale dell’impresa – in particolare quella neoclassica forgiata sull’etica utilitaristica – nonostante abbia contribuito a spiegare alcuni importanti fenomeni legati all’evoluzione dell’impresa moderna (costi di transazione, problemi di agenzia, crescita dimensionale), non e riuscita a creare un’armonia tra interesse finanziario degli azionisti e altruismo2.  Questo modello, quando calato nella realta organizzativa e nella vita delle persone, sembra non rispondere alle aspettative della societa civile, sempre piu scettica nei confronti del dogma della massimizzazione del valore per gli azionisti e del suo braccio “armato”, la finanza quantitativa.

I recenti studi sul management tendono a rappresentare l’impresa come una rete di soggetti (stakeholder) con interessi molteplici, interdipendenti e contrastanti. All’impresa concettualmente edificata sul principio della massimizzazione del profitto, si sostituisce un’idea di impresa basata sul management delle relazioni con gruppi di persone e di entita che formano lo stakeholder environment. Nel modello d’impresa che viene definito stakeholder, la comunicazione, la trasparenza informativa, il dialogo, il coinvolgimento, la co-progettazione con gli stakeholder diventano fattori di successo che devono essere integranti nella strategia, nella struttura e nella cultura aziendali. La ragione profonda di questo adeguamento al modello stakeholder risiede, non di rado, in considerazioni di natura strategica e non invece nell’esigenza, rimarcata da alcuni autori, di attribuire un ruolo moralmente piu rilevante e socialmente piu incisivo all’impresa. Il contributo del modello stakeholder, osserva criticamente Lutz, consiste nell’incremento del numero di parti individuali secondo la tradizione della contrattualistica sociale ma non risolve la tensione tra l’immediato interesse dell’individuo e l’interesse comunitario in quanto l’etica e considerata esterna a ciascuna persona e finalizzata a ridurre i conflitti tra interessi individuali: «quando la teoria del contratto sociale viene applicata alla moderna entita aziendale, troviamo una serie di individui senza un bene comune»3

Pertanto, il dibattito sulla natura dell’impresa rimane ancora molto aperto e meritevole di ulteriori riflessioni etiche. Il volume Fondare la responsabilita sociale d’impresa, curato da Helen Alford e Francesco Compagnoni, contiene importanti contributi che offrono vari spunti di riflessione sulla questione delle radici etiche della responsabilita sociale d’impresa (RSI). Come e stato indicato in alcuni dei contributi presenti nel citato volume, la dottrina economica e quella manageriale e da molti anni che affrontano le diverse problematiche connesse al tema della RSI. Sebbene i primi scritti risalgano agli inizi del Novecento, gli studi sulla RSI hanno avuto un primo importante sviluppo a partire dagli anni Cinquanta (simbolicamente puo citarsi lo scritto di H.R. Bowen del 1953) e sono proliferati verso gli anni Settanta. In passato ci sono stati numerosi tentativi di dare un contenuto specifico ad una materia che, per sua natura, e difficilmente confinabile e multi-disciplinare. Una delle questioni piu discusse riguarda la definizione stessa di RSI. Il concetto di “responsabilita sociale d’impresa” e stato oggetto di molteplici interpretazioni e non sempre ha assunto il medesimo significato per tutti. Una situazione che viene paragonata da Shcherbinina e Sena ad una mappa mancante di un semplice ma fermo sistema di coordinate che permetta di arricchire la comprensione del concetto stesso di RSI4. Questo sistema di coordinate viene individuato, concordemente con l’opinione espressa dagli altri autori del volume, nei principi da cui si sviluppa il Pensiero Sociale Cristiano (PSC): bene comune e persona umana. Porre questi principi a fondamento della responsabilita sociale d’impresa, precisa Compagnoni, ha un valore di idealita non trascurabile per la vita delle imprese stesse5. Questi principi definiscono i contenti di un tipo di etica su cui fondare la RSI. L’etica, osserva Lopez De La Osa, e in grado di svolgere un ruolo fondamentale nella vita economica giustificando i diritti esistenti e, in una prospettiva futura, plasmando una realta che ci permetta un presente piu promettente6.

Se i vari attori dell’impresa non avessero un’etica da seguire, scrive Compagnoni, non potremmo fidarci di loro o sarebbero assimilabili a pericolosi asociali, il cui comportamento non sarebbe ne prevedibile ne integrabile nella societa, mentre la presenza, piu o meno seguita, di norme etiche aumenta la prevedibilita del comportamento altrui e quindi facilita la vita sociale. «Nessuna attivita sociale – sottolinea Compagnoni – puo in realta svilupparsi senza etica, poiche etica significa genericamente comportamento responsabile, verso diverse istanze, secondo criteri prefissati»7. Piu in generale, il PSC puo offrire un contributo decisivo riguardo alla definizione ed al rafforzamento dei fondamenti etici della RSI e rappresentare un’innovazione per la disciplina e la pratica del management. Sfruttando un’antropologia personalista e possibile, almeno a livello teorico, superare i limiti del modello stakeholder e offrire al manager una regola semplice da applicare nel processo decisionale8. Questa regola, osserva Alford, potrebbe consistere in “puntare a sviluppare il bene comune di tutti gli stakeholder nel massimo grado possibile”. Stabilita la regola, la decisione di cosa fare a livello operativo richiede la virtu cardinale della prudenza che puo essere coltivata solo con la pratica (il concetto stesso di “responsabilita”, ricordano Gomes e Gaglianone, richiama ad una pluralita di dimensioni che riguardano il dovere, la fortezza e la capacita di giudizio o prudenza). E il bene comune, precisa Alford, che fornisce l’humus entro cui il bene personale puo essere sviluppato e alimentando il dialogo tra gli stakeholder dell’azienda anche in un contesto competitivo9. Avendo cura e rispetto delle relazioni con gli stakeholder, facendo coesistere cooperazione e competizione, l’impresa crea ricchezza consentendo la fruizione dei beni fondamentali da parte della comunita, e assolve contemporaneamente alla sua funzione primaria che e quella di promuovere lo sviluppo integrale della persona.

E a questo punto che l’obiettivo della massimizzazione del valore per gli shareholder finisce di essere l’unico imperativo per la direzione aziendale, e diviene solo un fattore che misura l’efficienza dei processi aziendali ed indicatore, nel lungo periodo, della capacita del management di promuovere il bene comune. Tradurre la visione aristotelico-tomista del bene comune in buone pratiche aziendali e un compito arduo, soprattutto perche il comportamento delle imprese, in concreto, e orientato da finalita particolari esplicitate nella loro mission. E il soggetto economico (inteso come quell’insieme di persone, amministratori/imprenditore, che detengono il supremo potere volitivo nell’ambito dell’organizzazione) che assegna all’impresa queste finalita. Ed e a partire dalla considerazione del potere/responsabilita che ricade su questo gruppo di persone che deve concentrarsi il tentativo di radicare la RSI sul principio del bene comune che, in ultima istanza, preconizza il perseguimento delle sviluppo integrale della persona, fine ultimo dell’agire umano. Il contributo di Sena, inoltre, delinea una via operativa per legare il concetto di bene comune alla RSI10. Una proposta che, se propriamente sviluppata e accolta dagli operatori, permetterebbe di valutare, mediante l’utilizzo di un set specifico di indicatori, il livello di bene comune prodotto dall’impresa. Questo approccio metodologico avrebbe il pregio di mettere in risalto la dimensione personalista della RSI. Cio premesso, e incoraggiante rilevare che le attuali politiche di RSI abbiano causato un impatto positivo identificato, da Becchetti, Di Giacomo e Pinnacchio, in un presumibile “trasferimento di ricchezza” a vantaggio degli stakeholder coerentemente con l’ipotesi che la RSI tenda e riorientare il focus dell’attivita d’impresa dalla massimizzazione degli interessi degli azionisti a quella degli interessi degli stakeholder11.

Rimane comunque aperto il discorso sull’evoluzione futura della RSI. Attualmente, la RSI si inserisce nel reale contesto aziendale come un insieme di nuovi processi che vanno a migliorare o, talvolta, ad arricchirepdf semanticamente, quelli gia esistenti. Questo atteggiamento rischia di provocare l’appiattimento della RSI ad una pratica manageriale volta, in ultima istanza, a massimizzare il valore economico dell’impresa. Ed e per questa ragione che e opportuno distanziare la RSI da quei valori instillati dalla filosofia moderna che hanno plasmato il capitalismo occidentale degli ultimi decenni e promuovere un’etica della RSI prima che si frantumi contro il muro dell’egoismo antropocentrico.

NOTE:

1 J.R. Lopez De La Osa, Interesse comune e responsabilita sociale d’impresa, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, Citta Nuova Editrice, Roma, 2008, p. 281.
2 D.W. Lutz, Fondamenti filosofici contrapposti della responsabilita sociale d’impresa, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 60.
3 D.W. Lutz, Fondamenti filosofici contrapposti della responsabilita sociale d’impresa, cit., pp. 26-27.
4 Y. Shcherbinina, B. Sena, Strumenti concettuali per una riformulazione della responsabilita sociale d’impresa, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 94.
5 Cosi F. Compagnoni nell’Introduzione al volume Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 10.
6 J.R. Lopez De La Osa, Interesse comune e responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 279.
7 F. Compagnoni, Diritti umani e responsabilita sociale d’impresa. Fondamenti e problemi aperti, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., pp. 241-242.
8 H. Alford, Il Pensiero Sociale Cristiano e le deboli radici etiche della responsabilita sociale d’impresa. Puo il primo contribuire a risolvere il problema per la societa in generale?, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., pp. 227-228.
9 Ibidem, p. 219.
10 B. Sena, Verso una operativizzazione del bene comune realizzato dall’impresa, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 439 e segg.
11 L. Becchetti, S. Di Giacomo, D. Pinnacchio, L’effetto della responsabilita sociale sulla produttivita e sull’efficienza delle imprese. Un’analisi empirica su un campione di imprese americane, in H. Alford, F. Compagnoni (a cura di), Fondare la responsabilita sociale d’impresa, cit., p. 337.

 

 

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