Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfCon il termine “populismo” è stato storicamente designato in Occidente il movimento politico-culturale russo Narodnicestvo, sviluppatosi nell’ultimo quarto del 19° secolo e durato sino alla rivoluzione russa, i cui seguaci si dicono Narodniki, in italiano populisti. Il movimento nasce dal tronco positivistico della sociologia e del socialismo agrario di P. L. Lavrov e N. Michajlovskij e si divide in varie correnti, da quella quasi liberale a quella vicina al marxismo. Ebbe come espressione caratteristica la rivista Russkoe Bogatsvo (La ricchezza russa), dal 1876 al 1918, cambiando nel tempo diversi nomi. Animati da profonda fede nel contadino russo, contrari al burocratismo zarista e propensi a “saltare” la fase dell’industrialismo occidentale, i populisti aspiravano ad un socialismo rurale basato sulla obscina o comunità rurale russa. Al populismo è ispirato “l’andare verso il popolo” degli intellettuali russi della fine del secolo, nonché l’opera di organizzazioni diverse, a carattere più rivoluzionario.

Con lo stesso nome sono stati designati anche alcuni movimenti politici culturali o letterari, di tendenza ed ispirazione popolare, quali il Partito Populista o Partito del Popolo negli S.U., e il Movimento populista russo. Negli USA il Populist o People’s Party ebbe vita dal 1891 al 1908 raggruppando formazioni di operai e agricoltori. 1

Il populismo sembra nascere quindi da un mix tra moderna scienza sociale ed un arcaico mito russo della comunità contadina e della madre terra, rivendicate come bene comune per auton-omasia.

Di che utilità può essere oggi questo termine? E’ lecito applicarlo a fenomeni e contesti storicamente diversi? In quali forme attuali possibili possiamo ancora rintracciarlo, ovvero quali dinamiche e trasformazioni esibisce nel mutato sce-nario contemporaneo?

Da un punto di vista antropologico, il populismo può essere interpretato come una tipica espressione sincretica tra tradizione/cambiamento; un fenomeno di resistenza alle trasformazioni dell’assetto sociale e politico, che si oppone ad esse ma cerca al contempo di trarne anche vantaggi.

In questo senso più ampio il populismo appare come un progetto di “liberazione” e ‘riscatto’ di masse popolari subordinate, in epoche e contesti storico-culturali anche assai diversi.

Una forma di populismo si può rintracciare ad esempio, nel movimento operaio occidentale, inteso come progetto di emancipazione (marxista) dalla subalternità, nella prospettiva di una conquista e direzione futura dello Stato da parte del popolo. Il richiamo al potere dei lavoratori, contrapposto al potere del capitale, costituisce lo sfondo mitico di una resistenza popolare al mondo moderno ed alla rivoluzione industriale, soprattutto nei suoi esiti più “selvaggi” e “disumani”. La lotta sociale faceva ricorso a parole d’ordine nuove (rivoluzione proletaria) ed a solidarietà antiche (contadine e rurali). Il movimento al tempo stesso, si richiamava a conoscenze scientifiche moderno (il Socialismo scientifico).

Ma possiamo trovare tracce di populismo anche in esperienze diverse, come nelle mitologie delle razze, del sangue, delle antiche grandezze patrie, delle guerre come origine di un nuovo ordine, della civiltà che redime dalla barbarie popoli d’oltremare. Anche qui troveremo riferimenti a valori ancestrali ma anche a forme di legittimazione scientifica moderne (razziologia) che, coniugate, proucono una ideologia di oppressione e sfruttamento, eticamente giustificato come “missione” di civilizzazione, sviluppo e progresso.

Ma l’aspetto più negativo attribuito al “populismo” starebbe in un altro carattere tipico, ovvero il fatto che, nonostante questo programma sociale e politico sia spesso fondato su interessi contrari al popolo e funzionali invece a classi o gruppi sociali ristretti, tuttavia riesce ad esercitare una sapiente manipolazione dell’immaginario collettivo, coinvolgendo le masse in avventure ed imprese fatte sentire come rispondenti alle loro esigenze più profonde (tra questi i miti ideologici fascisti del “posto al sole” o “dell’Italia proletaria”).

Queste ambiguità, tipiche delle derive populiste, trovano in effetti ascolto e risonanze favorevoli in una cultura popolare spesso vittima di facili manipolazioni da parte di culture egemoni, come esito della propria storica marginalità sociale.

Che dire del populismo nell’epoca dei mass-media? La sua deriva contemporanea è più difficile da decifrare e analizzare. Anzitutto perché la subalternità popolare è oggi più ambigua, più sfumata e complessa a definirsi. Se da un lato gode di un potere tutto suo (il potere del consumatore) d’altra parte questo grande target subisce una forte manipolazione culturale che modella il suo universo simbolico, sempre più amministrato dall’industria televisiva di massa.2

Le nuove forme del populismo contemporaneo appaiono legate proprio al medium televisivo, come fonte di consenso verso stili di vita e forme di pensiero, che potremmo definire populismo mediatico, capace di assumere aspetti diversi.

Le riflessioni più attuali sul neo-populismo sono state elaborate sul fenomeno politico-culturale del “berlusconismo”.3

Al di là degli aspetti politici, che qui non interessano, è utile invece capire i modi e le forme culturali in cui si manifesta o si declina oggi, secondo alcuni studiosi, questa forma di neo-populismo. Umberto Eco, ad esempio, analizzando da semiologo la campagna elettorale di Forza Italia (elezioni politiche del 2001), vi individua un nuovo ed originale modo di fare politica che definisce “spot-oriented”. Questo modello, veicolato attraverso media diversi (cartellonistica, manifesto elettorale, annuncio pubblicitario), impiegherebbe tuttavia forme di comunicazione politica paradossalmente riprese dal modello veterocomunista o sessantottardo.

Questo modello impiegava slogan efficaci e comprensibili, ripetuti costantemente e quasi ossessivamente, tra i quali ricorrevano alcuni temi-guida del tempo, quali la denuncia imperialistica americana come causa della fame nel mondo, la denuncia della magistratura cattiva (che ritroviamo, mutatis mutandis, nel Polo); l’idea di un rivolgimento insieme globale e radicale che per il veterocomunismo era nello slogan di “cambiare le cose” e nel Polo diventa una non meglio definita “Italia che ho in mente”, ripetutamente espressa dal suo leader.

Infine la monopolizzazione di valori comuni (la pace, la democrazia, la figura di Garibaldi) che venivano trasformati dal comunismo in valori di parte, quindi capaci di aggregare/arruolare immediatamete chiunque si trovasse a parlare di questi temi.

Egualmente nel Polo, alcuni valori-base, del tutto generici (quali “la libertà”, la “italianità”, tra lo sportivo ed il patriottico, o la “sicurezza”) sono monopolizzati come simboli-chiave, capaci di arruolare inconsapevolmente “la gente” comune, che comunemente li nomina, li manifesta, li esprime.

Se assumiamo come primo carattere costitutivo del populismo “l’andare verso il popolo” degli intellettuali russi della fine del secolo, possiamo trovare un corrispondente contemporaneo nell’andare “verso la gente” in versione berlusconiana. Il termine “gente” nella sua apparente genericità, trova un target di riferimento nelle vaste “masse mediatiche” accomunate da “un sentire comune” tipico di un aggregato indistinto ma unificato dal medium televisivo commerciale, come spazio di informazione, ludico e cognitivo.

Questo strano mix di pratiche politiche antiche (veterocomuniste) riproposte attraverso media contemporanei, è legato al fatto che altrettanto paradossalmente il nuovo partito politico trova i suoi intellettuali e consiglieri soprattutto tra gli ex sessantottini ed ex comunisti, esperti di un rapporto con le masse alle quali per l’appunto il Polo si rivolge, nella consapevolezza che il disfacimento ideologico ha prodotto la perdita dell’ identità sociale classica, basata sul censo, sostituita da una generica appartenenza comune – secondo Eco – all’universo dei valori massmediatici, quindi sensibili al richiamo populista.

Inoltre, ed è l’aspetto più propriamente antropologico, le argomentazioni populiste più ricorrenti nelle tesi a favore di Berlusconi, sono evidentemente basate su credenze antiche e popolari, a volte con evidenti valenze di tipo magico-utilitaristico.

Una prima credenza sostiene che essendo il leader già ricco, non avrà bisogno di rubare denaro pubblico; la seconda che è indifferente che “faccia i suoi interessi” purché “permetta anche a me di fari i miei”; la terza è legata ad una più complessa credenza mitica dei così detti “culti del cargo” di cui diremo appresso.

Le prime due argomentazioni rientrano in una psicologia popolare assai radicata e diffusa, propensa a colludere con il potente ed il fortunato, specie se divenuto tale non per condizione ascritta, ma per “abilità personali”, tra le quali da sempre primeggiano nel sistema di valori popolari l’astuzia (la metis greca, sussidio del ‘debole’ o dell’uomo comune per affermarsi contro i forti ed i potenti, leggi i politici4, l’abilità manipolativa, comunicativa e relazionale (grande comunicatore), e non ultimo, un sentire ed un esprimersi “vicino” alle modalità espressive ed emotive dei ceti medi. Ma accanto a questi argomenti o “credenze” che traggono origine dalla loro “prossimità” con l’esperienza comune della “gente” e con dinamiche proiettive ed identificative, la terza (e più implicita) credenza è legata proprio alla ricchezza del leader ed a concetti antropologici classici quali il mana ed i culti del cargo. Di cosa si tratta?

Si tratta, com’è noto dalla amplissima letteratura etnografica, di concetti e pratiche elaborate da popolazioni polinesiane oppresse dal colonialismo, attraverso la credenza nell’arrivo miracoloso ed imminente di navi da carico (cargo, appunto), colme di ricchezza (come quelle che vedevano arrivare per i loro dominatori bianchi), portata per loro dagli antenati mitici, per riscattarli da una subordinazione insieme economica e politica, emancipandoli dal dominio dei loro amministratori coloniali.5

L’elemento irrazionale e magico del populismo nostrano (che non è affatto un sistema consapevole e voluto, ma un fenomeno culturale, in gran parte implicito, dotato di una sua interna logica), sta nel fatto che la sua leadership, fortemente personalistica, alimenta in forme del tutto inconsapevoli la credenza nella qualità magica del mana; una proprietà che si trasmette per contatto e per vicinanza e che opera, nel caso in questione, sul principio (sotteso ed implicito) che un leader che ha saputo diventare enormemente ricco possa far partecipare della sua ricchezza anche chi viene da lui governato6. Persuasione, aggiunge l’autore, tipica del teledipendente che segue le trasmissioni di giochi miliardari che inchiodano le masse alla televisione per l’identificazione e la partecipazione fortissima all’esperienza individuale del ‘diventare miliardario’.

Da questa analisi possiamo ricavare alcune interessanti conclusioni su questa forma di neo-populismo nostrano, utili per un’antropologia delle moderne società complesse.

L’avvento (o il ritorno, se volete) di questo fenomeno mostra anzitutto come sia cambiata la stessa struttura sociologica del nostro paese. Un paese in cui, paradossalmente, il vero partito di massa attuale non è più rappresentato dalle forze della sinistra, ma da una nuova forza centrista e moderata che adotta le tecniche comunicative proprie di un partito di massa.

Questa novità ha creato alle forze di sinistra un vero problema di identità; quello di basarsi su un elettorato non più popolare, bensì formato da ceti emergenti, professionisti del terziario, proba-bilmente eredi di una mitica classe operaia che non esiste più. Ne deriva un singolare paradosso, acutamente individuato da Umberto Eco: che il “vero” ultimo comunista finisca per essere proprio il leader anticomunista del Polo. Sentiremo dunque - si domanda ironicamente Umberto Eco - Berlusconi incitare: “Avanti o Popolo! ”?7

Questa analisi sul neo-populismo fa riflettere sulla origine degli emergenti modelli politici italiani, e sulla crisi di quelli tradizionali, in modo ironico e inedito, da un punto di vista semiotico, ma tutto ‘interno’ alla nostra realtà politica.

Da un punto di vista antropologico, possiamo invece ricercare i livelli di relazione di questo fenomeno, non solo interni alla politica, ma estesi al contesto globale del nostro tempo.

Se ripercorriamo la sintetica analisi storica di apertura, potremmo dire che il populismo storico rappresenta l’emergere dell’utopia nella pratica politica. E’ una cosa nuova e rivoluzionaria, nel senso che introduce tensione e fantasia nel regno del calcolo politico e dell’esercizio del potere.

L’utopia populista era centrata nel rifiuto dell’industrialismo come necessaria fase di sviluppo e nella redistribuzione delle terre come alternativa alla produzione capitalista agraria. Si può leggere questa invenzione culturale come rifiuto del capitalismo industriale e del suo modello di sviluppo (urbano, di massa), in favore di un recupero (rivoluzionario; etimologicamente, ritorno alle origini) della cultura di comunità (contadina), matrice di relazioni vitali e autentiche, e quindi di un’altra forma possibile di sviluppo.

Interessante notare che questa tensione nasce dal solco del positivismo, del socialismo agrario, cioè di correnti razionaliste. Come a legittimarsi sul piano intellettuale e scientifico, ed al contempo, ad elaborare una prima reazione anti-intellettuale ed anti-razionalistica alla politica classica.

Il carattere utopico di questo populismo non è tanto nella sua tensione ad una diversa cultura economica ed ad un diverso sistema di valori, ma la sua improponibilità per l’evidente distanza dal clima culturale più ampio.

Anche il populismo post-moderno, sembra individuare un nuovo soggetto, che richiama le Folle solitarie di Riesman8: la gente, massa mediatica generica, nuovo soggetto raggiungibile attraverso la comunicazione televisiva e depositario della sovranità popolare, diffusamente e confusamente ostile verso ogni potere istituzionale (giudiziario, politico, ecc.) come verso il cambiamento culturale in atto e fenomeni correlati, quali la immigrazione e la globalizzazione.

I nemici da combattere diventano i politici di professione e di ‘fede’, i sostenitori di passate ideologie collettivistiche, (comunisti), ma anche i militanti della ‘vecchia politica’, nonché gli oppositori critici verso il Polo delle Libertà, di ogni estrazione e tipo. Tutti responsabili di attentare alla “libertà”: valore-base afferente ad un liberalismo in genere riferito alla “libertà di intraprendere e di fare”, vista come salvifico e provvidenziale motore di ‘sviluppo’, quasi automatico e naturale, una volta rimossi gli impedimenti burocratici e capziosi alla “sana” vitalità economica della “società civile”.

Ai suoi simpatizzanti questo nuovo (ma anche antico) modello di fare politica propone l’identificazione in una nuova figura o modello di leader, che, come sottolinea, tra gli altri, M. F. R. Kets De Vries, psicologo franco-canadese, direttore dell’ insead, scuola europea per la preparazione dei manager9, appare assai distante da matrici intellettuali e politiche, e più vicino invece al mondo della “società civile”; della prassi, dell’azione, della vita economica (imprenditore, manager). Di conseguenza il modello operativo di riferimento non è più l’Ente o l’Istituzione (entrambe pubbliche) ma l’azienda (privata, e per di più spesso di famiglia), ed il “paese”; ovvero mondi particolari e particolaristici, “vicini alla gente”: per questo più sensibili e partecipi delle istanze e bisogni personali o particolari di vasti e articolati strati popolari.

Anche per via di questa nuova e originale fonte di legittimazione ed identificazione, la ricchezza è considerata come una opportunità alla portata di tutti, sebbene (fatalmente) non per tutti. “Farsi i propri interessi“ è quindi non solo moralmente indifferente, ma anche “politicamente corretto”, nella misura in cui sia permesso ad ognuno di farsi i suoi (una estrema sintesi del ‘liberalismo populista’ nostrano).

E’ utile notare come questo neopopulismo riveli impliciti livelli di relazione con le nuove e diffuse forme di etnocentrismo collettivo del nostro tempo. Queste sono oggi attivate e trovano manifestazione nelle crescenti tensioni xenofobe e razziste suscitate dalle ondate migratorie verso l’Europa, terra di immigrazione e di speranza per numerosi flussi di lavoratori extracomunitari, sfuggiti - a volte a rischio della propria vita - alle condizioni di miseria dei loro paesi d’origine e giunti in Europa spesso sull’onda di una mitizzazione (“millenaristica” o “messianica”) sulle prospettive di vita futura.10

Questo fenomeno migratorio (che costituisce lo sfondo sociale più rilevante del nostro tempo) può essere visto, contraddittoriamente, sia come un pericolo ed una minaccia (“invasione”) nei confronti della propria identità culturale, quanto come provvidenziale opportunità, per strati imprenditoriali e commerciali per i quali “gli immigrati” costituiscono un prezioso potenziale economico come risorse lavorative a basso costo.

Questa duplice valenza associata agli “immigrati” visti come “diversi” ma dei quali si percepisce il potenziale economico, può essere abilmente utilizzata dal neo populismo nella sua ricerca di consenso interno. E questo, mettendo in atto politiche di “contenimento” della ‘invasione’ degli “extra-comunitari”, con restrizioni di accesso che riducono soprattutto il potere contrattuale di questi lavoratori consentendo ai datori di lavoro di esercitare potenziali forme di sfruttamento e di discrezionalità nell’impiego di un ampio patrimonio di forza-lavoro disponibile.

La loro precostituita irriducibilità culturale, che ne fa degli estranei (extra-comunitari) e dei diversi (“immigrati”) “giustifica” anche il percepirli e trattarli piuttosto che come persone (portatrici di valori etico-sociali e religiosi), come “merci”; ovvero come fasci di attributi (forza-lavoro) per soddisfare i nostri bisogni (di arricchimento, crescita e sviluppo), consegnandoli ad una visione ideologica tipicamente “etnocentrica”11.

Il richiamo populistico ad un mitico orizzonte di sviluppo e di benessere individuale e collettivo insieme, appare quanto meno incompatibile quindi con politiche di accoglienza e condivisione, di tipo umanistico o “caritativo” nei confronti di queste ampie fasce sociali marginali ma indispensabili e necessarie al nostro futuro.

Nell’età della globalizzazione il neopopulismo può sfruttare le tensioni xenofobe per legittimare politiche di omologazione degli immigrati a merci, cioè vedere in loro mera forza-lavoro e non persone, stravolgendo così il messaggio cristiano di un umanesimo integrale ma, soprattutto, può mettere in crisi la stessa possibilità di una convivenza multiculturale, alla quale peraltro dovremo necessariamente educarci come condizione stessa del nostro futuro.

Padre Alex Zanotelli, un missionario comboniano impegnato nel sociale, scrive12 a proposito della normativa che restringe e disciplina i flussi migratori nel nostro paese, che questa legge, “mette tra parentesi la persona: quello che interessa è che l’immigrato lavori, non esista come essere umano con una propria cultura o come cittadino. In questo senso la legge avalla una mentalità secondo la quale l’immigrato deve essere una merce da utilizzare. È legalmente riconosciuto fintanto che serve al capitale e poi può essere rispedito al mittente”.

Padre Zanottelli dice esplicitamente che si deve rifiutare questa legge come “un insulto alla nostra umanità come alla fede cristiana”. Propone forme di impegno e di lotta su due fronti: un appello alla Chiesa italiana perché faccia nascere un movimento come il Sanctuary Movement degli USA negli anni 80, per gli immigrati del Salvador, Guatemala, Nicaragua.

Le comunità ecumeniche statunitensi riaffermavano attraverso questo movimento, il diritto di asilo (santuario) proprio della tradizione biblica, facendosi carico di questi diseredati e difendendoli dalla polizia sino all’aula del tribunale. Questa risposta, potrebbe essere lo stimolo alla riaffermazione non solo del diritto d’asilo, ma dei diritti internazioni e fondamentali della persona umana sanciti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali cui l’Italia aderisce, come hanno rilevato l’ ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà), Amnesty e MFS (Medici senza frontiere)13.

Ancora più interessante è la proposta di Zanottelli, di istituire processi formativi di base che portino la gente, le comunità di base cattoliche, “a vedere nell’immigrato non un pericolo, una minaccia, ma una ricchezza, un’occasione” di arricchimento culturale e sociale.

Se il populismo, come questa breve rassegna ha cercato di mostrare, tende a porsi come ibrida sintesi di re-integrazione di valori e assetti sociali pregressi; di ritorno a presunte e mitiche idealità fondanti l’identità nazionale (mescolati a temi, slogan e valori emergenti della contemporaneità), allora potremmo cominciare a vedere nel neo–populismo nostrano una resistenza ai nuovi pressanti problemi della globalizzazione e dall’immigrazione di massa, i due scenari del cambiamento socio-culturale contemporaneo.

A questo cambiamento il neo-populismo risponde con una difesa del particolare, del privato e dell’individuale, eretti a mete collettive, in stridente contrasto con una società incamminata verso scenari e cittadinanze sempre più globali ed inclusive.pdf

Si profila pertanto una vera e propria mission non solo per gli studiosi di scienze sociali ma per tutti coloro che operano attivamente nella società civile, per promuovere una maggiore consapevolezza del nostro tempo e del nostro ‘bisogno dell’altro’ come realtà necessaria e come scenario di convivenza futuro inevitabile. Ma, soprattutto, per accrescere la consapevolezza che le ideologie di “sviluppo” ed il razzismo xenofobo minacciano di negare i nostri stessi bisogni, ed i diritti fondamentali della persona, allontanandoci dalla meta comune di diventare “cittadini del mondo” e di costruire insieme all’altro un destino migliore.


1 Dizionario Enciclopedico Italiano Treccani, Roma, 1970, p. 642, vol. IX, voci: “Populismo” , “populista”.
2 C. Prandi, “Popolare”, cit. p. 908.
3 U. Eco, Vi spiego perché nel Cavaliere si nasconde un comunista, La Repubblica, 3.4.2001; M. F. R. Kets De Vries Leader, giullari e impostori, Ediz. Raffaele Cortina, 2001.
4 T. Ceccarini (a cura di), Athena l’ulivo l’aratro, elogio dell’intelligenza pratica e dell’abilità tecnica, Editrice Vela, Velletri, 1998.
5 P. Lawrence, Road belong Cargo, Manchester, University Press, 1964; M. Massenzio, Cargo Cults: dall’evasione mitica all’impegno emancipatorio, in: V. Lanternari, Festa, carisma, apocalisse, Sellerio Edit., Palermo, 1983, pp. 305-348.
6 A. F. C. Wallace, Religion: An Anthropological view, Random House, New York, 1966.
7 U. Eco, cit., idem.
8 D. Riesmann, La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1956.
9 M.F.R. Kets De Vries, cit: 2001
10 V. Lanternari,Una nemesi storica: gli immigrati dal terzo mondo. Aspetti etnoantropologici del fenomeno, in: Per una società multiculturale, a cura di M. I. Macioti, Liguori Editori, Napoli, 1989.
11 A. Catemario, Linee di Antropologia culturale, vol. I.
12 A. Zanottelli, Mosaico di Pace , luglio-agosto 2004.
13 www.redattoresociale.it 11.7.2002; 16.9.20.

 

 

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