Generazione Z
“Sindrome (o complesso) di Peter Pan” è un termine sempre più sdoganato nell’uso comune, tratto dalla pop-psychology, indicante e circoscrivente una serie di atteggiamenti comportamentali e relazionali.1 Non compreso nel DSM-5, è, tuttavia, utilizzato anche al di fuori della riflessione di ordine psicologico, come testimonia il recente Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza di Armando Matteo.2 Al di là del valore che si voglia attribuire al termine, è, comunque, un dato emergente – e spesso messo in risalto dai mass-media – che si assista, tanto negli adolescenti che nei giovani adulti, a una certa fatica nel crescere progettandosi attraverso scelte: questa tendenza è stata acuita (e non poco) dagli effetti sociali della pandemia e del lockdown.3 Trovo, però, che il termine “complesso di Peter Pan” sembri a volte caricarsi di una visione colpevolizzante dei giovani, assegnando a essi la responsabilità delle loro difficoltà, quasi che non vogliano crescere.
Ritengo che la questione sia piuttosto questa: molti degli appartenenti alla generazione Z (i nati fra 1997 e 2012), non sanno e non possono crescere per una serie di cause, delle quali risultano spesso più vittime che responsabili. Il tema centrale, a mio parere, è quello della scelta: la generazione Z non è stata sempre educata a scegliere, né aiutata a farlo, dal momento che molto spesso qualcuno ha preso decisioni su di loro e al posto loro, anche dopo la fase dell’infanzia. Indagare sulla condizione dei giovani, infatti, richiede soffermarsi tanto sulla loro identità, sulle loro esigenze, sui loro vissuti e i loro scenari, quanto sull’ambiente nel quale crescono e su quali adulti e modelli di riferimento accompagnino il loro processo evolutivo e, in definitiva, in quale contesto sociale siano accolti ed educati.
A mio giudizio il tema della scelta pone al centro la questione della crisi di una visione dinamica della crescita personale. È innegabile che il termine stesso di “adolescente” abbia in qualche modo smarrito il suo originale significato latino: adulescens, participio presente di adulesco (cresco, divengo adulto), indica l’idea di una dinamicità destinata a terminare con l’adultus, mentre spesso indica una situazione statica e cristallizzata, quasi a volere rimanere in una sorta di fissità, sfuggendo così alla naturale evoluzione. Le scelte sono uno degli strumenti privilegiati della dinamica evolutiva, ponendo continuamente l’individuo in una condizione di crisi e di superamento. Se le scelte, però, diventano insostenibili e inaffrontabili, il processo evolutivo non può che risultarne profondamente compromesso.
La questione delle scelte è stata tema di uno dei quaderni di R-S Servire, «pubblicazione scout per educatori».4 Uno dei contributi, quello di Diego Miscioscia, psicoterapeuta, si segnala per avere messo in evidenza come la generazione Z sia contraddistinta da un lato da iperconnessione, eco-responsabilità, visione globalizzata, pacifismo, relazione paritetica fra maschi e femmine, dall’altro da apatia, confusione, assenza di desideri, incapacità di sognare e pensare il futuro, personalità fragili e un rigido assetto narcisistico, tutte caratteristiche che incidono fortemente sulla capacità di prendere decisioni autonome e consapevoli. Al loro fianco i giovani hanno, peraltro, la presenza di adulti confusi e incapaci di sostenerli adeguatamente, coi quali vivono ma «senza però avere alcuna speranza di andarsene a breve». Il sociale, i mass-media, le dipendenze (alimentate dal mercato clandestino della droga), forniscono strumenti regressivo-illusori con cui esorcizzare la paura delle scelte e rifugiarsi in un mondo più virtuale che reale (e più notturno che diurno).5 Chi ha indagato la condizione dell’adolescente e del giovane è stato sostanzialmente d’accordo con la visione di una complessità di elementi in apparenza confliggenti ma pure coesistenti, come Pietropolli Charmet che ha coniato per l’adolescente il binomio di «fragile e spavaldo».6 Massimo Recalcati, ha poi posto l’accento proprio sulla debolezza della figura adulta, scrivendo di una vera e propria «eclissi irreversibile della paternità», almeno intesa nel senso al quale eravamo abituati.7 Gli effetti della pandemia, la cui portata – a mio giudizio – solo ora stiamo iniziando a percepire, hanno drammaticamente aggravato la questione.
Lavorando con capi della branca R/S – giovani dai 16 ai 21 anni – e con giovani capi (dai 22 ai 25 anni) ho potuto osservare come il panorama illustrato da Miscioscia sia riscontrabile anche fra gli scout che, pur continuamente sollecitati a uscire da alcuni dei tratti rilevati nell’articolo, non ne sono del tutto immuni ma anzi vivono drammaticamente il conflitto fra la proposta educativa e i tratti che sono a loro quasi connaturali. Cito – e sarà l’unico esempio tratto dal mio servizio di formatore scout – un fenomeno che mi ha sempre causato una certa inquietudine. Propongo da anni un’attività di posizionamento presso delle isole o “stazioni” nelle quali, senza che venga del tutto esplicitato, gruppi di immagini (fotografiche o pittoriche), citazioni bibliche e letterarie, canzoni, suggeriscono un determinato (e diverso per ogni serie) stato emotivo. Negli ultimi anni ho potuto osservare una statistica che vede una sempre minore frequenza negli stati emotivi positivi (serenità, gioia, pace, tranquillità, curiosità), con uno spostamento a vantaggio di quelli negativi (paura, angoscia, rabbia, tristezza). A completamento di quanto affermo, aggiungo che questo avviene soprattutto fra i clan e noviziati (ragazzi under 21), i quali hanno subito in maniera più incisiva gli effetti del Covid-19, essendo stati colpiti dalla pandemia e dai suoi effetti nel pieno della loro età adolescenziale. È evidente che simili stati d’animo inficino profondamente sulla percezione e sulla progettazione del proprio futuro.
Roverismo e scoltismo
Lo scoutismo è nato come tale e non come roverismo. L’idea di una proposta educativa rivolta a ragazzi usciti dal reparto, ovvero maggiori di 17 anni, nasce da una intuizione dello stesso Robert Baden-Powell. Questi aveva pensato innanzitutto un metodo per adolescenti codificato in Scouting for Boys (pubblicato a Londra nel 1908), seguito poi da quello per bambini, esposto in the Wolf Cub’s Handbook (1916): si tratta rispettivamente, per chi è pratico di scautismo, del fondamento della riflessione pedagogica per il reparto (branca Esploratori e Guide, lo scautismo propriamente detto) e per il branco (branca Lupetti, cui in Italia si è aggiunta la proposta del cerchio, ossia delle Coccinelle).8 Le riflessioni di Baden-Powell sulla proposta educativa per i ragazzi dai 17-18 anni in su vennero raccolte la prima volta nel suo Rovering to Success (1922), tradotto in italiano come la Strada verso il successo.9 Non si trattava qui, però, di una proposta dichiaratamente metodologica, quanto più di una esposizione – in ordine sparso – di riflessioni su quelli che sarebbero poi diventati i principi fondamentali del roverismo (e della sua versione femminile, lo scoltismo): autoeducazione, vita all’aria aperta, vocazione al successo come felicità sperimentata nel servizio, fede in Dio, condivisione della fraternità in comunità.10
La riflessione sul roverismo ha acquisito una fisionomia più propriamente metodologica nel trentennio 1920-1950 a opera dello scautismo cattolico francese e belga. Si deve in particolare ai gesuiti Paul Doncoeur e Jacques Sevin ma, soprattutto, al domenicano Marcel Denis Forestier, la strutturazione della branca sul trinomio strada-comunità-servizio, la codificazione del lessico proprio (capitolo, route, fuoco, Partenza) e la delineazione di una spiritualità propria, quella “della strada”, idealmente ricollegata all’immagine del pellegrino medievale che si aggiunge, così a quelle pensate da Baden-Powell (cavaliere errante e uomo dei boschi).11 In Italia il roverismo giunge nel dopoguerra, al momento della ricostituzione dello scoutismo, soppresso dalle autorità fasciste nel 1927 e a esse sopravvissuto in clandestinità in alcune località italiane (Milano, Monza, Parma e Roma): l’ispirazione, sia per i maschi dell’Asci che per le femmine dell’Agi è di matrice esplicitamente francese (fondamentale è la partecipazione del contingente italiano al Jamboree di Moisson nel 1947). L’evoluzione del roverismo e scoltismo in Italia secondo uno stile proprio è progredita ulteriormente con la nascita dell’AGESCI nel 1975: rover e scolte in alcuni casi avevano precorso la fusione fra Agi e Asci, tanto che queste sperimentazioni furono motore trainante per le riflessioni della route nazionale del 1975. Da allora si parla di branca R/S, ovvero dei rover e delle scolte: l’esperienza roveristica italiana è stata ed è un’autentica fucina di riflessione pedagogica e si deve, inoltre, proprio ad alcuni assistenti ecclesiastici italiani un ulteriore sviluppo del concetto di “spiritualità della strada” come proposta di vita cristiana.12
Il roverismo è essenzialmente una educazione alla scelta: lo testimonia il simbolo stesso della branca R/S, la forcola. È un ramo biforcuto che rappresenta la strada, la quale inevitabilmente, come la vita, conduce sempre a un bivio. La vita del clan/fuoco è proprio pensata così, come una continua provocazione a scegliere, a schierarsi, a superare l’apatia, l’indifferenza. E questa educazione alla scelta non è fine a sé stessa, è voluta come rilettura di scelte già poste in essere in precedenza dal giovane e come propedeutica alle grandi e piccole decisioni del futuro. Tutto il percorso educativo scout culmina proprio con una scelta, quella della Partenza, che in branca R/S appare come la tappa finale della stessa vita di clan/fuoco. La Partenza si configura, dunque, come la testimonianza di una piena e consapevole adesione, da parte del rover e della scolta, ai valori propri dello scautismo come stile di vita permanente, facendo proprie scelte concrete di fede, servizio e impegno politico.13
Vita virtuale per educare alla vita vera
Molti uomini e donne si riconoscono debitori verso lo scautismo per avere imparato molto per la vita, quando di non essere stati non solo formati ma profondamente trasformati da esso. La base di partenza dell’intuizione pedagogica di Baden-Powell è quella di educare la persona all’autoeducazione (il bisticcio di parole è deliberatamente voluto). Proponendo un metodo pedagogico, egli sapeva che tutte le “agenzie educative” (famiglia, scuola) non garantiscono una educazione completa per la vita adulta, soprattutto sul piano contenutistico ma che forniscono essenzialmente strumenti interpretativi della propria vita: lo scautismo non pensava di fare diversamente. L’uso del vocabolo «metodo» indica, infatti, proprio che l’educazione scout ha come scopo quello di mostrare come imparare, cogliendo il singolo nella sua globalità e favorendo la sua progressione continua e unitaria.14 In Rovering to Success Baden-Powell sottolinea proprio la necessità dell’autoformazione in vista dell’essere genitore, cittadino e lavoratore, sulla base di ciò che si è appreso in precedenza, giungendo a “guidare da sé la propria canoa”.15 L’idea è proprio quella di insegnare ad affrontare l’imprevisto, l’ignoto, l’inedito.
L’intuizione geniale che permea tutta la metodologia scout è quella di educare all’interno di una vita virtuale, segnata da un lessico, una ritualità, un abbigliamento, un ambiente, una socialità, create ad hoc, per poter aiutare il bambino, ragazzo o giovane in esse inserite a una auto-progettazione per la vita “vera”. Il percorso scout ha la straordinaria capacità di una progettazione a lungo termine sulla persona: nel bambino e nella bambina appena entrata in cerchio o branco si intravede già colui o colei che, 12 o 13 anni dopo, sarà l’uomo o la donna della Partenza (si parla qui proprio di progressione personale unitaria).16
Come anticipato, grazie alla riflessione operata dal roverismo franco-belga sull’intuizione di Baden-Powell, si è identificato nel trinomio strada-comunità-servizio il fondamento della vita della branca R/S. Di fronte ad una generazione che ha seri deficit nel pensare e sognare il futuro, presenta fatiche nell’intrattenere relazioni durature e reali (al di là del virtuale) e si qualifica per un rigido assetto narcisistico, la proposta di una vita sulla strada, in comunità e nel servizio, potrebbe apparire drammaticamente fallimentare, qualora non fosse presentata come esperienza educativa di crescita, volta a tirare fuori quel bene che i ragazzi hanno paura di far emergere o non sanno di possedere. La proposta educativa, infatti, non è quella rivolta né a un foglio bianco, né a un uomo o donna in edizione ridotta, ma a un adolescente con il suo «normale eppure misterioso schema mentale»: ne consegue che la prima condizione per educare sia «sapere qualcosa sui ragazzi in genere, e poi sul vostro ragazzo in particolare».17
Conoscere la condizione esistenziale dei ragazzi è la base essenziale per ogni progetto educativo su di loro, scrutarne la dimensione esistenziale è il primo passaggio essenziale dello scouting (osservare, dedurre, agire). Sulla dinamica dello scouting si fonda la metodologia propria di ogni branca. Le basi delle metodologie proprie, però, hanno tutte più di cento anni e i ragazzi di un secolo fa vivevano in un mondo sideralmente diverso da quello dei loro coetanei di oggi. Si potrebbe dunque pensare di rivoluzionare nel profondo la metodologia perché concepita in un contesto diverso da quello in cui vive la generazione Z. Va sottolineato come, in realtà, in ogni nazione (e in questo l’Italia è decisamente virtuosa) la metodologia è sempre e comunque sottoposta a una continua verifica e in costante aggiornamento. I principi pedagogici, tuttavia, rimangono quelli enucleati da Baden-Powell all’inizio del XX secolo. Fallirebbe, però, chi pensasse di stravolgere il metodo perché la condizione è cambiata: a mio giudizio, in maniera solo apparentemente paradossale, risulta proprio proficuo offrire ai ragazzi delle dimensioni antitetiche a quelli che sembrano essere i tratti invincibilmente radicati nella generazione Z, in un contesto di vita “virtuale” che li educhi a scoprire se stessi, prendere fiducia con le proprie capacità, assumersi responsabilità, costruendosi sempre più come autonomi per poter poi affacciarsi all’età adulta.
Comprendo come la sfida possa apparire ardua. Una delle sensazioni più forti dei giovani della generazione Z è quella di essere impreparati a tutto: alle responsabilità, alla critica altrui (pur se costruttiva), al futuro. Non a caso, in maniera, molto provocatoria il primo quaderno di R-S Servire del 2021 era intitolato «Unprepared», riprendendo il motto di Baden-Powell Be prepared (trasmesso in Italia con l’Estote parati dal richiamo evangelico): diversi contributi segnalavano proprio la ricerca da parte dei giovani di una strada ma anche la drammatica sensazione di non essere adeguati a sceglierla e percorrerla (non disponendosi così al rischio), né di poter condividere l’esperienza con i loro pari.18 La fatica nell’assumersi la responsabilità delle proprie scelte e nel progettare il proprio futuro, spesso mette in crisi soprattutto la tappa finale della formazione del rover e della scolta, ovvero la Partenza, nonostante vi siano specifici eventi di progressione personale a partecipazione individuale, quali – in particolare – le Route di orientamento alla scelta di servizio, volti ad aiutare il giovane a confrontarsi con coetanei provenienti da altri clan in vista della Partenza.19 Non è fuori luogo notare, qui di passaggio, come una analoga difficoltà si riscontri nei giovani capi di 20 o 21 anni, chiamati all’adesione al Patto associativo e alla stesura del Progetto del Capo.20
Strada, comunità, servizio
La strada si qualifica come «luogo elettivo della vita di Branca», provocando i giovani a mettersi in cammino, attraversando territori, conoscendo storie, sentendosi parte di una realtà, imparando ad averne cura e rispetto.21 La strada, come esperienza e occasione di conoscenza di sé stessi, di riconoscimento e superamento del proprio limite, di incontro con l’altro, di riflessione sul senso delle cose e di incontro con Dio nel creato, ha l’innegabile e naturale conseguenza di stimolare fortemente i ragazzi a superare lo stato di apatia al quale sembrerebbero irrimediabilmente consegnati.22 L’idea del “ritorno” al proprio mondo dopo l’esperienza della strada consegna il giovane all’idea della continua crescita, della costante evoluzione del sé, insegnando lo stile dell’essenzialità e dello stupore, arginando il senso di paura e di instabilità al quale, non di rado, lo stesso mondo degli adulti, sembra relegarlo. La strada, quindi, mostra al giovane la via della disponibilità al cambiamento e all’agire, educandolo all’impegno di costruire sé stesso con pazienza e fatica.23
La comunità è un tratto essenziale dello scautismo, tanto che esso stesso si qualifica nella sua globalità come una «proposta di vita comunitaria».24 In branca R/S questa dimensione si realizza in esperienze concrete, coraggiose e sfidanti: non si tratta di fare attività insieme, ma di vivere insieme la vita. La comunità (noviziato e clan/fuoco) è costituita come tale proprio perché condivide un vissuto, venendo accomunata da uno stile alimentato da pratiche e linguaggi propri, da valori ispirati dal Vangelo e codificati nella Legge e nella Promessa ed espressi nella carta di clan e da un obiettivo, quello della crescita personale del singoli, in cammino per diventare, autonomamente e per scelta propria, uomo e donna della Partenza.25 La comunità diventa, così, il luogo privilegiato della scoperta e maturazione della vocazione personale, nella conoscenza della realtà per potere agire in essa. I diversi strumenti propri della branca (capitolo, carta di clan, veglia, impresa, route) hanno tutti una dimensione comunitaria e aprono il giovane a una esperienza di ascolto, confronto, collaborazione. Nello stile di vita comunitaria la fragilità delle personalità può trovare alcuni antidoti.
La vita comunitaria del clan/fuoco, in particolare, accompagna il ragazzo in alcuni processi di evoluzione della propria personalità, trasportandolo da una fase di scoperta a una fase di responsabilità. I rover e le scolte vengono sollecitati a sviluppare un progetto di progressione personale, ponendosi obiettivi e confrontandosi con i loro compagni di strada, soprattutto attraverso lo strumento del punto della strada in cui sono chiamati a mettersi a nudo, raccontando sé stessi, nella disponibilità dell’ascolto e della correzione fraterna. In tale senso anche le esperienze vissute in comunità vengono rilette come contributo al cammino personale e collettivo. Lo stile di relazione che viene proposto è quello della solidarietà: nella strada e nel servizio, si scopre la bellezza e l’importanza dell’aiutare ma anche del lasciarsi aiutare, intravedendo così nel proprio limite non una barriera ma una occasione di incontro con l’altro. Un ultimo elemento è, infine, quello della maturazione di un senso critico e di un approccio positivo alla conoscenza: vivendo la dinamica dello scouting (vedere, giudicare, agire), il giovane viene educato a pervenire a delle scelte di senso solide e ponderate, costantemente poste in confronto con quelle dell’altro, a fronte delle quali è chiamato ad avvicinarsi con umiltà e curiosità, atteggiamento che si riflette nella disponibilità e nell’apertura verso qualsiasi realtà e storia. Chiaramente, va aggiunto, queste dimensioni concorrono alla formazione di una coscienza civica che stimola il ragazzo a farsi carico del mondo in cui vive e a interrogarsi sul suo ruolo all’interno di esso, rispondendo così a quella aspettativa di partecipazione, competenza, solidarietà, speranza e fiducia che la società civile dovrebbe – cosa che non sempre accade – riporre in lui.26
Il servizio, infine, è uno dei cardini della proposta educativa R/S, tanto da essere il solo e unico presente nel motto della Branca: Servire. Il servizio è proposto non come mero atto di volontariato o atteggiamento di altruismo ma come vero e proprio stile di vita che conduce alla felicità, proponendo, così, il superamento di ogni assenza di desideri e ogni forma di apatia. Baden-Powell affermava che il primo scopo della vita è essere felici e che il modo più rapido e sicuro per giungervi è quello di rendere felici gli altri.27 Una buona esperienza di servizio è innanzitutto una formidabile occasione educativa: ne consegue che esso debba essere innanzitutto utile al rover e alla scolta come strumento di autoeducazione. Come tale richiede alcune condizioni: che sia svolto con consapevolezza e competenza, che sia un atto politico (ossia risponda a un bisogno reale), apra al territorio e conduca all’incontro con altri uomini e donne, che sia un esercizio di fedeltà. Sia che esso sia individuale, sia che sia comunitario, richiede tanto una fase di progettazione che una di rilettura e verifica. Questa consapevolezza apre all’idea che il servizio sia non un volontariato ma la risposta a una chiamata.28
La formulazione del Regolamento metodologico R/S bene sintetizza l’idea del servizio nello scautismo: «è l’impegno gratuito e continuativo, con cui il rover e la scolta entrano in relazione con il mondo che li circonda e imparano a donare se stessi nell’imitazione di Cristo».29 Il servizio è vissuto dagli scout della generazione Z con grande fatica, essendo costoro chiamati a dimensioni alle quali spesso non sono stati educati e che li spingono al di fuori delle loro confort zone ma – ritengo a titolo personale – amplifichino in maniera esponenziale i loro tratti positivi, quali eco-responsabilità, apertura ad una globalizzazione responsabile e sostenibile, pacifismo, relazione paritetica fra maschi e femmine.
Strade di coraggio… Diritti al futuro
Otto anni fa, nell’estate del 2014, 30.000 tra rover e scolte si trovarono a San Rossore presso Pisa per la terza Route nazionale dell’AGESCI, uniti da una chiamata al coraggio e allo sguardo al futuro. Molti di quei rover e scolte sono oggi capi maturi. Anche chi non ha scelto di servire in Associazione vive oggi come giovane lavoratore, pur nella situazione di forte precarietà nella quale molti di loro sono incastrati. Solo i primissimi nati della generazione Z (quelli nati nel 1997) hanno vissuto quell’evento che, invece, è stato vissuto a pieno titolo dai giovani della generazione Y (i Millenials), presenti sia come capi che come rover e scolte. Ci sarebbe da chiedersi quanto i giovani della generazione Z potrebbero condividere l’entusiasmo che ha pervaso la Route nazionale: c’è anche chi, nell’AGESCI, si domanda quale eredità abbia lasciato l’evento. A mio parere bisogna stare attenti a calare ogni giovane nella sua dimensione storica. Certo, la generazione Z non sembra ritrovarsi pienamente nel clima che ha contraddistinto la Route nazionale e nel documento che ne scaturì, la Carta del coraggio.30 Mi pare, tuttavia, che i fondamenti della branca R/S riescano a rivestirsi tuttora della loro profonda vitalità, conservando la loro proposta positiva, così come hanno fatto in passato.
Non si può prescindere dalla conoscenza dei ragazzi cui la proposta si rivolge (lo scouting antepone alla stessa azione educativa l’osservazione della vita dei giovani e la deduzione dei loro bisogni), né minimizzare le loro fatiche esistenziali, circoscrivendole in giudizi morali apodittici. Non è questo lo stile educativo di Baden-Powell che, invece, chiama i capi a vivere quell’I care che è alla radice di ogni proposta autenticamente e universalmente educativa, dal Vangelo al pensiero di Maria Montessori e don Lorenzo Milani. Raccogliere l’eredità pedagogica di Baden-Powell significa anche oggi alzare l’asticella, chiedere ai ragazzi di continuare, come hanno fatto tutti i fratelli e sorelle scout di tutto il mondo che li hanno preceduti in più di cento anni, di cercare di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo hanno trovato, per poter pervenire alla coscienza di non avere sprecato il proprio tempo ma in quella di avere fatto del proprio meglio.
Vocazione eco-responsabile
Nella sua analisi per R-S Servire, Miscioscia poneva in evidenza che uno dei tratti positivi ed emergenti della generazione Z – quasi del tutto ignoto ai loro nonni – è quello della eco-responsabilità.31 La generazione Z raccoglie ragazzi eco-responsabili, pacifisti e globalizzati, portatrice, quasi inconsapevole, dell’istanza di un mondo nuovo, libero da guerre, pregiudizi e abusi di potere. Questa nuova culturale giovanile si vede nella larga e disinteressata partecipazione alle manifestazioni contro i pregiudizi sessuali, razziali e di orientamento, nonché, fenomeno quasi inedito, alle iniziative in difesa dell’ambiente e per fermare il cambiamento climatico, come i Fridays for future.
L’ecologia integrale è uno dei temi emergenti della riflessione dello scautismo a livello mondiale, essendo parte del DNA stesso del metodo pedagogico che Baden-Powell pensò come profondamente legato alla esperienza della natura e della vita all’aperto. Egli scriveva, infatti, che lo studio della natura è una delle attività chiavi dello scautismo perché «vogliamo insegnare ai nostri ragazzi, non soltanto a guadagnarsi la vita, ma a vivere, cioè a godersi la vita, nel senso più elevato della parola» e «che, poi, attraverso la meravigliosa opera della Creazione, i ragazzi arrivano a percepire il concetto di Dio Creatore; e questo, insieme all’impegno attivo di compiere la Sua volontà nel servizio del prossimo, costituisce il fondamento concreto della formazione religiosa».32 La responsabilità verso la natura è uno dei fondamenti della proposta educativa scout e trova nei ragazzi della generazione Z degli attenti ascoltatori: il sesto articolo della Legge è proprio «amano e rispettano la natura».
L’educazione all’ambiente è uno dei cardini dello stesso Regolamenti metodologico dell’AGESCI, così come era stata profeticamente formulata già nel 1999:
Come uomini siamo parte della natura: non siamo al di fuori o al di sopra di essa. Siamo chiamati alla custodia dell’ambiente e ad essere responsabili dell’utilizzo delle risorse: la consapevolezza dei legami di vita tra uomo e natura richiede conoscenza e rispetto nel cammino di crescita. Si tratta di pensarsi umili, parte del Creato e di accettarne le interrelazioni esistenti. Questa è la sfida: “sviluppare sia il rispetto per l’ambiente sia il progresso sostenibile dell’uomo”.33
Questa educazione si declina nella vita all’aperto, ambito imprescindibile e irrinunciabile della vita di ciascuna branca. Per i clan/fuochi e noviziati si sottolinea come l’ambiente naturale sia proprio la palestra ideale per la formazione del carattere, di valorizzazione delle risorse fisiche e sia uno dei contesti privilegiati del roverismo/scoltismo. La vita all’aperto «apre anzitutto alla lode e al ringraziamento nello stupore che nasce dall’accogliere la natura come opera del Creatore, di cui l’uomo e la donna sono chiamati a riconoscersi parte».34 La vita all’aria aperta nel metodo R/S si traduce in una dimensione poliedricamente educativa: insegna l’essenzialità, la contemplazione delle meraviglia del Creato e fa fare esperienza della propria piccolezza, dei propri limiti, di fronte a qualcosa di immensamente grande e armonioso che chiama, quasi costringe, a un atteggiamento di rispetto.35 È proprio questa dimensione a educare il giovane alla sensibilità verso l’ambiente, al corretto uso delle risorse energetiche e naturali ed è, dunque, «occasione di esercizio di responsabilità e di impegno nei confronti delle generazioni future e di fedeltà alla vocazione che il Creatore ha affidato all’uomo e alla donna: essere custodi del giardino».36
Questo tratto “storico” del metodo educativo scout trova oggi, secondo me, due straordinarie consonanze. Da un lato la dimensione intrinsecamente eco-responsabile della generazione Z, dall’altro il magistero di papa Francesco. Tutta Laudato sì sembra essere una profonda eco di quanto Baden-Powell aveva pensato per i suoi scout e quanto l’AGESCI ha inserito nei suoi documenti metodologici e statutari. Questa consonanza non è sfuggita all’Associazione che ha fatto proprio l’appello lanciato dal papa nell’enciclica e lo ha posto come base di riflessione per una delle tre Strategie Nazionali d’Intervento per il quadriennio 2021-2025 con il titolo Immergersi nel Creato. L’ecologia integrale proposta da papa Francesco viene colta come una sfida di cercare un equilibrio fra uomo e Creato. Il capo scout è chiamato, così, a essere testimone nel quotidiano di uno stile di vita attento al Creato, andando al di là dell’idea di lasciare il mondo “un po’ migliore” di come è stato trovato, impegnandosi a fondo in un cammino di tutela dell’ambiente, superando le disuguaglianze attraverso la promozione di uno sviluppo sostenibile.37
L’ecologia integrale è oggi uno dei temi centrali della riflessione pedagogica all’interno dell’AGESCI: l’ultimo numero di R-S Servire è esattamente dedicato a questo tema.38 I contributi – in particolare quelli di Lorenzo Bacchetta e Gian Maria Zanoni – mettono al centro la straordinaria occasione che costituisce per lo scautismo italiano il leggere la consonanza con la proposta culturale e teologica che papa Francesco offre al mondo. Tra le riviste dell’Associazione quella rivolta ai capi, Proposta educativa, già nel 2020 aveva dedicato un intero numero alla riflessione sull’enciclica del papa con il titolo arguto di «Laudato qui». L’approccio è stato quello della responsabilità per i capi a intercettare le esigenze dei ragazzi, rispondendovi con una proposta educativa al rispetto dell’ambiente, aprendola alla dimensione dell’esperienza del Creato e alla rilettura nella relazione con Dio, come sottolineato da l’Assistente ecclesiastico generale dell’Associazione, Roberto del Riccio nel suo articolo pubblicato nella rivista. Del Riccio sottolinea il modo «mite» con cui l’uomo può approcciarsi alla natura, il modo di Dio, al quale bisogna educare i bambini, ragazzi e giovani, accogliendo il loro desiderio di bene, per contribuire a rendere il mondo quel “paradiso terrestre” che il Signore sta sognando e cercando di realizzare.39
La forte impronta eco-responsabile dei giovani della generazione Z si qualifica, quindi, come una formidabile risorsa alla quale attingere per rendere sempre più dinamico e vissuto il metodo scout, facendo emergere la straordinaria bellezza di questi giovani: accogliere le sfide e le parole di papa Francesco significa fare scoprire a loro che i loro principi etici non sono distanti dal Vangelo ma sono profondamente radicati nell’esperienza di Dio, chiamandoli a essere custodi del creato e artigiani di speranza per il futuro.
NOTE:
1 Il primo a utilizzare il termine è stato lo psicanalista Dan Kiley nel 1983. Cf. D. Kiley, The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up, Dodd, Mead & Co., New York (NJ) 1983. Il termine venne ripreso pochi anni dopo da L.S. Groh – B. Lane, «Overcoming the Peter Pan Syndrome: Grieving in Psycotherapy», in Journal of Pastoral Care, 42 (1988), 1, 39-44 e da R. Fried – W. Vandereycken, «The Peter Pan syndrome: Was James M. Barrie anorexic?», in International Journal of Eating Disorders, 8 (1989), 3, 369-376.
2 A. Matteo, Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza, Ancora, Milano 2021.
3 A tale proposito rimando a quanto elaborato dall’Istituto Giuseppe Toniolo nel Rapporto Giovani del 2021, in particolare ai contributi sui percorsi individuali. Cf. Istituto Giuseppe Toniolo (ed.), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2021, Il Mulino, Bologna 2021, in part. 23-136.
4 La rivista, pur partendo da una riflessione sulla branca R/S e pur avendo un comitato di redazione composto da scout, non è destinata ai soli educatori secondo il metodo scautistico e ospita contributi di autori esterni all’AGESCI. Non a caso il sottotitolo è quello di “pubblicazione scout per educatori”.
5 Rimando all’articolo di Miscioscia per l’analisi globale del fenomeno, in cui in maniera lucida si rileva una delle principali cause nella relazione fra generazioni segnate da fragilità diverse ma emergenti. Cf. D. Miscioscia, «La generazione Z: districarsi nelle scelte, verso il mondo adulto», in R-S Servire, 74 (2022), 1, 19-22.
6 Cf. G. Pietropolli Charmet, Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi, Laterza, Bari 2008. La fragilità adolescenziale non come problema ma come punto di partenza di proposta educativa è uno dei temi fondamentali della riflessione di Alessandro D’Avenia, cf. in particolare A. D’Avenia, L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, Mondadori, Milano 2016.
7 Cf. M. Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Milano 2013.
8 In Italia i due volumi sono pubblicati, nelle edizioni curate da Mario Sica, come R. Baden-Powell, Scautismo per ragazzi, Fiordaliso, Roma 20225; Id., Manuale dei lupetti, Fiordaliso, Roma 20182.
9 R. Baden-Powell, La strada verso il successo, Fiordaliso, Roma 20142.
10 Baden-Powell pensa al rover come al «giovane che sceglie l’esperienza dello scomodo viaggio all’aria aperta e la fatica del camminare come via per definire il proprio essere adulto». Cf. AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, Fiordaliso, Roma 20182, 18.
11 Fondamentale per comprendere l’evoluzione del roverismo in questo periodo è M.D. Forestier, Scoutisme. Route de liberté, Les Presses d’Île de France, Paris 1951.
12 Sono a tale proposito fondamentali G. Basadonna, Spiritualità della strada, Ancora, Milano 1979 e G. Grasso, Sulle strade. Spiritualità per chi cammina, Gribaudi, Torino 1980.
13 Sulla partenza, cf. AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. R/S 35; AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 146-151.
14 Da questo punto di vista è essenziale l’importanza dei “4 punti” individuati da Baden-Powell (carattere, salute e forza fisica, abilità manuale, servizio al prossimo) come le quattro dimensioni personali da sviluppare armonicamente per garantire una educazione equilibrata e globale, nelle sue dimensioni etica e spirituale, psico-fisica, cognitiva e sociale. Cf. R. Baden-Powell, Il libro dei Capi, Fiordaliso, Roma 20069, 39; AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), 12 e 29-30.
15 Baden-Powell, La strada verso il successo, 25-26.
16 Cf. AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), artt. 28-32.
17 Baden-Powell, Il libro dei Capi, 26.
18 Cf. R-S Servire, 73 (2021), 1. Segnalo in particolare tre articoli: D. Zanotti, «Adolescenti senza pari», 28; A. Bondurri, «Giovani in cerca di una strada», 29; D. Vendramin, «Quale disponibilità al rischio?», 32.
19 AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 158-163.
20 Sul Progetto del Capo, cf. AGESCI, Regolamento associativo (aggiornato al Consiglio generale 2022), art. 75. Il Patto associativo è la sintesi delle idee sviluppate e maturate dall’AGESCI ed è il legame che esprime le scelte personali fatte dai capi e dagli assistenti ecclesiastici nell’entrate nell’Associazione per svolgervi un servizio a carattere educativo o formativo. Cf. AGESCI, Patto associativo (approvato al Consiglio generale del 1999).
21 AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 35-44.
22 Anche quando non patologica, come nel caso degli hikikomori, l’apatia spinge a un certo rinchiudersi “in casa”. Sugli hikikomori, cf. C. Ricci, Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, FrancoAngeli, Milano 2008.
23 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. R/S 9.
24 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. 20.
25 Cf. AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 44.
26 Cf. AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 56-57.
27 La formulazione di questa dinamica è per Baden-Powell così importante che vi dedica un intero testo, non destinato a capi o scout, ma che verte su una riflessione più ampia e generale sull’umanità. Cf. R. Baden-Powell, Adventuring to Manhood, C. Arthur Pearson, London 1936.
28 Cf. AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 60-66.
29 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. R/S 30
30 Sulla Carta del coraggio, R-S Servire pubblicò un intero numero. Cf. R-S Servire, 67 (2015), 1.
31 Miscioscia, «La generazione Z», 21.
32 Baden-Powell, Il libro dei Capi, 63.
33 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. 18.
34 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. R/S 20.
35 AGESCI – Branca Rover e Scolte, Manuale della Branca Rover e Scolte, 191.
36 AGESCI, Regolamento metodologico (aggiornato al Consiglio generale 2019), art. R/S 20.
37 Ciò si traduce in scelte concrete, quali l’impegno di stringere fra generazioni un patto per la tutela di ambiente, con una comune chiamata alla responsabilità e alla collaborazione reciproca, ciascuno al proprio livello, e l’osare di più nella custodia del Creato, trovando soluzioni e comportamenti sostenibili e praticabili, oltre allo stringere relazioni di cooperazione con quanti, al di fuori dell’AGESCI, sono impegnati in questa sfida globale. Cf. AGESCI, Cambiamo il mondo con l’educazione. Strategie internazionali di intervento 2021-2025, 2.
38 R-S Servire, 74 (2022), 2.
39 R. del Riccio, «Chi l’ha detto che siamo i dominatori della terra?», in Proposta educativa, 46 (2020), 4, 34-35.
