Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Introduzione

Giuseppe Lazzati, uno tra i maggiori esponenti dell’impegno politico cristiano in Italia, non si definì mai un filosofo, un teologo o un intellettuale impegnato. Si giudicava, modestamente, un fedele cristiano laico, che nella vita di ogni giorno riflette e opera come tale e in quanto tale; ma le sue riflessioni sono state tutt’altro che banale ripetizione o pie esortazioni 1, esse scaturivano da una consapevolezza del ruolo che il cristiano avrebbe dovuto assolvere come membro della “città terrena”. La sua ricerca fu condotta non in modo astratto e concettuale ma innanzitutto come esperienza personale, sperimentata in prima persona nella propria vita intesa come vocazione, intesa come impegno a realizzare ciò che Dio chiede ad ogni essere umano: fare la sua volontà.

Secondo Lazzati per espletare al meglio una funzione politica, è necessario l’utilizzo di alcuni strumenti della realtà sociale che esigono un’esplicita vocazione. Lazzati dichiarò sempre di non aver mai sentito tale vocazione e pertanto di essere stato un politico per “coprire un vuoto momentaneo e non a tempo pieno” e quindi, “suo malgrado” 2.

Se volessimo riassumere la riflessione politica di Lazzati in poche parole, potremmo dire senza distorcere troppo la realtà, che egli fu saldo nella ricerca di una soluzione per coniugare fede e politica. L’esperienza personale, la riflessione, la ricerca intellettuale, la collaborazione e l’interscambio furono gli strumenti mediante i quali tentò di realizzare il suo impegno. Ma egli non fu il solo a riflettere sulla politica, la laicità e la secolarità nel periodo preconciliare. Il suo pensiero si delinea all’interno di un movimento all’avanguardia per il suo tempo. E’ doveroso, quindi, ricordare altri nomi come: Congar, Chenu, Spiazzi, Journet e soprattutto Maritain che segnarono quella stagione e accanto ai quali va collocata la riflessione di Lazzati.

Succedeva nel 1949 quando in Italia le focose discussioni tra le varie correnti politiche e ideologiche cercavano di delineare la futura forma dell’Italia post-fascista e post-bellica, la strada da intraprendere per ricostruire il paese ma soprattutto per risanare la società ferita. Il pensiero di Maritain già noto, cominciò a fermentare ancor prima della guerra nelle menti di chi era preoccupato per la propria patria.

Al congresso della Democrazia Cristiana svoltosi in quell’anno scoppiò un vivo dibattito. A un certo punto della polemica, uno dei dirigenti del partito - Piccioni - pose l'interrogativo: "Ma insomma, che cosa volete voi dossettiani?" E ci fu la risposta di un giovane dalle prime file che disse: "L'umanesimo integrale" 3.

Anche Lazzati, a quell’epoca faceva parte del gruppo 4 di giovani professori dell’Università Cattolica di Milano 5, che sotto la guida di Giuseppe Dossetti tentavano di portare nella coscienza dei cattolici il senso della responsabilità politica. Egli trovò nella filosofia di Maritain un utile aggancio per fondare i suoi riferimenti filosofici e politici, sviluppando poi un’originale e personale riflessione politica molto vicina alle tarde opere del filosofo francese. Lazzati però coniugando nel suo originale sistema le varie fonti 6 quali le basi bibliche, patristiche, storiche e del Magistero ecclesiale andò oltre l’idea della “nuova cristianità” e della “societas christiana” arrivando alla più ampia idea della nuova società politica che trova la sua espressione nel concetto della “città dell’uomo costruita a misura d’uomo” 7.

 

Maritain e Italia

Quando Maritain propone “l’ideale storico concreto di una nuova cristianità” cioè di una società temporale improntata alla concezione cristiana, trova in Italia già prima della seconda guerra mondiale, ma soprattutto dopo, un terreno fertile su cui tale pensiero avrebbe dato frutti 8.

Proprio in Italia, infatti, dove il fascismo aveva più a lungo condizionato la vita culturale, la speranza di una nuova cristianità ebbe particolare risonanza. Nei meno giovani, gli uomini della cosiddetta "prima generazione", che avevano conosciuto il prefascismo, quella speranza riaccendeva antichi ideali; ma nella "seconda generazione " e poi nella terza - nelle generazioni cioè che si erano formate negli anni del fascismo e avevano vissuto il crollo dei miti del regime, essa era destinata a diventare quasi un elemento di identità culturale, soprattutto nelle classi dirigenti 9. La proposta circolò infatti nei cosiddetti gruppi intellettuali di Azione cattolica, in particolare ad opera di Giovanni Battista Montini 10, ed ebbe perciò particolare presa proprio negli ambienti nei quali si formavano giovani che sarebbero stati destinati poi ad assumere notevoli responsabilità nel periodo successivo 11.

Durante i primi anni della guerra, per il gruppo dei “professorini” la casa del Prof. Padovani, divenne luogo di incontro e riflessione, anche sulla scia di uno dei radiomessaggi di Pio XII.

Il frutto di tali riflessioni porto ben presto all’evidenza una certa coincidenza con il pensiero maritainiano. Il gruppo valutava nella attuale situazione politica le ragioni della crisi della cultura europea, il ruolo dei cattolici nella società e soprattutto le possibili vie d’uscita da tale situazione dopo la guerra. Essi, innanzitutto, constatarono le mancanze della cultura cattolica, l’impreparazione del mondo cattolico alla vita politica, decidendo conseguentemente che una volta finita la guerra il gruppo non avrebbe partecipato attivamente alla vita politica ma si sarebbe dedicato all’azione culturale e formativa del laicato cattolico.

Uno dei punti d’incontro con il pensiero di Jacques Maritain lo ricorda con queste parole A. Fanfani: “La conclusione dell’ampio chiarimento venne a coincidere con la conclusione di Maritain: partiti d’ispirazione cristiana sì, e possibilmente tutti in un paese cristiano; partiti cosiddetti cattolici, no, nessuno: e ciò per lasciare alla Chiesa la sua nobile funzione di madre comune, di arbitra, di unificatrice, di ispiratrice della nostra civiltà” 12.

Quando l’Italia entra in guerra Lazzati continua le riflessioni nate durante gli incontri a Milano. Riflette specialmente sul rapporto tra l’azione cattolica (come collaborazione dei laici all’apostolato della gerarchia della Chiesa) e l’azione politica 13 dei cattolici 14. La riflessione su questo argomento prosegue poi nei campi di concentramento tedeschi, rimanendo elemento constante del suo pensiero. Lo testimoniano due documenti: una lettera del 06.08.1943 all’allora presidente dell’Unione Uomini di AC di Milano, Angelo Tesori e un lungo appunto scritto durante l’internamento 15. Su questa distinzione Lazzati conformemente al pensiero maritainiano, fonda l’azione politica “laica” del partito dei cattolici e la distingue dall’azione apostolica. Tale distinzione rifiuterà ogni possibile coincidenza tra realtà che appartengono a piani diversi, basandosi sulla distinzione ma non separazione. I frutti delle sue riflessioni Lazzati li raccoglierà nel volumetto “Il fondamento di ogni ricostruzione” pubblicato nel 1947 16.

 

Costituente, dossettismo e filosofia maritainiana

Finita la guerra tuttavia, il gruppo dovette fare i conti con una realtà che non coincideva con le loro intenzioni e tenere conto dei limiti culturali del mondo cattolico dell’epoca. Dopo il periodo fascista, la mancanza di persone preparate alla vita politica, costrinse i “professorini”, anche contro la loro volontà, a svolgere un ruolo politico attivo in tal senso. Ma dall’altra parte è stata anche la prima occasione di mettere in pratica le loro idee.

L’attività politica non fu per loro facile, nutriti delle teorie maritainiane si trovarono spesso in divergenza con il partito democratico cristiano a cui appartenevano. La loro riflessione maturata negli anni li portò a lottare contro l’integralismo geddiano prendendo allo stesso tempo le distanze anche dalla linea liberal-democratica promossa da De Gasperi e dai popolari.

Al centro delle divergenze, vi era innanzitutto la distinzione dei piani operata da Maritain, contraria a quella serie di complesse operazioni che cercavano di riportare ad una linea di non autonomia dei cattolici nella politica.

Per i dossettiani presenti nella costituente l’uso della filosofia maritainiana portava a sottolineare non soltanto la necessità per i cattolici di stare nella storia, di cimentarsi con la società moderna, ma di starci e di operarvi con una autonomia laica, antitemporalista, con le armi di una antropologia umana, e quindi con i rischi e con le prove di un pluralismo di opzioni politiche dentro lo stesso mondo cattolico. I dossettiani cercavano di evitare una chiusura nell’autosufficienza del mondo cattolico, e meno ancora in un clericalismo o in un temporalismo 17.

A questo punto veniva però ad imporsi l’esigenza di mediare questi principi a livello culturale in modo tale da farli divenire un programma politico. Il concetto di persona affermato nella Costituzione Italiana rappresenta proprio questo aspetto di mediazione culturale tra il pensiero e l’applicazione. Esso si estrinseca in tante comunità crescenti (famiglia, città, nazione, famiglia delle nazioni) che lo integrano senza opprimerlo.

Lo stato nascente da queste coraggiose premesse doveva sostanzialmente essere diverso: non più uno stato costruito sulla la società, ma sull’individuo; uno stato assai diverso da quello di matrice illuministico-liberale o totalitario-fascista 18.

 

Scritti di Lazzati

Durante i lavori della Costituente i dossettiani dovettero rinunciare ad occuparsi del loro primo scopo, ovvero la formazione delle coscienze. Essi trovarono il modo di non rinunciarvi in modo totale seppur assorbiti dall’impegno politico. Per rispondere a tale punto fondamentale del loro impegno nacque la rivista “Cronache Sociali” 19. Negli articoli di quel periodo essi tentarono di spiegare e propagandare le proprie idee frutto delle riflessioni maturate nel corso degli anni.

Ad un primo sguardo i contributi che richiamavano il filosofo francese potrebbero sembrare pochi, ma occorre innanzitutto tenere presente che Maritain era stato una sorta di premessa di valore, data per acquisita, per la loro idea politica in quanto le letture di Maritain facevano parte della formazione stessa del gruppo dei dossettiani 20.

Una sorta di chiarificazione dottrinale nei primi numeri della rivista, fu operata dallo stesso Lazzati, riferendosi al fare politica da cristiani, pensiero chiaramente in linea con la della riflessione di Maritain. Lazzati richiama anche le posizioni del filosofo francese di fronte al machiavellismo; tuttavia la sua citazione non proviene da Umanesimo Integrale, bensì da un saggio del ’42.

All’interno del quarto numero della rivista, si trova un altro articolo di Lazzati, “Esigenze cristiane in politica”, con il quale si torna ancora ad un discorso chiaramente maritainiano riferito alla teoria dei piani con attenzione alla posizione del cattolico impegnato in campo politico.

Seguono articoli che hanno lo scopo di offrire delle linee interpretative del maritainismo per permetterne la divulgazione e la presa di coscienza da parte dei suoi lettori 21. Nel 1948 (anno cruciale per la vita politica italiana), Lazzati pubblicò (sempre sulle pagine di Cronache Sociali) l’articolo “Azione Cattolica e azione politica” 22 dove già nel titolo si riferiva chiaramente alla filosofia maritainiana. La redazione antepose al testo dell’articolo una nota dove annunciava l’imminente pubblicazione di un intero quaderno che avrebbe raccolto gli scritti di eminenti studiosi cattolici, italiani e stranieri sull’argomento. L’articolo di Lazzati sarebbe servito come introduzione alla tematica. Bisogna ricordare che tutto ciò accadeva durante una sfrenata discussione preelettorale quando da molte parti i cattolici venivano criticati per l’abuso dell’autorità spirituale. Molti avrebbero voluto vedere i cattolici fuori dalla politica e per questo motivo Lazzati cercò di chiarire le fondamenta e i fini del impegno dei credenti in politica.

L’esperienza politica dei dossettiani fu di breve durata e lo stesso Lazzati ne usci nel 1953. Lazzati però non si fermò ma cercò di continuare la sua riflessione per un’attività politica consapevole e proficua.

Negli anni successivi molte delle tesi di Maritain furono assorbite dal Concilio. Lo si può vedere nella Gaudium et Spes, ma anche negli altri documenti, specialmente la dove si parla dei laici e del loro impegno secolare. Lazzati, sulle linee del Concilio non utilizza mai l’espressione “nuova cristianità”, ma piuttosto propone la costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo.

Dopo il Concilio Lazzati non citò più Maritain anche se non abbandonò lo studio del suo pensiero, ma si concentrò piuttosto sulle tesi del Magistero.

L’espressione più piena della maturità della sua riflessione politica si può ritrovare nei volumetti pubblicati poco prima della morte: La città dell’uomo. Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo (1984), Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali (1985), Per una nuova maturità del laicato (1986), La preghiera del cristiano (1986).

 

Pensare politicamente

Lazzati come a Maritain nei suoi scritti politici scarta il pessimismo agostiniano, secondo il quale le realtà terrene non contano sostanzialmente nulla, evitando una separazione tra realtà materiali e spirituali e accoglie l’ottimismo tommasiano, che seguendo Aristotele, non separa realtà materiali e spirituali, ritenendole parti distinte di un’unica realtà 23.

Lazzati definisce la politica scrivendo: “E’ l’azione che mira a costruire e sviluppare nel migliore modo possibile, cioè nel modo più corrispondente alle esigenze della persona umana, la vita associata degli uomini nell’ambito dello Stato e della comunità internazionale” 24. Il fine della politica è il “bene comune” dei cittadini, la necessità della politica è determinata in primo luogo dalla sua “necessità naturale” in quanto essa mira al “bene comune” - fine ultimo della realtà umana. Lazzati vede dunque la politica “come costruzione della città dell’uomo” e come “la più alta attività umana: quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona; questa è – dice Lazzati – la politica in se stessa. E non solo – aggiunge – è la più alta attività umana, ma è anche la più difficile, perché in essa convergono campi diversi che riguardano la persona umana in tutti i suoi aspetti, per cui ogni problema va risolto secondo la tecnica propria di quel problema, ma naturalmente dentro la visione globale d’insieme” 25.

Secondo Lazzati il termine “costruire” “esprime un’azione, un’attività” ciò vuol dire che, per una politica intesa come scienza e arte della costruzione e gestione della “città dell’uomo a misura d’uomo”, è indispensabile un chiaro progetto politico che impedisca alla più alta delle azioni umane di cadere in uno sterile pragmatismo, perché priva di una prospettiva ideologica.

Nel cittadino e soprattutto in quello cristiano è insito un impegno in tal senso. Dire cristiano è dunque dire un uomo che è membro di una “polis eterna” ed è membro di una “polis temporale”, autonoma nel fine di conseguire il “bene comune” dei suoi cittadini.

In questa ottica per lui era chiaro che i costruttori erano, sono e saranno non certo i politici di professione, ma i cittadini tutti, con in cima ai loro interessi l'ideale del bene comune. Non c'è dunque spazio per nessun decisionismo, per nessun autoritarismo, per nessun partitismo. La Repubblica è veramente la cosa di tutti e nessuno deve sentirsi autorizzato a non prendervi parte. La politica non è affatto il potere o l'arte di governare, ma è essenzialmente la costruzione comune della casa di tutti. Solo così l'uomo si realizza in pienezza e la politica ritrova la sua originaria destinazione.

Per Lazzati il centro della polis non è lo Stato così come lo Stato non coincide con la città dell’uomo. Il centro della polis è l’uomo e la sua azione si esplica all’interno della vita dello Stato, intesa come quella serie di regolamentazioni, opere ed azioni che gli consentono il vivere in comunità con la tendenza ad ottenere il meglio per ogni singolo senza discrepanze e divisione tra gli individui.

Per Lazzati è fondamentale questo primato che l’uomo deve avere nell’ambito della polis, poiché la politica organizza “tutto l’umano” ed umano deve essere il suo fine, solo così, sul piano naturale, ogni altra attività è inferiore alla politica che tutte le investe, per realizzare quella società, che è al servizio della persona e stimola lo sviluppo integrale di tutte le sue potenzialità.

 

Laicità della politica

Lazzati vede la politica come un elemento fondamentale della vita dell’uomo. Essa si rende necessaria in quanto permette di amministrare e regolare quell’insieme di atti che occorrono per la sopravvivenza di una comunità. Poiché essa tratta e si occupa delle cose terrene e della vita materiale dell’uomo, va inquadrata nella sua laicità.

Sulla scia della distinzione ma non separazione dei piani di Maritain, per il professore milanese la politica è strutturata per la vita dell’uomo sulla terra e non può essere messa direttamente in relazione con il divino. Tuttavia se si tiene conto che ogni realtà è posta sotto l’unica signoria di Dio, appare evidente al credente che l’agire politico, seppur non desumibile direttamente dalla rivelazione, rientra nei suoi piani, ma deve essere espletato dagli uomini senza ricorrere al divino in modo diretto, ma solo secondo la propria coscienza rapportandosi a Lui.

Lazzati ricupera anche la distinzione maritainiana tra azione cattolica e azione apostolica che considera la politica un’attività “laica”. Il credente è indotto a praticarla non “in quanto credente”, come avviene per l’impegno evangelizzatore, ma “perché credente”, ossia come uomo fra gli uomini, anche se animato e motivato dalla fede, che però non gli garantisce nessuna competenza specifica, ma solo una spinta, una motivazione in più verso il “bene comune”: precisamente quella di essere coerente con il compito assegnato da Dio all’uomo di portare a compimento il suo piano e la sua economia di creazione e di redenzione. È un compito che l’uomo realizza ordinando le realtà terrene secondo Dio. Vale a dire, costruendo con la politica una società a misura d’uomo, facendola divenire materia del regno di Dio. Per questo motivo la politica è una realtà “laica” e così diventa un compito peculiare di coloro che per natura, vocazione e missione, sono chiamati a cercare il regno di Dio trattando le realtà terrene, “laiche”, ordinandole secondo il piano del Creatore e del Redentore. Costoro sono quelli che la Chiesa definisce fedeli laici cristiani. In questo senso la politica, vista come un’attività umana, diventa per i laici cristiani un luogo teologico, modalità essenziale per santificarsi, via per la quale si raggiunge l’obiettivo comune a ogni vocazione. Il cristiano recupera la riserva escatologica e così la politica non è tutto, non è un fine, è un mezzo privilegiato, affinché il regno di Dio cresca e si dilati nella storia 26.

 

Mediazione culturale

L’agire politico per tutti deve far ricorso all’intelligenza e alla ragione, chiamate a individuare e a guidare ciò che è necessario per conseguire il bene comune. Chiede, dunque, una ricerca permanente a cui tutti, credenti o no, possono e devono dare il proprio contributo. Per il credente, in questo caso, la rivelazione e la fede danno una motivazione in più in questa ricerca e li stimolano a tradurre i loro pensieri e il loro credo in azione politica, senza per questo renderli né più intelligenti, né più ragionevoli, né più capaci.

Per Lazzati ciò sarà possibile farlo attraverso uno sforzo di mediazione, con cui egli dà un supplemento d'anima all'attività politica dell'uomo. E questo lo fa con una traduzione laica dei suoi principi, senza per questo imporre le sue scelte in nome della fede, ma pur sempre convinto che quel valore risponde alle esigenze profonde dell'uomo.

Lazzati da questo punto di vista è magistrale: “Mediare significa far incontrare, congiungere, tenere insieme due realtà di per sé diverse; mediare dunque non è menomare la propria identità cristiana, significa invece collocare la propria identità spirituale nel momento storico, trovando e realizzando i valori temporali possibili in quel momento e in quel luogo, ma in vista di una loro maturazione escatologica” 27. Per questa opera di mediazione al cristiano occorreranno due virtù essenziali: la prudenza (che è la virtù di chi dispone bene ciò che va fatto in ordine ad una fine buono) e il dialogo.

Mediare dunque è cercare il punto di inserimento della propria identità cristiana in una determinata situazione socioculturale confrontandosi con altre presenze culturali.

Unico strumento possibile per la mediazione ovviamente è il dialogo, ma un dialogo che non ponga esclusioni di sorta: né verso coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscono ancora la sorgente, né verso coloro che si oppongono alla chiesa e la perseguitano in diverse maniere.

Meditazione

L’esercitare la politica significa collaborare alla costruzione della città celeste, in una maniera particolarmente significativa ed incisiva. Infatti creare giustizia, costruire pace, dare vita a condizioni ideali per la costruzione della persona umana è una missione importante dal punto di vista del credente che opera nella realtà del suo tempo; il lavoro del politico non sarà gettato via da Dio, ma esso rientra nella missione che Egli dà ad ogni essere umano: quella di costruire il Regno di Dio in terra; di prendersi cura del pianeta che Egli ci ha dato.

Alla luce della fede, la politica nel suo fine ultimo, non può che essere una forma di contemplazione tra le più profonde, e un impegno tra i più meritevoli. Il cristiano in politica porrà il suo impegno nella mediazione, non già tra le diverse opinioni umane, ma anche e soprattutto tra il piano temporale e quello spirituale.

Possiamo dire che le proposte di Jacques Maritain e Giuseppe Lazzati hanno in comune il riconoscimento di un primato: quello dello spirituale, della contemplazione 28. Su questo pilastro si regge tutto il discorso filosofico e l’impegno politico dei due intellettuali che, proprio per questa loro impostazione collegata al tomismo, hanno saputo essere degli strenui difensori della libertà, della democrazia e dei “mezzi poveri”. E sta anche in queste scelte la piena affinità tra il pensatore francese e quello italiano.

A questo proposito vorremmo fare una precisazione, cioè sottolineare un aspetto che riguarda la personalità complessiva sia di Maritain che di Lazzati: si tratta di un carattere che ancora una volta dimostra come al di là di precisi e specifici riscontri di influsso tra i due pensatori, vi sia una somiglianza culturale ed esistenziale di notevole significato. Intendiamo riferirci alla solitudine che ha contraddistinto Maritain e Lazzati 29, che non significa affatto chiusura al dialogo o alla collaborazione, bensì primato dell’Assoluto, fedeltà alla propria interiorità, solitudine insomma, che è la radice stessa della loro “contemplazione per le strade”.

 

Attualità del pensiero di Lazzati

Anche in questa piccola comparazione tra le idee di questi due intellettuali possiamo notare come le loro posizioni coincidano, e non è un caso, poiché sovente Lazzati richiama esplicitamente il pensiero di Maritain. Per entrambi le acquisizioni dei tempi moderni necessitano e si integrano con i valori (storicamente portati alla luce dal cristianesimo) che l’età moderna non ha saputo ancora attuare in modo soddisfacente: i diritti umani, l’esigenza di giustizia, la composizione del conflitto tra Stato e società civile.

Le proposte di Lazzati e di Maritain muovono in ogni caso da uno stesso riconoscimento di cui attualmente si va avvertendo sempre più l’importanza: il primato dello spirituale che non è fuga o ghetto, dismisura o chiusura, bensì trasformazione del mondo, promozione umana senza prassismi né integralismi. Sul primato dello spirituale si regge tutto l’impianto filosofico e l’impegno politico di Maritain e di Lazzati. In questa loro impostazione, che affonda le radici nel Vangelo e si struttura con la mediazione del tomismo, sta la più profonda affinità tra il pensatore francese e quello italiano, al di là di più particolari influssi e coincidenze.

Erroneamente tali posizioni possono essere considerate anti-moderne. Anzi, esse meglio si definiscono come post-moderne, in quanto sia Lazzati che Maritain considerano le conquiste moderne, quali l’autonomia delle realtà terrene, il valore della razionalità, l’organizzazione della società politica nella forma dello Stato laico, come elementi validissimi e tuttavia non sufficienti per la realizzazione delle esigenze della natura umana.

Il rapporto fede-politica in Lazzati si configura come sintesi sapienziale che mantiene i due termini in equilibrio rispettandone la specificità: senza prevalere l’uno sull’altro e senza confondere l’uno con l’altro. I due termini sono posti in relazione vitale proprio perché né confusi né separati. La sua sintesi non si cristallizza in forma ideologica; anzi, la sintesi lazzatiana si configura come un’anti-ideologia. Essa si fonda, da un lato, su aspetti non contingenti che ne costituiscono la struttura, e dall’altro su aspetti contingenti destinati, per loro natura, a mutare. Così questa sintesi è un processo sempre da rifare. Per tale dinamismo intrinseco, i cristiani sono chiamati permanentemente a confrontarsi con la storia operando un discernimento critico che consenta – come ripeteva Lazzati citando sant’Ambrogio – di “cercare sempre cose nuove, conservando il meglio di quelle antiche”. La sintesi lazzatiana presenta una caratteristica strutturale: è un processo in evoluzione.

Nell’ambito di una realtà sociale sempre più attenta alla valorizzazione dei privati, del mercato, dell’interesse particolare del singolo (quindi dell’individualismo, dell’egoismo), trova ancora attualità il pensiero lazzatiano per la costruzione di una “società politica”, cioè fatta da cittadini che collaborano alla realizzazione di un fine comune, delle istituzioni pubbliche, che non sono solo quelle statali, ma anche quelle locali, poiché tutti questi sono luoghi istituzionali in cui la gente dovrebbe operare, non in vista dell’interesse “proprio”, ma del bene comune. Gettare le basi per la costruzione di questo tipo di società, previene la corruzione degli interessi personali.

Bisogna a questo punto specificare che il concetto lazzatiano di “costruire la città dell’uomo a misura d’uomo” non risolverà i problemi del mondo politico come corruzione, disonestà, disimpegno, ecc. E' necessario invece scendere fino alle origini del male e curarlo dalle radici (che significa costruire a misura d’uomo) senza facili semplificazioni come quelle operate da chi tende ad eliminare del tutto il polo morale della politica, riducendola solamente ad un problema di carattere tecnico, e dimenticando ogni riferimento al mondo degli ideali e dei valori.

Approfondendo il concetto di “città dell’uomo” in Lazzati, nell’ottica aristotelica e tommasiana, la società politica è costituita dall’insieme di tutti coloro che collaborano alla realizzazione di uno stesso fine (il bene comune) e il muoversi in essa è per l’uomo facente parte della sua stessa natura. Si deve allora concludere che le istituzioni che la compongono appartengono a tutti coloro che ne fanno parte; ovvero a tutti i cittadini, a prescindere della loro fede, ideologia, convinzioni politiche etc.

Nella società di oggi sempre più multietnica il concetto di “città dell’uomo”, anche nelle diverse varietà di forme, trova forse ancora una maggiore attualità, perché capace di convogliare le diverse identità culturali, religiose, sull’unico possibile terreno comune. Il motivo è semplice: esso viene esercitato da ciascuno all’interno della propria cultura e della propria fede, ma allo stesso tempo permette il dialogo, il capirsi reciprocamente così da poter collaborare insieme ad un’opera comune, o meglio all’“opera comune”.

Analizzando le categorie elaborate da Maritain e riprese all’interno dello stesso Concilio Vaticano II, bisogna tener presente che esse sono riferite ad un contesto storico ormai cambiato. In Italia e non solo, le condizioni sono molto diverse rispetto ai tempi delle prime riflessioni di Maritain (periodo della formazione di Lazzati); si è giunti quasi ad una totale indifferenza nei confronti dell’annuncio cristiano, ma, nonostante ciò , il discorso sulla “città dell’uomo”, conserva immutata la sua validità.

Per concludere, possiamo affermare che un confronto tra Lazzati e Maritain risulta non solo legittimo per i numerosi punti di contatto esistenti tra i due intellettuali sul piano culturale e religioso, filosofico e politico, ecclesiale ed esistenziale, ma risulta anche fecondo per le riflessioni che sollecita su alcuni problemi oggi particolarmente sentiti, come quelli del valore della persona umana, della laicità e dell’evangelismo, del pluralismo e della collaborazione, della moralità politica e della mediazione culturale, dei piccoli gruppi e dei “mezzi poveri”. Tale confronto ha una dimensione ampia; non si limita ad un periodo o ad un problema, ma coinvolge l’insieme della personalità, dell’impegno delle scelte e del pensiero dei due intellettuali. In questo senso si può dire che, al di là di specifiche influenze di Maritain su Lazzati, risulta più adeguato parlare di consonanze e affinità, che permettono di affermare come sia comune ad alcune personalità cattoliche in generale (e ai nostri due autori in particolare) un certo tipo di visione e di prospettiva.

 


NOTE 

1 Raffaele Zunino, La profezia di Giuseppe Lazzati. Rubbettino, Catanzaro, 1998, p. 7.

2 Lazzati spesso sottolineava questo aspetto di non essere entrato in politica volontariamente. Questo “suo malgrado” ricorre spesso nei suoi pronunciamenti. Si può vedere per esempio l’intervista concessa a Enzo Magì in “Europa” del 3 settembre 1984 n. 44, ed anche in AA. VV. Dossier Lazzati 12, AVE, Roma 1997 p. 64.

3 Giancarlo Galeazzi (a cura), Il pensiero politico di Jacques Maritain. Editrice Massimo, Milano 1978, p. 199.

4 Per ulteriori informazioni sull’attività politica di Giuseppe Lazzati: AA. VV. in Dossier Lazzati 12, Lazzati, Dossetti, il dossettismo. AVE Roma, 1997; Bonari Biagio, Giuseppe Lazzati: La politica per l’uomo. Editrice Esperienze, Fossano 1997; Montonti Angelo, Il testamento del capitano. L’avventura cristiana di Giuseppe Lazzati. Edizioni Paoline, Milano, 1991.

5 Per questo motivo soprannominati anche i “professorini” ma anche i “dossettiani” dal nome del leader del gruppo – Giuseppe Dossetti.

6 Pietro Melloni, Le fonti della sua spiritualità, in Oberti Armando (a cura), Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo. AVE, Roma, 1996 pp.61-65. 

7 Lazzati utilizzerà poi questo concetto come titolo del suo manifesto politico intitolato proprio La città dell’uomo. Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo, pubblicato da AVE nel 1984.

8 Bibliografia sul periodo: G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti. 1945-1954, Vallechi, Firenze 1974; G. Campanini, Fede e politica, in AA. VV., Novecento minore. Intelettuali e società in Italia, a. c. di Invitto, Messapica, Lecce 1977 pp. 179-225; L. Elia, Maritain e la rinascita della democrazia, in AA. VV., Jacques Maritain e la società contemporanea, a.c R. Papini, Massimo, Milano 1978. pp. 220-234.; ID. L’idea europea nella cultura personalista: il contributo di J. Maritain, in AA. VV., L’apporto del personalismo alla costruzione dell’Europa a.c. R. Papini, Massimo, Milano 1981.

9 Per ampi riferimenti, sia consentito rinviare alle tesi esposte in G. Campanini, Cristianesimo e democrazia – Studi sul pensiero politico cattolico del ‘900, Morcelliana, Brescia 1980, spec. Cap. VIII Cristianesimo e democrazia in Italia (1939-1959), pp. 139 e ss; inoltre AA.VV., Chiesa cattolica e fascismo nell’Italia settentrionale durante il pontificato di Pio XI (1922-1939), Vita e Pensiero, Milano, 1978, nonché, per un’analisi più specificante riferita agli ambiti intellettuali, R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna, 1979. In generale, ma con valutazioni talvolta discutibili e non sempre condivisibili, C. Brezzi, Il cattolicesimo politico in Italia nel ‘900, Teti, Milano, 1979. Anche: G.B. Naitza, G. Pisu, I cattolici e la vita pubblica in Italia. La Nuova Italia, Firenze, 1977, pp.114-116.

10 Umanesimo integrale di Maritain, pubblicato per la prima volta nel 1936, a causa dell’ostracismo fascista, è stato tradotto in Italia soltanto nel 1946, ma già prima di allora circolava negli ambienti intellettuali, soprattutto per il tramite del futuro Paolo VI che fu il primo traduttore di Tre riformatori opera scritta nel 1925, e pubblicata per la prima volta in Italia da Morcelliana a Brescia nel 1928. Per ulteriori elementi sull’influenza di Maritain sulla cultura italiana: G. Campanini, Fede Politica, Morcelliana, Brescia, 1977 pp. 59 e ss (La sinistra cattolica, Maritain e Mounier) e il successivo studio dell’autore su Jacques Maritain nella cultura del movimento cattolico italiano, in “Civitas”, 1981 n. 10. Non va tuttavia dimenticato, che Maritain, anche se soprattutto il Maritain filosofo e studioso di estetica, fu uno dei punti di riferimento della cultura “fiorentina” degli anni ’30 e fu largamente noto negli ambienti del “Frontespizio” ai quali per un certo periodo La Pira fu in qualche modo vicino. Giorgio La Pira fu uno dei membri di punta del gruppo dei dossettiani.

11 Pietro Scoppola, La "nuova cristianità" perduta. Edizioni Studium, Roma 1986. p. 12.

12 A. Fanfani, Partiti di ispirazione cristiana e chiesa cattolica, “Humanitas” I, 1946, p. 382.

13 Gli scritti politici sono stati raccolti in due volumi: Lazzati Giuseppe, Pensare politicamente, vol. I: Il tempo dell’azione politica – Dal centrismo al centrosinistra, AVE, Roma 1988; e Pensare politicamente, vol II: Da cristiani nella società e nello Stato, AVE, Roma 1988.

14 Come abbiamo visto questi argomenti erano già presenti nelle riflessioni che il gruppo di professorini faceva a casa di prof. Padovani durante i primi anni della guerra.

15 Il testo viene riportato integralmente in: Marilena Dorini, Giuseppe Lazzati: gli anni del lager (1943-1945) pp. 175-185.

16 G. Lazzati, Il fondamento di ogni ricostruzione, Milano 1947.

17 Vedere AA. VV. L’apporto del personalismo alla costruzione dell’Europa, Massimo Milano, 1981, specie alle pp. 146 e ss.

18 P. Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana. Il Mulino, Bologna 1979.

19 Per maggiori informazioni si può vedere Marcella Glisenti, Leopoldo Elia, Cronache sociali 1947-1951, Luciano Editore, Roma 1962.

20 G. Galeazzi (a cura) Il pensiero politico di Jacques Maritain, Editrice Massimo, Milano 1978 pp.195-202.

21 A. Ardigò, Jacques Maritain e “Cronache sociali” in Giancarlo Galeazzi (a cura), Il pensiero politico di Jacques Maritain. Editrice Massimo Milano 1978 p. 199 pp. 195- 202 e 247- 252.

22 Ora anche in G. Lazzati Pensare politicamente I, op. cit. pp 69-81.

23 Armando Oberti, Lazzati. Tappe e tracce di una vita. AVE, Roma, 2000, p. 275.

24 Giuseppe Lazzati, Pensare politicamente I op. cit. pp 81-88.

25 Armando Oberti, Lazzati.Tappe e tracce di una vita. Op. cit. pp. 275-282.

26 A. Oberti Lazzati. Tappe e tracce di una vita. AVE Roma 2000 p.277.

27 G. Lazzati, Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, AVE, Roma, 1985, p. 123.

28 Si può vedere:. J. Maritain Primato dello Spirituale, tr. It., Logos, Roma 1980; nonché tre antologie: Azione e contemplazione. A c., di G. Barra, Borla, Torino 1962; Contemplazione e Spiritualità, a c., di G. Galeazzi, A.V.E., Roma 1977; Contemplazione evangelica e storia, a c. di V. Possenti, Gribaudi, Torino 1981; cf. inoltre G. Galeazzi Maritain et la contemplation, in “Notes et documents”, 1977, n.8); G. Lazzati La preghiera del cristiano AVE, Roma 1986. B. Baroffio, Giuseppe Lazzati: uomo di preghiera, in La Scala XLI 1987 pp. 29-32. A. Oberti, Giuseppe Lazzati, un intimo di Dio, in Nuova Responsabilità 18/1987.

29 Sulla “solitudine” di Maritain, cf. E. Borne, Maritain nella vita culturale francese: influenza e resistenza, in AA.VV., J. Maritain e la società…cit.; O. Lacombe, Jacques Maritain e la sua generazione, in AA.VV., J.Maritain. Vertità, ideologia e educazione, cit. per Lazzati: P. Vanzan, Il mondo, la Chiesa e il Regno di Dio nella vita e nell’opera di uno “starez” occidentale, in A. Oberti (a cura), Giuseppe Lazzati: vivere da laico, Roma 1986, pp. 11-89.

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