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LA SANTA SEDE ALLA PROVA DELLE GUERRE JUGOSLAVE (1991-1995) Diplomazia della discrezione e dottrina sociale tra Belgrado, Sarajevo e Dayton

Introduzione

Trentacinque anni fa, il 25 giugno 1991, la penisola balcanica occidentale precipitava in una serie di conflitti armati di sanguinosa portata. L’indipendentismo di Slovenia e Croazia e il contrapposto disegno della “Grande Serbia” innescarono la dissoluzione della Jugoslavia e una lunga scia di bombardamenti, violenze e pulizia etnica. In quel contesto, un attore solitamente ai margini dell’architettura di sicurezza europea assunse un ruolo di primo piano: la Santa Sede, che agì per via diplomatica con determinazione e perseveranza, non solo per evitare inutili sofferenze alla popolazione civile, ma anche per richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità di fronte all’ultimo grande dramma umanitario europeo del Novecento. Un ruolo cercato e assunto senza esitazioni, sia per la sua peculiare missione di pace, sia per una carenza di interessamento di molti altri attori internazionali. Eppure storiografia e opinione pubblica hanno spesso sottostimato questa azione. Si propone qui una rilettura, alla luce della storia delle relazioni diplomatiche e della dottrina sociale della Chiesa (DSC).

Un rapporto anomalo: la Santa Sede e la Jugoslavia di Tito

Le relazioni tra Santa Sede e Jugoslavia furono interrotte dal 1952 al 1970, dopo che Belgrado dichiarò che il mantenimento di normali rapporti diplomatici «non aveva più alcuna ragion d’essere»[1]. Le cause erano insieme dottrinali – legate alla gestione del clero e alla vicenda del vescovo Stepinac – e politiche, nella volontà di Tito di controllare una propria Chiesa jugoslava. Fu proprio la rottura di Tito con Mosca, nel 1948, ad aprire però uno spazio di dialogo: attraverso il lavoro discreto del cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, si giunse a un modus vivendi, suggellato dal Protocollo di Belgrado del 1966 e dal ristabilimento della pronunzia apostolica nel 1970. L’incontro fra Tito e Casaroli del 26 agosto di quell’anno fu definito «disteso e cordiale», con un «apprezzamento del maresciallo per l’azione del Papa» che appariva «evidente e sincero»[2]. Decisivo fu l’interesse della Santa Sede, nella temperie post-conciliare di apertura al “mondo esterno”, per il Movimento dei Paesi non allineati, di cui la Jugoslavia era guida: l’ex presidente del governo federale jugoslavo, Mitja Ribičič, arrivò a definire la Santa Sede «il nostro miglior alleato», soprattutto per la difesa dei diritti delle minoranze etniche[3]. Un rapporto costruito non sul piano confessionale, ma su una comune sensibilità per la pace e la dignità delle minoranze; principi che, vent’anni più tardi, avrebbero orientato la lettura vaticana della crisi jugoslava.

Il riconoscimento di Slovenia e Croazia: una scelta di diritto internazionale

Il 13 gennaio 1992 la Santa Sede divenne uno dei primi Stati a riconoscere ufficialmente l’indipendenza di Slovenia e Croazia, anticipando di due giorni gli Stati membri della Comunità europea. Un riconoscimento preparato fin dal 3 luglio 1991, quando i rappresentanti vaticani presso la CSCE giudicavano inaccettabile una unità della Jugoslavia ottenuta come risultato dell’azione delle forze armate[4]. Le ragioni di quello che viene definito uno «strappo»[5] alla prassi diplomatica della Santa Sede non si esauriscono in un favore confessionale verso due Repubbliche a maggioranza cattolica, lettura incompleta proposta talvolta dalla storiografia. Tre motivazioni complementari spiegano meglio la decisione: anzitutto una scelta di solidarietà verso le popolazioni e le vittime del conflitto; in secondo luogo il tentativo di trasformare quella che appariva come una guerra civile interna in una vera guerra fra Stati sovrani, riportandola così sotto la responsabilità del diritto internazionale e della comunità delle nazioni; infine la prima formulazione, dal cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, del «diritto e dovere di ingerenza»[6] in situazioni di aggressione. Categorie che vanno lette nella grammatica della DSC, oltre che in quella del diritto internazionale: la solidarietà, per la Chiesa, non è «un sentimento di vaga compassione», ma una «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune»[7]. Da questa determinazione, non da un calcolo geopolitico, discese la rapidità del riconoscimento della Santa Sede.

La guerra in Bosnia-Erzegovina: la “diplomazia della discrezione”

Soggetto di diritto internazionale che non negozia confini né dispiega truppe, la Santa Sede affrontò la guerra bosniaca sul piano dei principi morali, nei limiti dell’articolo 24 del Trattato del Laterano, che la impegna a restare estranea alle competizioni temporali fra Stati riservandosi il diritto di «far valere la sua potestà morale e spirituale». Fu il cardinale Sodano, il 6 agosto 1992, al termine di un incontro con Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo, a precisare quel principio davanti alla tragedia di Sarajevo: «Gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare uno che vuole uccidere. Questo non è favorire la guerra, ma impedire la guerra»[8]. Parole rafforzate il giorno successivo da un comunicato della Sala Stampa vaticana: «Si è complici del male anche tacendo»[9]. Come ha ricordato monsignor Nikola Eterović, quelle dichiarazioni nascevano dalla «tragica situazione della popolazione di Sarajevo, mentre la cosiddetta Comunità internazionale assisteva passivamente all’inaudita tragedia della popolazione civile»[10].

Oltre a dichiarazioni di principio, proclami morali o questioni di riconoscimento, la Segreteria di Stato fu maggiormente attiva anche sul campo di battaglia e sul piano degli aiuti umanitari durante il conflitto bosniaco. L’azione della Santa Sede fu sollecitata soprattutto dalle notizie che giungevano dal territorio attraverso la rete capillare di parrocchie, diocesi e vescovi. Si susseguirono, pertanto, appelli e denunce anche nelle sedi degli organismi internazionali, come l’ONU e la CSCE, dove la Santa Sede era membro osservatore nella prima e membro effettivo nella seconda. Anche il Santo Padre, Giovanni Paolo II, moltiplicò gli appelli pubblici e i gesti pastorali: il 12 novembre 1992 scrisse ai vescovi di Bosnia-Erzegovina assicurando il proprio sostegno «sia per contribuire a porre fine al conflitto, sia per intensificare l’arrivo degli aiuti umanitari»[11]; il primo dicembre convocò, con i presidenti delle Conferenze episcopali europee, una giornata di preghiera per la pace ad Assisi, il 10 gennaio 1993.

Il momento più emblematico di questa diplomazia resta, a ogni modo, il viaggio apostolico a Sarajevo, annunciato per il settembre 1994 e rinviato all’ultimo momento per l’assenza di garanzie di sicurezza. Secondo monsignor Eterović e documenti governativi e diplomatici rinvenuti ai The National Archives di Londra, a far desistere il Pontefice non fu il timore per la propria incolumità, ma «la possibilità che qualche fedele potesse essere ucciso in tale occasione: ciò per Lui era più importante che la sua sicurezza personale». Rinunciato il viaggio, Giovanni Paolo II celebrò comunque, da Castel Gandolfo, una Messa per la pace nei Balcani. Sullo sfondo restava una distinzione che la Santa Sede non avrebbe mai abbandonato: quella fra la pace come assenza di guerra e la pace come frutto della giustizia.

Dayton: una pace necessaria, non ancora giusta

Gli Accordi di Dayton, nel novembre 1995, posero fine alle ostilità e ricevettero un apprezzamento formale della Santa Sede, in quanto portava a termine la cruenta guerra in Bosnia-Erzegovina. Ma, come ricorda monsignor Eterović, negli ambienti vaticani «permanevano forti riserve circa il suo contenuto e circa la funzione dello Stato», nella consapevolezza che l’Accordo «non era giusto». Dayton fu definito, in ambienti vicini alla Santa Sede, una vera e propria «“camicia di forza” imposta ai tre popoli della Bosnia ed Erzegovina»[12], che lasciava aperte le questioni del ritorno dei rifugiati e della riconciliazione fra le comunità. Diversamente dalla diplomazia statunitense, per la quale «nessun interesse nazionale vitale degli Stati Uniti era direttamente toccato» dall’unità o meno della Bosnia[13], e vicina alla diplomazia della Comunità/Unione europea[14], la Santa Sede ribadì sempre «l’importanza della Bosnia ed Erzegovina unita, fondata sulle norme del diritto internazionale e sul rispetto dei diritti e dei doveri dei tre popoli costitutivi»[15]: una posizione attenta alle persone prima che agli Stati, radicata nei principi della dignità umana e della solidarietà più volte richiamati dal magistero.

Fu lo stesso Giovanni Paolo II, nel viaggio apostolico a Sarajevo del 12-13 aprile 1997, a indicare la via che restava da percorrere: «“Perdoniamo e domandiamo perdono”, […] Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione», nell’auspicio che «Sarajevo diventi per tutta l’Europa un modello di convivenza fra popoli di etnie e religioni diverse»[16].

Conclusione

Dal riconoscimento di Slovenia e Croazia al giudizio sospeso su Dayton, l’azione della Santa Sede nelle guerre jugoslave mostra una coerenza che va oltre la cronaca diplomatica: una “diplomazia della discrezione” capace di parlare il linguaggio del diritto internazionale senza abbandonare quello, più esigente, della dottrina sociale della Chiesa. Senza eserciti né interessi economici nella regione, libera nei fini quanto vincolata nei mezzi, la Santa Sede poté permettersi una franchezza preclusa ad altri attori, ricordando alla comunità internazionale – con le parole di Sodano – che «si è complici del male anche tacendo».

 

NOTE

[1] Agostino Casaroli, Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-1989), Torino, Einaudi, 2000, p. 199.

[2] Ivi, p. 245.

[3] Jure Ramšak, The Crumbling Touchstone of the Vatican’s Ostpolitik: Relations between the Holy See and Yugoslavia, 1970–1989, in The International History Review, Vol. 43, n. 4, 2020, pp. 856-857.

[4] Mario Agnes (a cura di), La Crisi Jugoslava: Posizione e azione della Santa Sede (1991-1992), in «Quaderni de L’Osservatore Romano», Vol. 18, Città del Vaticano: Libreria editrice vaticana, 1992.

[5] Roberto Morozzo della Rocca, Le religioni e la dissoluzione della Jugoslavia, in Antonio D’Alessandri (a cura di), Dopo la Pioggia: Gli Stati della ex Jugoslavia e l’Albania (1991-2011), Lecce: Argo, 2011, p. 474.

[6] Dalla dichiarazione del cardinale segretario di Stato Angelo Sodano del 6 agosto 1992 riferendosi alla guerra in Bosnia-Erzegovina, apparsa l’8 agosto 1992 su L’Osservatore Romano, citata in Dossier su Chiesa e guerra in Bosnia-Erzegovina, in «Aggiornamenti Sociali», n. 1, 1993, pp. 73-74.

[7] Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis, 30 dicembre 1987, n. 38.

[8] Dalla dichiarazione del cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, cit.

[9] Dal comunicato della Sala Stampa vaticana del 7 agosto 1992 circa la posizione della Santa Sede sulla guerra in Bosnia-Erzegovina, apparso l’8 agosto 1992 su L’Osservatore Romano, citato in Dossier su Chiesa e guerra in Bosnia-Erzegovina, cit., pp. 74-75.

[10] Intervista a Monsignor Nikola Eterović, condotta dall’autore nel giugno 2026.

[11] Giovanni Paolo II, Messaggio ai vescovi della Bosnia-Erzegovina, 12 novembre 1992.

[12] Intervista a Monsignor Nikola Eterović; il virgolettato si riferisce alle parole del cardinale Vinko Puljić, già arcivescovo di Vrhbosna Sarajevo.

[13] Richard C. Holbrooke, To end a war, Holbrooke, New York: The modern library, 1999, p. 365.

[14] Per una visione comparata dell’intervento della Comunità/Unione europea e Santa Sede durante le prime guerre jugoslave, si veda la tesi magistrale dell’autore, Damiano Ranca, Dal nazionalismo all’europeismo? L’idea d’Europa alla prova delle guerre jugoslave, 16 luglio 2026.

[15] Intervista a Monsignor Nikola Eterović.

[16] Giovanni Paolo II, Omelia durante il viaggio apostolico a Sarajevo, 13 aprile 1997.

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