Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

  1. Il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo è un'ottima data per iniziare la nostra rivista. Intendiamo infatti sviluppare una visione del mondo umano ispirato alla tradizione cattolica, intesa sia come forma specifica di cristianesimo che come ecumenicità di visione. Partiamo dalla pretesa ideale che esista nelle scienze dell'uomo una sola verità e una sola logica e che pertanto nessuno le possieda in toto ma che tutti possono contribuirvi. L'universalità delle poche certezze raggiungibili sull'uomo, sulla sua storia e sulle sue società danno sicurezza alla nostra ricerca e l'indirizzano. Ugualmente l'esplicito e previo riconoscimento dell'assoluta necessità e dell'autonomia delle scienze umane per ogni discorso più generale, permette di avanzare un discorso etico metodologicamente corretto e scientificamente fondato. Intendiamo pertanto collaborare, partendo dalla nostra specifica tradizione, allo sviluppo di una ricerca sull'uomo, modesta ma tesa a portare una propria 'tessera' al grande mosaico comune che la nostra generazione va componendo.
  2. Proprio con i diritti umani ci troviamo davanti ad una costruzione di consenso sociale unica nella storia dell'umanità, sia per la sua estensione geopolitica che per quella culturale. Il loro diffondersi, dapprima lento e circoscritto alle élites emergenti di pochi stati, è diventato sempre più veloce e ricopre oggi virtualmente tutti gli stati della terra. Stiamo andando, sembra, verso un consenso mondiale su pochi principi orientativi della vita sociale, statale e internazionale, che servano proprio per la loro essenzialità da punto di orientamento. Tale consenso è fondato sull'intuizione basilare che ogni persona umana, in quanto tale e non per la qualità delle sue azioni, ha una intrinseca e autonoma dignità che gli conferisce dei diritti e dei doveri nella relazione con gli altri. Quanto all' origine storica, c'è chi afferma che essi sono espressamente nati per combattere il cristianesimo in quanto forza sociale dominante - la Cristianità - e quindi fa valere come prime fonti rilevanti dei diritti umani quelle del XVII secolo inglese e del XVIII secolo americano e francese.Sono di questa opinione gli autori che sostengono che alla Cristianità mancavano i due diritti fondamentali quello della libertà e quello dell' uguaglianza. Costoro però intendono tali diritti in senso giuridico, pubblico e privato, e non tengono conto, ad es., che sia Paolo che Tommaso d'Aquino non respingono in nome del cristianesimo la schiavitù come istituzione sociale e giuridica ma vi pongono dei forti limiti, tali da salvare l'autonomia dell'interiorità della persona. Nella stessa ottica, ci sembra errata l'affermazione corrente che le teorie medievali del diritto naturale siano state incentrate sui doveri e non sui diritti. In realtà le teorie del diritto naturale servivano nella riflessione politica e nella prassi sociale a limitare i diritti del sovrano e dei signori medievali. Era una esplicita accettazione dell'antica teoria che il potere politico era giustificato solo in funzione del bene comune, con la conseguenza della giusta morte da infliggere al tiranno in casi estremi. Inoltre Papi come Leone Magno (V secolo) e Gregorio Magno (VI secolo) con al loro teorizzazione della dignità umana e soprannaturale di ogni cristiano (in quanto persona, non per meriti acquisiti) hanno dato un contributo teoretico che ha permesso gli sviluppi successivi del concetto di 'persona' in morale e in filosofia del diritto. Anche i teologi spagnoli del secolo d'oro (XVI secolo) sono da considerarsi un essenziale punto di passaggio sia teoretico-morale che pratico-politico. La portata politica della loro teorizzazione e sistematizzazione di quanto i missionari nelle Indie stavano vivendo all'interno del regime illegale istituito dai conquistadores non deve essere sottovalutata, soprattutto se a motivo di passate polemiche ideologiche confessionali o anticlericali.Si può piuttosto dire che i diritti dell'uomo come li intendiamo oggi rappresentano la congiunzione fortunata del diritto naturale medievale cristiano e dello sviluppo della democrazia dell'epoca moderna in Occidente. Senza queste due componenti non avremmo la realtà odierna delle Dichiarazioni, delle Convenzioni e dell'assunzione costituzionale dei diritti dell'uomo.
  3. E' vero che dal punto di vista teologico si può parlare di 'fondamenti biblici' dei diritti umani in modo solo mediato, indiretto; il che non significa però assolutamente che sia corretto sottacere l'apporto scritturistico. Ci riferiamo, infatti, al concetto di persona che nasce all'interno della nostra civiltà sotto la spinta della Rivelazione giudeo-cristiana. La visione creazionista, quella cristocentrica e quella escatologica, tutt'e tre essenziali all'elaborazione della teologia del cristianesimo, hanno dato un nuovo senso alla storia dell'uomo e quindi alla nozione di 'persona umana' stessa. Con questa nuova dimensione inizia - o forse continua con una decisiva impennata - lo sviluppo storico che ha portato agli attuali standards criteri per misurare il comportamento sociale e politico all'interno delle società e di esse tra di loro.Al centro del vivere sociale è posto l'uomo, e non più le élites come espressione superiore del rispettivo gruppo sociale. Non si esaltano più le proiezioni collettive o nazionalistiche di potenza bensì le prospettive di sviluppo umano dei singoli e delle società. La storia della civiltà umana, locale o globale, non può essere riconosciuta come progressista se non tende a realizzare una cultura dell'assolutezza della persona e una politica basata su di essa. Lo sviluppo personale e sociale è possibile solo attraverso la realizzazione nei fatti di alcuni valori morali assoluti: valori che sono portati dalla persona e da tutte le persone, sia come singoli che come entità associative.Non dimentichiamo comunque che J. Bentham (1748-1832) e J. Stuart Mill (1806-1873), i due padri fondatori dell'utilitarismo oggi dominante in etica, erano per coerenza teoretica del tutto contrari ai diritti umani.Se astraiamo dalla considerazione storica e passiamo a quella descrittiva, possiamo dire che oggi i diritti dell'uomo sono un insieme teoretico e un fenomeno sociale mondiale che fornisce un criterio ultimo di giudizio e di intervento affinché la persona di tutti gli uomini e le donne della terra venga a godere di un minimo di uguali diritti e doveri fondamentali. Deve, però, essere anche sottolineato che non ci si può attendere dalla realizzazione dei diritti umani la soluzione di tutti i problemi etici emergenti nella vita sociale. Essi ricoprono una parte soltanto del campo della morale comunitaria, quello dei rapporti tra cittadini e il potere politico, e dei poteri politici tra di loro per quello che riguarda alcuni diritti fondamentali di ogni popolo.Ogni gruppo ideologico e ogni famiglia spirituale dà ad essi un fondamento parzialmente o totalmente diverso, ma questo non ha impedito il loro splendido dilagare negli ultimi cinquanta anni. Con la fondazione o la giustificazione dei diritti umani si esplicita tutta la struttura della visione della società, dei rapporti tra politica ed etica, e in definitiva del senso globale del vivere in società. Per questo è naturale che ci siano tanti modi di affrontare la loro fondazione / giustificazione. Le posizioni teoretiche, comunque, che non affrontano il problema o che negano la possibilità di una fondazione/giustificazione - magari optando per la prassi impegnata - non possono cooperare alla soluzione di sempre nuovi problemi connessi con l'esercizio dei diritti umani e con le nuove formulazioni di essi. Si pensi ai problemi dell'emigrazione dal sud al nord del mondo e a quello dello sviluppo umano: come è possibile anche solo impostarli se non si dispone di una visione in qualche modo normativa di cosa sia la persona umana?
  4. I diritti umani possono oggi svolgere una essenziale funzione di solidarietà e orientamento in una società pluralista non solo per diversi filoni di idee, ma anche per diverse provenienze culturali e continentali. Infatti il principio formale: "Tolleranza reciproca e rispetto delle tradizioni altrui" non funziona più. Il consenso fattuale generale si restringe continuamente e non riguarda più alcuni valori essenziali alla convivenza. Sembra che sia necessario, per far funzionare la società e per ridare sicurezza all'individuo, ritrovare un corpus minimo di regole e di contenuti per le scelte collettive che si possa esplicitare e quindi diventare operativo nella discussione e nella ricerca pubblica.Si deve anche considerare che il rispetto conseguente, e non solo occasionale, dei diritti umani comporta sempre costi politici ed economici di vario genere. Da qui la verosimiglianza che non vengano facilmente rispettati dalle autorità né promossi dai vari gruppi di rappresentanza di interessi settoriali. Pur rispettando quindi la distinzione tra nozione giuridica e nozione morale dei diritti dell'uomo, sembra chiaro che le due dimensioni vanno di fatto insieme: se è vero che senza diritti codificati l'impulso morale ha poca presa reale, è anche vero che senza quest'ultimo i primi restano paragrafi vuoti di reticente applicazione e di facile retorica. Ne segue, tra l'altro, la necessità di una pedagogia dei diritti umani, la necessità di apprenderli, di riapprenderli e farli apprendere per la prima volta alle nuove generazioni. Il nostro impegno come rivista andrà anche in questo senso.

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