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Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences
 
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EDITORIALE / EDITORIAL

 

Come è nata una ONLUS: i primi anni di Adjuvantes

Francesco Compagnoni

 

Ho insegnato per decenni teologia morale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università S. Tommaso di Roma (Angelicum) dove studiano studenti e studentesse provenienti da oltre 100 Paesi. Ma è solo dal 1994 che il problema dell’aiuto concreto a coloro che provengono da Paesi svantaggiati mi si è posto personalmente. 

Essendo io da sempre interessato ai problemi sociali, in una situazione di crisi istituzionale, fui nominato dal Rettore dell’Università, Edward  Kaczynski, preside della Facoltà di Scienze Sociali con il compito preciso di rilanciarla. 

In questa Facoltà vi erano allora molti studenti e studentesse africane ed io mi trovai ad affrontare, tra molti altri, anche il problema di come aiutarli a sopravvivere durante gli studi.

I ragazzi facevano di tutto: badanti, sorveglianti di mostre, raccoglitori stagionali di frutta. Quello che mi colpì maggiormente fu il loro sradicamento dalla cultura di provenienza e il non inserimento nella nostra. Sentii una profonda compassione (“soffrire con”, letteralmente) per la loro situazione e nel contempo mi posi, insieme ad altri colleghi, il problema di come aiutarli realisticamente. Come Facoltà non potevo fare molto sia per motivi istituzionali che economici. Cominciai allora ad insegnare in un’altra Università che mi pagava – dall’Angelicum (essendo io religioso) non riceviamo un compenso – ed a distribuire quello stipendio a pioggia. 

Successivamente (nel 2000) si pose la necessità di regolarizzare questa situazione e fu così che fondai l’ “Adjuvantes Onlus, Fondo di Solidarietà Educativa” – insieme a Sr. Helen Alford, un’aziendalista proveniente dall'Università di Cambridge.

Sviluppammo un programma di studi all’estero per studenti statunitensi (Catholic Studies) e con i proventi potemmo finanziare delle vere borse di studio. Successivamente la Conferenza Episcopale Italiana ci concesse in gestione una decina di borse di studio finanziate in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Roma e, dopo ancora, trovammo una Fondazione internazionale che assegnava aiuti per la formazione ad una Leadership cristiana per studenti dei Paesi più poveri. Affittammo anche una serie di appartamenti sparsi in tutta Roma come residenza dei nostri borsisti.

Durante i primi anni di Adjuvantes la Comunità MASCI RM 8 (Scout adulti) ha aiutato organizzando diversi mercatini, mentre il MASCI Nazionale fornì involontariamente un’esperienza interessante. Il presidente di allora, Claudio Gentili, ci permise di inserire in un numero della loro rivista Strade Aperte un dépliant sul nostro lavoro: 5000 copie. Chiedevamo evidentemente un contributo ed anche l’offerta di qualche lavoro, magari estivo, per i ragazzi. Ci furono due sole risposte: un’offerta di lavoro ed una lettera di improperi contro gli studenti che venivano in Italia senza mezzi. Questo ci fece riflettere sul fatto che chiedere aiuti per formare laureati per il “terzo mondo” non era molto popolare! Con tutti i bambini da adottare a distanza, questi ragazzi e ragazze che studiavano non suscitavano evidentemente nessuna solidarietà, nessuna ‘compassione’.

Il problema fondamentale che si poneva alla ONLUS era comunque la modalità  con la quale aiutare gli studenti. Lentamente sviluppammo una nostra filosofia che dipendeva, è chiaro, dal fatto che i responsabili di Adjuvantes sono anche docenti nella Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum. Noi non potevamo aiutare seriamente qualsiasi ragazzo o ragazza che vuole fuggire dal proprio Paese: ci concentrammo allora sulla formazione di futuri leader che sapranno aiutare la loro gente sulla via dello sviluppo sociale, politico ed economico.

Per fare questo, bisognava partire dal fatto che nella maggioranza di questi Paesi l’educazione secondaria è spesso carente (come i sistemi sanitari, d’altronde) e che quindi i ragazzi arrivavano in Europa impreparati ad affrontare un corso universitario. Molti di loro non avevano mai posseduto nella loro intera carriera scolastica un libro! Abbiamo allora istituito dei corsi preparatori per loro, erogati nelle lingue che conoscevano, di solito inglese o francese. Abbiamo dato indicazione ai docenti di come aiutarli nei primi semestri ed introdotto corsi di metodologia per aiutarli in parallelo allo studio curricolare.

Ma il problema principale è stato quello di aiutarli a crescere interiormente, ad appropriarsi della loro missione futura, della necessità di abbandonare la mentalità di arrangiarsi in qualsiasi modo per emergere (compreso la copiatura o lo sfruttamento dei sentimenti dei docenti). Tutto questo abbiamo cercato di farlo senza offenderli, senza opprimerli, senza ferirli. Non sempre ci siamo riusciti: siamo stati qualche volta anche minacciati. Abbiamo anche dovuto rifiutare il rinnovo di iscrizione o bloccare – con opportuni regolamenti – il loro accesso ai gradi superiori dell’offerta formativa universitaria. Non è stato facile combattere questa battaglia. Una battaglia che è innanzitutto con noi stessi, per reprimere il nostro egoismo e i nostri pregiudizi, per saper discernere cosa si può chiedere loro di cambiare e cosa invece del loro bagaglio ‘ancestrale’ bisogna accogliere e sviluppare.

Anche noi abbiamo imparato molto. Ad esempio il piacere di stare insieme, di festeggiare, l’attaccamento alle loro tradizioni. Ricordo con piacere i racconti che mi faceva Severino: come andava con suo padre e gli zii a caccia nella savana per diversi giorni e notti. Severino era congolese, figlio di un maestro elementare, morto di AIDS dopo che era stato infettato molto probabilmente da una trasfusione di sangue a Kinshasa resasi necessaria in seguito ad un incidente d’auto. Di lui ricordo gli occhi tristi e il suo impegno nello studio: presentava le esercitazioni scritte in un francese corretto e in lettere che sembravano stampate.

Ma gli africani che frequentano la Facoltà non erano gli unici studenti: ci sono sudamericani, asiatici e soprattutto studenti dai paesi europei ex sovietici. Questi ultimi hanno una buona preparazione scolastica e spesso anche universitaria - vengono nella nostra facoltà per studi di specializzazione – la loro presenza è molto utile per gli studenti più fragili: ricordo con commozione alcune studentesse che aiutavano durante un’esercitazione un compagno nigeriano che di economia politica sapeva proprio poco, e se ne vergognava!

In conclusione direi che la mia esperienza (che ora è la “nostra”, di un piccolo gruppo di docenti) mi ha portato ad essere impegnato e severo con questi ragazzi. Impegnato nell’aiutarli a superare lo shock dei primi tempi di arrivo e dei primi semestri di studio, e successivamente nel proporre loro seriamente modelli accademici ‘occidentali’, come la puntualità, l’impegno nello studio, il rispetto della metodologia scientifica. 

Restano molti problemi, e come potrebbe essere diversamente?

Il primo è quello del ritorno nel Paese d’origine una volta terminati gli studi. Per questo abbiamo finanziato (o meglio, fatto finanziare) solo studenti che vengono presentati da organizzazioni locali (come le diocesi) che si impegnano a dare loro un posto di lavoro. Perché il non ritorno è causato spesso anche dall’impossibilità di trovare nel Paese d’origine un posto di lavoro proporzionato alla specializzazione culturale acquisita in Europa.

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Il secondo è la corruzione ed il clientelismo che esiste in molti Paesi, a tutti i livelli. Noi italiani non abbiamo una buona fama internazionale, ma non c’è paragone con la situazione dell’Africa subsahariana! Chi ha lavorato laggiù lo sa bene. I ragazzi africani lo sanno e ci chiedono spesso cosa possono fare per contrastarla. La nostra risposta è evidentemente quella di non entrare, mai, in questi giochi.

Il terzo punctum dolens è la mentalità diffusa che tutti i loro problemi nazionali siano stati causati dal colonialismo. E che quindi i paesi sviluppati debbano aiutarli. Non è qui il luogo per chiarire questo punto: dirò che molti dei loro problemi dipendono anche dalla loro storia pregressa, dall’inurbamento, dalla globalizzazione, dai social. Ne segue che i futuri leader devono acquisire una mentalità imprenditoriale, d’iniziativa, di responsabilizzazione individuale e collettiva. 

A proposito di questo ultimo punto: il nostro sviluppo occidentale, spesso solo economico, inquinante, predatorio, disumano insomma, non può essere una meta auspicabile per i paesi che vogliono emergere, emergere dalla mortalità infantile, dalle malattie endemiche, dall’ignoranza ecc. Purtroppo la Cina (attualmente attivissima in Africa) ha imboccato la nostra strada! Forse le future generazioni – aiutate dal nostro senso critico e dal riconoscimento delle nostre colpe – non faranno i nostri stessi errori. Almeno non tutti.

Mentre in questi 25 anni sviluppavamo il programma appena presentato, in parallelo Adjuvantes come organizzazione è cresciuta. Per 5 anni, ad esempio, abbiamo organizzato e gestito il programma universitario italiano on line dell’organizzazione internazionale multilingue DOMUNI, Dominican University. Abbiamo ricercato docenti in grado di entrare in questo nuovo modo di intendere l’istruzione superiore. Ma soprattutto abbiamo gestito Programmi di formazione dedicati al Management del Terzo Settore e alla Gestione d’impresa, entrambi indirizzati nella grande scia dell’Economia Civile. La stessa importanza ha avuto per lo sviluppo di Adjuvantes la fondazione e la redazione della rivista on line OIKONOMIA, oramai al XXVIII anno e classificata come scientifica dall’ANVUR.

Altri sviluppi delle attività della nostra ONLUS li trovate negli articoli di questo fascicolo della rivista. Sempre, evidentemente,  in supporto alle attività della Facoltà di Scienze Sociali della PUST.

In tutti questi anni abbiamo avuto diversi collaboratori che, come dipendenti, hanno contribuito non solo alla gestione ma anche all’innovazione continua di Adjuvantes. Alcuni di loro sono presenti con una testimonianza in questo fascicolo che mostra il loro lodevole impegno in tutti questi anni.

In modo particolare gli attuali collaboratori, Marina Russo e Valerio Pierleoni, sono figure che testimoniano con la loro eccellenza in diversi campi quanta e quale strada abbiamo fatto. E in quale direzione possiamo ulteriormente incrementare la qualità della nostra offerta formativa.

BORSE DI STUDIO FASS ADJ

 


 

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                          Intervento Prof. Gyula Klima

                          Intervernto Dott. Gabor Ambrus & Prof.ssa Sr. Catherine Joseph Droste OP

                          Intervento Prof. Alejo Sison & Prof. Fr. Pierre Januard OP

                          Intervento  Prof. Paul Nemitz & Prof.ssa Margherita Daverio


 

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