Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

La riflessione di Rosmini, tra le più lucide del suo tempo, può definirsi una delle più costruttive espresse in un momento in cui gran parte della riflessione politica percorreva le vie della critica incapace di proporre concrete soluzioni o, peggio ancora, la via dell’utopismo rivoluzionario. Rosmini avverte il bisogno di un reale cambiamento anche all’interno della Chiesa. Ne intuisce chiaramente le difficoltà. Sa che la necessità del rinnovamento difficilmente potrà essere recepito immediatamente dalla gerarchia, ma non per questo si scoraggia convinto che la storia della cattolicità ha dimostrato ampiamente che uno spirito libero e disinteressato ha l’obbligo di parlare con la massima schiettezza evitando però di essere elemento di scandalo e di frattura. Parlare salvo poi rimettersi al giudizio non solo dell’autorità, ma di Dio stesso che opera all’interno della storia della Chiesa e che finisce per dare ragione a chi veramente ce l’ha. Bellissime sono le espressioni usate al riguardo: studiando le vicende della cristianità "mi si presentavano davanti agli occhi gli esempi di tanti santi uomini che in ogni secolo fiorirono nella Chiesa, i quali, senza esser Vescovi, come un san Girolamo, un san Bernardo, una santa Caterina ed altri, parlarono però e scrissero con mirabile libertà e schiettezza dei mali che affliggevano la Chiesa nei loro tempi e della necessità e del modo di ristorarnela". È questa la riprova che, accanto alla società umana opera una società cristiana che deve essere capace non solo di stimolare verso un preciso cammino di perfettibilità, ma deve testimoniare quella interiorità della storia frutto di adesione alla verità della rivelazione.

Perfettibilità contro il perfettismo perché, per Rosmini, la storia, come pure la politica, era caratterizzata dal perenne contrasto tra il male e il bene che rendeva impossibile la realizzazione di una società perfetta. Questa visione agostiniana era arricchita da tutta la speculazione dello storicismo italiano da Machiavelli a Vico; storicismo che vedeva nel binomio storia-politica l’essenza stessa del divenire umano. "La politica di conseguenza è attività volta alla realizzazione dell’essere nella società (...) veniva, in tal modo, posta la premessa che la politica è scienza sostanzialmente eudemonologica". Lo scopo primario dell’individuo nell’ambito della vita sociale era perciò quello di realizzare la propria felicità. "In qualsivoglia sistema adunque sarà sempre vero, che tutte le cose esteriori non possono essere che mezzi, co’ quali acquietare il desiderio dell’animo; perciò nulla varrebbero questi mezzi se non giungessero fino all’animo e non contribuissero a dargli la bramata soddisfazione". Ma la politica non si esaurisce nel suo fare anche perché la dimensione concreta dell’individuo non può esaurire i bisogni del suo essere. Ecco perché nell’analisi politica bisogna distinguere il momento scientifico da quello filosofico proponendo, così, un dualismo che caratterizzerà tutta la riflessione rosminiana e la sua più importante opera politica. Se la politica infatti si presenta come la scienza tesa alla soddisfazione concreta dei bisogni umani, la filosofia è vista come sapienza perché tende a convogliare tutti i mezzi verso gli scopi ultimi e "più alti". Ciò sta a significare che ogni uomo agisce oltre che in una società visibile e materiale anche all’interno di una invisibile e spirituale dato che egli non è solo esteriorità, ma anche interiorità, è corpo e anima. È quest’ultima che dà vita a quella che Leibniz chiamava la repubblica delle anime. Anche qui è il caso di ricordare che le reali trasformazioni della società avvengono nella società interiore ed in questa, come avvertiva Sant’Agostino commentando Cicerone, si avvertono per prima anche le crisi. Chi può negare che "la società interna invisibile perisce sempre molto prima, giacchè la violenza non può su l’esterna società se l’interna non sia molto tempo prima annientata. Onde Cicerone dicea con sapienza de’ tempi suoi: Rempublicam specie quidem retinemus, re autem ipsa iam pridem amisimus".

Le crisi sono anche dovute alla convinzione che la società esteriore sia l’unica componente della vita umana. Come già per Vico, c’è in Rosmini la convinzione che assolutizzare un solo principio, come pure un solo aspetto o una sola parte della società, comporti una crisi irreversibile in quanto, tutto ciò che è umano, deve essere visto nella sua poliedricità e nella sua interezza. Ogni visione parziale finisce per essere riduttiva e pericolosa. Sempre come Vico, Rosmini è convinto che la società civile scaturisce dalla famiglia e dal vincolo di proprietà e di dominio che si manifesta nel rapporto servo-padrone, dal quale emergono via via forme sempre più degne dell’uomo che deve essere considerato sempre come fine e mai come mezzo. Tutto ciò è frutto dell’intelligenza, elemento caratterizzante dell’essere umano. "Mediante l’intelligenza pura egli può conoscere i rapporti degli enti e coll’aiuto e guida della stessa intelligenza egli, come essere attivo, può avvincolarsi colle varie specie di enti, a tenore de’ diversi rapporti che egli ha con essi, e che essi hanno fra loro. Non sarebbe vi adunque né proprietà, né società se non vi fosse intelligenza; (...) Il dominio dunque e la società non appartengono agli esseri irrazionali, ma spettano all’ente dotato di ragione". È questa razionalità che è il fondamento della vita civile ed è sempre questa razionalità che trova il suo fondamento in "quell’idea generalissima dell’essere" che costituisce uno dei fondamenti della metafisica di Rosmini. È su questa intelligenza che si fonda il liberalismo in quanto senza di essa è impossibile ogni ipotesi di miglioramento umano e sociale. Infatti, "data un’intelligenza torbida, priva quasi al tutto di attività, la società è impossibile: se poi l’intelligenza, dopo essersi mossa, fermasi nel suo moto e al tutto si sregola, la società formatasi si estingue, o si dilacera da se stessa".

L’insieme dell’intelligenza che riesce ad esprimere una società risulta da due diversi tipi di razionalità: la ragion pratica delle masse e la ragione speculativa degli individui. "Queste due forze (...) dirigono la società. La ragion pratica della società, da cui sono guidate le masse si potrebbe anche chiamare, sebbene impropriamente, istinto sociale (...) Le masse adunque hanno per motivo del loro operare il vantaggio presente ed immediato". Questa ragion pratica ha avuto ed ha una grande importanza soprattutto nelle "società civili non cristiane"; l’altra, invece, la ragione speculativa degli individui "riguarda più particolarmente le società cristiane". Il miglioramento completo della persona e la sua adesione interiore al messaggio religioso costituiscono un impulso infinito e un bisogno eterno di miglioramento interiore, oltre che esteriore, che le società non toccate dal cristianesimo ignorano. La religione non presenta poi solo il bisogno di cambiare migliorando, ma anche conservando tutto il meglio che la tradizione ha portato in eredità con sé. Conservazione ed innovazione diventano così due componenti di quell’armonico itinerario che si attua all’interno di tutte quelle società che garantiscono quel dialettico rapporto tra quei due principi solo apparentemente contrastanti.

Nella ragione si possono individuare due fondamentali facoltà quella del pensiero e quella dell’astrazione. Tra le tante differenze che caratterizzano le due facoltà possiamo dire che un "altro servigio della facoltà di astrarre è quello: "di somministrarci i mezzi al conseguimento de’ beni o sia de’ fini che presenta all’anima nostra la facoltà di pensare"". Ora, dovendo il pensiero stabilire quei fini per raggiungere i quali l’astrazione deve cercare i mezzi, è chiaro che "le due facoltà difficilmente possono camminare insieme; è necessario che lo sviluppo della facoltà di pensare preceda, e che lo sviluppo della facoltà di astrarre le venga appresso". Se così non è l’intelligenza non riesce più ad armonizzare le due facoltà, antepone i mezzi ai fini e tutto si riduce alla spasmodica ricerca di strumenti capaci di soddisfare i bisogni che in modo disordinato si presentano all’individuo senza che questi sappia valorizzarli nella loro giustà entità e finalità. Il mezzo prende il posto del fine e il bisogno artificiale ed estemporaneo si sostituisce a quello effettivo. Tutta l’intelligenza si concentra nel turbinio immediato dei bisogni, non sa più guardare oltre il presente e, perciò, si isterilisce e diviene incapace di essere creativa. Parte da qui la crisi delle civiltà o quanto meno il loro processo regressivo. Tutto ciò che sostiene l’intelligenza, la stessa cultura, non fa altro che "diventare un mezzo per il raggiungimento di fini meramente utilitaristici: la ragione non governa più il sociale, ma diventa a sua volta un ossequioso funzionario del sociale". Da qui la convinzione che basta agire sul sociale e sull’esteriore per cambiare radicalmente tutta la dimensione politica e non ci si rende conto che è possibile "che mentre si studia di rendere migliore in qualche parte questo organismo o compaginamento, non lo si danneggi in qualche altra parte più essenziale". Concentrarsi solo sul reale nella presuntuosa certezza di poterlo cambiare costituisce il vero male del perfettismo, errore nel quale incorrono tutte quelle teorie costruttiviste che si illudono di considerare la realtà politica al pari di un organismo fisico che può essere studiato, smontato e ricostruito quasi fosse una macchina al di fuori del tempo e dello spazio.

Rosmini dedicò molte energie a combattere questo pregiudizio utopico. La sua lotta non è solo rivolta verso quelle filosofie che presentano pericolosi sogni perfettisti tesi alla realizzazione di un definitivo paradiso terrestre. I suoi intenti hanno anche risvolti pratici. C’è in lui la preoccupazione che alcuni partiti, soprattutto quelli guidati da concezioni utopistiche e, peggio, perfettiste, possano finire per identificarsi con lo Stato finendo per negare ogni libertà all’individuo. Si ricordi che a proposito della utopia socialista ebbe a scrivere queste profetiche parole: "finalmente si riduce a costituire un governo ricchissimo, potentissimo, il quale sia incaricato di ordinare e di aggruppare tutti gli uomini nel modo più perfetto". Un partito animato da una simile prospettiva perfettista avrebbe in breve eliminato ogni scopo ed ogni finalità dalla vita umana ed avrebbe ridotto la vita politica ad un meccanismo sclerotico e ripetitivo anche per quel che riguarda l’aspetto elettorale. Le parole di Rosmini al riguardo non lasciano alcun dubbio: "Come vi può essere elezione dove manca la libertà, dove gli individui sono ridotti a condizione di macchine o di animali, ad una sì vile condizione a cui non discesero mai gli schiavi greci, né i romani? D’altra parte, chi potrebbe governare nella nuova società se non i maestri e i capi della setta?". Il sospetto con cui Rosmini guardava i partiti appare quindi giustificato soprattutto se si pensa che tali partiti, e giustamente, gli apparivano propensi a creare delle vere e proprie visioni del mondo tanto più pericolose quanto più utopiche perché vogliose di sostituirsi alla tradizione ed alla religione. A parere di Rosmini "chi disconosce la religione, ne immagina frettolosamente una fallace da porre in suo luogo per timore di sdrucciolare nel nulla". Ciò non toglie, come è stato osservato giustamente, che il Rosmini, convinto che il cristianesimo abbia innestato in ogni movimento umano qualcosa di buono, voglia scoprire quello che di valido c’è anche nelle rivendicazioni socialiste.

L’equilibrio antiutopico di Rosmini si può riscontrare anche nella sua riflessione sul problema unitario italiano. Il filosofo di Rovereto sa che vi sono due diversi modi di realizzare l’unità d’Italia: o il modello dello Stato centralizzato di tipo francese al quale guarda con interesse e spirito di emulazione la monarchia sabauda, oppure la soluzione repubblicana che vede nella confederazione la possibilità di armonizzare le diverse tradizioni e le attese dei singoli Stati italiani. Questa seconda ipotesi mancò l’appuntamento con la storia nel 1848 quando i diversi Stati cercarono di contribuire in vario modo al disegno unitario. Dopo il processo di unificazione passò allo Stato piemontese che non solo seppe gestire la politica internazionale di quegli anni, ma riuscì anche ad assumere la gestione militare del movimento risorgimentale. C’è in Rosmini quasi uno scontro interiore tra ideale e reale in quanto sa che, l’ipotesi piemontese, è sicuramente la più fattibile ma l’altra consente ancora al Papato di mantenere una certa indipendenza e autonomia anche sul piano del potere temporale. La politica non è però la scienza delle illusioni. Ormai i popoli vanno assumendo un ruolo sempre più determinante sulla scena mondiale e la vicenda unitaria assume prospettive sempre più difficili da controllare al di fuori dei criteri di forza. Certo, sul piano ideale, Rosmini è molto vicino alle posizioni centrali del Federalista. Contro il possibile dispotismo delle maggioranze faziose e per difendere non solo le tradizioni, ma anche le diverse minoranze locali, ipotizzava assemblee legislative dei singoli Stati per tutte quelle materie che non avessero rilevanza nazionale garantendo così quell’autonomia che solo un tardo e, spesso, frainteso regionalismo riuscirà a realizzare, solo molto più tardi, in Italia. Rosmini qui riprende considerazioni tipiche di Tocqueville sulla democrazia americana, considerazioni che, purtroppo, non troveranno nessun tipo di ascolto nell’Italia del tempo.

Da qui una realistica considerazione di Rosmini: in politica è impossibile intraprendere certe strade e poi far finta che tutto sia come prima. Lo stesso Papa Pio IX aveva aperto nei primi due anni del suo pontificato spiragli che avevano illuso i popoli i quali non potevano poi pensare che il richiamo di certi Prìncipi sarebbe stato in grado di ripristinare le precedenti situazioni. Anche questo avrebbe contribuito a orientare gli animi verso quei sovrani che mostravano di non voler interrompere il cammino intrapreso. Il mantenimento dello Statuto e la politica estera contro l’Austria finirono per dare nuova energia alle aspirazioni dei Savoia. Tutta l’Italia moderata finì nel riconoscersi nei suoi disegni e la vicenda risorgimentale prese la strada più logica anche se l’altra, quella federale, sarebbe stata più auspicabile. Il Papato si trovò così a subire una situazione che pure aveva anche contribuito a mettere in moto e che ora non riusciva più a controllare e che, anzi, dovette subire per il fatto stesso di risiedere a Roma, città che la nazione voleva avere per capitale perché, come sosteneva Rosmini, non ne riusciva a concepire nessun altra più opportuna.

 

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

 

NOTA

sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del REV.DO SAC. ANTONIO ROSMINI SERBATI

 

1. Il Magistero della Chiesa, che ha il dovere di promuovere e custodire la dottrina della fede e preservarla dalle ricorrenti insidie provenienti da talune correnti di pensiero e da determinate prassi, a più riprese si è interessato nel secolo XIX ai risultati del lavoro intellettuale del Rev.do Sacerdote Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), ponendo all’Indice due sue opere nel 1849, dimettendo poi dall’esame, con Decreto dottrinale della Sacra Congregazione dell’Indice, l’opera omnia nel 1854, e, successivamente, condannando nel 1887 quaranta proposizioni, tratte da opere prevalentemente postume e da altre opere edite in vita, col Decreto dottrinale, denominato Post obitum, della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio (Denz. 3201-3241).

2. Una lettura approssimativa e superficiale di questi diversi interventi potrebbe far pensare ad una intrinseca e oggettiva contraddizione da parte del Magistero nell’interpretare i contenuti del pensiero rosminiano e nel valutarli di fronte al popolo di Dio. Tuttavia una lettura attenta non soltanto dei testi, bensì anche del contesto e della situazione in cui sono stati promulgati, aiuta a cogliere, pur nel necessario sviluppo, una considerazione insieme vigile e coerente, mirata sempre e comunque alla custodia della fede cattolica e determinata a non consentire sue interpretazioni fuorvianti o riduttive. In questa stessa linea si colloca la presente Nota sul valore dottrinale dei suddetti Decreti.

3. Il Decreto del 1854, con cui vennero dimesse le opere del Rosmini, attesta il riconoscimento dell’ortodossia del suo pensiero e delle sue intenzioni dichiarate, allorché rispondendo alla messa all’indice delle sue due opere nel 1849, egli scrisse al Beato Pio IX: "Io voglio appoggiarmi in tutto sull’autorità della Chiesa, e voglio che tutto il mondo sappia che a questa sola autorità io aderisco" 1. Il Decreto stesso tuttavia non ha inteso significare l’adozione da parte del Magistero del sistema di pensiero rosminiano come strumento filosofico-teologico di mediazione della dottrina cristiana e nemmeno intende esprimere alcun parere circa la plausibilità speculativa e teoretica delle posizioni dell’Autore.

4. Le vicende successive alla morte del Roveretano richiesero una presa di distanza dal suo sistema di pensiero, e in particolare da alcuni enunciati di esso. È necessario illuminare anzitutto i principali fattori di ordine storico-culturale che influirono su tale presa di distanza culminata con la condanna delle "Quaranta Proposizioni" del Decreto Post obitum del 1887.

Un primo fattore si riferisce al progetto di rinnovamento degli studi ecclesiastici promosso dall’Enciclica Aeterni Patris (1879) di Leone XIII, nella linea della fedeltà al pensiero di S. Tommaso d’Aquino. La necessità ravvisata dal Magistero pontificio di fornire uno strumento filosofico e teoretico, individuato nel tomismo, atto a garantire l’unità degli studi ecclesiastici soprattutto nella formazione dei sacerdoti nei Seminari e nelle Facoltà teologiche, contro il rischio dell’eclettismo filosofico, pose le premesse per un giudizio negativo nei confronti di una posizione filosofica e speculativa, quale quella rosminiana, che risultava diversa per linguaggio e per apparato concettuale dalla elaborazione filosofica e teologica di S. Tommaso d’Aquino.

Un secondo fattore da tenere presente è che le proposizioni condannate sono estratte in massima parte da opere postume dell’Autore, la cui pubblicazione risulta priva di qualsiasi apparato critico atto a spiegare il senso preciso delle espressioni e dei concetti adoperati in esse. Ciò favorì un’interpretazione in senso eterodosso del pensiero rosminiano, anche a motivo della difficoltà oggettiva di interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva neotomista.

5. Oltre a questi fattori determinati dalla contingenza storico-culturale ed ecclesiale del tempo, si deve comunque riconoscere che nel sistema rosminiano si trovano concetti ed espressioni a volte ambigui ed equivoci, che esigono un’interpretazione attenta e che si possono chiarire soltanto alla luce del contesto più generale dell’opera dell’Autore. L’ambiguità, l’equivocità e la difficile comprensione di alcune espressioni e categorie, presenti nelle proposizioni condannate, spiegano tra l’altro le interpretazioni in chiave idealistica, ontologistica e soggettivistica, che furono date da pensatori non cattolici, dalle quali il Decreto Post obitum oggettivamente mette in guardia. Il rispetto della verità storica esige inoltre che venga sottolineato e confermato il ruolo importante svolto dal Decreto di condanna delle "Quaranta Proposizioni", in quanto non solo esso ha espresso le reali preoccupazioni del Magistero contro errate e devianti interpretazioni del pensiero rosminiano, in contrasto con la fede cattolica, ma anche ha previsto quanto di fatto si è verificato nella recezione del rosminianesimo nei settori intellettuali della cultura filosofica laicista, segnata sia dall’idealismo trascendentale sia dall’idealismo logico e ontologico. La coerenza profonda del giudizio del Magistero nei suoi diversi interventi in materia è verificata dal fatto che lo stesso Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione formale di verità di fede da parte dell’Autore, ma piuttosto al fatto che il sistema filosofico-teologico del Rosmini era ritenuto insufficiente e inadeguato a custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e confessate dall’Autore stesso.

6. D’altra parte, si deve riconoscere che una diffusa, seria e rigorosa letteratura scientifica sul pensiero di Antonio Rosmini, espressa in campo cattolico da teologi e filosofi appartenenti a varie scuole di pensiero, ha mostrato che tali interpretazioni contrarie alla fede e alla dottrina cattolica non corrispondono in realtà all’autentica posizione del Roveretano.

7. La Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di un approfondito esame dei due Decreti dottrinali, promulgati nel secolo XIX, e tenendo presenti i risultati emergenti dalla storiografia e dalla ricerca scientifica e teoretica degli ultimi decenni, è pervenuta alla seguente conclusione:

Si possono attualmente considerare ormai superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali, che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna delle "Quaranta Proposizioni" tratte dalle opere di Antonio Rosmini. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così inteso e condannato dal medesimo Decreto, non appartiene in realtà all’autentica posizione di Rosmini, ma a possibili conclusioni della lettura delle sue opere. Resta tuttavia affidata al dibattito teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema rosminiano stesso, della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e teologiche in esso espresse.

Nello stesso tempo rimane la validità oggettiva del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate, per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero rosminiano, in un’ottica idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina cattolica.

8. Del resto la stessa Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio, mentre annovera il Rosmini tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio, aggiunge nello stesso tempo che con questa indicazione non si intende "avallare ogni aspetto del loro pensiero, ma solo proporre esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede" 2.

9. Si deve altresì affermare che l’impresa speculativa e intellettuale di Antonio Rosmini, caratterizzata da grande audacia e coraggio, anche se non priva di una certa rischiosa arditezza, specialmente in alcune formulazioni, nel tentativo di offrire nuove opportunità alla dottrina cattolica in rapporto alle sfide del pensiero moderno, si è svolta in un orizzonte ascetico e spirituale, riconosciuto anche dai suoi più accaniti avversari, e ha trovato espressione nelle opere che hanno accompagnato la fondazione dell’Istituto della Carità e quella delle Suore della Divina Provvidenza.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza dell’8 giugno 2001, concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato questa Nota sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Rev.do Sacerdote Antonio Rosmini Serbati, decisa nella Sessione Ordinaria, e ne ha ordinato la pubblicazione.

 

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 1° luglio 2001.

 

+ JOSEPH Card. RATZINGER

Prefetto

+ TARCISIO BERTONE, S.D.B.

Arcivescovo emerito di Vercelli

Segretario

 

1 ANTONIO ROSMINI, Lettera al Papa Pio IX, in: Epistolario completo, Casale

Monferrato, tip. Pane 1892, vol. X, 541 (lett. 6341).

2 GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 74, in: AAS, XCI, 1999 - I, 62.

 

Preso dal sito internet: http://www.vatican.va

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