Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

editoriale

pdfSebbene le contemporanee sirene emergenziali inducano ipotizzare che lo stato d’eccezione stia assurgendo, con inusitata perversione, a condizione ordinaria, il lemma “crisi” evoca ancora un particolare momento di sfida in cui affrontare possibili scenari di rottura e nuovi inizi. Ma “crisi” è anche un frangente di schietto disvelamento, che conduce a nudità quanto occultato dalla distrazione routinaria dei tempi consueti. Muovendo da questo significato, gli autori degli articoli di questo numero di Oikonomia hanno intrapreso un lavoro di studio nell’ambito del “Programma Crisis” condotto tra il 2020 e il 2021 dalla Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino – “Angelicum” con il finanziamento di una fondazione internazionale, al fine di promuovere progetti di ricerca sollecitati dal recente evento pandemico. Segnatamente, i contributi qui offerti traggono temi e contenuti dalle risultanze della ricerca che troverà estesa evidenza nel volume Regime politico e regime di welfare in area post-sovietica: il caso della Bielorussia oltre il Covid-19 per i tipi di Angelicum University Press.

Dunque, crisi. Ma quale il nesso con il welfare? Perché il contesto post-sovietico e, segnatamente, proprio la Bielorussia? E quale l’attinenza con l’ambito sanitario? Proviamo a tracciare il filo rosso di una risposta ragionevolmente articolata che soddisfi gli interrogativi.

Sotto diversi profili, la vicenda pandemica sta inducendo a revisione il rapporto tra le istituzioni statali e l’ambiente socioeconomico, impostando inedite formule relazionali, di tenore protettivo, tra l’autorità politica e la realtà sociale, non senza implicazioni problematiche e opzioni divisive. Ma non ovunque. In alcune parti di mondo, la gestione dell’emergenza si è caratterizzata per un’ostentata “normalizzazione”, secondo un deliberato registro di continuità, giustificato dall’intento di preservare la cittadinanza e il tessuto economico da azioni inappropriate e foriere di conseguenze dannose. È stato questo il caso della Bielorussia, segnalatasi nelle cronache del 2020 per il rifiuto del governo di introdurre misure restrittive e di prevenzione del contagio analoghe a quelle adottate in diverse (non tutte) democrazie occidentali.

La circostanza suggerisce di riflettere sui presupposti di tale divergenza, allargando lo sguardo sul welfare quale dimensione privilegiata in cui esplorare principi, finalità e strumenti implicati nella configurazione del nesso tra Stato e società, nei termini concretamente definiti, al di là del formale ordinamento giuridico, dai soggetti istituzionali, dall’élite politica e dal più o meno evidente complesso degli attori decisionali che incarnano la “costituzione materiale” di un Paese (e non solo). Secondo tale prospettiva, legislazioni e politiche sociali, con i criteri delle loro effettive attuazioni, finiscono così per rivelare molto più di quanto emerge dagli schemi estrinseci con cui i regimi di welfare articolano metodi e tecniche di protezione sociale, di garanzia del benessere dei cittadini e di promozione dello sviluppo umano. L’ambito sanitario, in tale contesto, assume oltretutto un campo d’indagine particolarmente denso di implicazioni, giacché attiene in maniera immediata ai compiti della funzione pubblica relativamente alla dimensione primigenia ed elementare della socialità, ossia alla sfera vitale (conseguentemente di rilevanza biopolitica) della persona umana.

Più in generale, nel welfare possiamo riconoscere, perforando le schermature narrative e le rappresentazioni retoriche, la ratio fondamentale che innerva un sistema politico, il suo modo di concepire i cittadini e di come declinare fattivamente, coordinandoli, concetti come libertà, eguaglianza, giustizia, equità, dignità, in seno all’impianto dei diritti formalmente riconosciuti. Nei requisiti di elezione delle prestazioni, nelle logiche di intervento, nel finanziamento delle soluzioni si possono riconoscere le gerarchie valoriali, in ragione dell’impegno da sostenere per attestare, nei fatti, le priorità sancite nella lettera delle norme e nei combinati disposti delle petizioni programmatiche. Anche in questo caso, sono le congiunture di crisi, quantunque sofferte e destabilizzanti, a condurre in superficie quanto resta celato dal velame dell’inconsapevole e conformistica “normalità”.

Per altro verso, la storia del welfare state insegna che le politiche sociali possono costituire il terreno di contatto tra regimi di diversa natura, accomunati dall’esigenza di avvalorare la propria legittimità per il tramite di un consenso costruito sul piano del benessere minimo garantito. Vale a dire: nei termini dello scambio fisiologico tra governanti e governati su cui si sostengono realisticamente i ruoli e i rapporti dell’obbligazione politica. Ma con un discrimine significativo che misura, su un piano qualitativo, i gradi della distanza tra democrazie liberali e democrazie difettive, ovvero, più radicalmente, tra democrazie e autocrazie: giacché se nelle prime il welfare dovrebbe esso stesso prestarsi a strumento promozionale della cittadinanza sociale e politicamente attiva, nelle seconde esso può rappresentare la remunerazione per la libertà sacrificata nel sinallagma più o meno esplicito.

Con tale differenza non si intende asseverare – né tantomeno esaltare con apodittica soddisfazione – la superiorità di talune culture e civiltà rispetto ad altre. Piuttosto, si tratta di suggerire un esercizio di (auto)critica utile anche alle società democratiche, laddove esse risultino talmente assuefatte alle proprie autocelebrazioni da ignorare il rischio che le provvidenze graziosamente elargite dopo una preventiva destrutturazione dei sistemi di welfare costituiscano il compenso ottriato in cambio di una silente acquiescenza a indirizzi riformistici egemonizzati dalla variabile indipendente del mercato. Soluzione, quest’ultima, che d’altronde può concorrere a spiegare anche alcune delle circostanze in cui, a dispetto delle entusiastiche attese del “mondo libero”, la transizione post-sovietica si è risolta nell’instaurazione di regimi illiberali che, come in Bielorussia, hanno investito sul timore sociale – già gravato dalla crisi recessiva – di dover pagare il costo della “modernizzazione” aderendo alle ricette neoliberali varate nell’Occidente democratico.

Per ricavare una comprensione sufficientemente validata dalla realtà, occorre senz’altro cimentarsi in analisi e comparazioni di diverso apporto metodologico e disciplinare, in grado di attingere in profondità e in estensione (storica, politologica, sociologica, economica ed etico-filosofica) le componenti su cui fondare ipotesi interpretative e asserti scientificamente ponderati. Secondo simili coordinate hanno inteso operare i cinque ricercatori che si pregiano di offrire ai lettori di questo numero un saggio dello studio in esordio richiamato. Un lavoro che, per quanto comune, non si risolve in conclusioni univoche, nella misura in cui le valutazioni espresse sul regime politico della Repubblica di Bielorussia sono da riferirsi esclusivamente ai rispettivi autori, non essendo rappresentative di considerazioni unitarie e coralmente indistinte da parte di tutti i membri del gruppo di ricerca.

 

Giuseppe Casale

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