Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

1. Mi è stato chiesto un intervento sul settore specifico dell’etica finanziaria ed in particolare sulla problematica speculativa, vista la sua attualità, spesso connotata da forti ambiguità e qualche confusione dal punto di vista di una prospettiva genuinamente morale. Eseguo questo compito operando una breve e selettiva ricognizione storica, avendo avuto l’argomento, soprattutto nel periodo definito casuistico della teologia morale, una sua marcata considerazione, anche in ragione del fatto che, dopo l’allargamento dei mercati e la prima trasformazione dell’economia statica e rurale in mercantile ed imprenditoriale, la realtà economica appunto ha ricevuto una nuova configurazione e una nuova attualità.

Ci si può domandare anche in questo frangente, se la vecchia morale è in grado di comprendere la nuova economia e la nuova finanza. Mi sembrerebbe di poter rispondere di sì. Siamo indubbiamente di fronte ad una complessificazione notevole, interessata da un intenso e rapido sviluppo, che talora è difficile seguire tempestivamente. Esso comporta certamente delle novità di mediazione finanziaria fino all’altro ieri sconosciute: esse vanno percepite e comprese. Tuttavia la riflessione morale, sia filosofica che teologica, non è sguarnita, né è necessario passare da un’etica convenzionale ad una post-convenzionale, come J. Jonas, in altri settori e per altri motivi, invece postula. I criteri morali elaborati nel passato dimostrano la loro validità anche oggi, pur cambiando l’oggetto materiale della loro applicazione. Quest’ultima evenienza gli pone urgenti e acute necessità di discernimento, che può essere occasione propizia del suo arricchimento autocomprensivo, e d’altra parte l’attivazione del retroterra tradizionale può essere a sua volta occasione d’approfondimento rispetto ad alcuni parametri antropologici e morali, talora non sempre chiari in ogni epoca.

2. Tuttavia, come riporta un interessante articolo (lo sono sempre quelli a seria ricostruzione storica) e che sostanzialmente riprendo in questa prima parte - M. W. STONE - T. HOUDT van, Probabilism and its Methods Leonardus Lessius and his Contribution to the Development of Jesuit Casuistry, Ephemeridiae Theologicae Lovanienses 75 (1999) 359-394, soprattutto 386-391 - la questione della speculazione può rivendicare un radicamento storico profondo, risalente allo stesso Cicerone, che nel De Officiis, III, 12, 50-57, riporta la storia di un mercante, che trasportando per primo del grano da Alessandria a Rodi, che versava in un’acuta carestia, viene a sapere che, dopo di lui, sarebbero giunti nell’isola altri quantitativi di derrate alimentari. La questione, che accese sia nell’età antica sia in quella medievale, vivaci dibattiti, verte sul fatto se egli sia / si debba sentire obbligato a diffondere le sue informazioni tra la cittadinanza affamata di Rodi, subendo con ciò un prezzo basso della merce trasportata oppure se gli sia permesso di tacere e quindi di poter usufruire, per le granaglie poste sul mercato, di un prezzo notevolmente più alto.

Il mercante utilizza a pieno le sue informazioni, che gli permettono di anticipare gli eventi futuri più rapidamente dei suoi competitori e si procura un enorme profitto vendendo subito le derrate che possiede senza aspettare la rapida e prevista discesa del loro prezzo. D’altra parte, l’acquirente compra a tale prezzo perché erroneamente prevede che la scarsità della merce continuerà e certamente non l’avrebbe fatto, se avesse disposto delle stesse informazioni del suo venditore. Un profitto così ottenuto è moralmente giusto ed accettabile?

In generale, il pensiero economico scolastico prevedeva per la moralità d’ogni contratto la dimensione della volontarietà, che non si verificherebbe se una delle parti rimanesse all’oscuro delle condizioni oggettive dello scambio. La questione specifica il caso in esame, ed in particolare nel senso se il mercante ottiene un giusto profitto per diligenza ed iniziativa o se in modo fraudolento si approfitta dell’ignoranza altrui. Sembrerebbe che, come il venditore è tenuto a rivelare i difetti nascosti della merce, così sia obbligato a rivelare i cambiamenti previsti nelle condizioni di mercato del prodotto offerto in vendita. Tuttavia la tarda scolastica era perfettamente consapevole che il valore di un bene non è determinato solo dalle sue intrinseche qualità, ma anche da condizioni esterne di tempo e di luogo cui è soggetto. Per questo con Tommaso d’Aquino (S. Th. II. II, q. 78, aa. 1-4) la tarda scolastica rigettò il parallelo tra difetti nascosti della merce ed aspettative di mercato, proponendo una linea di ragionamento differente basata sul concetto di "comune estimazione", da cui deriva la giustezza del prezzo della merce offerta in vendita. La scarsità di grano a Rodi determina l’altezza della "comune estimazione" e quindi è moralmente permesso al mercante di vendere le proprie granaglie ad un alto prezzo, che perciò risulta essere anche quello giusto. Le sue informazioni, fintanto che rimangono private, non hanno ripercussioni sulla stima comune.

Del resto, per un principio di coerenza del sistema morale, si deve notare che qualora non fosse lecito quanto appena affermato, per converso, non dovrebbe neanche essere moralmente lecito ad un compratore di comprare ad un prezzo basso beni di consumo, di cui prevede nel prossimo futuro un innalzamento considerevole di prezzo. Se ciò fosse vero, ci si troverebbe in conflitto con il comportamento del patriarca Giuseppe (Gn. 41), che compra grano in Egitto al corrente basso prezzo, anche se privatamente sa, che subentrerà presto un periodo di scarsità che provocherà l’aumento dei prezzi.

Interessantissima, nell’articolo, la presentazione di parte del successivo sviluppo valutativo della vicenda del mercante di Rodi, operato in particolare da parte del gesuita Leonardo Lessio (1554-1623). Il Lessio presenta tre casi tra loro relazionati, per individuare i dati salienti di differenziazione e quindi di valutazione morale.

Il primo prevede un mercante (X) che induce a comprare grano ad un alto prezzo, perché tramite un’oculata azione pubblicitaria riesce a far credere ai potenziali compratori come reale ciò che non lo è, paventando un imminente aumento di prezzo. Qui il contratto di compravendita, essendo basato su una falsa informazione e patendo il compratore realmente un danno, è nullo. E’ moralmente possibile richiedere i danni. Questo comportamento differisce però da quello compiuto dal mercante di Rodi.

Il secondo caso, quello del mercante Y, coincide esattamente con quello del mercante di Rodi, il cui comportamento, anche dal Lessio come dalla tarda scolastica, è ritenuto moralmente giusto. Il Lessio aggiunge che tale comportamento non è neanche contro la virtù della carità, che, nella sua opinione, permette e non vieta di promuovere il proprio interesse anche se questo causa un’uguale perdita nel prossimo.

Il terzo caso, quello del mercante Z, è infinitamente più fine e delicato da trattare. Infatti, costui vuol vendere il suo grano al corrente alto prezzo, anche se sa che presto diminuirà. Domandato esplicitamente circa le aspettative del mercato del grano, risponde che rimarranno invariate. Il comportamento del mercante Z è scorretto ed è quindi gravato del dovere della restituzione? Il Lessio - in compagnia del solo Pedro de Aragón, di cui restringe il completo avallo positivo dato al caso - ritiene di no, e difende come probabile questa posizione, almeno nel caso in cui il mercante Z non fosse ritenuto persona affidabile e degna di fiducia. Certamente egli mentisce sfacciatamente, ma di menzogna non perniciosa ma ufficiosa, cioè primariamente orientata a prevenire la perdita propria piuttosto che a provocare il danno altrui e quindi assomiglierebbe piuttosto a quel mendicante, che, per allontanare un concorrente, gli dice che l’elemosina che potrebbe attendersi, è già stata data. I due incauti, il compratore ed il mendicante, hanno solo da piangere se stessi per la stupidità con cui hanno agito.

La linea che divide il comportamento del mercante X da quello del mercante Z, cioè tra dissimulazione permessa e falsità illecita è veramente sottile e difficile da determinare con esattezza. Entrambi i comportamenti poi hanno uno stesso effetto d’inganno e di danno, dovuto a falsa informazione. Ad ogni modo, si può notare che il Lessio omette di aggiungere che, secondo la solida dottrina scolastica e tomista, una menzogna può essere definita officiosa, solo se non reca danno a nessuno: dal che segue che il comportamento del mercante Z è moralmente censurabile, anche nell’eventualità considerata dal Lessio.

Questa ricostruzione storica del pensiero teologico-morale in ambito economico mostra in modo inequivocabile la complessità del discernimento morale in ambito finanziario, cui oggi siamo di fronte e allo stesso tempo individua una tipologia di trattamento di questa complessità individuando dei principi rilevanti che possono avviarne una composizione risolutoria. Essi possono essere individuati nella volontarietà del contratto e nella comunicazione dovuta della verità, come quegli elementi che permettono di affermare e promuovere il bene morale della fiducia sociale.

3. Giustamente si può affermare che la capacità predittiva e previsionale è nota intrinseca della razionalità umana. In se stessa è un bene premorale come tanti altri, che riceve una valutazione morale a partire dall’oggettiva e specifica prospettiva pratica per cui viene decisa. Afferma giustamente A. Utz, "...il concetto di speculazione, viene ricondotto alla mira di colui che specula" (p. 275). Essa si applica al pluriforme e totale agire morale dell’uomo, non solo in ambito economico, ma anche politico e in generale interrelazionale. Esattamente in forza di questa capacità, l’uomo è chiamato ad assumersi responsabilmente di tutte le conseguenze prevedibili del proprio agire.

Questa capacità della razionalità umana applicata all’ambito economico e finanziario riceve la denominazione di speculazione, "...dal latino speculari, cioè scrutare, guardarsi attorno" (p. 272) ed indica la capacità di prevedere cambiamenti, peggiorativi o migliorativi, nell’andamento economico in genere e in quello finanziario in particolare.

Nel primo e generale ambito, specula il lavoratore, osservando accuratamente dove gli si offra un buon posto di lavoro, non solo dal punto di vista del trattamento economico ma anche da quello della realizzazione personale; specula l’imprenditore, per scoprire che cosa ed in quali tempi deve produrre in vista della domanda; specula il banchiere, per sapere come raccogliere il risparmio e come collocarlo fruttuosamente, tramite la mediazione borsistica. E qui si entra nel settore prevalentemente finanziario, specificatamente a tema di queste brevi note.

Nel secondo e particolare ambito, se ne dà un esercizio certamente in sintonia coi valori morali, quando la speculazione permette e favorisce lo svolgimento adeguato di una funzione necessaria all’economia, e cioè il tempestivo ed adeguato incontro delle risorse date in prestito con le plausibili richieste di credito, tramite transazione a termine. "Finché il mediatore di borsa non fa altro che stimare lo sviluppo reale dei prezzi e concludere affari in base a questa stima, egli compie all’economia di mercato un prezioso servigio, per il quale gli spetta il corrispondente profitto (p. 274).

Tuttavia, non si può non notare che il termine ha, di fatto, ottenuto nel linguaggio comune un significato prevalentemente peggiorativo (Interessante sarebbe qui notare il motivo di tale accadimento. Forse potrebbe sussistere in quest’esito della cultura del linguaggio un’offerta di valutazione esperienziale di un’attività che si è meritata questo implicito giudizio negativo? Forse sarebbe troppo e comunque non sarebbe niente di più che un indizio bisognoso di ulteriore conferma più attendibile). Tale connotazione è razionalmente confermata, quando nell’abilità previsionale si include "...l’intenzione di percepire con malvagità l’occasione propizia per sfruttare a proprio vantaggio il competitore o in generale la società economica", allora siamo di fronte allo speculatore come "giocatore di azzardo, che non vuole lavorare e pensa solo a sé... che somiglia a colui che cerca fortuna senza particolare sforzo alle slot machines, al casinò, alla lotteria" (p. 272). Ciò avviene quando si cerca "di manipolare lo sviluppo dei prezzi tramite acquisti o vendite escogitati astutamente, o quando addirittura si persegue fini politici", quando cioè si intende destabilizzare il governo politico di un paese, che come sappiamo dipende oggi in gran parte da una buona condizione economica della popolazione.

Qualche esemplificazione viene addotta da A. Utz. " Se quando un’azione cresce di valore, il commissario di borsa afferra il telefono o il computer per comprare in un’altra borsa azioni al prezzo vecchio inferiore e poi rivenderle sul posto al prezzo più alto, eticamente questa è pura speculazione individualistica tesa al profitto, che non esercita più alcuna funzione nell’ordinamento economico". Inoltre, "bisogna pensare ancora alla situazione psicologica in cui il mediatore si trova nei suoi affari: egli è dominato o dal desiderio di profitto o dalla paura. Quando la motivazione è la seconda, si giunge facilmente al crollo dei prezzi di borsa" (p. 274).

La tradizione scolastica riconosceva al profitto da commercio una plausibilità morale, solo laddove veniva impiegato per scopi sociali. "Nel quadro dell’economia di mercato dinamica, che Tommaso d’Aquino ancora non conosceva, il desiderio di profitto non può essere globalmente condannato... giacchè... vi è connessa una prestazione socio-economica. Tuttavia questa considerazione etico-sociale riporta in fin dei conti alla decisione etico-individuale, cioè alla responsabilità personale dello speculatore in vista del bene comune economico. E’ questa ancora una riprova che l’etica sociale ed economica non può essere divisa dall’etica individuale" (p. 275).

4. Come si può notare si danno accentuazioni differenti all’interno del riflettere morale in teologia, lungo tutta la sua tradizione. Ulteriori considerazioni e prospettive potrebbero aggiungersi e svilupparsi, ed in parte lo sono state: rimando ad un mio intervento: Paolo CARLOTTI, Etica cristiana, società ed economia, Biblioteca di Scienze Religiose 158, Roma, LAS 2000 95-123.

La tematica registra anche risvolti e ricadute notevoli sul versante propriamente cristiano e teologico. L’impegno per la giustizia, con la quale e senza la quale si dà o non si dà la carità sociale, coinvolge direttamente l’autenticità della testimonianza della fede cristiana. Forse anche in quest’ambito è necessaria una purificazione della memoria, a fronte di teorie e di pratiche non in sintonia con l’Evangelo di Gesù Cristo. La lucidità e l’onestà intellettuale, illuminate e sorrette dalla fede, permettono di comprendere ciò che facciamo, ma tale consapevolezza è ottenuta soprattutto dalla dedizione alla causa del bene morale, il quale, essendo pratico, lo si conosce al modo pratico in cui è, cioè praticandolo.

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