{"id":982,"date":"2001-06-01T12:00:00","date_gmt":"2001-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=982"},"modified":"2026-04-12T19:10:41","modified_gmt":"2026-04-12T17:10:41","slug":"il-commercio-internazionale-dei-servizi","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2001\/giugno\/il-commercio-internazionale-dei-servizi\/","title":{"rendered":"Il commercio internazionale dei servizi"},"content":{"rendered":"<p>Nella crescita dei paesi economicamente pi\u00f9 avanzati, nello sviluppo dei paesi economicamente arretrati, il commercio internazionale \u00e8 fattore di forte rilievo.<\/p>\n<p>A prescindere dagli eccessi di strategie di sviluppo fondate\u00a0<em>esclusivamente sull\u2019export led growth<\/em>\u00a0(che possono tradursi in impoverimento delle opportunit\u00e0 di un paese, in particolare della parte meno favorita della popolazione)\u00a0<sup>1<\/sup>, le vendite sull\u2019estero hanno la caratteristica di promuovere posti di lavoro, avanzamento tecnologico, ricavi in divisa.<\/p>\n<p>Nello scorso decennio il commercio internazionale \u00e8 cresciuto con tassi pi\u00f9 che doppi rispetto al prodotto interno lordo, Pil: contro un tasso annuo medio di crescita del Pil mondiale del 3%, il commercio \u00e8 lievitato in volume del 6,7% l\u2019anno. Nel rapporto in valore con il Pil mondiale (commercio\/Pil), il commercio \u00e8 passato dal 19% del 1990 al 24% circa del 1999. In termini nominali, con base il dollaro statunitense, la crescita totale nel decennio \u00e8 stata del 55%, passando da 4.300 a 6.700 miliardi di dollari. In quell\u2019ultimo anno del decennio, dopo la pausa nella crescita derivante dalla crisi asiatica avvenuta subito dopo la met\u00e0 degli anni \u201890, il commercio di beni e servizi \u00e8 salito del 4,5% con una netta accelerazione a fine anno. Nell\u2019ultimo trimestre, l\u2019espansione ha superato il 6,5% medio registrato negli anni Novanta. In valore l\u2019export globale \u00e8 aumentato del 3,5%, raggiungendo i 5460 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Alcuni richiami e definizioni<\/strong><\/p>\n<p>Adam Smith (1723-1790, The Wealth of Nations \u00e8 del 1776), dimostra che il commercio internazionale conviene a tutti, e che, specializzandosi in un certo prodotto e nel suo commercio, un paese incontra la propria fortuna. Il commercio con partner esteri promuove la specializzazione; la specializzazione a sua volta incrementa le dosi di produttivit\u00e0. Nel lungo periodo l\u2019incremento di commercio e di produttivit\u00e0 innalza gli standard di vita di chi \u00e8 coinvolto nel gioco virtuoso del commercio internazionale.<\/p>\n<p>David Ricardo (1772-1823), maestro nell\u2019utilizzo della teoria dei costi comparati, preciser\u00e0 che il commercio convince un produttore, quando deve allocare risorse aderire ai risultati offerti dal vantaggio comparato. Ricardo dimostra che ci\u00f2 finisce per accadere anche nel caso di produttore che voglia mantenere una produzione \u201cnon razionale\u201d, che cio\u00e8 non tenga in conto i vantaggi suggeriti dalle operazioni commerciali con altri paesi basate sulla specializzazione e la teoria del vantaggio comparato.<\/p>\n<p>Si fa commercio internazionale per la diversit\u00e0 tra paesi nelle condizioni di produzione, per i costi decrescenti di produzione, per la differenza di gusti tra le nazioni. Queste sono state le motivazioni del grande impulso al commercio avvenuto ovunque, in forme dapprima primitive poi pi\u00f9 avanzate, come ad esempio nel mar Mediterraneo gi\u00e0 all\u2019epoca fenicia e greco-antica. In tempi vicini, \u00e8 stato il commercio a spingere la curva della prosperit\u00e0 nelle nazioni europee a partire dal Cinquecento, in particolare dopo la scoperta del continente americano e l\u2019avvio dell\u2019epoca coloniale. Angus Maddison ha scritto: \u201cFino al XIX secolo la prosperit\u00e0 crebbe attraverso il commercio &#8230; Ci fu un\u2019intera successione di nazioni ricche che costruirono la propria fortuna a spese dei rivali. Per esempio, Spagna e Portogallo sostituirono Venezia e Genova come principali commercianti con i paesi dell\u2019est, allontanando verso l\u2019Asia dal Mediterraneo le vie del commercio. La prosperit\u00e0 olandese fu raggiunta erodendo gli imperi commerciali portoghesi e spagnoli ed impoverendo le regioni meridionali dei Paesi Bassi (l\u2019attuale Belgio). L\u2019espansione commerciale inglese e francese del XVIII secolo avvenne in larga parte a spese dell\u2019Olanda\u201d\u00a0<sup>2<\/sup>.<\/p>\n<p>Nell\u2019andamento della storia, il commercio internazionale si \u00e8 presentato soprattutto come vendita e acquisto di materie prime e commodities, di prodotti agricoli, di manufatti derivati prima dall\u2019artigianato poi dall\u2019industria.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda i servizi, questi da sempre risultano commerciati tra le nazioni. Quando egizi, fenici, greci, romani, spedivano le loro navi nel Mediterraneo, utilizzavano modalit\u00e0 arcaiche di noli, servizi portuali, lettere di pagamento. E sempre ci sono stati viaggiatori e turisti che hanno soggiornato in locande, acquistato biglietti, ceduto o rilevato cultura e invenzioni (il moderno copyright). Da sempre monete, servizi di banchi di credito e pegno, hanno sostenuto i rapporti \u201cinternazionali\u201d tra popoli e nazioni. Solo nei decenni recenti queste (ed altre) attivit\u00e0 di servizio hanno per\u00f2 trovato una crescita quantitativa e una caratterizzazione qualitativa tali da schizzare verso valore aggiunto e cifre complessive di tutto rispetto. I servizi sono cos\u00ec divenuti una voce di primario interesse delle bilance commerciali delle nazioni.<\/p>\n<p>La massa di esportazioni manifatturiere mondiali super\u00f2 in valore le esportazioni di partite agricole solo nel 1957. Mezzo secolo dopo le esportazioni mondiali di servizi giungeranno a rappresentare quasi un quarto del commercio mondiale.<\/p>\n<p>Per servizi scambiati internazionalmente si intendono qui tutte le transazioni che hanno per oggetto attivit\u00e0 terziarie che transitano attraverso le frontiere statali, e come tali sono registrate dalle autorit\u00e0 doganali e\/o monetarie.<\/p>\n<p>Sotto il termine \u201cservizi\u201d si ritrovano le attivit\u00e0 o i beni immateriali internazionalmente classificati come tali. Trattasi di un settore esteso, tuttora in crescita, che appare spesso di difficile interpretazione. Esso include beni e attivit\u00e0 \u201cdi confine\u201d, identificabili sia come secondario che terziario, tanto da creare non pochi problemi agli statistici, ai rilevatori, alle autorit\u00e0 fiscali e doganali.<\/p>\n<p>Nessuna attivit\u00e0 economica corrisponde come i servizi alla destrutturazione che va assumendo il sistema contemporaneo della produzione e degli scambi. Il\u00a0<em>de-materializzarsi<\/em>\u00a0e il\u00a0<em>de-territorializzarsi<\/em>\u00a0del sistema economico mondiale<a name=\"txt3\"><\/a>\u00a0<sup>3<\/sup>, i due massimi fenomeni dell\u2019economia contemporanea, hanno contribuito alla creazione di una struttura economica-mondo che rende spesso difficile la differenziazione netta tra settori economici, tenuti invece ben distinti dall\u2019economia tradizionale. Il settore servizi \u00e8 certamente elemento preponderante della cosiddetta economia \u201cintangible\u201d (dei beni in-toccabili), e \u201cimmaterial\u201d (dei beni im-materiali).<\/p>\n<p>Per avere un\u2019idea delle dimensioni di un fenomeno che qui si analizza esclusivamente nel rapporto con l\u2019estero, si pensi che nell\u2019Europa comunitaria (Eurostat, \u201999) i servizi commerciali (esclusi quindi quelli, vastissimi, pubblici) contano per il 50% del Pil: erano soltanto il 36% del Pil ancora nel 1970. Il commercio interno, la distribuzione commerciale, conta per il 13%. In quanto a contributo all\u2019occupazione la distribuzione interna conta per il 16%: in Italia le cifre sono anche pi\u00f9 alte, con quasi il 20% del Pil e circa 5 milioni di occupati.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 premesso, si consideri quali attivit\u00e0 economiche sono considerate, dall\u2019Organizzazione mondiale del commercio, Omc, servizi commerciali\u00a0<sup>4<\/sup>. Ci si riferisce a volumi e valori attinenti esclusivamente servizi che attraversino le frontiere (cross frontier), escludendo non solo il commercio interno di servizi esplicati all\u2019interno di un paese, ma quei servizi che non sono venduti e vendibili. Tali attivit\u00e0 economiche comportano attori di paesi diversi, transito attraverso le frontiere di beni registrati, con pagamenti internazionali\u00a0<sup>5<\/sup>, ovvero con scambio di pagamenti e ricchezza che superino le frontiere tra paesi. Non sono comprese le vendite di servizi interne a un paese, n\u00e9 le vendite cross frontier di servizi pubblici o a utilit\u00e0 pubblica gestiti dallo stato o entit\u00e0 pubbliche, a meno che non siano strettamente commerciali (es: monopolio pubblico delle telecomunicazioni in alcuni paesi, vendita dei servizi collegati).<\/p>\n<p>La classificazione della ricchezza venduta e vendibile, in quest\u2019ambito, viene distinta dall\u2019Omc in due grandi gruppi di beni:<\/p>\n<p>\u00b7 commercio di merci (agricole, minerarie, industriali)<\/p>\n<p>\u00b7 commercio di servizi commerciali (trade in commercial services).<\/p>\n<p>Ci si occupa qui esclusivamente della seconda categoria di beni. Le cifre riportate, derivano dalle tabelle del Fondo monetario internazionale, Fmi, basate sul manuale statistico del Fondo. Per i paesi non aderenti al Fmi, i dati sono derivati dalle statistiche nazionali (\u00e8 il caso della Cina).<\/p>\n<p>I servizi commerciali sono divisi, dal Fmi, in altre subclassificazioni:<\/p>\n<p>\u00b7 trasporti,<\/p>\n<p>\u00b7 viaggi,<\/p>\n<p>\u00b7 altri servizi commerciali.<\/p>\n<p>Sotto la categoria\u00a0<em>trasporti<\/em>, si ritrovano tutti i servizi legati al trasporto di persone e\/o beni (mare, aria, terra, acque interne, spazio e pipeline) realizzati da residenti di un\u2019economia per residenti di un\u2019altra economia, che comportino trasporto di passeggeri, movimento di beni (freight), noleggi e affitti (charters) di mezzi di trasporto (carriers) con personale\/equipaggio (crew) e servizi ausiliari.<\/p>\n<p>Sotto la categoria\u00a0<em>viaggi<\/em>, sono compresi beni e servizi acquisiti da viaggiatori singoli, per ragioni di salute, studio, o altri fini, e da viaggiatori d\u2019affari. Il viaggio non appare come servizio singolo, ma come insieme di servizi legati ai consumi effettuati da un viaggiatore durante i suoi trasferimenti. Si pensi all\u2019ospitalit\u00e0 alberghiera, all\u2019assunzione di cibo, ai trasporti o al divertimento, ai presenti e ai souvenir acquistati.<\/p>\n<p>Sotto la categoria\u00a0<em>altri servizi<\/em>\u00a0sono raccolte le seguenti prestazioni:<\/p>\n<p>\u00b7 servizi di comunicazione (telecomunicazioni, posta e corriere)<\/p>\n<p>\u00b7 servizi alle costruzioni<\/p>\n<p>\u00b7 servizi assicurativi<\/p>\n<p>\u00b7 servizi finanziari<\/p>\n<p>\u00b7 servizi a computer e informazione (vi sono incluse le agenzie di informazione)<\/p>\n<p>\u00b7 diritti come royalties e licenze, pagamenti e ricevute dall\u2019uso di attivit\u00e0 (assets) intangibili non-finanziarie e di diritti di propriet\u00e0 intellettuale come patenti, copyright, marchi, processi industriali, franchising<\/p>\n<p>\u00b7 altri servizi d\u2019affari, come servizi legati al commercio, leasing operativi (come il rent a car), servizi d\u2019affari di calibro minore (traduzioni) e servizi professionali (hostess, accompagnatori, autisti), servizi professionali (avvocati, consulenti finanziari, commercialisti, ricerche di mercato, inchieste d\u2019opinione, progettualit\u00e0 architettonica o di arredamento, agricoltura, miniere, elaborazione dati, ecc.)<\/p>\n<p>\u00b7 servizi alla persona, culturali, ricreativi, inclusi gli audiovisivi.<\/p>\n<p>Nello scorso decennio i servizi ai trasporti sono cresciuti del 3,5% annuo, quelli collegati ai viaggi del 6%, gli \u201caltri servizi\u201d dell\u20198,5%. Il totale dei servizi commerciali esportati, nel \u201999, \u00e8 stato di 1350 miliardi di dollari, cos\u00ec suddivisi: 440 viaggi, 310 trasporti, 600 altri servizi.<\/p>\n<p>In valore, ovvero in valore aggiunto, nel decennio, crescono decisamente di pi\u00f9 i servizi \u201caltri\u201d che hanno pi\u00f9 contenuto innovativo e tecnologico. Stagnanti i valori dei servizi trasporti (che comunque, su base mondo, scendono pesantemente in valori percentuali). In quanto ai servizi legati ai viaggi, diminuiscono in percentuale, si stabilizzano in quanto a valore, con tendenza cauta all\u2019apprezzamento.<\/p>\n<p>Per alcune delle ragioni esposte (immaterialit\u00e0, intangibilit\u00e0, ubiquit\u00e0 dei servizi) ed altre che si comprenderanno nel procedere del ragionamento, copertura e comparabilit\u00e0 dei dati riguardanti il commercio dei servizi presentano qualche problema. Ci sono paesi che non raccolgono statistiche per certe categorie di servizi. Ci sono transazioni della categoria servizi che nessuno registra. Si pensi ai servizi trasmessi elettronicamente all\u2019interno di imprese transnazionali tra paese e paese. Si pensi alle transazioni finanziarie che non passano tra intermediari ufficiali. Ci sono poi i pagamenti di servizi su base di compensazione (trasporti ferroviari, servizi di comunicazione). Dubbi non mancano neppure all\u2019interno degli stessi enti internazionali di rilevazione: sono tuttora in corso nei competenti uffici del Fondo monetario, chiarificazioni sulla raccolta dati. Il Bpm, Balance of Payments Manual del Fmi, giunto alla 5a edizione, ha problemi di assimilazione con la sua 4a edizione: i beni procurati nei porti, come il carburante, per Bpm5 sono merci (goods), per Bpm4 sono servizi (trasporto), l\u2019assicurazione per il trasporto \u00e8 \u201ctrasporto\u201d in Bpm4 e servizi di assicurazione in Bpm5.<\/p>\n<p>Si tenga inoltre presente che, a livello di concettualizzazione del commercio internazionale di servizi, il Gats (General Agreement on Trade in Services) ha elaborato 4 categorie di servizi commerciali:<\/p>\n<p>\u00b7 servizi forniti dal territorio di un paese sul territorio di un altro paese (es. le chiamate telefoniche internazionali), con operazioni ufficialmente conosciute come \u201cforniture cross-border\u201d)<\/p>\n<p>\u00b7 servizi goduti da consumatori o imprese in paese diverso da quello d\u2019origine (es. il turismo), conosciuti ufficialmente come \u201cconsumo all\u2019estero\u201d<\/p>\n<p>\u00b7 servizi forniti in paese diverso dal proprio, da impresa straniera attraverso filiali o rappresentanze, con una formula ufficialmente detta \u201cpresenza commerciale\u201d<\/p>\n<p>\u00b7 servizi offerti da soggetti che si spostano dal proprio paese per effettuare forniture in paesi terzi (es. modelle di moda o consulenti) realizzando un\u2019operazione classificata come \u201cpresenza di persone in natura\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Come cresce il commercio e il commercio di servizi<\/strong><\/p>\n<p>Nella curva storica dello sviluppo economico, i servizi divengono fenomeno di rilevanza macro nell\u2019ultima parte del secolo ventesimo. Nell\u2019epoca arcaica erano agricoltura e minerario a rappresentare la parte predominante dell\u2019economia. Successivamente l\u2019industria ha assunto il ruolo di motore della produzione e dell\u2019occupazione. Nelle societ\u00e0 cosiddette postindustriali, i servizi tendono a costituire, e nelle economie avanzate il fenomeno \u00e8 gi\u00e0 completato, il settore pi\u00f9 rilevante del sistema economico, in termini sia di occupazione che di contributo al prodotto interno. Il commercio di servizi sta crescendo e assumendo rilevanza in quest\u2019ambiente di sempre maggiore status del terziario rispetto a industria e agricoltura.<\/p>\n<p>Si \u00e8 detto di come i servizi da sempre facciano parte degli scambi tra i popoli. Negli scambi terziari odierni s\u2019incontrano molti e diversi prodotti innovati: finanza, accompagnamento e soft dell\u2019innovazione tecnologica, logistica di sistemi avanzati, formazione e istruzione, copyright di invenzioni e stili, ingredienti della cosiddetta nuova economia. La \u201cqualit\u00e0\u201d e l\u2019\u201ceccellenza\u201d dell\u2019economia contemporanea si combinano in molti dei servizi commerciali scambiati internazionalmente.<\/p>\n<p>Andando al concreto degli scambi, nel \u201999, ultimo anno con dati completi disponibili per l\u2019analisi, nonostante il fatturato dei servizi sia cresciuto pi\u00f9 di quello dei beni manufatti, il commercio terziario ha manifestato una crescita inferiore a quella del commercio di merci. Un dato che non va ad intaccare la crescita maggiore che, rispetto al commercio di manufatti, i servizi hanno documentato nell\u2019arco dell\u2019intero decennio 1990-\u201999, e che andrebbe quindi interpretato come congiunturale, risultando influenzato, ad esempio, dai prezzi in crescita del petrolio.<\/p>\n<p>Il commercio di servizi di mercato, nel \u201899, \u00e8 salito in valore dell\u20191,5 per cento, contro il 3,5 per cento di crescita del commercio di beni tangibili e merci. E peraltro, nel confronto con il \u201898, nel \u201899 il commercio di servizi ha comportato l\u2019uscita dalla stagnazione certificata nei risultati dell\u2019anno precedente, con una crescita che, seppure bassa in volume e valori, ha toccato tutti indistintamente i maggiori settori del terziario commerciale. Con la minore performance nei servizi legati al trasporto, e la maggiore nei servizi di viaggi\/turismo.<\/p>\n<p>Interessante, che il valore aggiunto dei servizi continui a crescere pi\u00f9 del valore aggiunto delle merci: mentre, a causa anche della debolezza dell\u2019euro, i prezzi internazionali delle merci sono in genere diminuiti nel corso del \u201899, i prezzi dei servizi hanno dato un leggero aumento, probabilmente anche a causa della forte presenza statunitense (e quindi del dollaro Usa) nel commercio di servizi. Questo per\u00f2 significa che la caduta della crescita del commercio di servizi rispetto al commercio di merci, riguarda pure il volume degli scambi.<\/p>\n<p>Nel complesso, lo sviluppo del confronto tra commercio di merci e di servizi, su base ultimo triennio, pu\u00f2 essere riassunto dalla seguente tabella 1\u00a0<sup>6<\/sup>:<\/p>\n<p><strong>Tabella 1<\/strong><\/p>\n<p><strong>Esportazioni mondiali di merci e di servizi commerciali 1997-\u201999<\/strong><\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"2\">Valore (tril. $)<\/td>\n<td colspan=\"2\">Crescita per anno<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>1999<\/td>\n<td>1997<\/td>\n<td>1998<\/td>\n<td>1999<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Merci<\/td>\n<td>5,45<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>-1,5%<\/td>\n<td>3,5%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi commerciali<\/td>\n<td>1,34<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>0,0%<\/td>\n<td>1,5%<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Grazie a questo sviluppo complessivo, circa un quinto del commercio internazionale \u00e8 ora commercio di servizi. Le esportazioni globali di servizi commerciali sono arrivate, nel \u201899, a 1,3 trilioni di dollari, con una crescita dell\u20191,5 per cento rispetto all\u2019anno precedente.<\/p>\n<p>Guardando alle aree e ai paesi coinvolti negli scambi di servizi commerciali, appare evidente che le economie con pi\u00f9 forte crescita dell\u2019ultimo decennio, Stati Uniti e Asia, costituiscono le aree con pi\u00f9 accreditato dinamismo nel commercio di servizi anche nel 1999. Tra le due aree si d\u00e0 una rilevante differenziazione. Mentre per gli Stati Uniti la crescita nelle importazioni di servizi commerciali \u00e8 inferiore a quella registrata per le esportazioni, esportazioni e importazioni di servizi in Asia si sono mosse alla stessa velocit\u00e0, tra il 4 e il 5 per cento. A bassa intensit\u00e0 invece, nel \u201899, la crescita degli scambi di servizi in Europa occidentale, addirittura in retrocessione rispetto al \u201898. E\u2019 andata anche peggio la movimentazione internazionale dei servizi commerciali nelle economie europee di transizione.<\/p>\n<p>Il commercio di servizi ha continuato a dare un interessante contributo allo sviluppo: le esportazioni di merci dai paesi economicamente pi\u00f9 arretrati, durante il \u201899, hanno coperto il 27,5 per cento delle esportazioni mondiali, ma l\u2019esportazione di servizi commerciali ha fatto registrare un rispettabile 23 per cento, con un incremento di quattro punti rispetto all\u2019inizio del decennio.<\/p>\n<p>La tabella 2 sintetizza lo stato degli scambi di servizi commerciali alla fine del \u201899, e il movimento nel recente triennio. Nella classifica dei pi\u00f9 grandi esportatori di servizi, gli Stati Uniti continuano a risultare al primo posto, con una massa di circa 252 miliardi di dollari, pari al 18,8 per cento delle esportazioni totali mondo. Gli Usa sono anche il pi\u00f9 grande importatore di servizi, con pi\u00f9 di 182 milioni di dollari, e il 13,7 per cento della torta mondo. Il Regno Unito \u00e8 il secondo classificato in fatto di esportazioni, con 101,4 miliardi di dollari, e il 7,6 per cento delle esportazioni totali mondo. Per ambedue i paesi il surplus nei servizi maschera<\/p>\n<p><strong>Tabella 2<\/strong><\/p>\n<p><strong>Crescita nel valore del commercio mondiale dei servizi commerciali per aree, 1997-\u201999<\/strong><\/p>\n<p>(in miliardi di dollari e crescita percentuale)<\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"4\">Esportazioni<\/td>\n<td colspan=\"4\">Importazioni<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Valore<\/td>\n<td colspan=\"3\">Crescita annua<\/td>\n<td>Valore<\/td>\n<td colspan=\"3\">Crescita annua<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>1999<\/td>\n<td>1997<\/td>\n<td>1998<\/td>\n<td>1999<\/td>\n<td>1999<\/td>\n<td>1997<\/td>\n<td>1998<\/td>\n<td>1999<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Mondo<\/td>\n<td>1340<\/td>\n<td>4<\/td>\n<td>0<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>1335<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>1<\/td>\n<td>3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Usa<\/td>\n<td>252<\/td>\n<td>9<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>182<\/td>\n<td>11<\/td>\n<td>8<\/td>\n<td>10<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>America latina<\/td>\n<td>54<\/td>\n<td>7<\/td>\n<td>9<\/td>\n<td>-2<\/td>\n<td>60<\/td>\n<td>13<\/td>\n<td>4<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Europa occidentale<\/td>\n<td>630<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>6<\/td>\n<td>0<\/td>\n<td>600<\/td>\n<td>0<\/td>\n<td>7<\/td>\n<td>1<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>UE<\/td>\n<td>565<\/td>\n<td>1<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>1<\/td>\n<td>555<\/td>\n<td>0<\/td>\n<td>7<\/td>\n<td>2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Asia<\/td>\n<td>267<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>-15<\/td>\n<td>4<\/td>\n<td>337<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>-11<\/td>\n<td>5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Giappone<\/td>\n<td>60<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<td>-3<\/td>\n<td>114<\/td>\n<td>-5<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<td>3<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Tabella 3<\/strong><\/p>\n<p><strong>Scambi internazionali di servizi commerciali, 1999<\/strong><\/p>\n<p>(in miliardi di dollari, % crescita annua)<\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"4\">Esportatori<\/td>\n<td colspan=\"4\">Importatori<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Valore<\/td>\n<td>Quota<\/td>\n<td colspan=\"2\">crescita%<\/td>\n<td>Valore<\/td>\n<td>Quota<\/td>\n<td colspan=\"2\">crescita%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\u201898<\/td>\n<td>\u201899<\/td>\n<td>\u201898<\/td>\n<td>\u201899<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Usa<\/td>\n<td>251,7<\/td>\n<td>18,8<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>Usa<\/td>\n<td>182,3<\/td>\n<td>13,7<\/td>\n<td>8<\/td>\n<td>10<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Regno Unito<\/td>\n<td>101,4<\/td>\n<td>7,6<\/td>\n<td>7<\/td>\n<td>2<\/td>\n<td>Germania<\/td>\n<td>127,2<\/td>\n<td>9,5<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Francia<\/td>\n<td>79,3<\/td>\n<td>5,9<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>-6<\/td>\n<td>Giappone<\/td>\n<td>113,9<\/td>\n<td>8,5<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<td>3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Germania<\/td>\n<td>76,8<\/td>\n<td>5,7<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>-3<\/td>\n<td>Regno Unito<\/td>\n<td>81,4<\/td>\n<td>6,1<\/td>\n<td>11<\/td>\n<td>4<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Italia<\/td>\n<td>64,5<\/td>\n<td>4,8<\/td>\n<td>0<\/td>\n<td>-3<\/td>\n<td>Italia<\/td>\n<td>62,7<\/td>\n<td>4,7<\/td>\n<td>7<\/td>\n<td>0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Giappone<\/td>\n<td>59,8<\/td>\n<td>4,5<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<td>-3<\/td>\n<td>Francia<\/td>\n<td>59,2<\/td>\n<td>4,4<\/td>\n<td>5<\/td>\n<td>-9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Spagna<\/td>\n<td>54,1<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>12<\/td>\n<td>11<\/td>\n<td>Olanda<\/td>\n<td>46,5<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>4<\/td>\n<td>0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Olanda<\/td>\n<td>53,1<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>Canada<\/td>\n<td>37,1<\/td>\n<td>2,8<\/td>\n<td>-4<\/td>\n<td>5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Belgio-Lussemburgo<\/td>\n<td>37,6<\/td>\n<td>2,8<\/td>\n<td>6<\/td>\n<td>4<\/td>\n<td>Belgio-Lussemburgo<\/td>\n<td>35,5<\/td>\n<td>2,6<\/td>\n<td>8<\/td>\n<td>4<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Hong Kong, Cina<\/td>\n<td>35,4<\/td>\n<td>2,6<\/td>\n<td>-10<\/td>\n<td>3<\/td>\n<td>Cina<\/td>\n<td>32,1<\/td>\n<td>2,4<\/td>\n<td>-4<\/td>\n<td>&#8230;<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>il persistente deficit nella bilancia commerciale, al punto da apparire, la penalizzazione degli scambi di beni materiali e il correlato favore dato agli scambi di servizi, come vera e propria scelta di politica economica collegata alle strategie di sviluppo. Nella classifica dei pi\u00f9 grandi importatori di servizi, al secondo posto compare la Germania con un valore di 127,2 miliardi di dollari, equivalente al 9,5 per cento del totale. Subito dopo il Giappone (114 miliardi di dollari e 8,5 per cento sul totale mondiale), che precede il Regno Unito, fermo a 81,4 miliardi di dollari e il 6,1% del totale. L\u2019Italia \u00e8 quinta sia nelle esportazioni che nelle importazioni di servizi.<\/p>\n<p>La tabella 3 documenta le prime dieci posizioni negli scambi internazionali di servizi commerciali. La crescita degli Stati Uniti ha sostenuto, nel \u201899, la curva delle esportazioni mondiali. Un fenomeno riflessosi sulla crescita delle importazioni americane di merci, ma anche di servizi. Le importazioni statunitensi di servizi commerciali sono cresciute nel \u201899 del 10 per cento e due volte pi\u00f9 velocemente che le esportazioni. Ci\u00f2 nonostante, e bench\u00e9 l\u2019aumento delle importazioni di servizi negli Stati Uniti nello scorso triennio abbia fatto sempre registrare valori superiori a quelli dell\u2019aumento delle esportazioni dei servizi commerciali, il saldo attivo statunitense \u00e8 stato nel \u201899 di 68 miliardi di dollari.<\/p>\n<p>Al polo opposto, tra le potenze commerciali, il Giappone, con le esportazioni di servizi commerciali in caduta e le importazioni solo in parziale ripresa dopo l\u2019accentuato decremento del biennio 1997-\u201998, come da tabella. In mezzo il non soddisfacente comportamento europeo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Come conta il commercio internazionale di servizi<\/strong><\/p>\n<p>Grazie ai lavori che il Segretariato e il Consiglio per il Commercio dei servizi cominciano a pubblicare, \u00e8 possibile effettuare una prima indagine sugli aspetti qualitativi degli scambi internazionali di servizi, e anticipare alcuni effetti della liberalizzazione portata dal Gats.<\/p>\n<p>La prima riflessione riguarda il fatto che, con la caduta del pregiudizio che escludeva i servizi dalle misure di liberalizzazione Gatt-Omc, si \u00e8 assistito alla liberalizzazione di servizi come quelli legati alle telecomunicazioni, ai trasporti, ai mercati finanziari, con un beneficio diretto sia sullo sviluppo delle tecnologie collegate che su volume e valori degli scambi. Al tempo stesso si constata come, in rapporto al peso che volume e valore dei servizi rivestono nella formazione della ricchezza, nella pi\u00f9 parte dei paesi e certamente nelle economie avanzate e nelle potenze commerciali gli scambi dei servizi commerciali siano ancora relativamente bassi e non potranno che crescere ancora nei prossimi anni.<\/p>\n<p>Il Segretariato ha prodotto alcuni studi sulla progressione dei diversi settori di servizi commerciali, delle misure di liberalizzazione e dei loro effetti commerciali. Basti qui richiamare l\u2019elencazione prodotta dall\u2019Omc, e il suo ranking con l\u2019attribuzione di performance. I servizi legati al turismo (hotel e ristoranti innanzi tutto) mostrano il pi\u00f9 elevato livello di liberalizzazione, con riflessi immediati anche sul lato degli scambi. Altrettanto pu\u00f2 dirsi delle condizioni commerciali dei servizi legati ai processi di informazione via rete, all\u2019elaborazione dati e alla produzione e applicazione di software. Al lato opposto della scala, i servizi collegati a sanit\u00e0 e salute. Tra i due estremi, i servizi collegati alle costruzioni e al trasporto marittimo. Tra le quattro categorie di base dei servizi, proposte dall\u2019Omc, la situazione pi\u00f9 arretrata \u00e8 ancora quella dei servizi forniti da personale che si sposta da un paese all\u2019altro. La \u201cpresenza in natura di persone\u201d continua ad essere il capitolo pi\u00f9 tormentato della vicenda di liberalizzazione dei servizi.<\/p>\n<p>Andando ai singoli settori, se ne citano tre, di grande interesse strategico per lo sviluppo del commercio dei servizi. Innanzitutto, i servizi alle telecomunicazioni. Dopo l\u2019entrata in vigore, nel febbraio \u201898, degli accordi raggiunti in sede Gats, si \u00e8 accresciuto notevolmente il numero dei vettori internazionali di telecomunicazioni. Queste, per il Gats, figurano elencate in 15 sotto-settori, che fatturano quasi 800 miliardi di dollari l\u2019anno e producono investimenti superiori a 200 miliardi di dollari, con pi\u00f9 di 6 milioni di occupati nel mondo. Le Americhe coprono circa il 40% della torta mondiale telecomunicazioni, con l\u2019Europa vicina al 35% e l\u2019Asia intorno al 25%. A condurre la lista degli investimenti \u00e8 l\u2019Asia (intorno al 44% del totale) che quindi dovrebbe progressivamente accrescere anche la propria quota di fatturato.<\/p>\n<p>I servizi per computer e operazioni collegate, non erano tra quelli previsti nel corso dell\u2019Uruguay round. Lo sviluppo della tecnologia informatica li ha fatti inserire nel contesto Gats. Si tratta soprattutto di servizi di consulenza e assistenza. In dettaglio appaiono cos\u00ec raggruppati nel Gats: consulenza per l\u2019installazione di hardware per computer, implementazione del software, servizi per l\u2019elaborazione dati, altro. E\u2019 intuitivo il legame di questi servizi con quelli alle telecomunicazioni, ma anche con quelli di televisione ed emittenze in genere: la posta elettronica \u00e8, ad esempio, un servizio che lega telecomunicazioni e computer, come pure lo scambio di dati per via elettronica. Il commercio elettronico \u00e8 probabilmente l\u2019esempio pi\u00f9 cospicuo in materia, assemblando servizi dal computer in quanto tale, ma anche da reti, software, servizi connessi. Il mercato dei servizi di software e computer viene calcolato dalla Commissione europea ad un tasso di crescita annua mondiale che si aggira intorno al 10 per cento, con punte maggiori nei paesi in sviluppo e nell\u2019est Europa, ma anche negli Usa; punte inferiori in Europa occidentale e Giappone. Il Giappone, in particolare, mostra negli ultimi anni un andamento di crescita piuttosto basso. In quanto alle esportazioni, gli Stati Uniti esportano servizi collegati alla computeristica per pi\u00f9 di 5 miliardi di dollari l\u2019anno. A ci\u00f2 occorre aggiungere le vendite di servizi delle affiliate Usa registrate all\u2019estero a persone e imprese estere, che portano altri 25 miliardi di dollari circa al fatturato Usa di settore. Vanno inoltre tenuti in conto altri 5 miliardi circa di dollari di vendite di affiliate Usa di imprese estere, che vendono servizi a persone e imprese statunitensi. Come si vede, nel settore la rilevanza delle imprese affiliate \u00e8 notevole, con vendite superiori a quelle cross-border espresse dal paese sede delle imprese madri.<\/p>\n<p>I servizi alla distribuzione costituiscono un\u2019altra categoria di forte interesse per il Gats. Quattro sono i settori inclusi: servizi degli agenti commissionari, servizi al commercio all\u2019ingrosso, servizi al dettaglio, franchising. I servizi collegati a queste funzioni sono classificati dalla Provisional Central Product Classification delle Nazioni Unite come: cura dell\u2019inventario di merci, sistemazione di merci in grandi spazi e quantit\u00e0, assestamento in piccoli lotti di grandi quantit\u00e0 di beni, servizi di consegna, refrigerazione, servizi di promozione e vendita, ecc. Il commercio internazionale relazionato al settore distributivo ha grande rilevanza, visto che la distribuzione, nella struttura economica internazionale, \u00e8 seconda soltanto al manifatturiero, ben avanti a settori come l\u2019agricoltura, il minerario, i trasporti, le telecomunicazioni, i servizi finanziari, con un contributo all\u2019occupazione che si esprime con tassi anche superiori.<\/p>\n<p>In tale contesto vanno letti i dati che affluiscono sul commercio elettronico. Si tratta tuttora di valori relativamente bassi, legati soprattutto al commercio business to business, e ad una precisa serie di articoli per lo pi\u00f9 vicini a computer e annessi. E\u2019 inoltre complicato, con le attuali modalit\u00e0 di raccolta dati, separare correttamente quanto, sul totale dei trasferimenti elettronici, costituisca transazione propriamente internazionale, date le molteplici configurazioni proprietarie legate al commercio elettronico.<\/p>\n<p>Sino a pochi anni fa soltanto gli Stati Uniti, attraverso le imprese affiliate, facevano rilevazioni regolari sul commercio dei servizi alla distribuzione. Di recente anche la Commissione europea ha iniziato a raccogliere statistiche sul tema. I dati statunitensi affermano che il commercio all\u2019ingrosso \u00e8 la parte pi\u00f9 consistente del commercio di servizi distributivi; una proporzione significativa viene dai servizi alla distribuzione forniti attraverso le affiliate. I servizi al dettaglio dovrebbero contare per circa un decimo dell\u2019ingrosso, e costituire una fetta irrisoria del commercio di servizi in genere. In quanto ai dati Eurostat, quelli che qui interessano passano attraverso Fats, le Foreign affiliates trade statistics. Appare un panorama europeo in cui i servizi alla distribuzione sono fortemente internazionalizzati, con un grande incrocio intra-europeo della propriet\u00e0. A livello mondiale, tra i primi venti nomi della grande distribuzione al dettaglio, elencati per valore delle vendite, compaiono cinque tedesche, sette statunitensi, due giapponesi, quattro francesi, un\u2019olandese, una britannica. Per la gran parte dei dettaglianti europei, il mercato interno conta per pi\u00f9 di due terzi del fatturato totale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019Italia e il commercio internazionale di servizi<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Italia \u00e8 attore non secondario di questa complessa vicenda, nonostante la penalizzazione strutturale di cui soffre il suo terziario a causa della scarsa competitivit\u00e0 paese in fatto di qualit\u00e0 e innovazione tecnologica. I dati la danno presente soprattutto nelle prime due tipologie di servizi, e le attribuiscono una certa capacit\u00e0 di tenuta, anche se con bassa propensione al miglioramento quantitativo e qualitativo, e segnali di cedimenti negli ultimi anni.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 dei dati congiunturali del 2000 (non sorprende che il turismo e i trasporti abbiano fatto registrare nell\u2019anno santo cattolico 2000 un trend ascensionale; n\u00e9 che il boom dei prezzi petroliferi e la crescita delle importazioni Usa abbiano sopravvalutato la voce trasporti all\u2019interno della categoria servizi), in Italia le tendenze strutturali sono piuttosto chiare. L\u2019esportazione di servizi per il trasporto \u00e8 in caduta, e nell\u2019ultimo anno, questa si \u00e8 tradotta in circa -2,5%. Il fatturato dei viaggi registra una stagnazione, gli \u201caltri servizi commerciali\u201d sono in crescita modesta se non in stagnazione. Alle importazioni abbiamo pi\u00f9 o meno la stessa situazione. A livello strutturale, in Italia, come in genere nell\u2019Ue, comincia ad apparire uno spettro: la debolezza di voci strategiche del commercio internazionale di servizi, in particolare di quelle della classificazione Bpm \u201caltri servizi commerciali\u201d.<\/p>\n<p>La tabella 4 ci d\u00e0 il collegamento tra Pil, commercio in genere, commercio in servizi, per quanto riguarda l\u2019Europa occidentale, nell\u2019arco del decennio 1990-\u201999.<\/p>\n<p><strong>Tabella 4<\/strong><\/p>\n<p><strong>Pil e sviluppi commerciali nell\u2019Europa occidentale, 1990-99<\/strong><\/p>\n<p>(cambio annuo, %)<\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\">\u00a0\u00a0\u00a0Europa occident.<\/td>\n<td colspan=\"3\">\u00a0\u00a0\u00a0Eu (15)<\/td>\n<td colspan=\"3\">\u00a0\u00a0\u00a0Eu 15 extra-trade<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\u00a0\u201990-\u201999<\/td>\n<td>\u00a0\u201998<\/td>\n<td>\u00a0\u201999<\/td>\n<td>\u00a0\u201990-\u201999<\/td>\n<td>\u00a0\u201998<\/td>\n<td>\u00a0\u201999<\/td>\n<td>\u00a0\u201990-\u201999<\/td>\n<td>\u00a0\u201998<\/td>\n<td>\u00a0\u201999<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\u00a0Pil<\/td>\n<td>1,8<\/td>\n<td>2,6<\/td>\n<td>2,0<\/td>\n<td>1,8<\/td>\n<td>2,6<\/td>\n<td>2,3<\/td>\n<td>\u00a0\u2026<\/td>\n<td>\u00a0\u2026<\/td>\n<td>\u00a0\u2026<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Merci<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Esport. (nominale)<\/td>\n<td>4,1<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>-0,4<\/td>\n<td>4,1<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>-0,6<\/td>\n<td>4,6<\/td>\n<td>-0,3<\/td>\n<td>-1,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Import. (nominale)<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>5,5<\/td>\n<td>0,6<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>5,9<\/td>\n<td>1,1<\/td>\n<td>4,3<\/td>\n<td>4,6<\/td>\n<td>2,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Esport. (reale)<\/td>\n<td>6,0<\/td>\n<td>6,0<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>6,0<\/td>\n<td>6,5<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>0,5<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Import. (reale)<\/td>\n<td>5,5<\/td>\n<td>8,0<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>5,5<\/td>\n<td>8,5<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>7,0<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi commerciali<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Esport. (nominale)<\/td>\n<td>4,9<\/td>\n<td>7,2<\/td>\n<td>-0,7<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<td>7,1<\/td>\n<td>0,2<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Import. (nominale)<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<td>9,3<\/td>\n<td>0,8<\/td>\n<td>5,4<\/td>\n<td>9,5<\/td>\n<td>0,4<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<td>\u2026<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Il discorso sul commercio di servizi dell\u2019Italia va collocato necessariamente in tale contesto. Nel \u201999 il mondo ha esportato un valore totale di servizi commerciali pari a 1.350 miliardi di dollari e ne ha importati per 1.345 miliardi. La crescita media annua nel decennio \u00e8 stata del 6%, con punte di 4% nel 1997 alle esportazioni.<\/p>\n<p>Il Nord America ha esportato nel \u201999 per 288 miliardi di dollari (253, Usa) e importato per 219 miliardi di dollari. L\u2019Europa occidentale ha esportato per 640 miliardi di dollari e importato per 609 (Ue 574 e 561). Fatto pari a 100 il commercio mondiale di servizi, gli Usa coprono nel \u201899 una percentuale del 18,8 alle esportazioni e del 13,4 alle importazioni; l\u2019Ue del 42,6 alle esportazioni e del 41,7 alle importazioni. Su base decennio gli Usa documentano una crescita alle esportazioni dal 16,9% al 18,8%; l\u2019Ue per la stessa voce scende dal 47,3 al 42,6%. In quanto alle importazioni, gli Usa crescono dal 12,1 al 13,4%, l\u2019Ue scende dal 43 al 41,7%. L\u2019incremento medio annuo di crescita dei valori assoluti nel decennio \u00e8 di 2 punti pi\u00f9 elevato negli Usa rispetto all\u2019Ue (7 contro 5) sia nelle esportazioni che nelle importazioni.<\/p>\n<p>Sul totale l\u2019Italia rappresenta nel \u201999 il 4,5% delle esportazioni di servizi, e il 4,7% delle importazioni, con un discreto calo percentuale nel decennio (nel \u201990 si era al 6,2% del totale nelle esportazioni e al 5,7% nelle importazioni) che riflette il trend discensionale europeo. Lo sviluppo medio italiano \u00e8 stato del 3% sia all\u2019import che all\u2019export. L\u2019anno peggiore \u00e8 risultato il 1999 (-8% export, -7% import).<\/p>\n<p>In valore l\u2019Italia occupa stabilmente le posizioni di punta, in linea con la performance del suo Pil (quinto tra i paesi industrializzati): \u00e8 quinta tra gli esportatori con 61,2 miliardi di dollari (dopo USA 253 miliardi di dollari, Regno Unito 102, Francia e Rft), appena prima del Giappone (61 contro 60 miliardi di dollari). E\u2019 sesta all\u2019import (58,4 miliardi di dollari), dopo Usa (180), Rft (133), Giappone (114), Regno Unito (81), Francia (63).<\/p>\n<p>La tabella 5 informa con pi\u00f9 dettaglio sullo stato dell\u2019arte del commercio di servizi italiani. I dati, per responsabilit\u00e0 del nostro sistema statistico, sono ancora riferiti al 1998, quando i dati di tutti gli altri paesi industrializzati coprono il \u201899. Tant\u2019\u00e8 che per la comparabilit\u00e0 tra paesi, l\u2019Omc ha operato in proprio come segretariato, in accordo con Banca mondiale.<\/p>\n<p><strong>Tabella 5<\/strong><\/p>\n<p><strong>Italia, commercio di servizi commerciali, 1998<\/strong><\/p>\n<p>(miliardi dollari e %)<\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td colspan=\"3\">Esportazioni<\/td>\n<td colspan=\"3\">Importazioni<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Valore<\/td>\n<td colspan=\"2\">Percentuale<\/td>\n<td>Valore<\/td>\n<td colspan=\"2\">Percentuale<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>\u201998<\/td>\n<td>\u201995<\/td>\n<td>\u201998<\/td>\n<td>\u201998<\/td>\n<td>\u201995<\/td>\n<td>\u201998<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Totale servizi commerciali<\/td>\n<td>66,6<\/td>\n<td>100,0<\/td>\n<td>100,0<\/td>\n<td>62,9<\/td>\n<td>100,0<\/td>\n<td>100,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Trasporti<\/td>\n<td>10,6<\/td>\n<td>17,7<\/td>\n<td>16,0<\/td>\n<td>13,6<\/td>\n<td>24,5<\/td>\n<td>21,7<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Trasporto marittimo<\/td>\n<td>4,7<\/td>\n<td>7,5<\/td>\n<td>7,0<\/td>\n<td>6,0<\/td>\n<td>11,9<\/td>\n<td>9,5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Trasporto aereo<\/td>\n<td>3,6<\/td>\n<td>6,1<\/td>\n<td>5,3<\/td>\n<td>4,8<\/td>\n<td>7,2<\/td>\n<td>7,6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Altri trasporti<\/td>\n<td>2,4<\/td>\n<td>4,1<\/td>\n<td>3,6<\/td>\n<td>2,8<\/td>\n<td>5,4<\/td>\n<td>4,5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Viaggi<\/td>\n<td>29,8<\/td>\n<td>47,0<\/td>\n<td>44,7<\/td>\n<td>17,6<\/td>\n<td>27,2<\/td>\n<td>28,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Altri servizi commerciali<\/td>\n<td>26,2<\/td>\n<td>35,3<\/td>\n<td>39,3<\/td>\n<td>31,7<\/td>\n<td>48,4<\/td>\n<td>50,4<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi di comunicazione<\/td>\n<td>0,7<\/td>\n<td>0,5<\/td>\n<td>1,0<\/td>\n<td>1,4<\/td>\n<td>1,1<\/td>\n<td>2,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi all\u2019edilizia<\/td>\n<td>4,5<\/td>\n<td>5,2<\/td>\n<td>6,7<\/td>\n<td>1,4<\/td>\n<td>2,8<\/td>\n<td>2,2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi di assicurazione<\/td>\n<td>1,3<\/td>\n<td>2,3<\/td>\n<td>1,9<\/td>\n<td>1,8<\/td>\n<td>1,6<\/td>\n<td>2,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi finanziari<\/td>\n<td>2,3<\/td>\n<td>4,3<\/td>\n<td>3,4<\/td>\n<td>3,1<\/td>\n<td>8,2<\/td>\n<td>4,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi per computer\/informazione<\/td>\n<td>0,3<\/td>\n<td>0,3<\/td>\n<td>0,4<\/td>\n<td>0,8<\/td>\n<td>0,8<\/td>\n<td>1,2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Diritti per royalties e licenze<\/td>\n<td>0,5<\/td>\n<td>0,8<\/td>\n<td>0,7<\/td>\n<td>1,2<\/td>\n<td>2,1<\/td>\n<td>1,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi per altri affari<\/td>\n<td>16,2<\/td>\n<td>21,5<\/td>\n<td>24,4<\/td>\n<td>20,7<\/td>\n<td>29,7<\/td>\n<td>33,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Servizi personali culturali ricreativi<\/td>\n<td>0,4<\/td>\n<td>0,4<\/td>\n<td>0,6<\/td>\n<td>1,3<\/td>\n<td>2,0<\/td>\n<td>2,0<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Nel \u201999 (primi dati disponibili) il dato Italia \u00e8 inferiore a quello registrato nell\u2019anno precedente, sia all\u2019export (61,2 miliardi di dollari contro 66,6) che all\u2019import (58,4 miliardi di dollari contro 62,9). Per quanto riguarda il contributo dei diversi settori al complesso dei movimenti in importazione ed esportazione, si evidenzia quanto segue:<\/p>\n<p>\u00b7 i trasporti contano per il 16% all\u2019export e il 21,7% all\u2019import<\/p>\n<p>\u00b7 i viaggi contano per il 44,7% all\u2019export e il 28% all\u2019import<\/p>\n<p>\u00b7 gli altri servizi commerciali contano per il 39,3% all\u2019export e per il 50,4% all\u2019import.<\/p>\n<p>Il ragionamento su questi dati potrebbe portarci lontano, perch\u00e9 evidenzierebbe la povert\u00e0 della nostra offerta tecnologica:<\/p>\n<p>\u00b7 servizi di comunicazione, in vendita rappresentano 1%, in acquisto il 2,3<\/p>\n<p>\u00b7 servizi assicurativi, in vendita rappresentano l\u20191,9%, in acquisto il 2,9%<\/p>\n<p>\u00b7 i servizi finanziari, in vendita rappresentano il 3,4%, in acquisto il 4,9<\/p>\n<p>\u00b7 i servizi legati a computer e informazione, in vendita 0,4, in acquisto 1,2%<\/p>\n<p>\u00b7 royalties e licenze, in vendita 0,7, in acquisto 1,8<\/p>\n<p>\u00b7 altri servizi d\u2019affari, in vendita 24,4%, in acquisto 33%.<\/p>\n<p>\u00b7 servizi personali e ricreativo-culturali, in vendita 0,6%, in acquisto 2%.<\/p>\n<p>Gli unici servizi dove lo sbilancio ci \u00e8 favorevole sono quelli legati alle costruzioni: qui la crescita delle vendite \u00e8 costante (siamo nel \u201998 al 6,7% contro il 5,2% del \u201895) mentre calano gli acquisti (siamo al 2,2% contro il 2,8 del \u201895).<\/p>\n<p>Il quadro mostra una continua perdita di posizioni all\u2019offerta, e un\u2019altrettanto continua crescita al lato degli acquisti.<\/p>\n<p>In termini assoluti siamo ancora (1998) attivi, perch\u00e9 disponiamo tuttora di qualit\u00e0 da offrire e valore aggiunto. Ma possiamo presto aspettarci uno sbilancio passivo, se non investiremo in settori nuovi dei servizi e daremo valore aggiunto anche a settori che vanno oltre il viaggio e i trasporti, dove continuiamo a concentrare lo sforzo della nostra impresa.<\/p>\n<p>Si ricordi quanto notato in apertura. Il valore di mercato (costo per chi compra) nei servizi trasporti \u00e8 in discesa. Il valore dei servizi per viaggi stagna anche se si apprezza leggermente: comunque cala come significativit\u00e0 percentuale sul totale. Ad apprezzarsi decisamente \u00e8 il settore \u201caltri servizi\u201d: \u00e8 l\u00ec che il piatto succulento, e l\u2019Italia a quel piatto mostra d\u2019interessarsi troppo poco.<\/p>\n<p>Un esempio su tutti, quello dei trasporti. Il deficit dei noli di trasporto nel 2000 \u00e8 a 10 mila miliardi contro i 5 mila del \u201999 e i 1.000 del \u201990. La crescita del traffico portuale e il fatto che le compagnie di navigazione con origine italiana mostrino sempre pi\u00f9 spesso bandiera non italiana conduce a una forte crescita del disavanzo: il 70% del disavanzo arriva dai noli marittimi e aerei. Ma qui c\u2019\u00e8 anche perdita di competizione da parte de nostri vettori, vecchia ormai di oltre un decennio. Anche l\u2019autotrasporto nel 2000, per la prima volta, appare in rosso. Vettori stranieri (aerei, navi, camion) vengono sempre pi\u00f9 spesso in Italia per trasportare merce estera o per caricare nostre merci. Nel 1990 l\u2019autotrasporto italiano aveva una quota dei flussi di trasporto merci attraverso i nostri confini del 54%: nel \u201998 eravamo al 48%. Il trasporto marittimo sta anche peggio: stesso periodo, passaggio dal 39 al 23%. Trasporto aereo, grazie anche alla crisi da harakiri dell\u2019Alitalia, nel decennio scende dal 66 al 44%.<\/p>\n<p>Bene le compagnie da crociera, leader mondiali: la quota del trasporto marittimo passeggeri italiani sul totale del traffico che investe il paese \u00e8 cresciuto dal 15 al 26% nello scorso decennio. Voglia di divertirsi e di far vacanze, niente di male, ma non basta a salvare il settore. Nella classifica delle prime venti imprese di trasporto europee non se ne vede una italiana. Intanto dal 1988 al 1998, si sono avute 78 operazioni di acquisizione di imprese italiane del settore da parte di attori esteri.<\/p>\n<p>Engineering e progettazione nelle costruzioni, come si \u00e8 detto, non vanno male; nelle comunicazioni (neppure l\u20191% del totale \u201ccrediti\u201d) non si arriva a 1.000 miliardi di crediti. I viaggi all\u2019estero rappresentano intorno al 40% dei crediti: se aggiungiamo i trasporti-estero collegati, si va alla met\u00e0 del totale.<\/p>\n<p>In quanto a servizi avanzati, Spagna e Svezia fanno regolarmente meglio di noi, e India e Brasile non sono tanto lontani dalle nostre posizioni, anzi per certi prodotti stanno avanti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019attuale dibattito sui servizi<\/strong><\/p>\n<p>La crescita del settore servizi e del commercio dei servizi ha condotto, in sede Gatt, al varo del Gats,\u00a0<em>General Agreement on Trade in Services<\/em>, negoziato dentro l\u2019Uruguay Round e portato successivamente a realizzazione. Il Gats \u00e8 il primo accordo multilaterale riguardante il settore. I suoi 29 articoli fissano, in materia di commercio di servizi, regole universali legalmente opponibili.<\/p>\n<p>Come effetto anche di quell\u2019accordo, presso l\u2019Omc lavora in via permanente un Consiglio del commercio di servizi. Quel Consiglio sta varando, con i governi membri, il prossimo negoziato sui servizi che, insieme a quello agricolo, costituisce il nucleo centrale dell\u2019agenda della Quarta conferenza ministeriale Omc, prevista a Doha, Qatar, dal 9 al 13 novembre 2001.<\/p>\n<p>Apparentemente, il negoziato sui servizi sar\u00e0 quasi del tutto tecnico. Nelle previsioni, si tende a sottolineare come la \u201cpoliticit\u00e0\u201d e \u201csensibilit\u00e0\u201d del negoziato dell\u2019incontro di Doha andr\u00e0 a concentrarsi tutto nel dossier agricolo, che vede l\u2019un contro l\u2019altro armati Ue e Usa, con le multinazionali schierate a difesa dei diritti acquisiti contro il vociare del cosiddetto \u201cpopolo di Seattle\u201d e dei paesi in sviluppo.<\/p>\n<p>Eppure, si ha l\u2019impressione che lo scontro culturale e di interessi tra europei e statunitensi in materia di commercio internazionale riguarder\u00e0 anche i servizi. \u00c8 vero che l\u2019agricoltura \u00e8 da sempre l\u2019argomento pi\u00f9 spinoso delle trattative commerciali internazionali: protezionismi e tariffe su commodities e beni dell\u2019agro-alimentare hanno occupato con continuit\u00e0, negli ultimi quarant\u2019anni, le agende delle trattative multilaterali. Recentemente, dossier come le sementi transgeniche e la salute degli animali d\u2019allevamento hanno ulteriormente appesantito le trattative multi-bilaterali in materia, accrescendo la \u201csensibilit\u00e0\u201d di un dossier che ha, per molti paesi, contenuti tradizionalmente politico-elettorali oltre che economici. \u00c8 per\u00f2 anche vero che i servizi costituiscono una parte sempre pi\u00f9 strategica, in termini quantitativi e qualitativi, della struttura economica globale\u00a0<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda i paesi Ocse, si \u00e8 gi\u00e0 fatto notare come il distacco europeo in taluni settori, quelli identificati come \u201caltri servizi\u201d, possa pregiudicare il livello della competitivit\u00e0, socio-politica oltre che commerciale, del vecchio continente con gli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Complesso il ragionamento proponibile con riguardo ai paesi in sviluppo. Alcuni esempi (si prendano per tutti Singapore e Hong Kong, divenuti in trent\u2019anni primi porti mondiali e rilevanti piazze finanziarie) hanno mostrato come l\u2019apertura delle frontiere e l\u2019intensificazione del ruolo del terziario\u00a0<em>possano<\/em>\u00a0costituire una buona ricetta per le politiche di crescita. Al tempo stesso, \u00e8 ormai generalmente condivisa la convinzione che l\u2019abbattimento delle barriere tariffarie e l\u2019accettazione del libero commercio non costituiscano,\u00a0<em>da soli<\/em>, per i paesi pi\u00f9 poveri, garanzia di sviluppo sociale ed economico: e che siano anzi in grado di costituire un rischio, perch\u00e9 distolgono risorse interne dalle priorit\u00e0 strutturali dello sviluppo. I servizi, in particolare quelli innovativi, vengono a proporsi come un fattore strategico di cui i paesi arretrati dovrebbero assumere maggiore consapevolezza, ad esempio perch\u00e9 compatibili con il concetto di \u201csviluppo sostenibile\u201d e perch\u00e9 non rientrano nei presupposti ideologici delle politiche di crescita basate esclusivamente sull\u2019export led growth.<\/p>\n<p>Risultano interessanti alcune osservazioni proposte dallo Undp, il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo\u00a0<sup>8<\/sup>. La pervasivit\u00e0 delle nuove tecnologie, che ne fa elemento qualificante di ogni innovazione di prodotto e di processo, rende necessario che i paesi in sviluppo si dotino e sul piano dell\u2019istruzione di massa, e sul piano dell\u2019economia materiale (telecomunicazioni e computer) di un\u2019adeguata massa di disponibilit\u00e0 informatiche. Il rapporto Undp evidenzia come l\u2019innalzamento di produttivit\u00e0 e ricchezza promesso dalla cosiddetta e-conomy resti tuttora di difficile accesso per i paesi pi\u00f9 arretrati, come d\u2019altronde per i ceti non colti e non tecnologizzati dei paesi sviluppati. Il rapporto sottolinea che gli Usa, con il 5 per cento della popolazione mondiale, ospitano, all\u2019inizio del 2000, un numero di computer che supera il numero di tutti gli altri computer esistenti al mondo; e che risiedono negli Usa pi\u00f9 di un quarto degli utilizzatori mondiali di internet. Africa e Medio Oriente registrano, nello stesso momento, soltanto l\u20191% di tutti gli utenti internet.<\/p>\n<p>L\u2019Asia meridionale, con un quinto della popolazione mondiale, ospita non pi\u00f9 dell\u2019uno per cento degli utilizzatori di internet. Nelle tecnologie appena pi\u00f9 mature, come tv, radio, telefoni, le distanze tra paesi industrializzati e in sviluppo sono ancora rilevanti. Nell\u2019Asia orientale ci sono 250 televisori per 1000 abitanti, in America latina poco pi\u00f9 di 200, nell\u2019Africa sub sahariana si arriva a mala pena a 50. Le linee telefoniche per 1000 abitanti sono a quota 90 nell\u2019Asia orientale, ma sotto le 50 in tutte le altre zone in sviluppo, con un valore intorno a 10 nell\u2019Africa sub sahariana. L\u2019Undp afferma che i paesi in sviluppo soffrono il fatto che l\u2019economia mondiale sia sempre pi\u00f9 dominata dall\u2019accesso al sapere e allo scambio di informazioni, e sempre meno dal possesso di materie prime: \u201cL\u2019abolizione dello spazio, del tempo e delle frontiere crea certo un villaggio mondiale, ma non possono farne parte tutti gli individui&#8230; per miliardi di esseri umani, le frontiere sono sempre egualmente invalicabili\u201d. E d\u00e0 un\u2019esemplificazione: \u201cNel 1996, si contava meno di un telefono per cento abitanti in Cambogia. A Monaco, al contrario, vi erano 99 telefoni ogni 100 abitanti\u201d. Aggiungendo che nel punto pi\u00f9 avanzato del continente nero, in Sud Africa, molti ospedali e il 75 per cento degli edifici scolastici non hanno linea telefonica. Se si guarda al sistema internet, i numeri sono anche pi\u00f9 eloquenti: il 91% degli utilizzatori di internet si trova nei paesi Ocse, la cui popolazione non supera il 19% della popolazione mondiale\u00a0<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>Gli elementi di discriminazione, in tale contesto, sono notevoli. L\u2019Undp rileva, ad esempio, come \u201cil costo di acquisto di un computer equivalga in media a pi\u00f9 di otto anni di salari in Bangladesh, contro appena un mese negli Usa\u201d, e denuncia come \u201cl\u201980 per cento dei siti web non riconosca che l\u2019inglese, quando meno di una persona su dieci padroneggia questa lingua nel mondo\u201d.<\/p>\n<p>Nonostante le voci critiche che si alzano da alcuni settori verso il rapporto tra nuova economia e sviluppo, occorre prendere consapevolezza che le nuove tecnologie informatiche e della comunicazione offrono ai settori arretrati dei paesi sviluppati e ai paesi in sviluppo, opportunit\u00e0 di grande interesse. Opportunit\u00e0 che vanno a premiare, in particolare, le attivit\u00e0 terziarie, che spesso hanno bisogno di bassa capitalizzazione iniziale e vaste risorse umane: proprio gli elementi indispensabili a un progetto di sviluppo centrato sui bisogni della pi\u00f9 parte dei paesi economicamente arretrati. Occorre non respingere in blocco quanto viene offerto dalla realt\u00e0 tecnologica e commerciale, e dialogare con essa.<\/p>\n<p>Si parta da un semplice calcolo\u00a0<sup>10<\/sup>: costa 75 dollari e prende cinque giorni spedire un documento di quaranta pagine dal Madagascar alla Costa d\u2019Avorio. Mandare lo stesso testo via fax prende mezz\u2019ora e costa 45 dollari. Utilizzando la posta elettronica il costo scende a 20 centesimi di dollaro e il tempo di spedizione a non pi\u00f9 di due minuti. Quest\u2019ultimo tipo di invio, inoltre, consente al documento di arrivare, con costi e tempi identici, ad una moltitudine di soggetti e d\u00e0 un forte risparmio di carta e inchiostro. Occorre, per\u00f2, richiamare come il 74% degli stati sia tuttora dotato di telefonia in monopolio, il che incide sui costi. E che inoltre, per restare al continente nero, met\u00e0 della popolazione africana ha un reddito inferiore a 1 dollaro giornaliero, equivalente a un minuto di connessione a internet. Continuando con i costi, si guardi, per fare un altro esempio, al potenziale di cultura e sapere reso disponibile, a costo contenuto, dalle reti informative. A fronte di universit\u00e0 dei paesi avanzati colme di libri e riviste scientifiche, le universit\u00e0 dei paesi in sviluppo denunciano, a causa degli alti costi di abbonamenti\u00a0<sup>11<\/sup>\u00a0e acquisti, carenze strutturali di documentazione scientifica. Internet consente, a costi notevolmente inferiori, di rifornire a getto continuo ricercatori e studenti, con riviste specialistiche e materiali scientifici: il che riveste un\u2019influenza benefica sulla qualit\u00e0 di settori come la medicina, l\u2019igiene pubblica, l\u2019ingegneria, vitali per il futuro di quei paesi.<\/p>\n<p>Certo, come detto, vi sono anche limiti in quest\u2019approccio. Di quelli materiali, legati alle telecomunicazioni e al reddito medio locale, si \u00e8 fatto cenno. Va aggiunto che la scarsa partecipazione della cultura non americana allo sviluppo dei soft dei sistemi informatici e comunicazionali, menoma le potenzialit\u00e0\/necessit\u00e0 di pluralismo culturale in rete. Le tecnologie, le forme e i contenuti dei messaggi, la lingua, i tre elementi su cui si fonda il messaggio nella comunicazione basata sul connubio computer-telecomunicazioni, esprimono un eccesso di cultura industriale e valori propri della societ\u00e0 statunitense.<\/p>\n<p>Ma, quando si ragiona sulle opportunit\u00e0 dello sviluppo nella nostra epoca, occorre rendersi conto che la prima esigenza \u00e8 quella di consentire un reddito degno ad ogni famiglia e ad ogni essere umano che possa impegnarsi in un lavoro. Imprese di qualunque dimensione e condizione, in qualunque punto del mondo, purch\u00e9 dispongano di un progetto \u201cvendibile\u201d e di un minimo di vocazione commerciale, sono messe in grado, da internet, di offrire all\u2019attenzione della domanda internazionale beni e servizi. Per le imprese situate in territori periferici e arretrati, si tratta di un fattore competitivo di ragguardevole rilevanza. Grazie alle prerogative del commercio elettronico, Internet fa giungere l\u2019offerta su mercati lontani dal luogo di produzione, senza gravanti costi aggiuntivi. La collocazione geografica periferica, storico fattore strutturale di arretratezza, cessa di essere un handicap. Una buona politica di distribuzione e consegna pu\u00f2 battere la tradizionale difficolt\u00e0 dell\u2019impresa decentrata a collocarsi nel mezzo degli scambi internazionali di beni e servizi.<\/p>\n<p>Resta la questione di come superare ritardi che, soprattutto a causa di deficit di telecomunicazioni e servizi avanzati, penalizzano i paesi economicamente arretrati. Per tornare all\u2019esempio di Universit\u00e0 e scuole, le istituzioni educative che sottoscrivono uno scarso numero di abbonamenti a riviste scientifiche potrebbero mancare anche l\u2019accesso alle reti, perch\u00e9 situate in paesi senza disponibilit\u00e0 di linee telefoniche o con linee ad alto costo, o senza provider che li connettano alle grandi autostrade della comunicazione internazionale. Il rischio della polarizzazione tra paesi, classi sociali, ambienti che possono, e paesi, classi sociali, ambienti che non possono navigare in rete, appare elevato. Il citato rapporto delle Nazioni Unite ha cos\u00ec riassunto il rischio: \u201cLa societ\u00e0 delle reti sta creando sistemi paralleli di comunicazione: uno per coloro con reddito ed istruzione; l\u2019altro per coloro senza connessioni, bloccati da grandi barriere di tempo, costi e incertezza e dipendenti da informazione invecchiata\u201d.<\/p>\n<p>Dalle cifre e dalle riflessioni proposte, si possono trarre conclusioni diverse. Due scuole di pensiero si confrontano da anni sul bene e il male della cosiddetta globalizzazione, e il dibattito tocca in modo drammatico il futuro dei paesi in sviluppo. Occorre semplicemente non \u201cgettare il bambino con l\u2019acqua sporca\u201d. Si parta da una constatazione: tra il 1975 e il 1997 la gran parte dei paesi ha fatto progressi interessanti sul piano dello sviluppo umano. Dal 1996, al contrario, nonostante evidenti miglioramenti in Asia, il numero dei poveri ha ripreso a crescere. Visto che la seconda met\u00e0 dell\u2019ultimo decennio del XX secolo ha coinciso con un fortissimo incremento nell\u2019uso delle tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione, la crescita di produttivit\u00e0 da queste consentita, ha certamente\u00a0<em>qualcosa<\/em>\u00a0a che vedere con la ripresa della povert\u00e0 mondiale. Detto in altro modo, il gap tra chi detiene tecnologie e sapere, e \u201ccoloro che non sanno e non hanno\u201d, ha inciso negativamente sulla curva dello sviluppo economico e umano nelle periferie delle metropoli e nella periferia del mondo. Risulta evidente che il detenere o meno le tecnologie dell\u2019informazione costituisce, nella societ\u00e0 dell\u2019informazione, un fattore strategico ai fini della competizione economica e politica, anche per le innegabili conseguenze sul controllo politico-economico dell\u2019informazione e sulla diffusione dei modelli culturali dominanti. Il ritardo in tecnologie e contenuti della comunicazione e dell\u2019informazione, il cosiddetto\u00a0<em>digital divide<\/em>\u00a0o fossato digitale, influenza anche l\u2019organizzazione del nuovo ordine internazionale.<\/p>\n<p>I servizi commerciali, e il loro scambio internazionale possono, per le ragioni illustrate, fornire risposte interessanti a questa serie di questioni. Anche perch\u00e9 appare chiara una certa divaricazione di intenzioni e pratiche tra europei e statunitensi, che presto potrebbe portare a interessanti conclusioni nel commercio internazionale, ma anche a novit\u00e0 nei contenuti politici e socio-culturali che in questo si riversano. Un segnale in questa direzione viene dalla proposta della Commissione europea\u00a0<em>Everything but Arms<\/em>, approvata come regolamento del Consiglio affari generali lo scorso 26 febbraio, in funzione dal 5 marzo. Il regolamento riguarda l\u2019importazione senza dazi o quote di tutti i prodotti, tranne armamenti, provenienti dai 48 paesi meno avanzati (Pma). L\u2019applicazione delle facilitazioni subir\u00e0 qualche ritardo per alcuni prodotti sensibili come riso, zucchero e banane, per i quali \u00e8 stato stabilito un calendario applicativo rallentato. Un altro segnale \u00e8 venuto dal Consiglio europeo di Stoccolma del 23, 24 marzo: \u00e8 stata ripresa la cosiddetta Strategia di Lisbona, dandole una \u201cvisione\u201d sulla dimensione esterna, commercio incluso: nella proposta della Commissione, insieme alle facilitazioni al commercio, ampio spazio hanno trovato questioni come il commercio di servizi e il commercio elettronico.<\/p>\n<p>Due appuntamenti nell\u2019agenda internazionale del 2001 dovrebbero dire qualche parola rilevante in materia: l\u2019incontro di luglio del G7 a Genova, e quello Omc di novembre in Qatar. L\u2019Italia, che presiede nel 2001 il G7-G8, sar\u00e0 in condizione di influenzare le decisioni che saranno assunte in quelle sedi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Il caso pi\u00f9 clamoroso resta quello della Romania di Ceausescu che, per pagare il debito estero, impegn\u00f2 tutte le risorse provenienti dalle esportazioni, impoverendo in modo strutturale la popolazione. In generale, occorre tener presente che le esportazioni in determinate situazioni possono costituire un elemento di impoverimento di un paese, quando comportino effettiva sottrazione di risorse alla popolazione a vantaggio di un gruppo di potere economico o politico: tipico il caso della esportazione di alimentari in un quadro di estrema povert\u00e0 e fame. Tra le voci pi\u00f9 recenti di critica agli eccessi delle politiche economiche fondate sulle esportazioni e\/o sulla liberalizzazione doganale, v. Rodrik D., \u201cTrading in Illusions\u201d, Foreign Policy, March\/April 2001, pp. 55-74.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0Maddison A., Le fasi di sviluppo del capitalismo, Giuffr\u00e9 editore, 1987, p. 73<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>\u00a0Per dematerializzazione si intende la continua diminuzione relativa della rilevanza dei beni materiali e manufatti nella formazione della ricchezza mondiale e, al contrario, il crescere del ruolo dei fenomeni \u201cimmateriali\u201d dell\u2019economia. Per deterritorializzazione, la diminuzione di rilevanza assunta dal territorio rispetto ad altre epoche: la net economy ad esempio, prescinde in gran misura da conformazione e localizzazione territoriale. Un esempio su tutti, i call center. La disponibilit\u00e0 di telecomunicazioni satellitari, di comunicazioni sempre pi\u00f9 veloci, di spedizioni di molti beni (denaro incluso) con modalit\u00e0 virtuali, ecc. rende il territorio elemento meno rilevante che in passato nel flusso della ricchezza. Sul piano politico la democratizzazione dei rapporti internazionali, sul piano economico l\u2019evoluzione tecnologica, sono insieme causa ed effetto dei fenomeni di deterritorializzazione e dematerializzazione sistemica.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0\u00c8 sembrato corretto utilizzare dati e definizioni tratte dai manuali dell\u2019Omc. Dati e definizioni che non differiscono sostanzialmente da quelle adottate dallo United Nations International Trade Statistics, Concepts and Definitions (Series M. N\u00b0 52, Revision 2). I valori riferiti alle esportazioni sono indicati fob (costo+trasporto e assicurazione sino alla frontiera del paese esportatore). Le importazioni sono cif (costo+trasporto+assicurazione sino alla frontiera del paese importatore).<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0E per questo, per l\u2019Italia, il servizio fornitore di dati sul commercio di servizi \u00e8 l\u2019Ufficio italiano cambi, Uic.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0Questa e le altre tabelle qui riportate, sono di fonte Omc, o elaborazioni da quella fonte.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Una conferma di questa affermazione viene dal rapporto 2001 del Rappresentante degli Stati Uniti per il commercio (Ustr). Esaminando 80 paesi e gli ostacoli che essi frappongono al commercio statunitense, le Services barriers si classificano al primo posto risultando presenti in una settantina di paesi.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0V. The Human Development Report, pubblicato dalla Oxford Univ. Press for UNDP, 1999, dal quale si traggono molte delle citazioni.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0In Islanda si hanno 5.200 collegamenti internet per 10.000 abitanti, in Norvegia 4.200, negli Usa 4.000, nelle Bermuda 3.900, in Canada 3.850. In Birmania 0,18, in Somalia 0,2, in Etiopia 1,1, in Eritrea e Ciad 1,21, dati Onu, pubblicati dal Corriere della Sera il 7 settembre 2000, p. 5.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>\u00a0A proporlo \u00e8 il Financial Times, in un articolo di Balls A., del 12 luglio 1999, \u201cInformation revolution risks further dividing rich and poor.\u201d<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>\u00a0La scuola di medicina dell\u2019Universit\u00e0 di Nairobi, ad esempio, che passa come il centro pi\u00f9 avanzato di studi medici dell\u2019Africa orientale, \u00e8 abbonata ad appena venti riviste.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[924],"fascicolo":[42],"class_list":["post-982","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-giugno-2001"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il commercio internazionale dei servizi<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Giugno 2001. 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