{"id":942,"date":"2000-06-01T12:00:00","date_gmt":"2000-06-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=942"},"modified":"2026-04-06T22:50:25","modified_gmt":"2026-04-06T22:50:25","slug":"il-punto-di-vista-di-un-economista-keynesiano","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2000\/giugno\/il-punto-di-vista-di-un-economista-keynesiano\/","title":{"rendered":"Il punto di vista di un economista keynesiano"},"content":{"rendered":"<p>Quale pu\u00f2 essere l\u2019atteggiamento di un economista di formazione keynesiana ed eticamente motivato, come lo scrivente, di fronte ad un testo di &#8220;Etica economica&#8221; quale quello di un teologo domenicano dotato di solidi studi economici come lo Utz? La risposta non \u00e8 facile; ma cercher\u00f2 comunque di esprimere apertamente la mia opinione che, detta in estrema sintesi, \u00e8 di sincero apprezzamento per il lavoro inteso nella sua interezza, mentre non posso non formulare riserve sul modo in cui l\u2019autore si pone con riferimento alla teoria economica keynesiana vis&#8212;vis altri paradigmi della scienza economica, come in particolare il paradigma neoclassico.<\/p>\n<p>Comincio col dire che va particolarmente apprezzata la posizione utziana quanto al modo d\u2019intendere l\u2019economia, o meglio la teoria economica, come scienza, vale a dire come un corpo di proposizioni intorno ad un certo campo della realt\u00e0 umana: proposizioni che, partendo da una certa visione del mondo, si ottengono come soluzione di un certo modello di realt\u00e0 economica e possono &#8211; anzi devono &#8211; essere sottoposte sia a valutazione morale sia a riscontro empirico al fine di fornire indicazioni normative e prescrittive per guidare e modificare la realt\u00e0 stessa. Si comprende come da ci\u00f2 segua quella che si pub chiamare l\u2019epistemologia utziana, che \u00e8 poi sostanzialmente quella tomista cio\u00e8, direi, di tutti i teologi morali di orientamento tomista che si occupano di scienze sociali e (forse) di ogni scienza, vale a dire l\u2019adesione ad &#8220;un\u2019etica finalistica fondata ontologicamente&#8221; (<em>Etica economica<\/em>, p.11). Allora, nelle parole dello Utz, &#8220;Il filosofo scandaglier\u00e0 pi\u00f9 a fondo di chi ha un punto di vista puramente empirico [si potrebbe anche dire, puramente teoretico], perch\u00e9 porr\u00e0 &#8230; [le convinzioni dell\u2019economista] nel quadro della natura sociale dell\u2019uomo&#8221; (p.12).<\/p>\n<p>Essenzialmente, sottolinea ancora l\u2019autore, l\u2019idea \u00e8 che una decisione &#8220;viene intrapresa dal singolo sempre in accordo con la sua percezione dei valori ed \u00e8 espressione della libert\u00e0 di coscienza. Nella concezione cattolica l\u2019azione morale non \u00e8 mai stata ritenuta qualcosa di diverso da ci\u00f2. Giacch\u00e9 per\u00f2 secondo la visione giusnaturalistica cattolica l\u2019oggetto dev\u2019essere l\u2019elemento determinante della scelta, dato che la libert\u00e0 \u00e8 inserita in una capacit\u00e0 desiderativa che fa essenzialmente parte della natura dell\u2019uomo e dunque pu\u00f2 essere adoperata sensatamente solo per il perfezionamento di questa natura, ci\u00f2 che soprattutto importa \u00e8 offrire alla volont\u00e0 un oggetto conforme alla natura. La volont\u00e0 deve dunque motivare la ragione, cercare quell\u2019oggetto che \u00e8 giustificato per la sua realt\u00e0, e l\u2019oggetto \u00e8 un elemento autenticamente etico allo stesso titolo della ragione stessa. La libert\u00e0 di coscienza in una considerazione etica \u00e8 insomma vincolata all\u2019oggetto&#8221; (p. 63). E conclude: &#8220;Il nucleo della dottrina cattolica del diritto naturale \u00e8 la convinzione che la ragione pratica non ha perduto con il peccato originale la sua capacit\u00e0 naturale di conoscere norme di comportamento universalmente valide e dunque di stabilire principi di comportamento, cosicch\u00e9 l\u2019unit\u00e0 di fede e ragione \u00e8 mantenuta&#8221; (p. 68).<\/p>\n<p>Quanto a quella che Utz chiama &#8220;l\u2019articolazione dell\u2019etica dell\u2019economia&#8221;, va specificatamente condivisa la tesi che questa segue esattamente la concezione filosofico-sociale che si presuppone; e allora troviamo la fondamentale distinzione tra: 1) quella dell\u2019individualismo e 2) quella della teoria sociale che muove dal bene comune inteso in senso metafisico (p. 76).<\/p>\n<p>Mi sia consentito sottolineare il fatto che tale distinzione corrisponde bene a quella che personalmente (cfr. F. Marzano, 1998) ho proposto fra teorie economiche chiuse (tipicamente, la teoria neoclassica) e teorie aperte (la teoria classica, quella keynesiana, e soprattutto la cosiddetta economia al servizio dell\u2019uomo); e ci\u00f2 in quanto una teoria chiusa trova nel postulato individualistico dell\u2019<em>homo oeconomicus<\/em>\u00a0la base per una visione totalizzante dell\u2019economia, mentre una teoria aperta riprende dal suo esterno uno o pi\u00f9 postulati fondanti. In particolare, emerge la posizione della economia al servizio dell\u2019uomo che, rifacendosi al bene comune della morale sociale cristiana quale punto di partenza dell\u2019articolazione della propria visione dell\u2019economia, si contrappone nettamente al paradigma dell\u2019<em>homo oeconomicus<\/em>\u00a0della visione neoclassica e delle sue varie articolazioni (in proposito Utz cita Weber e Marshall, contrapponendo loro espressamente, ma senza approfondire il punto, lo studioso che \u00e8 stato il massimo rappresentante della scuola italiana della &#8220;economia al servizio dell\u2019uomo&#8221;, F. Vito, (196712), p. 21, nn. 5 e 6).<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che, nelle parole dell\u2019autore, &#8220;l\u2019economia di mercato nasconde &#8230; in s\u00e9 il pericolo dell\u2019economizzazione della societ\u00e0, il quale comunque sussiste finch\u00e9 i valori ultimi vengano esclusi dalla razionalit\u00e0 finalistica e sia cos\u00ec ostacolata una concezione organica della societ\u00e0, in cui valori ultimi e principio economico siano integrati in una razionalit\u00e0 finalistica unitaria&#8221; (p. 88). Inoltre, egli continua, &#8220;Con il concetto di &#8220;fine determinato dalla visione del mondo&#8221; non bisogna affatto pensare a un fine religioso, ma a qualsivoglia fine posto in maniera assoluta&#8221; (p. 91). In effetti, siccome &#8220;l\u2019economia di mercato persegue un tale assoluto nella forma di un fine materiale illimitato&#8221; &#8230;, ci si deve rendere conto che in questo modo &#8220;l\u2019economia di mercato diventa strumento &#8211; argomenta l\u2019autore &#8211; di una morale-limite, contro la quale gli svantaggiati si difendono sul piano politico. Ora, dal punto di vista del fine dell\u2019economia tutte le singole decisioni sono socialmente connesse. Dunque la singola decisione non pub essere motivata dall\u2019egoismo&#8221;. E infatti, &#8220;Per determinare il fine, la societ\u00e0 possiede certe norme assolute date dalla natura umana&#8221; (pp. 97-8).<\/p>\n<p>Sulla base dei principi fondanti di una ben condivisibile impostazione di etica economica come quella sopra sintetizzata, Utz affronta &#8211; nelle successive duecento pagine del libro &#8211; l\u2019analisi delle principali questioni che sono specifiche dell\u2019<em>economica<\/em>\u00a0(economia politica e politica economica), cominciando da quella, oggi spesso trascurata, del &#8220;bisogno e bisogno economico&#8221; per passare ai temi cruciali dei &#8220;fattori della produzione&#8221;, della &#8220;propriet\u00e0 privata&#8221;, dei &#8220;sistemi economici&#8221;, della &#8220;domanda e offerta&#8221;, de &#8220;il denaro e il credito&#8221;, de &#8220;il prezzo e il giusto prezzo&#8221;, della &#8220;retribuzione&#8221; e del &#8220;profitto&#8221;.<\/p>\n<p>Come accennavo all\u2019inizio, non sempre mi riconosco nelle posizioni avanzate dall\u2019autore, mentre ne condivido totalmente l\u2019impegno, per dire, a scandagliare sempre l\u2019aspetto che egli chiama empirico (e che, come detto, si potrebbe meglio chiamare teoretico) rispetto alla rispondenza delle conclusioni dell\u2019analisi ai principi e criteri di etica economica sottoscritti dallo studioso.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, in tema di &#8220;bisogno e bisogno economico&#8221;, l\u2019autore giustamente sottolinea che &#8220;L\u2019indagine sui bisogni umani \u00e8 &#8230; di natura filosofico-antropologica e inizia con la determinazione essenziale, cio\u00e8 della natura astratta (bench\u00e9 reale), dell\u2019uomo. Tramite questa norma certi bisogni possono essere designati come in s\u00e9 innaturali e dunque da rigettare&#8221; (p. 100).<\/p>\n<p>La sintetica trattazione svolta nel breve capitolo in argomento \u00e8 interessante anche perch\u00e9 Utz, che si professa sostenitore della cosiddetta economia sociale di mercato, in esso inizia, per riprendere il giudizio espresso nella Prefazione all\u2019edizione italiana da F. Compagnoni (p. 5), un dialogo intellettuale &#8211; il che sar\u00e0 ripreso ed approfondito in capitoli successivi &#8211; con la posizione, che &#8220;si potrebbe denominare &#8230; \u2018economia socialista di mercato\u2019&#8221; o anche economia di &#8220;democrazia umana&#8221; (p. 193), propria dell\u2019uomo politico ed economista cecoslovacco Ota \u0160ik (1979; 1987). Cos\u00ec come fa \u0160ik, Utz pone a fondamento dell\u2019attivit\u00e0 economica i &#8220;bisogni universali umani&#8221;, aggiungendo per\u00f2 che &#8220;Non tutti i bisogni cos\u00ec legittimati dal punto di vista etico possono essere soddisfatti nella societ\u00e0 economica di volta in volta data&#8221; (p. 100).<\/p>\n<p>Tuttavia, pi\u00f9 che della distinzione, che fa l\u2019autore, &#8220;tra bisogno economico e non economico&#8221;, va detto che si tratta di quella fra bisogni paganti e cio\u00e8 rilevanti sul fronte descrittivo o analitico e bisogni perseguibili sul piano normativo e, dunque, fra una posizione del tipo essere ed una del tipo dover essere: distinzione che sostanzialmente riproduce quella fra economia di mercato ed economia al servizio dell\u2019uomo, essendo quest\u2019ultima assai prossima (ma, forse, con qualcosa in pi\u00f9) alla economia sociale di mercato di Utz e degli altri, sia studiosi che politici, che si ritrovano su tale posizione. E in effetti, a mio modo di vedere, \u00e8 in opposizione sia &#8220;al sistema dei bisogni collettivi determinati d\u2019ufficio&#8221;, sia a quello &#8220;diametralmente opposto &#8230; che sceglie come principio fondamentale di un ordinamento economico la libera determinazione dei bisogni da parte degli individui&#8221; che troviamo &#8220;tutti i bisogni &#8230; sociali come l\u2019assicurazione dei disoccupati, la previdenza per le malattie, l\u2019assistenza sociale&#8221; (p. 105), come pure l\u2019assicurazione per gli incidenti sul lavoro, i bisogni ecologici, quelli culturali, ed altri ancora, che verranno pi\u00f9 propriamente a caratterizzare un\u2019impostazione del tipo economia al servizio dell\u2019uomo.<\/p>\n<p>Nel capitolo sui &#8220;fattori di produzione&#8221;, la trattazione del lavoro si segnala per la felice combinazione dell\u2019approfondimento analitico e del significato etico del concetto di lavoro umano, concetto che &#8211; secondo la specifica visione della morale sociale cattolica &#8211; racchiude, come noto, una dimensione ben pi\u00f9 vasta rispetto a quella materialistica della teoria economica. Tale impostazione si vede bene, di conseguenza, nell\u2019argomentazione utziana sulla ripartizione degli utili del lavoro, argomentazione tramite la quale &#8220;&#8230; si giunge ad alcune esigenze &#8230; da rispettare nel sistema dell\u2019economia di mercato: a) il riconoscimento della posizione sociale di colui che ha prodotto la prestazione lavorativa (esigenza di un compenso che basti al mantenimento della famiglia, che comunque non pub gravare sul singolo imprenditore, ma deve essere fornito da una cassa di compensazione), b) il riconoscimento dell\u2019ipoteca sociale che grava sui mezzi di produzione (capitale) e c) soprattutto l\u2019organizzazione partecipativa, sia macro- sia micro-economica, del processo di produzione. Tutto ci\u00f2 vuol dire &#8211; \u00e8 la conclusione dell\u2019autore &#8211; abbandonare la teoria economica vetero-liberale, che vede[va] il lavoro solo sotto il suo aspetto causale di produzione di un prodotto e ne ignorava l\u2019aspetto finalistico, cio\u00e8 etico&#8221; (pp. 120-21).<\/p>\n<p>D\u2019altro canto, in tema di analisi del fattore &#8220;capitale&#8221;, si pub cogliere una posizione tutto sommato datata e sostanzialmente non condivisibile; e ci\u00f2 &#8211; direi &#8211; proprio in quanto lo Utz sembra non aver recepito, per dire, la lezione di Keynes (e dei suoi continuatori), restando invece legato alla trattazione neoclassica e pre-keynesiana alla Bohm-Bawerk (o altri autori consimili cui si potrebbe fare riferimento). In effetti Keynes ha, una volta per tutte, dimostrato che in un\u2019economia capitalistica &#8211; anzi, in un\u2019economia monetaria del mercato capitalistico, concetto questo che lo stesso Utz sembra aver recepito intieramente (cfr. le notazioni in merito di p. 125) &#8211; sono le decisioni d\u2019investimento che contano per l\u2019attivit\u00e0 produttiva, l\u2019accumulazione di capitale e la crescita del reddito, mentre le decisioni di risparmio governano l\u2019aspetto del finanziamento degli investimenti e della produzione. Non aver assimilato e comunque non condividere questa rivoluzionaria posizione keynesiana rappresenta, a mio giudizio, un limite della complessiva trattazione utziana dell\u2019economia di mercato, limite che tuttavia non impedisce all\u2019autore di cogliere un punto cruciale e delicato, che magari sfugge a molti keynesiani, vale a dire il ruolo che il risparmio non pub non giocare, autonomamente, nel condizionare livello e dinamica dell\u2019attivit\u00e0 economica (come del resto, mi si consenta di fare un solo cenno in proposito, si sta verificando proprio ai nostri giorni, in cui perfino i potenti USA &#8220;rastrellano&#8221; risparmio mondiale che \u00e8 sempre meno elevato e, quel ch\u2019\u00e8 ancora peggio, lo sottraggono ai tanti paesi poveri che ne hanno bisogno come &#8220;la manna nel deserto&#8221;!).<\/p>\n<p>Quelli che possono essere considerati i capitoli centrali del libro &#8211; in tema di &#8220;propriet\u00e0 privata&#8221; e &#8220;di sistemi economici&#8221; &#8211; si segnalano per l\u2019ampiezza, la profondit\u00e0 e l\u2019originalit\u00e0 della trattazione e vanno ben condivisi, tranne (devo ripetermi) per le parti di carattere maggiormente analitico, come i paragrafi su &#8220;Risparmio e crescita economica&#8221;, pp. 209-12, e su &#8221; I difetti della definizione economico-teoretica&#8221;, pp. 231-32, in cui si riprendono quegli stessi concetti relativi ai rapporti fra risparmi, investimenti, e livello e dinamica dell\u2019attivit\u00e0 produttiva, sui quali mi sono criticamente intrattenuto sopra. In particolare, \u00e8 pregevole il modo in cui Utz tratta dell\u2019aspetto motivazionale &#8211; pi\u00f9 tecnicamente, noi parliamo del problema del ruolo degli incentivi-disincentivi nel determinare, o comunque condizionare, le decisioni economiche &#8211; nel definire la realt\u00e0 di fondo di un ordinamento economico sul piano etico-economico. La proposizione centrale che l\u2019autore formula sulla definizione etico-economica dell\u2019ordinamento cercato, che suona quale: &#8220;l\u2019economia di concorrenza fondata sul diritto universale individuale alla propriet\u00e0 privata produttiva e consumativa, con la diffusione maggiore possibile della propriet\u00e0 produttiva, con stabilit\u00e0 del livello dei prezzi e piena occupazione&#8221; (p. 233), pur essendo non sufficiente, sottolinea senz\u2019altro un aspetto necessario di un sistema economico accettabile per una economia la servizio dell\u2019uomo. Ed \u00e8 insufficiente perch\u00e9, anche alla luce della concomitante analisi utziana, contano precipuamente gli altri aspetti &#8211; della distribuzione del reddito, della condivisione dei beni, della scelta preferenziale per i poveri &#8211; che ben conosciamo come rivenienti dal messaggio evangelico e dalla dottrina morale cristiana.<\/p>\n<p>Quanto al punto, gi\u00e0 accennato, del confronto intellettuale con le posizioni di Ota \u0160ik, intanto vanno notati alcuni importanti punti di convergenza fra le posizioni dei due autori, punti che &#8211; direi &#8211; non possono non riscuotere un consenso pi\u00f9 ampio e generalizzato: nelle parole dello Utz, abbiamo: &#8220;la necessit\u00e0 di tener presenti gli interessi propri, sia dei consumatori sia degli imprenditori&#8221;; l\u2019importanza, per\u00f2, che tali interessi siano espressi e perseguiti in un contesto sociale &#8220;per il mantenimento del macroequilibrio&#8221;; l\u2019interesse &#8220;a un tranquillo sviluppo delle retribuzioni&#8221;. Tuttavia \u00e8 sui modi, gli strumenti, le istituzioni per realizzare i suddetti obiettivi che le due posizioni &#8211; quella utziana della economia sociale di mercato e quella sikiana della economia socialista di mercato &#8211; si differenziano specificamente, proponendo il nostro autore correttivi, per dire,\u00a0<em>ex post<\/em>\u00a0rispetto ad un\u2019economia (capitalistica) di mercato mentre l\u2019economista ceco propende per soluzioni da intendersi pi\u00f9 propriamente in senso\u00a0<em>ex ante<\/em>, quanto in particolare per quella che Utz chiama la proposta di &#8220;un catalogo di retribuzioni di validit\u00e0 universale&#8221; (p. 198).<\/p>\n<p>Trattasi, come si comprende, della questione cruciale dei meccanismi necessari a risolvere i conflitti sulle quote distributive fra i diversi fattori che contribuiscono alla produzione: meccanismi che Utz vedrebbe prevalentemente, ma non esclusivamente, legati al momento redistributivo o della distribuzione secondaria del reddito, mentre \u0160ik li collocherebbe al livello della distribuzione primaria o della formazione del reddito, in particolare tramite una forma generalizzata di partecipazione del lavoro alla gestione delle imprese. Utz giudica apprezzabile il modello proposto da \u0160ik in quanto, tra l\u2019altro, finalizzato a farsi carico del problema dei macrosquilibri di un\u2019economia capitalistica (che \u00e8 poi, per dire, uno degli eterni problemi dell\u2019economia, quello gi\u00e0 al centro dell\u2019attenzione di Keynes!), ma non lo ritiene realistico, e comunque non lo considera accettabile, giacch\u00e9 &#8211; autoproponendosi come &#8220;terza via&#8221; (p. 195, n. 19) &#8211; risulta, tutto sommato, incapace di fornire soluzione adeguata, al contrario del modello della economia sociale di mercato, per l\u2019altro eterno problema di un sistema economico, quello degli incentivi-disincentivi all\u2019azione.<\/p>\n<p>Ancora, in tema di &#8220;sistemi economici&#8221;, Utz, sottolineato giustamente che &#8220;esiste una molteplicit\u00e0 di concezioni di ordinamenti ispirati all\u2019economia di mercato&#8221; e che &#8220;essi si distinguono sostanzialmente per le differenti spiegazioni che danno dell\u2019instabilit\u00e0 nel processo economico&#8221;, riporta per\u00f2 l\u2019attenzione del lettore &#8211; citando anche il consenso su Ci\u00f2 di un altro importante studioso cattolico tedesco della Dottrina sociale della Chiesa nel periodo fra le due guerre, J. Messner (1955; 19847) &#8211; su posizioni anti-keynesiane, anzi pre-keynesiane, che (come gi\u00e0 argomentato) non possono essere condivise (pp. 206 e ss.). Viceversa, il grande Utz riemerge allorch\u00e9 riprende conclusivamente, a proposito di sistemi economici alternativi, la questione del metodo dell\u2019etica dell\u2019economia per trovare il sistema economico socialmente giusto. Come sappiamo e com\u2019\u00e8 da condividersi in pieno, la posizione utziana \u00e8 che: &#8220;L\u2019etica dell\u2019economia &#8230; per valutare i sistemi economici prende come punto di partenza le finalit\u00e0 assiologiche dell\u2019uomo. Essa vede come scopo dell\u2019economia il benessere materiale dei membri della societ\u00e0, misurato sul fine essenziale dell\u2019uomo, naturalmente tenendo presente in ogni caso la scarsit\u00e0 delle risorse naturali, in breve tutto ci\u00f2 che si intende con \u2018ambiente\u2019&#8221; (p. 221). E ancora, egli scrive in proposito: &#8220;Le decisioni economiche dei membri della societ\u00e0 accompagnate dall\u2019interesse personale devono essere armonizzate tramite il sistema economico con il benessere generale, il bene comune&#8221; (p. 226). Segue che alla domanda: &#8220;in un ordinamento economico che sostiene il diritto di propriet\u00e0 privata, come si giunge alla coincidenza di interesse proprio e bene comune?&#8221;, la risposta dell\u2019autore \u00e8 che \u00e8 la &#8220;motivazione della prestazione&#8221; riveniente da &#8220;il diritto di propriet\u00e0 privata del capitale e il diritto a disporne (investimento)&#8221; a dover essere considerata &#8220;un fattore di ordinamento di un\u2019economia rettamente ordinata. Con ci\u00f2 \u00e8 anche dimostrato che il contratto di lavoro individuale \u00e8 la regola generale, mentre tutto ci\u00f2 che oggi viene designato \u2018oneri previdenziali\u2019 non va incluso nel contratto di lavoro, ma nella seconda distribuzione del reddito&#8221;. E infine Utz scrive: &#8220;Ci\u00f2 non significa che nell\u2019ordinamento di economia [sociale] di mercato non possano esserci &#8211; ed eventualmente debbano esserci &#8211; anche imprese che si definiscano come imprese cooperative dei lavoratori. In questo caso una tale impresa si trova nel quadro dell\u2019ordinamento che in linea generale si fonda giuridicamente sulla propriet\u00e0 privata&#8221; (p. 229).<\/p>\n<p>I successivi e conclusivi capitoli del libro (&#8220;Domanda e offerta&#8221;; &#8220;Il denaro e il credito&#8221;; &#8220;Il prezzo e il giusto prezzo&#8221;; &#8220;La retribuzione&#8221;; &#8220;Il profitto&#8221;) contengono analisi che possono considerarsi esempi di pregevole applicazione del metodo utziano &#8211; il metodo dell\u2019etica dell\u2019economia &#8211; ad importanti aspetti della realt\u00e0 economica. Con quelle (poche, ma da non trascurare) riserve che il lettore gi\u00e0 conosce, il mio giudizio sulle posizioni dell\u2019autore \u00e8 largamente positivo e non \u00e8 proprio il caso di riproporlo volta per volta. Mi piace, tuttavia, concludere questa forse troppo lunga recensione con qualche notazione in tema di analisi dei problemi de &#8220;il denaro e il credito&#8221;, problemi che oggi sono al centro dell\u2019attenzione di tutti e la cui trattazione da parte di Utz devo segnalare per freschezza ed originalit\u00e0 d\u2019impostazione.<\/p>\n<p>Come forse \u00e8 noto, ci si \u00e8 sempre confrontati aspramente, ed oggi pi\u00f9 che mai, fra neoclassici e anti-neoclassici anche a questo proposito, in particolare sul ruolo delle variabili monetarie (&#8220;il denaro&#8221;) e finanziarie (&#8220;il credito&#8221;) nell\u2019andamento delle grandezze reali dell\u2019economia, grandezze che &#8211; in definitiva &#8211; sono quelle che contano per la soddisfazione dei bisogni umani. Senza che sia qui possibile affrontare il punto (i lettori di &#8220;<em>Oikonomia<\/em>&#8221; possono gi\u00e0 avermi letto in merito), la posizione keynesiana in cui mi riconosco, e che \u00e8 decisamente contrastata dai neoclassici, \u00e8 che moneta e credito contano sempre e, in particolare, contano nell\u2019indirizzare le scelte e gli andamenti dell\u2019economia reale in certe direzioni, invece che in altre e, pi\u00f9 propriamente, nelle direzioni che avvantaggiano i ricchi, invece che in quelle che possano avvantaggiare i bisognosi e gli esclusi, in particolare i poveri dei paesi del Sud del Mondo.<\/p>\n<p>Orbene, Utz, magari senza approfondire certi aspetti analitici della questione, che tra l\u2019altro (mi sia consentito dire) sarebbero largamente di natura keynesiana, assume in merito una posizione moderna ed interessante; e ci\u00f2 nella misura in cui riconosce, citando Sombart, che &#8220;il credito, in quanto creazione di un potere d\u2019acquisto, possegga una forza creativa e perci\u00f2 assuma un certo primato sul capitale&#8221;, mentre pure scrive che: &#8220;non va ignorata la [sua] dipendenza dalle forze economiche esistenti, tra le quali va annoverato anche il patrimonio da risparmio&#8221; (p. 262).<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 delle parole, c\u2019\u00e8 qui il riconoscimento del ruolo di quella interazione fra domanda di investimento e di finanziamento ed offerta di risparmio e di finanziamento che, separatamente prese e debitamente accertate, non possono non essere al cuore di ogni sistema economico e produttivo. Quando invece prevalgano gli aspetti puramente finanziari e speculativi &#8211; e su questo punto Utz prende ugualmente una posizione del tutto condivisibile, distinguendo bene fra speculazione buona in quanto selezione o calcolo prudente e speculazione cattiva in quanto &#8220;gioco d\u2019azzardo allo stato puro&#8221; (p. 272) &#8211; allora non si tratta pi\u00f9 di quelle operazioni di borsa che, riguardando transazioni a termine, consentono proprio il trasferimento di fondi dai settori che risparmiano ai settori che investono e pertanto risultano svolgere anche oggi, cos\u00ec come \u00e8 accaduto in passato, un ruolo positivo. Allora, al contrario, si tratta soltanto di spostamenti di fondi, per di pi\u00f9 e sempre pi\u00f9 spesso di enormi dimensioni e caratterizzati da rapidit\u00e0 e volatilit\u00e0 frenetiche, spostamenti il cui unico scopo \u00e8 quello di far guadagnare ai pochi quello che perdono i molti in termini di puro e semplice trasferimento di una ricchezza gi\u00e0 esistente, invece di creare nuova ricchezza che, inoltre, possa distribuirsi tra le varie componenti che concorrono a produrla inclusi, ovviamente, i fornitori dei fondi ma non vada solo a loro vantaggio (come accade nell\u2019altro caso).<\/p>\n<p>Nelle belle parole dello Utz &#8211; e si noti che un discorso simile si pub fare per ogni tipo di operazione finanziaria e creditizia &#8211; si legge in proposito: &#8220;Finch\u00e9 il mediatore di borsa non fa altro che stimare lo sviluppo reale dei prezzi [dei titoli] e concludere affari in base a questa stima, egli compie all\u2019economia di mercato un prezioso servizio, per il quale gli spetta il corrispondente profitto. Ma le cose hanno tutt\u2019altro aspetto quando per il proprio utile cerca di manipolare lo sviluppo dei prezzi [oppure dei tassi d\u2019interesse o dei cambi in moneta estera] tramite acquisti o vendite escogitati astutamente o quando addirittura persegue fini politici con speculazioni valutarie. Qui abbiamo il cattivo giocatore d\u2019azzardo, per il quale soltanto \u00e8 adatta l\u2019espressione spregiativa di \u2018speculatore\u2019&#8221; (p. 274).<\/p>\n<p>La conclusione pi\u00f9 ampia dell\u2019autore &#8211; e sar\u00e0 anche la mia conclusione qui &#8211; \u00e8 la seguente: &#8220;Nel quadro dell\u2019economia di mercato dinamica, che Tommaso d\u2019Aquino ancora non conosceva, il desiderio di profitto non pub essere globalmente condannato &#8230;, giacch\u00e9 al desiderio di profitto normalmente \u00e8 connessa una prestazione socio-economica. Tuttavia questa considerazione etico-sociale riporta in fin dei conti alla decisione etico-individuale, cio\u00e8 alla responsabilit\u00e0 personale dello speculatore in vista del bene comune economico. E\u2019 questa ancora una riprova che l\u2019etica sociale ed economica non pub essere divisa dall\u2019etica individuale&#8221; (p. 275).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n<p>&#8211; F. Marzano, Economia ed etica: due mondi a confronto, Roma, Ave, 1998<\/p>\n<p>&#8211; J. Messner, Ethik. Kompendium der Gesamtethik, Innsbruck, Tyrolia-Verlag, 1955<\/p>\n<p>&#8211; J. Messner, Das Naturecht, Handbuch der Gesellschaftsethik, Staatsethik und Wirtschatsethik, Berlino, Dunker &amp; Humbolt, 19847<\/p>\n<p>&#8211; O. \u0160ik, Humane Wirtschaftdemokratie. Ein Dritter Weg, Hamburg, Knaus, 1979<\/p>\n<p>&#8211; J. Messner, Wirtschaftssysteme. vergleiche &#8211; Theire &#8211; Kritik, Berlin-Heidelberg, Springer, 1987<\/p>\n<p>&#8211; F. Vito, Economia Politica. I. Introduzione alla economia politica, Milano, Giuffr\u00e8, 196712.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[870],"fascicolo":[29],"class_list":["post-942","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-ferruccio-marzano","fascicolo-giugno-2000"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il punto di vista di un economista keynesiano<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Ferruccio Marzano, pubblicato nel numero di Giugno 2000. 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