{"id":917,"date":"1999-10-01T12:00:00","date_gmt":"1999-10-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=917"},"modified":"2026-04-06T21:56:45","modified_gmt":"2026-04-06T21:56:45","slug":"orientamento-etico-del-progresso-e-dello-sviluppo","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/1999\/ottobre\/orientamento-etico-del-progresso-e-dello-sviluppo\/","title":{"rendered":"Orientamento etico del progresso e dello sviluppo"},"content":{"rendered":"<p><strong>L\u2019etica aristotelica<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019etica aristotelica poggia sull\u2019ordine finale dell\u2019essere. Ogni essere vivente del mondo \u00e8 nel suo intimo (metafisicamente) un composto di atto e potenza. Ci\u00f2 significa che esiste realmente, ma ha la possibilit\u00e0 (potenza) di svilupparsi ulteriormente. Questo vale in modo particolare per l\u2019uomo. Egli porta con s\u00e9 doni particolari nella vita, che per\u00f2 devono ancora essere sviluppati. L\u2019uomo, conoscendo il finalismo delle sue potenze, riconosce come suo dovere lavorare su se stesso per sviluppare le sue diverse inclinazioni innate. Quindi le singole inclinazioni devono essere esercitate. Il risultato di questo esercizio \u00e8 la natura esercitata ed educata, una pi\u00f9 alta capacit\u00e0 di prestazione. Gli antichi chiamavano questo correttamente \u2018virt\u00f9\u2019. La parola tedesca \u2018Tugend\u2019 (virt\u00f9) non la esprime perfettamente. Essa restringe il concetto \u2018pi\u00f9 alta capacit\u00e0 di prestazione\u2019 proprio sul piano morale. Aristotele, come d\u2019altronde gli antichi, con il termine virt\u00f9 intendeva semplicemente un perfezionamento di ogni capacit\u00e0 naturale. Solo a partire da ci\u00f2 distinguevano tra virt\u00f9 intellettuale e virt\u00f9 morale. In realt\u00e0 l\u2019uomo pu\u00f2 appropriarsi di virt\u00f9 morali anche senza la scienza. Aristotele per\u00f2 pretendeva che ci fosse una precisa virt\u00f9 intellettuale come premessa di ogni comportamento moralmente buono, e cio\u00e8 la prudenza. Essa indica nei particolari quale strada l\u2019uomo deve percorrere per raggiungere la sua perfezione.<\/p>\n<p>Nell\u2019etica moderna si parla a questo proposito del dovere e del corrispondente diritto dell\u2019uomo all\u2019autorealizzazione. In ci\u00f2 \u00e8 anche contenuto il perfezionamento dei mezzi di cui l\u2019uomo ha bisogno per la sua realizzazione, quindi del mondo esterno, nella misura in cui esso appartiene alla vita dell\u2019uomo.<\/p>\n<p>Non sfiorava il pensiero di Aristotele l\u2019idea di separare dal complesso della vita un particolare aspetto della felicit\u00e0 umana, come per esempio il benessere economico, e di assolutizzarlo, operazione che invece la scienza economica moderna compie. L\u2019uomo antico pose la filosofia all\u2019inizio di ogni studio, in quanto scienza completa dell\u2019essere. Egli quindi era immune da ogni tentativo di dividere conoscenza e prassi dal senso dell\u2019esistenza. L\u2019autorealizzazione quindi non poteva limitarsi unilateralmente ad un solo campo della vita o delle attivit\u00e0. Il pericolo di una tale segmentazione \u00e8 particolarmente grande nel campo economico, dato che la crescita economica teoricamente non conosce confini. Il problema per\u00f2 riguarda cosa l\u2019uomo &#8211; hic et nunc &#8211; ancora pu\u00f2 sopportare senza mettere in pericolo il suo star bene completo e la sua auto-realizzazione. L\u2019infinit\u00e0 della crescita materiale ha i suoi limiti nell\u2019uomo stesso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019etica cristiana<\/strong><\/p>\n<p>Anche l\u2019etica cristiana, nella sua struttura fondamentale, \u00e8 ontologicamente fondata. Tommaso D\u2019Aquino ha inserito completamente l\u2019ordine finalistico e di senso dell\u2019essere nella sistematica dell\u2019etica cristiana. Il carattere d\u2019obbligazione riceve un approfondimento. Solo che ora le inclinazioni naturali non vengono pi\u00f9 osservate soltanto per le loro finalit\u00e0, ma anche come creazione di Dio, cosicch\u00e9 il collegamento con lo scopo ontologico viene compreso contemporaneamente anche come collegamento con la volont\u00e0 di Dio e il fine o lo scopo sperimenta, attraverso la grazia soprannaturale, un superamento inaspettato, in parte perfino un cambiamento sensibile. In determinate condizioni lo scopo semplicemente naturale deve retrocedere a favore dell\u2019obiettivo soprannaturale pi\u00f9 alto. Lo scopo allora non \u00e8 pi\u00f9 soltanto lo sviluppo delle disposizioni naturali, soprattutto non \u00e8 la stoica felicit\u00e0 dei sensi, ma la perfezione che corrisponde a quella del Padre celeste. Come Tommaso D\u2019Aquino (S.Theol. I-II 63,4) espone, in questo modo cambia anche l\u2019oggetto. &#8220;La quantit\u00e0 di cibo ingerita, per esempio, viene stabilita dalla ragione umana, in una misura tale da non nuocere alla salute del corpo e non ostacolare l\u2019attivit\u00e0 intellettuale. Allo stesso tempo le leggi divine richiedono che l\u2019uomo \u2018castighi il suo corpo e lo riduca all\u2019obbedienza\u2019 (1 Cor. 9,27) attraverso l\u2019astensione da cibo, bibite e altro. Da ci\u00f2 si deduce che la virt\u00f9 infusa della temperanza e quella acquisita si distinguono secondo la specie; lo stesso vale per le altre virt\u00f9.&#8221;<\/p>\n<p>Questa svolta che la morale cristiana attua nell\u2019etica naturale ha di per se stessa anche conseguenze che riguardano la posizione puramente umana di fronte ai progressi tecnici e alla crescita economica. Anche la sola riflessione puramente razionale sullo scopo del progresso tecnico e della crescita economica ha posto limiti tangibili, e la semplice aspirazione naturale alla felicit\u00e0 si deve mantenere nelle norme che gli sono state donate dalla natura. Ci\u00f2 significa che progresso e crescita possono essere perseguiti solo all\u2019interno della perfezione umana totale. La divinizzazione della natura attraverso la grazia richiede quindi dall\u2019uomo una certa rinuncia, alla quale egli, coinvolto nel peccato originale, non potrebbe mai pensare. Il comandamento della sequela di Cristo rende tutto ci\u00f2 chiaro. Esso non pretende tuttavia con ci\u00f2 la rinuncia al progresso e alla crescita materiali, ma esorta ad una ponderazione prudente del desiderio di progresso e crescita, da una parte, e del pericolo incombente, dall\u2019altra parte, di perdere l\u2019obiettivo soprannaturale. &#8220;Che giova infatti all\u2019uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?&#8221; (Marco 8,36). Quale uomo saggio non vorrebbe seguire la via pi\u00f9 sicura, anche se la pi\u00f9 difficile? Questo pensiero ha dominato l\u2019etica dell\u2019uomo antico e medievale. Solo cos\u00ec si spiega la difficile ascesi dei monaci, che serviva universalmente come modello. La teologia morale era indirizzata totalmente alla perfezione individuale. Da ci\u00f2 si capisce anche la posizione di rifiuto verso il perseguimento dei profitti e di conseguenza anche il rifiuto dell\u2019interesse bancario\u00a0<sup>1<\/sup>.<\/p>\n<p>Anche se la dottrina sociale cattolica riconosce totalmente la &#8220;giusta ragione&#8221; (recta ratio), quindi il diritto naturale, per\u00f2 allo stesso modo lo studioso cattolico di discipline sociali dovrebbe in ogni momento avere come orientamento la dimensione soprannaturale della morale cristiana, in modo che egli nel campo naturale possa porre i giusti accenti. Dovrebbe lasciar perplessi un economista cattolico che &#8211; contro l\u2019invito di Cristo alla rinuncia a quanto ci offre il mondo &#8211; unicamente in nome della crescita economica, spingesse all\u2019aumento dell\u2019offerta e della domanda e quindi dei consumi. Certamente egli vorrebbe combattere la disoccupazione. Di fronte alla disoccupazione di massa si pone per\u00f2 la domanda se questo tipo di crescita non sia la causa dell\u2019attuale societ\u00e0 del benessere, con il suo sistema a due classi: chi guadagna bene e chi beneficia dei sussidi di disoccupazione o sociali. Questa disoccupazione pu\u00f2 essere eliminata solo se si va alla radice del problema, che si trova in profondit\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>L\u2019aspirazione al progresso e alla crescita nell\u2019economia moderna<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019economia nella sua essenza \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 sociale, perch\u00e9 attraverso essa le prestazioni dei singoli vengono scambiate reciprocamente. Per questo deve essere prodotto un pi\u00f9 grande risultato in termini di benessere materiale. Per raggiungere questo scopo deve essere incentivata la spinta di ciascuno a produrre. E questo si raggiunge solo quando si mette in moto la motivazione in qualche modo pi\u00f9 sicura e de facto pi\u00f9 diffusa per l\u2019uomo: il reddito materiale che i singoli possono trarre dal proprio lavoro. Nell\u2019interesse del benessere comune, nella misura in cui lo si considera solo dal lato materiale, esiste dunque la possibilit\u00e0 di realizzare un sistema in cui ognuno al confronto dell\u2019altro contribuisce con il maggiore rendimento possibile. E questo sistema si chiama economia di concorrenza. Ciascuno \u00e8 costretto a superare l\u2019altro in base ad una prestazione migliore. La concorrenza finirebbe nel momento in cui non fosse pi\u00f9 possibile aumentare la prestazione di entrambi. Ma questo non lo accetta nessuno, perch\u00e9 la crescita economica \u00e8 considerata infinita. Succede cos\u00ec che chi si trova in concorrenza non si riposa mai. La vertenza sulla regolamentazione dell\u2019orario di chiusura dei negozi e del lavoro domenicale lo stanno a dimostrare. Nel sistema di concorrenza ognuno deve puntare a superare la sua precedente prestazione. Per un imprenditore ci\u00f2 significa che egli deve continuamente aumentare i profitti.<\/p>\n<p>Questa corsa inarrestabile verso il profitto non viene condannata dalla visione cristiana in quanto rappresenta un valore in relazione al vero benessere generale, al quale appartiene anche lo stato spirituale della societ\u00e0. Ma che cosa si deve fare con i profitti e cosa deve fare il lavoratore con il suo reddito salariale? Per rispondere a questa domanda \u00e8 utile la fondazione etica della propriet\u00e0 privata.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La finalit\u00e0 etica della propriet\u00e0 privata<\/strong><\/p>\n<p>La propriet\u00e0 privata, che si ottiene attraverso lo sforzo individuale per guadagnare e rende possibile l\u2019economia di concorrenza, non \u00e8 &#8211; come spiega Tommaso D\u2019Aquino\u00a0<sup>2<\/sup>\u00a0&#8211; giustificata perch\u00e9 procura al possessore un pi\u00f9 grande vantaggio materiale, ma perch\u00e9, attraverso un\u2019attenta amministrazione dei beni, \u00e8 pi\u00f9 utile al bene comune. Questo, gi\u00e0 in conformit\u00e0 al pensiero razionale, \u00e8 il vero senso del sistema della propriet\u00e0 privata; ma in questo modo allo stesso tempo si realizzano anche le esortazioni evangeliche. Attraverso l\u2019economia di concorrenza fondata sulla propriet\u00e0 privata, la bassa tendenza ai guadagni radicata nel peccato originale, viene nobilitata e trasformata nell\u2019assunzione della responsabilit\u00e0 personale per un\u2019amministrazione efficiente, al servizio del bene comune. I sostenitori dell\u2019economia di mercato per\u00f2 non pensano assolutamente a questa ipoteca morale. Si parla solo di diritto individuale di amministrare la propriet\u00e0 a propria discrezione.<\/p>\n<p>Questo potrebbe essere vero secondo la pura considerazione giuridica cio\u00e8 in relazione al rapporto dell\u2019uomo con l\u2019uomo. Nessun privato ha il diritto di rubare o di imbrogliare un proprietario di beni. Questo per\u00f2 non funziona pi\u00f9 in rapporto alla morale, che \u00e8 implicata nella deduzione del diritto alla propriet\u00e0 privata dal bene comune. Dal punto di vista del bene comune, la privatizzazione dei beni ha il solo scopo di garantirne un\u2019amministrazione pi\u00f9 efficiente. Lo scopo (ad esso) superiore di indirizzare l\u2019uso dei beni materiali all\u2019utilit\u00e0 comune conserva ancora la priorit\u00e0. Anche se il proprietario pu\u00f2 avere il diritto di usare la sua propriet\u00e0 secondo coscienza, sottost\u00e0 comunque all\u2019imperativo finale dell\u2019utilit\u00e0 comune. Fintanto che lo Stato non emana una particolare norma giuridica che tiene conto del bene comune, il proprietario \u00e8 giuridicamente libero nel disporre dei suoi beni. Moralmente per\u00f2 egli rimane sottomesso all\u2019imperativo del bene comune. Questo i padri della Chiesa l\u2019hanno espresso giungendo a dire che il proprietario non \u00e8 in effetti tale, ma soltanto amministratore, e cio\u00e8 amministratore in nome di Dio. Per questo Basilio ha usato l\u2019espressione che colui che si definisce proprietario \u00e8 un ladro\u00a0<sup>3<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019uso della propriet\u00e0 privata, sia quella nata attraverso il lavoro che quella nata attraverso la prestazione dell\u2019imprenditore, sottost\u00e0 quindi, come detto, all\u2019imperativo del bene comune generale. E al bene comune appartengono molte cose, prima di tutto l\u2019accesso al lavoro per tutti quelli che lo vogliono e all\u2019assunzione della responsabilit\u00e0 dell\u2019azienda. Inoltre tutti dovrebbero essere in grado di far fronte con il proprio reddito non solo ai costi di sussistenza, ma anche, secondo il sistema della propriet\u00e0 privata, alla pensione e all\u2019assicurazione sanitaria, per non cadere nella tentazione di addossare queste previdenze alla comunit\u00e0, o di pesare sull\u2019azienda sotto forma di costi salariali. Dai redditi da lavoro e dai guadagni di impresa dovrebbero anche essere trattenuti versamenti allo Stato per le spese di uso comune che esso sostiene. Tutto il sistema della propriet\u00e0 dovrebbe stimolare il senso di responsabilit\u00e0 in vista di un pi\u00f9 efficiente sfruttamento dei beni materiali, evitando ogni spreco, in favore di tutti i membri della societ\u00e0 e anche \u2013 cosa di cui tener particolare conto \u2013 di quelli dei Paesi in via di sviluppo.<\/p>\n<p>Oggi constatiamo il contrario. Le aziende investono il loro guadagno nell\u2019azienda per risparmiare forze lavoro e abbandonano i disoccupati alle istituzioni sociali, che possono esercitare il loro compito solo con l\u2019aiuto delle finanze dello Stato. Lo strumento dei costi aggiuntivi del salario \u00e8 un segno chiaro del fatto che l\u2019attuale sistema sociale di mercato cammina su una strada sbagliata, lasciando aperta la questione se per colpa propria o sotto la spinta delle associazioni di rappresentanza.<\/p>\n<p>Tutto questo \u00e8 stato causato dall\u2019interpretazione materialistica ed individualistica del benessere. Sia di fronte a domande ecologiche che a valori sociali, culturali e morali, e altri, l\u2019industria spinge sempre all\u2019espansione e alla crescita economica. Questa politica economica materialistica viene rafforzata dalla minaccia: &#8220;Altrimenti ci minaccia una ancor maggiore disoccupazione&#8221;. Raramente o mai vengono calcolati i costi sociali che nascono dalla decadenza culturale e morale. Nelle statistiche americane dei disoccupati non vengono calcolati i molti che si trovano in carcere. Anche le cifre che si riferiscono ai disoccupati da lungo tempo che non hanno pi\u00f9 una possibilit\u00e0 di occupazione non vengono considerate: essi vivono dell\u2019aiuto delle istituzioni sociali, che evidentemente non hanno niente a che fare con l\u2019economia. Dell\u2019indescrivibile situazione dolorosa delle molte persone che vorrebbero lavorare nessuno si pu\u00f2 prendere cura. L\u2019unica preoccupazione, come si constata, \u00e8 di portare avanti l\u2019espansione, nella illusoria speranza, che l\u2019aumento dei profitti crei nuovi posti di lavoro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Dov\u2019\u00e8 l\u2019errore di ragionamento?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019errore fondamentale \u00e8 di tipo gnoseologico. La scienza economica in s\u00e9 \u00e8 una scienza della ragione teoretica. Diventa pratica solo quando \u00e8 chiamata in causa la responsabilit\u00e0. E questo succede nella determinazione dell\u2019obiettivo delle regole della concorrenza. In effetti queste hanno gi\u00e0 uno scopo intrinsecamente determinato, l\u2019efficienza economica, ma essa deve indirizzarsi alla totalit\u00e0 del benessere della societ\u00e0. In se stessa non ha ancora questo fine; deve essere affrontato dal politico. Solo cos\u00ec diventa oggetto della ragione pratica.<\/p>\n<p>Prima di tutto quindi il politico deve definire il bene comune all\u2019interno del quale prende il suo posto l\u2019economia. Questo \u00e8 un compito proprio del raziocinio pratico. L\u2019economista comunque risponder\u00e0 che egli considera suo unico compito quello di produrre una grande quantit\u00e0 di beni, capace di attirare i cittadini all\u2019acquisto. Tutto il resto \u00e8 compito di quell\u2019ambito che si chiama societ\u00e0. Se questa risposta fosse valida, allora la politica economica non sarebbe compito del raziocinio pratico, ma una prestazione puramente tecnica, un calcolo intelligente. Ci\u00f2 significherebbe che la politica economica non \u00e8 una parte della politica sociale. Ma proprio questo \u00e8 fondamentalmente sbagliato. L\u2019economista resta responsabile delle conseguenze della separazione dell\u2019economia dall\u2019ambito della societ\u00e0. Il benessere della societ\u00e0 \u00e8 sostanzialmente unico e al suo interno l\u2019economia copre solo una parte.<\/p>\n<p>Nelle scienze sociali oggi &#8211; in buona parte sotto l\u2019influsso del neokantismo &#8211; nell\u2019ambito del pensiero pratico si \u00e8 affermato il formalismo. La politica viene definita come lotta per l\u2019influsso sul potere statale, e in questo modo il bene comune \u00e8 stato escluso anche da questo campo ed \u00e8 stata eliminata la responsabilit\u00e0 morale, che \u00e8 l\u2019elemento essenziale di una scienza pratica. Nella giurisprudenza ci si impegna solo nella costruzione logica delle norme sociali (Kelsen) obbligatoriamente applicabili, cos\u00ec che, dal punto di vista giuridico, \u00e8 irrilevante se si tratta di un sistema legale sovietico o liberale. In questo modo oggi ogni scienza sociale pu\u00f2 evitare di dare una definizione di bene comune, a meno che si decida seconda la volont\u00e0 della maggioranza, anche se a certe condizioni si prevede che la maggioranza si possa esprimere a favore di un sistema di violenza. Non si pu\u00f2 pi\u00f9 parlare dell\u2019integrazione in un concetto universalmente umanistico della ragione pratica. La nostra vita sociale \u00e8 dominata da regole formali dell\u2019azione umana. Il filosofo della vita \u00e8 condannato al silenzio.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il ricorso all\u2019etica cristiana<\/strong><\/p>\n<p>Nella visione cristiana il proprietario \u00e8 tenuto ad una severa moderazione nel consumo. Egli quindi si pone di fronte alla crescita dei consumi col massimo scetticismo. L\u2019economista invece stimola la domanda, perch\u00e9 altrimenti la produzione non avrebbe senso. Ebbene la domanda non deve essere identificata con il desiderio di consumo. Anche il monaco pi\u00f9 austero che si dedica alla scienza ha bisogno di mezzi di produzione, almeno di una ricca biblioteca. Questo oggi, nell\u2019epoca dell\u2019informatica, vale ancora pi\u00f9 di prima. Francesco d\u2019Assisi comunque proib\u00ec ai suoi fratelli anche di possedere opere scientifiche, perch\u00e9 lui voleva far nascere soltanto un movimento di povert\u00e0, per il quale non prevedeva neanche un\u2019organizzazione. Solo attraverso Bonaventura \u00e8 stata aperta la via al possesso (non alla propriet\u00e0\u00a0<sup>4<\/sup>) di immobili e mezzi di produzione da parte della Comunit\u00e0. In modo diverso Domenico ha reso la scienza un dovere per il suo Ordine, cosicch\u00e9 la propriet\u00e0 (collettiva) dei mezzi di produzione era ovvia. Naturalmente \u00e8 stata conservata una stretta povert\u00e0 riguardante i beni di consumo in senso stretto, e ci\u00f2 riguardava anche i mezzi di trasporto. Cos\u00ec Alberto Magno, quando \u00e8 diventato Superiore generale dell\u2019Ordine e ha guidato un Capitolo Generale, ha confiscato i cavalli, sui i quali erano arrivati alcuni Priori Provinciali. Anche se, come abbiamo appena detto, il monachesimo aveva un certo influsso sulla valutazione comune dei beni materiali, non \u00e8 stato riconosciuto come norma per gli altri cristiani. Nei libri di morale per\u00f2 \u00e8 stata prescritta moderazione e modestia nei consumi, non per ultimo allo scopo di mettere a disposizione dei poveri ci\u00f2 di cui non si aveva bisogno. Da qui l\u2019ammonimento continuamente ripetuto: il superfluo appartiene ai poveri. &#8220;La legge degli uomini non pu\u00f2 rompere con l\u2019ordine naturale o con la legge divina. Secondo l\u2019ordine naturale voluto dalla Provvidenza divina, le cose inferiori sono state fatte per servire alle necessit\u00e0 umane. Perci\u00f2 la distribuzione e la presa di possesso delle cose &#8211; un\u2019opera del diritto umano &#8211; non impediscono di impegnare queste stesse cose per lenire le necessit\u00e0 umane. Quindi ci\u00f2 che alcuni possiedono in sovrappi\u00f9, a causa della legge naturale \u00e8 dovuto ai poveri per il loro sostentamento&#8221;\u00a0<sup>5<\/sup>.<\/p>\n<p>Al contrario il rappresentante dell\u2019economia di mercato conta sull\u2019avidit\u00e0 dei suoi concittadini. Questa deve addirittura essere stimolata, affinch\u00e9 l\u2019offerta trovi il suo sbocco. E\u2019 vero che la pubblicit\u00e0 dovrebbe provare in prima linea l\u2019utilit\u00e0 finora sconosciuta di un prodotto, per\u00f2 si fa conto, soprattutto per i beni di consumo, dell\u2019insaziabilit\u00e0 dei consumatori. Questo serve nel mercato attuale anche, cos\u00ec si dice, a creare posti di lavoro.<\/p>\n<p>Questa per\u00f2 non \u00e8 la politica occupazionale che l\u2019etica cristiana consiglia attraverso l\u2019esortazione alla moderazione e alla vita semplice in favore del fratello. La prima legge della politica economica recita: lavoro per tutti, non in quanto diritto individuale al lavoro, ma come diritto ad una politica di piena occupazione. In s\u00e9 anche l\u2019economista aderisce al dovere della piena occupazione per\u00f2 la sua concezione \u00e8 pensata fin dall\u2019inizio a livello mondiale nel senso di una economia di mercato estesa a livello internazionale. Egli pu\u00f2 facilmente sorpassare i confini nazionali per il fatto che, a causa di una interpretazione del benessere puramente materiale, pu\u00f2 del tutto dimenticare il mondo etico e culturale dei lavoratori. Si giustifica con la proposta della globalizzazione del processo economico. L\u2019etico e soprattutto il cristiano questo non lo pu\u00f2 accettare. L\u2019uomo ha bisogno di una patria come ambiente del suo matrimonio e della sua famiglia. E questo \u00e8 garantito solo all\u2019interno di una nazione. La posizione riguardo alla dimensione del benessere materiale \u00e8 infatti diversa in ogni nazione. Il lavoratore non si lascia globalizzare come il capitale. Il Cristianesimo \u00e8 certamente orientato anche all\u2019universale e al globale, ma l\u2019azione cristiana parte sempre dalla patria (Heimat), dove risiede la famiglia.<\/p>\n<p>La richiesta di una piena occupazione ispirata allo spirito cristiano si rivolge quindi prima di tutto allo Stato nazionale. Questa politica non significa un restringimento degli orizzonti. La vita semplice, a cui invita l\u2019etica cristiana, deve prima di tutto essere al servizio di quelli che non hanno ancora raggiunto lo stesso standard di vita. In altre parole, dobbiamo cercare all\u2019interno della nostra economia nazionale quella piena occupazione sociale e culturale che \u00e8 stata prevista e, in questo contesto, dobbiamo parimenti fare attenzione ad una amministrazione il pi\u00f9 efficiente possibile, per evitare ogni spreco e con l\u2019intenzione di poter investire in altre economie nazionali rimaste ancora indietro. Siamo quindi obbligati, nella misura in cui \u00e8 possibile, a realizzare concretamente il principio di concorrenza nella nostra economia nazionale, il quale contiene anche la responsabilit\u00e0 dei singoli di far fronte alle proprie necessit\u00e0 e di non pesare sulle istituzioni sociali.<\/p>\n<p>La politica economica ispirata all\u2019etica e soprattutto quella cristiana non \u00e8 contro, come si vede, n\u00e9 la propriet\u00e0 privata n\u00e9 la concorrenza, ma ha un carattere totalmente diverso, pi\u00f9 umanitario, della concezione di crescita corrente, per la quale l\u2019unico scopo \u00e8 il puro benessere materiale.<\/p>\n<p>Naturalmente anche questa politica economica umanitaria deve inserirsi nella concorrenza internazionale. Anche la politica salariale deve quindi mantenersi nei limiti. Nel suo insieme per\u00f2 questo sistema \u00e8 pi\u00f9 economico perch\u00e9 abbatte tanti costi sociali dell\u2019attuale sistema di mercato. Soprattutto cadono gli alti costi aggiuntivi di lavoro; non per ultimi i costi procurati dalla criminalit\u00e0, che una societ\u00e0 socialmente pacificata non avr\u00e0 bisogno di sostenere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il compito dello Stato<\/strong><\/p>\n<p>Un maggiore impegno dello Stato \u00e8 comunque inevitabile. Evidentemente lo Stato, nella misura in cui \u00e8 possibile, deve usare politiche adatte al mercato. Quando queste non sono pi\u00f9 efficaci, resta per\u00f2 come alternativa soltanto, o la capitolazione davanti al concetto materialistico di una crescita senza fine, con la conseguenza di grande disoccupazione e rafforzamento della societ\u00e0 a due classi, oppure l\u2019accettazione delle condizioni macroeconomiche del mercato finanziario e del lavoro, che la direzione politica deve continuamente definire in modo nuovo. Il calcolo economico generale migliora se manteniamo modestamente la massimizzazione nei limiti della politica di piena occupazione.<\/p>\n<p>Non \u00e8 compito dell\u2019etica definire le singole misure della politica economica. Ma \u00e8 suo compito indicare l\u2019ordine dei valori. Al primo posto, ancora prima della propriet\u00e0 privata, \u00e8 la definizione concreta di bene comune, la sua dimensione materiale e spirituale. E\u2019 quindi importante stabilire che tutti hanno il diritto di partecipare al processo economico, sia come prestatore di lavoro, sia come imprenditore. Quindi si pone la domanda, quale sia il modo pi\u00f9 sicuro per motivare il desiderio di produzione senza mettere in pericolo lo sviluppo spirituale della societ\u00e0, il suo \u2018capitale umano\u2019. Si tratta quindi di capire in quale misura si pu\u00f2 considerare regola la concorrenza nello scambio economico. In questo modo \u00e8 esclusa fin da principio l\u2019economia di mercato teorica, pensata al tavolino come unica valida, non influenzata dal sistema di regole statali. Ci\u00f2 che viene richiesto non sono regole applicabili meccanicamente, ma saggezza che viene da un ethos morale contenuto nelle anologhe applicazioni del principio: &#8220;Cos\u00ec tanta propriet\u00e0 privata e libera autodeterminazione quanta \u00e8 possibile e cos\u00ec tanti interventi statali quanti necessari&#8221;.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0L\u2019interesse d\u2019altronde, dal punto di vista puramente razionale, \u00e8 stato considerato riprovevole, nella misura in cui una cosa fosse definita un prestito esauribile attraverso l\u2019uso, come per esempio nel caso del prestito di una pagnotta di pane. Per esso non si pu\u00f2 pretendere in cambio la restituzione di due pagnotte o il pagamento di interessi. Il quinto Concilio Lateranense (1512-1517) nella sua decima seduta ha cos\u00ec definito il prestito di soldi. I soldi vengono considerati un puro mezzo per lo scambio, consumato gi\u00e0 nel suo primo impiego. Da questo punto di vista \u00e8 usura il prestito di denaro in cambio di interessi. In modo diverso ci si comporta quando invece che pane si presta una patata che viene usata come seme. In questo caso la patata \u00e8 un mezzo di produzione, per il cui prestito si pu\u00f2 calcolare un interesse perch\u00e9 il proprietario avrebbe lui stesso potuto usarla come seme. Quindi il denaro diventa capitale solo quando il creditore con esso pu\u00f2 comprare un mezzo di produzione. E questo \u00e8 quanto succede in una societ\u00e0 dello scambio. L\u2019interesse acquista un significato diverso dalla sua funzione nella societ\u00e0. I teologi del medioevo avevano gi\u00e0 riconosciuto questo sviluppo, dato che parlavano di &#8220;mancato profitto&#8221; (lucrum cessans), quando si presta il proprio denaro a qualcun altro senza risarcimento.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0S. Teol. II-II 66,1+2.<br \/>\nCfr. il mio commento a proposito in: Tommaso D\u2019Aquino, Recht und Gerechtigkeit, Bonn 1987.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Cfr. il mio commento citato nella nota precedente.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0Proprietario degli immobili doveva essere la Santa Sede.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0Tommaso D\u2019Aquino, S.Teol. II-II 66,7. Nell\u2019edizione &#8220;Legge e giustizia&#8221;, pag.122.<\/p>\n<p><em>Traduzione dal tedesco\u00a0di Simona Di Ciaccio<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[841],"fascicolo":[20],"class_list":["post-917","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-arthur-f-utz","fascicolo-ottobre"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Orientamento etico del progresso e dello sviluppo<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Arthur F. Utz, pubblicato nel numero di Ottobre 1999. 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