{"id":893,"date":"1999-05-01T12:00:00","date_gmt":"1999-05-01T12:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=893"},"modified":"2026-04-12T19:10:42","modified_gmt":"2026-04-12T17:10:42","slug":"il-blocco-dello-sviluppo-nellasia-orientale","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/1999\/maggio\/il-blocco-dello-sviluppo-nellasia-orientale\/","title":{"rendered":"Il blocco dello sviluppo nell&#8217;Asia Orientale"},"content":{"rendered":"<p>Per la ricerca dei fattori che accelerano o decelerano lo sviluppo in paesi o regioni ad arretratezza economica e sociale, sono disponibili molteplici indicatori. In genere, sulla scia della lezione di Schumpeter\u00a0<sup>1<\/sup>, si guarda all\u2019influenza esercitata dalla tecnica e dalla tecnologia, nelle fasi di decollo, consolidamento e decelerazione dello sviluppo: la capacit\u00e0 di invenzione, di acquisizione dell\u2019innovazione di processo o di prodotto, la diffusione del progresso tecnico diventano, in quest\u2019analisi, ragioni indiscusse del successo o insuccesso di un dato sistema economico. Il movimento demografico \u00e8 un altro elemento su cui cade l\u2019attenzione degli analisti. Oltre il classico paradosso malthusiano, molti autori\u00a0<sup>2<\/sup>\u00a0utilizzano categorie come gli indici di natalit\u00e0\/mortalit\u00e0, i numeri delle migrazioni\/immigrazioni, e altre vicende tipicamente demografiche, per illustrare situazioni di sottosviluppo e di sviluppo. Quantit\u00e0 e qualit\u00e0 dell\u2019istruzione dei gruppi dirigenti trovano anch\u2019esse considerazione. Cos\u00ec le catastrofi naturali e le guerre, i rivolgimenti sociali e le invasioni straniere. Rara avis, qualche autore invoca una riflessione sul grado di consapevolezza civica e di impegno sociale dei gruppi dirigenti, sul loro rispetto per le leggi e le regole del gioco, sulla capacit\u00e0\/incapacit\u00e0 di funzionare come collante di solidariet\u00e0 socio-culturale: cos\u00ec, muovendo da radici culturali e metodologie diverse, Giorgio Fu\u00e0 in un aureo libretto dedicato al ritardo di sviluppo in Europa, e Fukuyama nel gi\u00e0 classico Trust\u00a0<sup>3<\/sup>. Il limite di queste teorie interpretative sta nell\u2019approccio an-umano\u00a0<sup>4<\/sup>\u00a0con cui utilizzano le leggi dell\u2019economia, e la bassa rilevanza che annettono all\u2019apporto delle scienze sociali e politiche nella comprensione dei fatti economici. I loro autori sottovalutano, salvo poche eccezioni\u00a0<sup>5<\/sup>, il fatto che, essendo quella economica attivit\u00e0 eminentemente umana, le fasi di decollo economico e\/o di declino o arresto dello sviluppo non possono non essere funzione\u00a0<em>soprattutto<\/em>\u00a0della strutturazione che una determinata societ\u00e0 viene ad assumere in una certa epoca storica, delle relazioni di causa ed effetto che si instaurano tra organizzazione del sociale, sistemi di valore, assetti politici, e le accelerazioni\/decelerazioni dello sviluppo.<\/p>\n<p>In tale contesto, con riferimento all\u2019attuale blocco dello sviluppo economico nell\u2019Asia orientale, in particolare in quella di sud est, si avanzano qui interpretazioni che, rispetto all\u2019abbondante letteratura disponibile sulla crisi asiatica, spostano la riflessione\u00a0<em>piuttosto<\/em>\u00a0sugli aspetti sociali e socio-politici ad essa collegati. Si osserva che:<\/p>\n<p>il decollo delle economie dell\u2019oriente asiatico, databile nei decenni \u201860, \u201870 e \u201880 rispettivamente per Giappone, sud-est (Singapore, Thailandia, Malesia, etc.) e Cina, sia stato risultato anche di una forte spinta esterna, attraverso l\u2019immissione di sostanziose dosi di capitale e l\u2019utilizzo estremo di mano d\u2019opera locale a basso costo e bassa qualificazione. Il quadro interno ai diversi paesi protagonisti della crescita e la loro tendenza a conservare immutata la norma del nazionalismo culturale e socio-politico, non ha consentito di organizzare alleanze regionali tali da poter &#8220;contrattare&#8221; la gestione dello sviluppo di fronte ai soggetti &#8220;esterni&#8221; intervenuti nelle dinamiche di sviluppo dell\u2019oriente asiatico; il generalizzato fenomeno di crescita industriale e commerciale \u00e8 stato accompagnato, nella zona asiatica, dal diffondersi di effetti critici sul piano ambientale, dal crescere di sperequazioni sociali e dello squilibrio citt\u00e0-campagna, da shock da introduzione repentina di modelli culturali d\u2019importazione, dal consolidarsi di forme autoritarie di regime politico\u00a0<sup>6<\/sup>. Questi fatti hanno indebolito la capacit\u00e0 della struttura economica e socio-culturale di corrispondere agli shock di aggiustamento iniziati intorno alla met\u00e0 degli anni \u201890.<\/p>\n<p>Nell\u2019estate \u201899 la situazione, sotto il profilo finanziario ed economico, si presenta come segue: Thailandia, Corea, Indonesia, Malesia, si preparano ad uscire dalla recessione, con le situazioni migliore e peggiore rispettivamente in Corea e Indonesia. Singapore, Taiwan, Hong Kong, grazie a una base finanziaria pi\u00f9 strutturata e riserve cospicue, resistono meglio, ma i loro mercati di esportazione ed altre opportunit\u00e0 di crescita tendono a restringersi. Il Giappone, che negli ultimi sette anni \u00e8 cresciuto del 5,5%, ovvero ad una media inferiore all\u20191% annuo, mostra qualche segno di ripresa. La Cina \u00e8 in bilico, tra la conferma della crescita, anche se a tassi inferiori agli ultimi anni, e il precipizio dello scoppio della contraddizione tra autoritarismo politico e liberalizzazione progressiva dell\u2019economia. Il peso del debito estero\u00a0<sup>7<\/sup>\u00a0si \u00e8, nel frattempo, stabilizzato a livelli tra i pi\u00f9 alti al mondo: 150 miliardi di dollari per la Cina (terzo posto assoluto dopo Brasile e Messico), poco meno per Corea e Indonesia, intorno ai 100 miliardi per la Thailandia, 50 per Malesia e Filippine. La met\u00e0 dei primi dodici posti della classifica dei massimi debitori mondiali, \u00e8 presa da paesi dell\u2019oriente asiatico. Di confortante, in quest\u2019ambito, c\u2019\u00e8 che, a parte l\u2019Indonesia (valore 30%), il rapporto del servizio del debito\u00a0<sup>8<\/sup>\u00a0\u00e8 su livelli piuttosto contenuti.<\/p>\n<p>Sotto il profilo socio-politico, le societ\u00e0 a pi\u00f9 bassa disciplina e\/o coesione sociale (Thailandia, Corea del sud) o con pi\u00f9 evidenti ragioni di malessere sociale (Indonesia), hanno documentato prima del &#8220;contagio&#8221; regionale, meccanismi di rigetto dello stress da sviluppo intenso ed esogeno. Ma ovunque i gruppi dirigenti hanno mancato di curare il malessere dei corpi sociali con misure socio-politiche di accompagnamento, in direzione di maggiore democrazia, giustizia salariale, equit\u00e0 sociale tra ceti ed etnie. Si vedr\u00e0 come, pur essendosi espressa nella regione, durante le tre decadi di sviluppo, la tendenza all\u2019uscita da povert\u00e0 e indigenze estreme, si siano al tempo stesso confermati i livelli di ingiustizia e iniquit\u00e0 nella distribuzione della ricchezza. Non \u00e8 stata sufficiente, per resistere al grande colpo del ritiro dei finanziamenti internazionali del \u201897, la disponibilit\u00e0 di capitali che l\u2019accumulazione di risparmio interno metteva a disposizione. La svalutazione repentina di decenni di risparmi, al contrario, \u00e8 stato ulteriore elemento di accentuazione del rigetto.<\/p>\n<p>Questo si \u00e8 cos\u00ec trasferito anche sul piano dei rapporti politici interni, come mostrano le insorgenze politiche\u00a0<sup>9<\/sup>\u00a0in Indonesia e altri paesi dell\u2019Asean\u00a0<sup>10<\/sup>, Corea, Cina. Nel \u201897, anno in cui esplode la crisi nell\u2019oriente asiatico, in sette dei nove paesi Asean si attua un cambio di leadership e in Cambogia, all\u2019epoca prossima all\u2019ingresso nel gruppo come decimo stato, si realizza un sanguinoso colpo di stato. Il \u201898 esprime in Indonesia, paese il pi\u00f9 esteso e popolato della regione, la fine del regime di Suharto, ultimo tra i fondatori dell\u2019Asean ancora al potere, e la sua sostituzione con Habibie. In Malesia, il primo ministro Mahatir Mohamad adotta misure giudiziarie contro gli oppositori, a cominciare dal suo vice Anwar. Altra situazione problematica si registra in Birmania dove il governo militare non mostra di voler attuare una riforma del sistema in senso democratico: cos\u00ec reprime le attivit\u00e0 dell\u2019opposizione e del suo leader Aung San Suu Kyi. In Corea viene garantita una certa alternanza nel gruppo di potere. In Cina, dieci anni dopo la strage di Tien An Men, si va al cambio di direzione nel partito, alla riforma costituzionale, alle critiche neppure velate dell\u2019ala tradizionalista al primo ministro Zhu Rongji della primavera \u201899.<\/p>\n<p>All\u2019ambito del rigetto dei meccanismi sinora vigenti appartengono le manifestazioni, anche violente, di intolleranza etnica e religiosa documentate in Indonesia, Filippine e Cina nell\u2019inverno \u201898-\u201999, e il riesplodere di tensioni etniche tra cinesi e malay a Singapore all\u2019inizio del \u201899.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La Sindrome di Supply Side<\/strong><\/p>\n<p>Il &#8220;miracolo&#8221; asiatico nasce negli anni trionfali della reagonomics, una dottrina che ha dimostrato l\u2019indimostrabile, che il bene economico (ovvero la merce o il servizio che soddisfano un dato bisogno) precede il bisogno, che il consumo pu\u00f2 non tener conto del reddito, che l\u2019equilibrio si raggiunge inondando il mercato di merci e prodotti finanziari a prescindere dalla domanda. La tesi cara agli economisti di quella scuola di pensiero \u00e8 che occorra operare dal lato dell\u2019offerta, comprimendo le misure a sostegno della domanda o tendenti a porre la domanda in corrispondenza con i livelli dell\u2019offerta. Un suo corollario \u00e8 l\u2019estremizzazione dei principi di libert\u00e0 del commercio internazionale, con la liberalizzazione indiscriminata di concorrenza, prezzi e tariffe. L\u2019errore concettuale sta nell\u2019affermare che l\u2019offerta possa prescindere dalla domanda\u00a0<sup>11<\/sup>. L\u2019errore politico sta nell\u2019aver trasformato una teoria generata ad uso e consumo di una determinata fase della congiuntura statunitense, in strumento generale di politica economica, per giunta da estendere fuori dai confini americani.<\/p>\n<p>La reagonomics poteva (pu\u00f2) funzionare all\u2019interno di un\u2019economia anomala come quella governata da Washington, basata su un potere contrattuale nei confronti dei partners industriali e commerciali esteri che \u00e8 unico, indiscutibile e irripetibile; come unico, indiscutibile e irripetibile \u00e8 lo strapotere della superpotenza statunitense in questo scorcio di fine secolo. La potenza americana e i suoi cittadini, di fatto, vivono a credito del mondo da quasi tre decenni\u00a0<sup>12<\/sup>. Gli Usa stampano dollari per l\u2019economia-mondo, lasciano che interi sistemi-nazione si dollarizzino (l\u2019Argentina in America latina e la Russia in Eurasia costituiscono gli esempi pi\u00f9 eclatanti), godendo i benefici di una situazione in cui possono indebitarsi all\u2019infinito senza mai essere chiamati a pagare il conto. Alla fine del \u201897 \u00e8 stato calcolato che gli Usa disponessero di un consolidato tra deficit commerciale e delle partite correnti superiore ai 200 miliardi di dollari. Il debito estero netto supera oggi i mille miliardi di dollari, e cresce ogni anno del 15, 20%. Passivit\u00e0 e impegni passivi verso il mondo girano intorno ai 4 mila miliardi di dollari. La cultura del &#8220;vivere a credito&#8221; non appartiene solo allo stato: il debito medio per famiglia statunitense equivale al totale della sua disponibilit\u00e0 di reddito. Per questo fallimenti di famiglie e imprese statunitensi si contano nell\u2019ordine delle diverse centinaia di migliaia per anno; mentre, per inadempienze, restano bloccate carte di credito in una percentuale che supera il 5% delle carte circolanti.<\/p>\n<p>\u00c8 la robusta iniezione di liquidit\u00e0 &#8220;dall\u2019estero&#8221; sul lato della domanda, a fornire contenuti di razionalit\u00e0 alle spericolatezze della\u00a0<em>supply side economics<\/em>. Ma tutto ci\u00f2 costituisce un fenomeno che, pur funzionale alla specificit\u00e0 del mercato statunitense in un dato periodo storico\u00a0<sup>13<\/sup>, non appare esportabile, se non a prezzo di rischi piuttosto elevati. Rischi che tanto pi\u00f9 si innalzano, quanto pi\u00f9 l\u2019eccesso di azione sul lato dell\u2019offerta riguardi paesi a struttura economica arretrata o a decollo recente. Non \u00e8 sbagliato ritenere che proprio la reaganomics, in particolare le sue estremizzazioni in fatto di sovraesposizione dell\u2019offerta (di capitali e mezzi finanziari esteri), e di abbattimento repentino di ogni protezione al commercio con l\u2019estero, siano responsabili non ultime dei collassi finanziari e socio-economici accaduti in America Latina dapprima, quindi nel sud est asiatico\u00a0<sup>14<\/sup>, nella seconda met\u00e0 degli anni \u201890.<\/p>\n<p>Una crescita economica fondata sull\u2019intervento attivo dal lato dell\u2019offerta, si fonda essenzialmente su debiti contratti con investitori e finanziatori esteri, e crea, di fatto, una dipendenza strutturale dalle &#8220;convenienze&#8221; che l\u2019estero trova\/non trova rispetto allo sviluppo di una data economia. Questo credito \u00e8 inoltre gestito attraverso valute forti, come il dollaro e in Asia lo yen, tendenti al continuo apprezzamento: dello yen sul dollaro, del dollaro su tutte le altre valute. In questo modo il debito dei pvs non solo aumenta nel tempo per via di interessi e servizi al debito, ma anche per effetto del rischio unilaterale di cambio. L\u2019irrorazione incontrollata delle ruote dello sviluppo da parte di un credito verso il quale i governi locali non hanno capacit\u00e0 n\u00e9 tecnica n\u00e9 politica di confronto, e il cui flusso \u00e8 regolato in larga parte dalle aspettative al rialzo o al ribasso dei ritorni da parte degli investitori privati\u00a0<sup>15<\/sup>\u00a0ha, tra i risultati, disponibilit\u00e0 finanziarie volatili, non direttamente collegate alle necessit\u00e0 della domanda locale. Pu\u00f2 aversi eccesso di disponibilit\u00e0 finanziarie o difetto delle stesse: difficilmente si ha un punto d\u2019equilibrio congeniale alla sostenibilit\u00e0 dello sviluppo locale. Per giunta, l\u2019apertura subitanea e incontrollata al commercio internazionale, l\u00e0 dove prende luogo, espone le imprese interne, ad eccezione delle multinazionali, ad una competizione per la quale non sono ancora mature. Chi, a questo proposito, richiama lo spirito taumaturgico del mercato\u00a0<sup>16<\/sup>, \u00e8 ipocrita se non in mala fede. Lo stesso padre del mercato, Adam Smith, ha insegnato come altri pi\u00f9 solidi e stratificati spiriti, gli animal spirits del capitalismo, siano, in assenza di adeguato controllo sociale e giuridico, portati a prevalere.<\/p>\n<p>Nel caso dello sviluppo asiatico, il gioco al rialzo dei rendimenti ha creato un forte afflusso di capitali nell\u2019area e crescita di quasi tre decenni del prodotto interno con tassi anche a due cifre. Un\u2019economia solida e ordinata come quella di Singapore, governata col pi\u00f9 classico dei pugni di ferro rivestito di velluto dal suo padre padrone Li Kuan Yu, ha ben navigato tra gli alti e bassi della congiuntura. Ma \u00e8 stato l\u2019unico, invidiato, caso. Thailandia, Malesia, Indonesia, Corea, hanno accettato di spingere il motore dello sviluppo sino a romperlo, giocando alla competizione senza limiti con i vicini che veniva loro sollecitata dall\u2019offerta internazionale di capitali. Non si dimentichi che vi sono state difficolt\u00e0 persino terminologiche per identificare, nel corso degli anni \u201880 e prima met\u00e0 degli anni \u201890, quanto andava accadendo in fatto di sviluppo nel sud-est dell\u2019Asia. Si evocarono immagini come quelle delle tigri o dei draghi del Pacifico, si coniarono sigle come Nic (New Industrialized Countries), Nie (New Industrialized Economies), Dae (Dynamic Asian Economies), si ricorse ad immagini derivate dalla scienza dei motori (turbo-economie). Questo per dire come l\u2019anomalia di quel processo di sviluppo fosse stata avvertita, anche se il miracolo di una crescita fuori dagli schemi tese a far apprezzare gli indubbi aspetti positivi rispetto a quelli, successivamente verificati, di segno negativo.<\/p>\n<p>Quando l\u2019economia ha tirato il fiato, sia perch\u00e9 taluni costi erano lievitati oltre il limite accettabile dal mercato sia perch\u00e9 la concorrenza commerciale internazionale si era nel frattempo attrezzata alla sfida, si \u00e8 avuto il repentino crollo dei rendimenti, la retrocessione dei finanziamenti esteri, la caduta verticale del valore di titoli e valuta locali. Ha giocato negativamente in tale contesto, e qualcosa di simile lo si \u00e8 visto anche in Russia durante la crisi finanziaria del \u201898, il fatto che la compressione del credito estero e interno, nonch\u00e9 lo scoppio delle bolle speculative sui titoli, si siano registrati in assenza di solide istituzioni e regole di mercato. Quest\u2019assenza, e una cultura capitalistica generalmente arretrata, disabituata alla logica del medio-lungo periodo, non hanno consentito di gestire nel modo dovuto la crisi al fine di ridurne i costi macroeconomici e sistemici.<\/p>\n<p>Il\u00a0<em>case study<\/em>\u00a0pi\u00f9 appropriato per l\u2019esemplificazione della curva delle aspettative crescenti\/decrescenti qui richiamata, \u00e8 nella vicenda altalenante del valore dell\u2019investimento immobiliare in Asia. Il primo caso di abbattimento di valore si ebbe a Singapore tra la fine degli anni 70 e l\u2019inizio degli anni 80 con intere torri e mega-alberghi nuovi di zecca svalutati del 20-30% da una settimana all\u2019altra. Qualcosa di peggio sarebbe toccato alla Thailandia: l\u2019afflusso massiccio di capitali e il boom del credito fu canalizzato, dagli investitori locali, anche nell\u2019industria delle costruzioni e nella propriet\u00e0 edilizia, gonfiando la bolla del valore immobiliare locale. Ancora alla met\u00e0 degli anni \u201890 ci si poteva indebitare in yen a interessi vicini allo zero e mettere quel denaro nei grattacieli che avanzavano come fungaie tra le baraccopoli di Bangkok, promettendo rendite del 20% annuo. Gi\u00e0 un anno dopo, con la contrazione delle esportazioni thailandesi e l\u2019inizio delle cadute produttiva e salariale, cominciavano a pullulare le disdette di prenotazioni di uffici e i cartelli di &#8220;affittasi&#8221;. Il caso pi\u00f9 recente, tuttora in corso, riguarda la contrazione del valore delle grandi urbanizzazioni cinesi, che coinvolge decine di migliaia di edifici costruiti nello scorso quinquennio, sull\u2019onda del progresso economico del paese. In ambedue i casi si \u00e8 registrato un consistente afflusso di capitali da parte delle comunit\u00e0 cinesi estere (segnatamente Hong Kong e Taiwan) e una canalizzazione di tali capitali nel settore immobiliare da parte di societ\u00e0 partecipate da cinesi espatriati o discendenti di espatriati. Lo squilibrio tra offerta e domanda di spazi urbani per uffici ha fatto il resto. Nel caso di Pechino, la lunga teoria di torri vuote che fa ala alla superstrada che dall\u2019aeroporto conduce all\u2019inquinatissimo centro-citt\u00e0, \u00e8 stata costruita in concomitanza con la candidatura alle Olimpiadi della capitale cinese, con l\u2019obiettivo di colpire favorevolmente il Comitato internazionale olimpico, che scelse invece Atene. A Shangai, nel caso si accentuasse la contrazione dello sviluppo cinese e si ufficializzasse il gi\u00e0 avvenuto declassamento\u00a0<em>de facto<\/em>\u00a0della moneta nazionale\u00a0<sup>17<\/sup>, si assisterebbe senz\u2019altro a un fenomeno simile di abbattimento selvaggio del valore della propriet\u00e0 immobiliare sorta come funghi dopo la pioggia, e lungo la superstrada dell\u2019aeroporto e nella zona ad alto sviluppo di Pudong.<\/p>\n<p>Una delle lezioni che vengono dalle considerazioni sin qui esposte \u00e8 che il capitalismo turbo, la spinta speculativa, va benissimo per chi opera i prestiti, sempre che imponga a propria tutela le debite garanzie (ed \u00e8 certamente il caso dei sapienti gnomi della finanza internazionale). Pu\u00f2 andare meno bene per chi si indebita, perch\u00e9 quasi sempre la spirale del debito \u00e8 inarrestabile, specie nel caso dei paesi in via di sviluppo, pvs, nei quali, come si \u00e8 detto, le aspettative di crescita sono volatili per definizione e le disponibilit\u00e0 patrimoniali su cui fare affidamento relativamente scarse. La maturazione degli interessi comporta la rinegoziazione del debito, quindi nuove dipendenze dall\u2019estero e dalla finanza internazionale.<\/p>\n<p>Un\u2019altra lezione \u00e8 che gli effetti negativi dell\u2019accumulo sul lato dell\u2019offerta, espressi tra il \u201897 e il \u201899 dal modello di sviluppo dell\u2019oriente asiatico\u00a0<sup>18<\/sup>, non possono essere lasciati alla sola soluzione del mercato. Se, dopo la prima caduta, Thailandia \u201897, si \u00e8 dovuto assistere al blocco dello sviluppo in Indonesia, Corea, Malesia, ed ora al rallentamento in Cina, vuol dire che, proprio come nel gioco del domino, le tessere della crescita regionale si collocano in modo virtuoso o meno non in base alla cieca forza del caso (il &#8220;mercato&#8221; e l\u2019offerta sregolata), ma a seconda dei risultati ottenuti attraverso la capacit\u00e0\/incapacit\u00e0 dei giocatori (governi, imprese, etc.).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il Deficit Sociale e Politico<\/strong><\/p>\n<p>La crisi dell\u2019oriente asiatico, apertasi come sottrazione di risorse obbligazionarie e azionarie alla crescita locale da parte degli investitori esteri, trasformatasi in crack finanziario e valutario regionale, si \u00e8 velocemente spostata sul terreno della struttura economica (contrazione dei rendimenti, quindi delle attivit\u00e0 industriali e dei servizi), per tracimare, come si \u00e8 visto, nel campo della politica. Licenziamenti e crollo dei salari reali nelle citt\u00e0 con retrocessione dei ceti medi-alti, recesso verso la povert\u00e0 e insalubrit\u00e0 di vita nelle profonde e miserande periferie urbane, fame miseria e riaccensione di malattie endemiche nelle campagne, costituiscono gli aspetti pi\u00f9 evidenti dei risultati dei tre anni iniziati con la catastrofe finanziaria di Bangkok e la svalutazione del baht del 2 luglio \u201897. Si noti che il blocco dello sviluppo non ha toccato l\u2019intera Asia. La stessa Cina risulta, nella primavera del \u201899, abbastanza fuori dall\u2019avvitamento intervenuto nelle economie del sud-est, anche se la spirale critica continua a minacciarla e alcuni segnali\u00a0<sup>19<\/sup>\u00a0lasciano intendere che, senza riforme che diano soddisfazione ai bisogni dei ceti medi urbani e contadini, la stessa Cina si trover\u00e0 presto ad affrontare enormi problemi recessivi.<\/p>\n<p>Ci si chiede se sui processi qui richiamati abbia avuto qualche influenza il quadro socio-politico in cui lo sviluppo asiatico si \u00e8 mosso. Detto in altro modo, se la profonda crisi in corso avrebbe potuto essere evitata, o meglio gestita, da sistemi di organizzazione sociale e politica diversi da quelli che hanno predominato nell\u2019oriente asiatico nei tre decenni dello sviluppo economico della regione. Ci si chiede ancora se il circolo virtuoso dello sviluppo possa riavviarsi, a prescindere dalle eventuali necessarie modifiche sul piano politico e socio-culturale.<\/p>\n<p>Per dare una risposta, occorre partire da quelli che appaiono essere gli elementi dominanti del cosiddetto modello di sviluppo asiatico, sotto il profilo dell\u2019organizzazione socio-culturale e politica. Si ribadisce, peraltro, la necessit\u00e0 di non enfatizzare la rilevanza degli elementi comuni alle societ\u00e0 sotto esame, dovendosi tenere in debito conto le differenziazioni nazionali, etniche e religiose della complessa realt\u00e0 asiatica, in particolare di quella della regione di sud-est.<\/p>\n<p>Si \u00e8 molto detto e scritto, negli anni della crescita economica nel Pacifico, dei fattori virtuosi che ne erano alla base. Si \u00e8 altres\u00ec evidenziato, negli stessi anni, come quei fattori potessero, se portati alle estreme conseguenze, zavorrare le ali della crescita economico-sociale, rischiando, nel medio periodo, di far stallare la sviluppo e precipitare l\u2019intero sistema\u00a0<sup>20<\/sup>.<\/p>\n<p>L\u2019investimento nel talento umano \u00e8 stata una delle prerogative pi\u00f9 evidenti della vicenda. Gli stati della regione hanno puntato somme consistenti sul bene sapere, nell\u2019istruzione e nella formazione. Ma questa politica ha riguardato quasi esclusivamente l\u2019educazione primaria e secondaria, secondo una valutazione dei bisogni di competenze che ha privilegiato gli aspetti tecnico\/ingegneristici dell\u2019istruzione, e che, in omaggio alla visione confuciana dell\u2019organizzazione sociale, ha confidato ai vertici della comunit\u00e0 politica e religiosa il sapere globale e filosofico. Quando una certa maturit\u00e0 sopraggiunta nella curva dello sviluppo ha creato la necessit\u00e0 di mansioni dirigenziali e superiori, capaci di visione e creativit\u00e0, si \u00e8 scoperto che queste mancavano. A Singapore si \u00e8 speso negli anni \u201890 per i cicli primario e secondario il 78% del bilancio globale dell\u2019istruzione, e in Indonesia l\u201988%; contro il 60% del Messico, il 50% dell\u2019Argentina, il 25% del Venezuela, paesi la cui maturit\u00e0 di sviluppo \u00e8 comparabile con quella dell\u2019oriente asiatico e che evidentemente hanno fatto scelte diverse in materia di formazione dei gruppi dirigenti.<\/p>\n<p>L\u2019apprezzamento e l\u2019uso del fattore tempo hanno rappresentato un aspetto essenziale per la curva dello sviluppo e la sua interruzione. \u00c8 stata celebrata la capacit\u00e0 dei ceti dirigenti dell\u2019oriente asiatico di programmare le scelte di impresa e le priorit\u00e0 dei budget pubblici su un percorso di medio-lungo periodo. \u00c8 stato rilevato come, a differenza di quanto ad esempio accadeva negli Stati Uniti e in altri santuari del capitalismo, in Oriente Giappone incluso, gli azionisti (e l\u2019elettorato&#8230;) mostrassero capacit\u00e0 di attendere il ritorno degli investimenti e dei risparmi, senza cupidigia di dividendi e interessi. Nella cultura di quegli anni, l\u2019investimento in infrastrutture pubbliche e in realizzazioni produttive private ha fatto premio sul dividendo, e il risparmio sul consumo. La frugalit\u00e0 e la capacit\u00e0 di sacrificio, la coesione sociale, il rispetto per l\u2019autorit\u00e0, ovvero i valori tradizionali dell\u2019ispirazione confuciana hanno fornito il substrato necessario a questo tipo di impegno collettivo. Tralasciando l\u2019impegno pubblico in infrastrutture, solo gli investimenti privati hanno rappresentato nella regione, tra la met\u00e0 degli anni \u201880 e la met\u00e0 degli anni\u201990, intorno a 1\/5 del prodotto interno lordo, pil, quando negli altri pvs ci si attestava intorno alla met\u00e0 di detto valore. Essendo per\u00f2 all\u2019origine dello sviluppo dinamico, non tanto l\u2019accumulazione interna quanto i capitali esteri speculativi a breve, attirati da un management conservatore, un basso debito pubblico, promesse di crescita veloce; essendo lo stesso credito interno soprattutto a breve, l\u2019abuso di fiducia nel ritorno a medio-lungo termine non \u00e8 stato certo estraneo al disastro finanziario del biennio \u201897-\u201998\u00a0<sup>21<\/sup>. Pagare debiti a breve, con profitti di medio-lungo periodo \u00e8 evidentemente cosa impossibile<a name=\"txt22\"><\/a>\u00a0<sup>22<\/sup>. Hanno resistito le Dae meglio strutturate sul piano finanziario e con pi\u00f9 equilibrio tra credito e ritorni, che avevano potuto provvedere all\u2019accumulo di profitti e ingressi da esportazioni e dividendi, Singapore e Taiwan, che guarda caso sono anche le economie dove la storia dello sviluppo dell\u2019oriente asiatico \u00e8 cominciata, e dove il tempo trascorso ha concesso il recupero degli investimenti.<\/p>\n<p>Il familismo e i legami clanici appartengono alla categoria dei fattori senza i quali non trova spiegazione quanto accaduto e accade nell\u2019oriente asiatico, in particolare in quello a cultura cinese e confuciana. Si tratta del vero collante di massimizzazione di ogni altro elemento, in positivo e in negativo. Nulla di tutto ci\u00f2 sarebbe stato possibile senza la capacit\u00e0 di fare massa dei clan, che hanno messo a disposizione dei singoli progetti imprenditoriali e di quello pi\u00f9 generale dell\u2019intera societ\u00e0, le singole risorse e la risorsa della solidariet\u00e0 di gruppo. Muovendo dalla famiglia larga, ed espandendosi, se del caso, sino a comprendere i membri del villaggio e delle diverse comunit\u00e0 su cui si fonda la piramide sociale, il legame di solidariet\u00e0 \u00e8 garanzia di afflusso di capitali e lavoro, e spiega la stabilit\u00e0 e il conservatorismo delle societ\u00e0 dell\u2019oriente asiatico, come anche il buon livello di risparmio interno e l\u2019innalzarsi progressivo del benessere.<\/p>\n<p>Trasportato a livello macro-sociale, il familismo e lo spirito di clan asiatico, animato dai precetti confuciani sul lavoro e il rispetto dell\u2019autorit\u00e0, diviene sostegno al modello asiatico di organizzazione dell\u2019impresa e del potere politico. Vi appartengono la vocazione naturale alla disciplina e al rispetto dele regole, l\u2019identificazione tra destino individuale e collettivo, riverenza per le gerarchie e i ruoli, disponibilit\u00e0 all\u2019aggregazione e a fare gruppo. Cos\u00ec l\u2019impresa non \u00e8 un fatto che riguardi solo l\u2019imprenditore che ne ha la direzione, sempre disponibile a collegarla con consorzi, grandi gruppi, politiche pubbliche, etc. Da qui le grosse realt\u00e0 finanziarie, industriali e terziarie di Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Thailandia. Da qui la remissione verso il potere politico, e la sostanziale inamovibilit\u00e0 di questo. Lo spirito clanico spiega anche il particolare legame cooperativo dei lavoratori con le loro aziende (quasi assente il classico conflitto capitalistico tra prestatori e datori di lavoro), cos\u00ec come la concentrazione tutta asiatica sull\u2019innovazione di processo piuttosto che su quella di prodotto\u00a0<sup>23<\/sup>, e la decisa dedizione al cliente che l\u2019economia orientale tende ad esprimere.<\/p>\n<p>Un autore\u00a0<sup>24<\/sup>\u00a0ha riassunto quest\u2019insieme di fattori nel neologismo orgware, contenitore di ogni prerogativa alla base dello sviluppo asiatico. L\u2019organizzazione e il software, avrebbero consentito l\u2019esaltazione delle virt\u00f9 manageriali, armonizzando costi aziendali e finanziari, tecnologie, componenti umane, asincronie finanziarie. La qualit\u00e0 dell\u2019<em>orgware<\/em>\u00a0lasciava intendere che il modello asiatico fosse in grado di vincere la competizione con Usa ed Europa, grazie alla maggiore efficienza che il subordinare il destino aziendale e personale a quello nazionale e collettivo, il privilegiare la capacit\u00e0 di organizzazione e distribuzione su quella di creare prodotti e tecnologie, l\u2019affidare la conduzione dell\u2019azienda-nazione ad \u00e9lite consolidate, venivano a garantire. L\u2019orgware avrebbe di fatto conferito all\u2019oriente quel dinamismo che Usa ed Europa stavano smarrendo, e che gli altri continenti poveri non erano stati in grado di esprimere.<\/p>\n<p>Sembra, al contrario, che la storia della seconda met\u00e0 degli anni \u201890 abbia evidenziato come il limite maggiore dello sviluppo dell\u2019oriente asiatico si sia venuto progressivamente a collocare proprio a livello del cosiddetto orgware. Le inefficienze e le inadempienze del comportamento giapponese durante il grande terremoto del \u201895, come le continue crisi al vertice di quel paese e del suo partito dominante, avevano gi\u00e0 messo a nudo, e proprio nel paese esemplare in materia di sviluppo dinamico asiatico, i limiti di un\u2019organizzazione sociale rigida, burocratizzata, condizionata da potentati economici troppo spesso ai limiti della legalit\u00e0. I colpi della crisi nel sud-est e in Cina hanno evidenziato come l\u2019eccesso di rigidit\u00e0 e sclerosi della piramide del potere economico e politico, visto soprattutto come effetto dell\u2019autoritarismo politico e culturale di derivazione confuciana, non potesse produrre la flessibilit\u00e0 e l\u2019apertura innovativa necessarie a rispondere colpo su colpo ai fattori di crisi. Lester Thurow aveva avvertito in tempo\u00a0<sup>25<\/sup>\u00a0tutti i nuovi arrivati nell\u2019arena della competizione economica internazionale che l\u2019epoca in cui c\u2019era spazio per la vittoria di tutti (<em>win win<\/em>) era terminata e che era ormai giunto il tempo della competizione per la sopravvivenza (<em>Head to Head<\/em>). Chi non \u00e8 stato in grado di fare i conti con gli eccessi del monolitismo sociale, ha dovuto sperimentare in casa propria i costi della previsione di Thurow.<\/p>\n<p>Da notare che l\u2019autoritarismo di derivazione confuciana incolla insieme politica ed economia, non facendo, di fatto, distinzione tra societ\u00e0 civile, impresa, gestione del potere politico. L\u2019esempio tipico di questo modo di pensare sta nella funzione economico-politico-sociale di strutture imprenditoriali come le\u00a0<em>chaebol<\/em>\u00a0coreane, le\u00a0<em>keyretsu<\/em>\u00a0nipponiche (rinate sulle ceneri delle\u00a0<em>zaibatsu<\/em>\u00a0d\u2019anteguerra), le holding statali o comunque pubbliche cinesi, ai cui comportamenti si imputano, tra l\u2019altro, rilevanti responsabilit\u00e0 nell\u2019attuale crisi. La loro tenace tendenza a compenetrare impresa con impresa, sindacato con sindacato, consiglio di amministrazione con consiglio di amministrazione ha commisto banche a industrie, distribuzione a produzione, diritti e doveri dei proprietari con quelli dei lavoratori dipendenti, e ha legato, mani e piedi, l\u2019economia alla politica, e la finanza ad ambedue. Il grande conglomerato di solidariet\u00e0 sociale, economica e politica che ne \u00e8 derivato, ha consentito all\u2019oriente asiatico di avanzare come una falange militare sui mercati mondiali, ma, come da sempre capita agli eserciti troppo monolitici, quando \u00e8 stato attaccato dagli irregolari (i\u00a0<em>raiders<\/em>\u00a0della finanza mondiale) ha subito un cedimento strutturale che \u00e8 ora difficile recuperare.<\/p>\n<p>La difficolt\u00e0 essenziale sta nel fatto che apparentemente non pu\u00f2 che mettersi mano alla revisione dell\u2019intero impianto del modello asiatico di sviluppo, smembrare ci\u00f2 che \u00e8 stato sinora coeso, responsabilizzare i livelli bassi distinguendo responsabilit\u00e0 e competenze, funzioni e apporti, allontanando il bene pubblico dagli interessi privati; selezionando una classe dirigente pi\u00f9 liberale in politica, meno dipendente dalla finanza internazionale in economia, pi\u00f9 attenta alla diversit\u00e0 di funzioni e ruoli nel sociale e nell\u2019organizzazione delle imprese, pi\u00f9 moderata nella smania di crescita e di guadagno. \u00c8 come se l\u2019oriente avesse perso una guerra culturale, prima ancora che politica, e dovesse arrendersi all\u2019evidenza che lo sviluppo capitalistico di tipo liberale pu\u00f2 essere realizzato solo attraverso regole di organizzazione sociale e politica di tipo capitalistico liberale, innervando con istituzioni di mercato la societ\u00e0 civile ed economica, lasciando crescere i sindacati dei lavoratori, dialettizzando i ruoli delle associazioni imprenditoriali rispetto a quelli dei partiti politici, dando autonomia al potere giudiziario anche e soprattutto in materia di diritto fallimentare e di conglomerati. Lo smembramento delle posizioni dominanti non potrebbe che far bene alla competizione, e consentire un meno asfittico sviluppo della miriade di piccole e medie imprese che potrebbero costituire la spina dorsale su cui far fiorire la nuova economia asiatica. Nell Filippine e in Thailandia, dove l\u2019esperienza confuciana non pesa, qualcosa del genere comincia ad accadere. E non casualmente queste due societ\u00e0 sono le meno contagiate da forme\u00a0<em>sistemiche<\/em>\u00a0di autoritarismo socio-politico, pur non mancando nella loro storia episodi anche lunghi di dispotismo asiatico. Tutto ci\u00f2 riguarda, certo, anche gli assetti della politica e le scelte strategiche della politica economica. Per questo \u00e8 probabile che gli attuali ceti di potere non rinuncino, magari attraverso qualche abbellimento di facciata, a mantenere il vecchio modello di sviluppo.<\/p>\n<p>Il problema si pone in modo drammatico per la Cina, sia per le dimensioni di quel paese, sia per la lunga sedimentazione dei valori prima confuciani poi socialisti nel corpo della societ\u00e0, della sua organizzazione economica, della sua cultura politica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il Regionalismo Inespresso<\/strong><\/p>\n<p>Uno dei paradossi dell\u2019evoluzione dell\u2019oriente asiatico \u00e8 che, pur raggruppando economie sostanzialmente aperte e omogenee, si compone di paesi a forte introversione politica e culturale. Il nazionalismo come malessere socio-politico risulta autentico protagonista della via asiatica allo sviluppo. Neppure l\u2019intreccio trentennale di commercio e investimenti del Pacifico \u00e8 stato capace di rimuovere le barriere esistenti tra paesi della regione. Una situazione che, tra l\u2019altro, ha impedito all\u2019Asean di evolvere in autentica organizzazione regionale, e al Giappone di giocare il ruolo di leader regionale. Sono molte le ragioni che spiegano questi fatti, dalla variet\u00e0 delle culture religiose ed etniche che sedimentano nelle nazioni dell\u2019area, alle differenze fra i regimi politici che hanno caratterizzato l\u2019evoluzione dei singoli paesi. Non si dimentichi, ad esempio, che tuttora sono al potere regimi comunisti, come in Cina e Vietnam, e militari, come in Cambogia e Birmania.<\/p>\n<p>Restano inoltre i rancori del passato recente, su livelli incomprensibili agli europei che, grazie ai processi innescati dall\u2019esistenza della Comunit\u00e0 europea, hanno superato i ricordi delle atrocit\u00e0 della seconda guerra mondiale. Tra Cina e Giappone, ad esempio, con piaghe che il nazionalismo giapponese non intende suturare in modo adeguato. Nel 1937 il Giappone aveva dichiarato guerra alla Cina, e occupato, il 13 dicembre, Nanchino. Gli orrori dell\u2019azione nipponica in quella citt\u00e0 sono riassunti in atrocit\u00e0 come il massacro di pi\u00f9 di trecentomila civili disarmati nelle prime sei settimane d\u2019occupazione, cataste di corpi alti anche pi\u00f9 di 1 metro, pi\u00f9 di 20.000 violenze a donne, pi\u00f9 di 1\/3 delle strade ed edifici distrutti, una stima di distruzioni di circa 29 miliardi di dollari attuali. Massacri simili furono anche compiuti dalle truppe nipponiche a Shangai. Solo all\u2019inizio di quest\u2019anno Tokyo ha offerto, ma in modo timido e contrastato, le proprie scuse a Pechino, mentre la storiografia ufficiale nipponica continua a negare l\u2019accaduto. Il Giappone \u00e8 anche bersaglio della condanna delle piccole nazioni del Pacifico, dato che \u00e8 tuttora viva la memoria dei misfatti compiuti dai soldati dell\u2019impero del sol levante nei primi mesi di guerra, con l\u2019acme del reclutamento violento, da parte dell\u2019esercito, di decine di migliaia di\u00a0<em>comfort-women<\/em>\u00a0durante l\u2019occupazione di Guam, dell\u2019isola di Wake, di Hong Kong, Malaya, Singapore, Indonesia, Birmania, Filippine. Tokyo si \u00e8 ben guardata, sinora, da offrire compensazioni e riparazioni.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi il risentimento di una separazione mal digerita tra Singapore e Malesia, con continue accuse di Kuala Lumpur per le preferenze che sarebbero accordate alla comunit\u00e0 cinese rispetto agli autoctoni di etnia malay. Indonesia e Filippine sono alla prese con movimenti indipendentisti e talvolta i due paesi sono portati a dubitare della lealt\u00e0 delle nazioni vicine. Vi sono innegabili tensioni tra le pretese democratiche della maggioranza dei paesi dell\u2019area e i comportamenti che risultano loro inaccettabili da parte di regimi locali, partner nel Pacifico in azioni di comune interesse. Inutile nascondersi che sullo sfondo, ad impedire l\u2019avvio di seri meccanismi di integrazione regionale sta anche il rifiuto delle piccole e medie nazioni del Pacifico di attribuire un ruolo di leadership formale a paesi come il Giappone e la Cina, e, specularmente, il ruolo che, lontana e inconsistente sotto il profilo politico l\u2019Unione europea, viene di fatto consentito agli Stati Uniti\u00a0<sup>26<\/sup>, paese del Pacifico ma non certo &#8220;asiatico&#8221;.<\/p>\n<p>L\u2019incrociarsi di veti e conflittualit\u00e0 sotterranee non consente di valorizzare in modo appropriato un fattore di enorme potenziale di sviluppo: la solidariet\u00e0 tra nazioni della regione. Se tale solidariet\u00e0 avesse potuto crescere nel corso degli anni \u201880, almeno in ambito Asean\u00a0<sup>27<\/sup>, certamente le economie dell\u2019oriente asiatico colpite dalla crisi nel corso della seconda met\u00e0 degli anni \u201890 avrebbero avuto a disposizione degli strumenti di solidariet\u00e0 finanziaria e politica che avrebbero consentito un minimo di resistenza alla crisi. Di pi\u00f9: come mostra quanto sta accadendo nei paesi dell\u2019euro, si sarebbero create le condizioni per un controllo della spesa pubblica e dei deficit di bilancia corrente, tale da impedire gli eccessi che hanno portato al disastro Thailandia, e altri paesi della regione asiatica. Il regionalismo, che ha fatto la forza dell\u2019Europa dal secondo dopoguerra ad oggi, non ha purtroppo incontrato in Asia le condizioni per prosperare, restando bloccato dalle rivendicazioni nazionalistiche dei paesi dell\u2019area. Sotto osservazione \u00e8, in quest\u2019ambito, l\u2019evoluzione dell\u2019Asean\u00a0<sup>28<\/sup>. Si \u00e8 gi\u00e0 fatto cenno al fatto che l\u2019organizzazione del sud-est asiatico, costruita sul principio della non interferenza negli affari interni e della convinta distinzione dei ruoli nazionali, non ha saputo dare risposta alle crisi politiche, sociali e recentemente economiche-finanziarie, che hanno toccato i paesi membri. Come ha scritto Economist nel febbraio \u201898, scegliere sempre la carota sul bastone, ha evitato scontri violenti a carattere intra-regionale e ha scansato problemi con i vicini ingombranti. Non ha consentito, per\u00f2, l\u2019indispensabile coordinamento politico ed economico davanti alle recenti crisi, e la vigilanza multilaterale sulle misure e le politiche nazionali.<\/p>\n<p>In questa direzione, peraltro, sta andando qualche segnale che arriva dalle riunioni Asean della fine del \u201898. La riunione dei ministri del commercio e dell\u2019economia, Manila ottobre \u201898, ha deciso di istituire l\u2019Area di investimento Asean (Aia) per rendere facili gli investimenti diretti. Entro il 2010 i progetti di investimenti diretti tra paesi membri saranno trattati come quelli degli investimenti interni. Dal 2020 la parit\u00e0 sar\u00e0 estesa anche agli altri investimenti. I ministri hanno dichiarato di voler stringere i tempi dell\u2019Afta, Asean Free Trade Area, strumento per la liberalizzazione di commercio e investimenti: cancellate le misure punitive non tariffarie, azzerate &#8220;per quanti pi\u00f9 prodotti possibile&#8221; le tariffe doganali attraverso una tariffa preferenziale comune. A Manila si \u00e8 deciso uno strumento di partenariato industriale tra imprese e si \u00e8 fatta circolare l\u2019idea di coordinare nei fatti il lavoro delle banche centrali. Un sistema di sorveglianza regionale, appoggiato sul segretariato di Giakarta e assistito dalla Banca di sviluppo asiatico, consentir\u00e0 inoltre ai paesi Asean di informarsi sulla rispettiva evoluzione economica, cos\u00ec da fornire &#8220;macro stabilit\u00e0&#8221;, alla regione e vigilare su chi sta conducendo politiche rischiose. Si \u00e8 ancora lontani dallo &#8220;schema&#8221; fissato dall\u2019Apec a Manila nel novembre \u201897, che puntava al varo di una specie di Fondo monetario asiatico, ma se le decisioni Asean andranno in porto, si sar\u00e0 indubbiamente aperto un varco nel muro del nazionalismo autoritario sinora espresso dalla cultura statale asiatica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Una Crisi di Sistema<\/strong><\/p>\n<p>Le crisi in corso nell\u2019oriente asiatico non hanno esclusivo carattere economico e finanziario, e trovano origine anche in squilibri socio-politici strutturali, come:<\/p>\n<p>il rapporto tra sviluppo economico, crescita di democrazia, equit\u00e0 nella distribuzione del benessere tra la popolazione,<\/p>\n<p>il rapporto tra culture nazionali e ambito internazionale.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 si \u00e8 portati ad escludere che si sia in presenza di una crisi ciclica di crescita, e che si sia al contrario davanti ad una crisi di struttura di parte di un modello di sviluppo. Non traggano in inganno quegli aspetti di indubbia natura ciclica (ad esempio le esportazioni, in probabile ritorno da cambio nel corso del \u201899; il possibile rilancio dei pil coreano, thailandese, malese nel \u201899), che sono uno degli aspetti della crisi, ma non il suo punto centrale. \u00c8 qui la ragione del fatto che la crisi del \u201897, essenzialmente finanziaria, sia sfociata in rivolgimenti sociali e politici. E qui si trova la ragione del perch\u00e9 le nuove leadership non possano limitarsi soltanto ad incidere sulle questioni finanziarie, e neppure solo sulle economiche, sottese all\u2019attuale crisi. Due esemplificazioni su tutte.<\/p>\n<p>In Malesia, il pi\u00f9 grande propagandista dei &#8220;valori asiatici&#8221;, da intendersi come opposti ai valori &#8220;occidentali&#8221;\u00a0<sup>29<\/sup>, il primo ministro Mahatir, sta facendo i conti con un\u2019opposizione, quella che si raccoglie intorno al suo vice Anwar, che mette in discussione la stessa finalizzazione dello sviluppo, ad esempio sotto il profilo della sostenibilit\u00e0 in rapporto alle risorse ambientali\u00a0<sup>30<\/sup>\u00a0e culturali del paese, ma anche in rapporto al bisogno di integrazione con la comunit\u00e0 regionale e internazionale degli stati\u00a0<sup>31<\/sup>. In Indonesia la successione di Habibie a Suharto, propugnatore ad oltranza dell\u2019esclusivit\u00e0 dei poteri statali dentro e fuori del paese, sta portando novit\u00e0 sia nel campo dei diritti civili e politici che dell\u2019attribuzione all\u2019Asean di maggiori poteri. In Birmania il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi contrappone alla giunta militare un modello di organizzazione sociale alternativo, mentre manda a dire a chi ritiene necessario che lo sviluppo dei pvs passi attraverso la conduzione autoritaria della societ\u00e0 e della politica che, se si ritiene la crescita economica l\u2019unica questione essenziale, si cerca &#8220;un rimedio buono per il disastro&#8221;, dato che &#8220;il vero sviluppo degli esseri umani comporta molto pi\u00f9 della sola crescita economica&#8221;\u00a0<sup>32<\/sup>.<\/p>\n<p>In fatto di maggiore equit\u00e0, occorre ribadire che lo sviluppo nell\u2019oriente asiatico ha avuto, tra i suoi indubbi effetti, quello di aver ridotto le sacche di povert\u00e0 e accresciuto oltre ogni pi\u00f9 rosea speranza il benessere materiale della popolazione\u00a0<sup>33<\/sup>. Dalla met\u00e0 degli anni \u201870 alla met\u00e0 degli anni \u201890, il numero delle persone sotto la linea internazionale della povert\u00e0, 1 dollaro americano al giorno, si \u00e8 ridotta della met\u00e0, da 720 a 350 milioni. Nessun\u2019altra regione in sviluppo ha subito una spinta cos\u00ec decisa al di qua del baratro della miseria, il che ha consentito all\u2019oriente asiatico di denunciare come povera, appena prima dello scatenarsi della crisi del 1997, solo il 20% della popolazione, contro il 60% degli anni \u201870. L\u2019aspettativa di vita alla nascita era, in Asia orientale, di 59,4 anni nel 1970, e di 68,8 anni nel 1995; la mortalit\u00e0 infantile rispettivamente di 76 e 34 ogni mille nascite. Ma la curva delle diseguaglianze sociali \u00e8 restata sostanzialmente immutata, sia in termini assoluti che relativi. L\u2019indice aggregato di diseguaglianza (Gini) mostra come l\u2019Asia orientale sia pi\u00f9 egualitaria dell\u2019America latina e dell\u2019Africa sub-sahariana, ma meno egualitaria dell\u2019Asia meridionale, dei paesi Ocse, dei paesi gi\u00e0 socialisti dell\u2019Europa centro-orientale, e che la sua situazione relativa sia migliorata, nel corso del decennio \u201880-\u201990 in modo non apprezzabile\u00a0<sup>34<\/sup>. Le diseguaglianze sono in particolare cresciute in Cina, Hong Kong, Thailandia, Filippine. Solo Singapore e, in parte, Malesia documentano una piccola discesa di disuguaglianza.<\/p>\n<p>La crisi ha frantumato il benessere dei ceti medi e respinto verso la miseria chi stava strutturando la propria esistenza al di qua della linea della povert\u00e0. Stanno crescendo criminalit\u00e0, furti, insicurezza urbana, droga, prostituzione. Si diffonde il fenomeno dell\u2019abbandono delle scuole. In questo quadro, sono evidenti tutti i limiti dello sviluppo abbandonato a se stesso. Cessata la richiesta di braccia e lavoro generata dalla\u00a0<em>supply side economics<\/em>, difettano strumenti per la stabilit\u00e0 macroeconomica e la crescita, e per politiche di aggiustamento favorevoli ad un\u2019equa distribuzione della ricchezza. E\u2019 la stessa Banca mondiale ad affermare che, invece, occorre attrezzarsi proprio per condurre in porto queste due politiche\u00a0<sup>35<\/sup>, operando, con l\u2019occasione, in favore dello stabilimento attivo di un quadro istituzionale di diritti del lavoro e della definitiva cancellazione delle sacche di sfruttamento economico delle povert\u00e0 e del lavoro marginale, incluso quello infantile. Affermazioni che riecheggiano il dibattito che, in sede di Comitato economico e sociale europeo e di Organizzazione internazionale del lavoro, da anni riguarda il cosiddetto &#8220;dumping sociale&#8221; delle esportazioni dall\u2019Asia orientale.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la democrazia, sono gli stessi governi della regione a mostrare di attribuire alla questione molta pi\u00f9 rilevanza che in passato. A causa dell\u2019affaire Anwar\u00a0<sup>36<\/sup>, i presidenti di Indonesia e Malesia hanno annullato, nell\u2019ottobre \u201898, il previsto scambio di visite. Sempre in relazione al caso Anwar, il pi\u00f9 influente consigliere politico del presidente indonesiano Habibie, ha rilasciato una dichiarazione pubblica del seguente tenore: &#8220;l\u2019Asean \u00e8 in pericolo di spaccarsi tra i paesi che guardano alla democrazia e ai diritti umani come valori universali la cui promozione diventa una comune responsabilit\u00e0, e coloro che ancora propongono i valori asiatici, ovvero governi forti che impongano politiche economiche efficienti e contrastino l\u2019influenza socio-culturale, oltre che economica, dell\u2019Occidente&#8221;. Il concetto \u00e8 stato ribadito, nel corso di una riunione a Manila dei ministri economici Asean, dal presidente delle Filippine Joseph Estrada che, creando un collegamento politico tra crisi finanziaria e via asiatica allo sviluppo, ha rifiutato il &#8220;nazionalismo asiatico&#8221; di Mahatir, e detto che &#8220;una veloce svolta Asean non pu\u00f2 essere realizzata senza gli impegni concertati col G7&#8221;.<\/p>\n<p>Si incrociano, quindi, esigenze di\u00a0<em>institutional building<\/em>\u00a0interno e di\u00a0<em>institutional building<\/em>\u00a0internazionale. Le societ\u00e0 dell\u2019oriente asiatico devono superare le concrezioni di clientelismo, familismo, corruzione, visibili nei loro attuali assetti politici e pubblici\u00a0<sup>37<\/sup>, e al contempo aprirsi alla collaborazione\/integrazione regionale e internazionale, rinunciando alle introversioni di \u00e9lite e regimi politici che intendono arricchirsi attraverso forme di semi-liberalismo economico e commerciale, mantenendo ben chiuso nelle loro mani il potere politico e socio-culturale sulle collettivit\u00e0 d\u2019origine. \u00c8 un processo che richiede tempo, perch\u00e9 complesso e di non facile attuazione. Anche perch\u00e9 un processo del genere verrebbe inevitabilmente a porre la questione del decentramento funzionale e territoriale dei poteri, del ruolo delle comunit\u00e0 etniche, delle autonomie religiose, etc. rischiando di innescare instabilit\u00e0 che andrebbero a lesionare le aperture verso la democratizzazione di sistema.<\/p>\n<p>Se giustamente si \u00e8 detto che all\u2019origine del blocco dello sviluppo in Asia orientale vi \u00e8 stato l\u2019improvviso sfiduciamento della finanza internazionale rispetto alle prospettive di sviluppo della regione, il crollo di queste \u00e8 derivato anche dal fallimento di un modello di sviluppo basato sul deficit strutturale di democrazia. Il blocco della crescita nell\u2019oriente asiatico \u00e8 anche figlio del blocco nello sviluppo sociale e democratico delle sue nazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0J.A. Schumpeter, Business Cycles, McGraw-Hill, 1939, vol. I, p. 84. A suo modo anche Maddison, che si richiama piuttosto a Salter, con la teoria dei paesi leader (tecnologici) e follower appare pensarla allo stesso modo: A. Maddison, Phases of Capitalist Development, Oxford University Press, 1982.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0V. ad esempio P. Bairoch, Lo sviluppo bloccato, Einaudi, 1976, p. 239.<\/p>\n<p><a name=\"cit3\"><\/a><sup>3<\/sup>\u00a0G. Fu\u00e0, Problemi dello sviluppo tardivo in Europa, Il Mulino, 1980; F. Fukuyama, Trust, Free Press Paperbacks Books, 1995.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0Il neologismo tende ad identificare l\u2019atteggiamento di economisti che trattano dati e fenomeni economici quasi fossero accidenti &#8220;di natura&#8221; e non frutto di una tra le pi\u00f9 precipue ed eminenti attivit\u00e0 umane, risultato anche di scelte e arbitrio, per l\u2019appunto l\u2019economia. Da qui la grande rilevanza che gli economisti an-umani danno a taluni dati piuttosto che ad altri. Per fare un esempio, chi decide se, in termini macro-economici, sia maggiormente rilevante la perdita di tre punti alla borsa valori o la perdita di tre punti nei livelli occupazionali? L\u2019atteggiamento an-umano tende ad attribuire maggiore rilevanza alla perdita in borsa, sulla base di un giudizio apparentemente neutrale ma che \u00e8 in realt\u00e0 un giudizio di valore, per cui la perdita di denaro sancita dalla discesa della borsa \u00e8 danno pi\u00f9 grave del costo umano e sociale derivante dalla perdita di lavoro.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0A. Sen, Poverty and famines: An essay on entitlement and deprivation, Clarendon Press, 1981.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0Per gli attuali canoni europei di democrazia, le eccezioni sono costituite da Filippine e Thailandia.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Economist, 27 febbraio \u201899, External Debt Outstanding, box su dati World Bank riferiti alla fine del \u201897.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0Viene calcolato come percentuale del totale del servizio del debito sul totale delle esportazioni di beni e servizi.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0Non ha luogo un fenomeno lineare di ampliamento delle opportunit\u00e0 di democrazia politica, come \u00e8 accaduto ad esempio nell\u2019Europa centro-orientale all\u2019inizio degli anni &#8217;90, ma di soluzioni adottate volta per volta a fronte di crisi interne ai regimi politici nazionali.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>\u00a0L\u2019Associazione delle nazioni del sud-est asiatico \u00e8 stata fondata l\u20198 agosto \u201867 con la firma della Dichiarazione di Bangkok da parte dei ministri degli esteri di Indonesia, Thailandia, Singapore, Filippine e Malesia. Oggi ne fanno parte anche Brunei, Vietnam, Laos e Birmania.<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>\u00a0E\u2019 evidentemente vero anche il contrario: ogni politica di sostegno della domanda opera in funzione della curva dell\u2019offerta, mirando all\u2019equilibrio e all\u2019incontro armonioso della domanda (stimolata) con l\u2019offerta disponibile e potenziale.<\/p>\n<p><sup>12<\/sup>\u00a0La sera del ferragosto 1971, il presidente Nixon dichiar\u00f2 l\u2019incorvertibilit\u00e0 del dollaro rispetto all\u2019oro. Anche ufficialmente, da quella data, l\u2019uso generalizzato del dollaro da parte del sistema economico internazionale \u00e8 divenuto una forma di prestito irredimibile operato dalla comunit\u00e0 internazionale nei confronti degli Stati Uniti. Questi, in corrispettivo, garantiscono il funzionamento del sistema economico internazionale, esercitando ruoli come quello di garante e regolatore di sistema (leadership globale militare-politica, controllo delle istituzioni finanziarie e commerciali mondiali come Gatt\/Omc e Fmi\/Banca mondiale), locomotiva di crescita (importatore sommo di beni e servizi da ogni mercato estero), innovatore tecnologico (di prodotto e di processo).<\/p>\n<p><sup>13<\/sup>\u00a0Occorre riflettere sul fatto che l\u2019ingresso in campo del competitore valutario euro, pu\u00f2 condurre a un effetto di sostituzione, tale da far rientrare una discreta massa di dollari negli Stati Uniti, con conseguenze per ora difficilmente calcolabili, ma comunque serie per un\u2019economia, come quella statunitense, fortemente indebitata.<\/p>\n<p><sup>14<\/sup>\u00a0Come si nota, non viene inserita nell\u2019elenco la Russia, il cui fallimento finanziario del \u201898 ha cause prettamente endogene, dipendenti, tra l\u2019altro, dall\u2019anomia della societ\u00e0 russa, dalla gravissima situazione di autoritarismo e corruzione in cui versano istituzioni e cultura civile del paese.<\/p>\n<p><sup>15<\/sup>\u00a0La componente psicologica, in questa vicenda, non \u00e8 irrilevante. Fattori come il rialzo dei rendimenti, la fiducia nella stabilit\u00e0 di un certo regime politico, l\u2019imitazione di comportamenti della concorrenza, etc. portano gli investitori ad insistere nel far confluire capitali in una certa situazione di sviluppo, anche a prescindere dalle indicazioni che i dati dell\u2019economia reale forniscono loro.<\/p>\n<p><sup>16<\/sup>\u00a0N\u00e9 occorre abusare del termine mercato, in particolare quando il riferimento va a situazioni di crescita economica iniziale, dove la destrutturazione sociale \u00e8 ancora elevatissima e le istituzioni regolatrici e garanti del mercato sono o inesistenti o in formazione.<\/p>\n<p><sup>17<\/sup>\u00a0Le aspettative di crescita cinese sono, per il \u201899, ridotte di 1\/3 rispetto ai calcoli iniziali, pur mantenendo, nelle previsioni governative, un rispettabile 6-7%. Inarrestabile procede, intanto, il recesso del tasso di crescita di Hong Kong, inaspettata vittima del ritorno alla madrepatria. Lo yuan Rmb sul mercato nero viene venduto, nell\u2019aprile \u201899, all\u20198-10% in meno del suo valore di cambio ufficiale.<\/p>\n<p><sup>18<\/sup>\u00a0Termini come &#8220;modello&#8221; vanno usati con parsimonia. Ci\u00f2 nonostante, appare che i paesi dell\u2019oriente asiatico, in particolare quelli di sud-est, abbiano percorso un comune sentiero allo sviluppo. Lo hanno caratterizzato fenomeni come: intensit\u00e0 di capitale estero, valorizzazione delle risorse umane locali, elevato sfruttamento della mano d\u2019opera e assenza di tutele sociali e sindacali, abusi ambientali, adozione di tecnologia estera, apertura al commercio internazionale.<\/p>\n<p><sup>19<\/sup>\u00a0La Cina ha registrato, tra il \u201898 e il \u201899, manifestazioni violente di malessere nelle sue campagne. Si hanno anche i primi fallimenti dei complessi industriali.<\/p>\n<p><sup>20<\/sup>\u00a0V. Troiani L., &#8220;La democrazia necessaria&#8221;, e &#8220;Via asiatica allo sviluppo&#8221;, monografico di Civilt\u00e0 del lavoro su Democrazia e Sviluppo, n. 2, 1995. Dello stesso autore, &#8220;La scoperta dell\u2019Asia&#8221;, in Comuni d\u2019Europa, n. 4, 1995.<\/p>\n<p><sup>21<\/sup>\u00a0Con il collasso del bath thailandese, 2 luglio \u201897, gli investitori esteri &#8220;&#8230; discovered&#8230; the magnitude of short-term debt. &#8230; Once investors lost confidence that reserves would cover short-term debt, both foreign and domestic investors scrambled to get out. &#8230; Contagion produced simultaneous declines in asset prices and spurred capital outflows. Within the space of six months, capital outflows from the region erased the inflows of the first semester, and turned the net flow to a negative US$12 billion. &#8230; in the space of a year net capital flows reversed by more than US$ 100 billion&#8221;. The World Bank Report, East Asia, The Road to Recovery, Sept. \u201898.<\/p>\n<p><sup>22<\/sup>\u00a0Si pensi che la Thailandia, l\u2019anello pi\u00f9 debole della catena di sud-est, arriva a un deficit nella bilancia delle partite correnti, pari all\u20198% del pil. Un deficit finanziato con crediti esteri a breve.<\/p>\n<p><sup>23<\/sup>\u00a0L\u2019innovazione nel processo produttivo va a incidere sui rapporti tra lavoratore e &#8220;padrone&#8221;, che nel tessuto confuciano e tao sono un elemento fondamentale della vita associata. Cos\u00ec giapponesi e asiatici in genere, hanno saltato le fasi tecnologiche intermedie e comprato le innovazioni di prodotto dagli Stati Uniti, investendo invece nell\u2019organizzazione del lavoro e delle imprese.<\/p>\n<p><sup>24<\/sup>\u00a0M. Fodella, Il fattore Orgware, Garzanti, 1993.<\/p>\n<p><sup>25 <\/sup>L. C. Thurow, Head to Head: The Coming Economic Battle Among Japan, Europe and America, Morrow, 1992.<\/p>\n<p><sup>26<\/sup>\u00a0Un ruolo che risalta con pienezza nell\u2019Apec, Asia-Pacific Economic Cooperation, un forum di cooperazione tra le Americhe e l\u2019Asia. I suoi membri, provenienti dal sud del mondo (Asean, Corea, Cina, etc.) e dal nord sviluppato (Stati Uniti, Giappone, Australia, etc.) scelgono di lavorare alla creazione di un\u2019area di commercio e investimenti liberi entro il 2010 tra paesi sviluppati, che includer\u00e0 dal 2020 anche i pvs. La creazione di Apec, come luogo di incontro e concertazione tra le economie che si affacciano sul Pacifico, risale al gennaio 1989, su idea dell\u2019allora primo ministro australiano Bob Hawke. Apec si \u00e8 dotata di un segretariato, attivo a Singapore dal 1993, con compiti di esclusivo supporto amministrativo ad attivit\u00e0 e iniziative comuni e in assenza di qualunque potere decisionale autonomo. Il forum del Pacifico appare come il pi\u00f9 vasto fenomeno regionale esistente. Mette insieme pi\u00f9 della met\u00e0 della popolazione mondiale e il 45 per cento del commercio internazionale. Si va di fatto trasformando nel principale veicolo di promozione dei principi di libero scambio e cooperazione economica nella regione e nel mondo. Le economie comprese al suo interno, nonostante certe crisi in corso, sono tra le pi\u00f9 grandi e dinamiche, con un pil complessivo di 16.000 miliardi di dollari nel \u201895-\u201996, ben due volte maggiore di quello europeo. N\u00e9 va trascurato che Apec include paesi con i pi\u00f9 diversi livelli di sviluppo economico e quindi oltre a rappresentare, in scala, una copia fedele della situazione mondiale, ha prospettive di sviluppo degli scambi interni assai elevate, molto pi\u00f9 di quelle europee o transatlantiche.<\/p>\n<p><sup>27<\/sup>\u00a0Il centro decisionale Asean risiede nella Conferenza dei ministri degli esteri, convocata per rotazione almeno una volta l\u2019anno. La gestione degli affari correnti spetta al Comitato permanente, che si riunisce ogni due mesi: ne fanno parte il ministro degli esteri a rotazione, insieme ai direttori generali per gli affari Asean di ciascun paese membro. Come si vede, nessun potere autonomo \u00e8 attribuito al Segretariato che siede a Giakarta, n\u00e9 esiste un\u2019istituzione che, come la Commissione nel contesto dell\u2019Unione europea, sia dotata di poteri propri.<\/p>\n<p><sup>28<\/sup>\u00a0V. Troiani L., Asia, la rete degli organismi regionali, in Politica Internazionale, n. 3-4, \u201898.<\/p>\n<p><sup>29<\/sup>\u00a0I &#8220;valori asiatici&#8221; sono stati definiti da leaders come Li e Mahatir fonte di pace, progresso e benessere in contrasto con le conseguenze negative che deriverebbero dall\u2019introduzione della cultura democratica di tipo occidentale nel tessuto dei rapporti sociali asiatici. Li ha detto in un celebre discorso alla nazione singaporeana e a tutto il sud-est asiatico: &#8220;Se adottiamo i valori occidentali, la coesione sar\u00e0 minacciata e il paese andr\u00e0 alla malora&#8221;. Mahatir nel libro &#8220;Un\u2019Asia che pu\u00f2 dire no&#8221; ha scritto che occorre &#8220;tenersi da parte rispetto a Stati Uniti ed Europa&#8221;. E ancora Li, rifacendosi a Confucio quale maestro di autoritarismo politico e conservatorismo sociale, &#8220;Una visione confuciana dell\u2019ordine tra colui che \u00e8 soggetto e colui che comanda, aiuta la rapida trasformazione della societ\u00e0&#8230; in altre parole ci si adatta al proprio posto nella societ\u00e0, esattamente l\u2019opposto dei diritti americani dell\u2019individuo&#8221;. Ha ben riassunto il confronto in atto David Howell, presidente della Commissione affari esteri ai Comuni britannici: &#8220;In gioco c\u2019\u00e8 il nostro modo di vivere, e quella superiorit\u00e0 (per noi) scontata dei valori liberali dell\u2019occidente, che lo puntella&#8221;.<\/p>\n<p><sup>30<\/sup>\u00a0La distruzione delle foreste tropicali \u00e8 il pi\u00f9 macroscopico segnale dei limiti insiti in uno sviluppo disinteressato al suo futuro. Tra il \u201860 e il \u201990 il mondo ha sfruttato circa il 20% del suo patrimonio di foreste tropicali. Nello stesso periodo i tagli in America Latina e in Africa sono stati intorno al 18%, in Asia sono arrivati al 30%.<\/p>\n<p><sup>31<\/sup>\u00a0Gli immensi roghi delle foreste di Giava tra il \u201897 e il \u201898, la siccit\u00e0 e altri disastri naturali, ricollegabili ai danni ambientali dello sviluppo, l\u2019oscuramento per mesi del cielo di molti paesi del Pacifico, l\u2019impatto emotivo di incidenti di aerei e altri mezzi di comunicazione causati da detti fenomeni, hanno fatto forte impressione sull\u2019opinione pubblica asiatica. Le concomitanti voragini finanziaria, sociale e ambientale hanno dimostrato la necessit\u00e0 sia di rivedere le strategie dello sviluppo, sia di accettare il principio di co-gestione regionale e internazionale dei problemi, visto che questi non sono circoscrivibili al solo livello nazionale.<\/p>\n<p><sup>32<\/sup>\u00a0Suu Kyi, Messaggio scritto alle Nazioni Unite, Manila, 1994.<\/p>\n<p><sup>33<\/sup>\u00a0&#8220;The region succeeded in converting persistently high growth rates into improvements in welfare because growth, supported with widespread social services, created jobs for the poor&#8230;&#8221;, The World Bank, cit., p. 2.<\/p>\n<p><sup>34<\/sup>\u00a0L\u2019indice passa da 38,7 a 38,1. Nei paesi Ocse passa da 33,2 a 33,8. In Medio Oriente e in Nord Africa migliora da 40,5 a 38, e nell\u2019Asia meridionale da 35 a 31,9.<\/p>\n<p><sup>35<\/sup>\u00a0&#8220;&#8230; only way to begin to put a floor under the falling incomes of the poor.&#8221; The World Bank, cit., p. 74.<\/p>\n<p><sup>36<\/sup>\u00a0L\u2019ex vice primo ministro malese \u00e8 stato accusato di sodomia e altri reati sessuali. Malmenato e imprigionato, \u00e8 sottoposto a un processo che l\u2019opinione pubblica internazionale e l\u2019opposizione giudicano politico. Poco prima dell\u2019incarcerazione, Anwar aveva preso posizione, in un articolo, sul bisogno di maggiore integrazione in ambito Asean e della conseguente rinuncia al nazionalismo esasperato: &#8220;bisogna considerare interventi costruttivi negli affari interni dei paesi membri, perch\u00e9 tutti noi nella regione siamo collegati ai nostri fratelli da valori umani fondamentali&#8221;.<\/p>\n<p><sup>37<\/sup>\u00a0&#8220;Corruption is a long-standing feature of most Asian societies but its profile is on the rise with increasing public attention to international corruption rankings, and high-profile scandals from Japan to Vietnam. &#8230; public institutions are largely ineffective and driven more by private gain than the public good&#8230;&#8221;. The World Bank, cit., p. 92.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[924],"fascicolo":[15],"class_list":["post-893","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-maggio"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il blocco dello sviluppo nell&#039;Asia Orientale<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Maggio 1999. 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