{"id":4237,"date":"2026-10-01T01:00:00","date_gmt":"2026-09-30T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=4237"},"modified":"2026-09-25T11:14:13","modified_gmt":"2026-09-25T09:14:13","slug":"la-santa-sede-alla-prova-delle-guerre-jugoslave-1991-1995-diplomazia-della-discrezione-e-dottrina-sociale-tra-belgrado-sarajevo-e-dayton","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2026\/ottobre\/la-santa-sede-alla-prova-delle-guerre-jugoslave-1991-1995-diplomazia-della-discrezione-e-dottrina-sociale-tra-belgrado-sarajevo-e-dayton\/","title":{"rendered":"LA SANTA SEDE ALLA PROVA DELLE GUERRE JUGOSLAVE (1991-1995) Diplomazia della discrezione e dottrina sociale tra Belgrado, Sarajevo e Dayton"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Introduzione<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Trentacinque anni fa, il 25 giugno 1991, la penisola balcanica occidentale precipitava in una serie di conflitti armati di sanguinosa portata. L\u2019indipendentismo di Slovenia e Croazia e il contrapposto disegno della \u201cGrande Serbia\u201d innescarono la dissoluzione della Jugoslavia e una lunga scia di bombardamenti, violenze e pulizia etnica. In quel contesto, un attore solitamente ai margini dell\u2019architettura di sicurezza europea assunse un ruolo di primo piano: la Santa Sede, che ag\u00ec per via diplomatica con determinazione e perseveranza, non solo per evitare inutili sofferenze alla popolazione civile, ma anche per richiamare la comunit\u00e0 internazionale alle proprie responsabilit\u00e0 di fronte all\u2019ultimo grande dramma umanitario europeo del Novecento. Un ruolo cercato e assunto senza esitazioni, sia per la sua peculiare missione di pace, sia per una carenza di interessamento di molti altri attori internazionali. Eppure storiografia e opinione pubblica hanno spesso sottostimato questa azione. Si propone qui una rilettura, alla luce della storia delle relazioni diplomatiche e della dottrina sociale della Chiesa (DSC).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Un rapporto anomalo: la Santa Sede e la Jugoslavia di Tito<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le relazioni tra Santa Sede e Jugoslavia furono interrotte dal 1952 al 1970, dopo che Belgrado dichiar\u00f2 che il mantenimento di normali rapporti diplomatici \u00abnon aveva pi\u00f9 alcuna ragion d\u2019essere\u00bb<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><sup>[1]<\/sup><\/a>. Le cause erano insieme dottrinali \u2013 legate alla gestione del clero e alla vicenda del vescovo Stepinac \u2013 e politiche, nella volont\u00e0 di Tito di controllare una propria Chiesa jugoslava. Fu proprio la rottura di Tito con Mosca, nel 1948, ad aprire per\u00f2 uno spazio di dialogo: attraverso il lavoro discreto del cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, si giunse a un <em>modus vivendi<\/em>, suggellato dal Protocollo di Belgrado del 1966 e dal ristabilimento della pronunzia apostolica nel 1970. L\u2019incontro fra Tito e Casaroli del 26 agosto di quell\u2019anno fu definito \u00abdisteso e cordiale\u00bb, con un \u00abapprezzamento del maresciallo per l\u2019azione del Papa\u00bb che appariva \u00abevidente e sincero\u00bb<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\"><sup>[2]<\/sup><\/a>. Decisivo fu l\u2019interesse della Santa Sede, nella temperie post-conciliare di apertura al \u201cmondo esterno\u201d, per il Movimento dei Paesi non allineati, di cui la Jugoslavia era guida: l\u2019ex presidente del governo federale jugoslavo, Mitja Ribi\u010di\u010d, arriv\u00f2 a definire la Santa Sede \u00abil nostro miglior alleato\u00bb, soprattutto per la difesa dei diritti delle minoranze etniche<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><sup>[3]<\/sup><\/a>. Un rapporto costruito non sul piano confessionale, ma su una comune sensibilit\u00e0 per la pace e la dignit\u00e0 delle minoranze; principi che, vent\u2019anni pi\u00f9 tardi, avrebbero orientato la lettura vaticana della crisi jugoslava.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Il<\/em> <em>riconoscimento di Slovenia e Croazia: una scelta di diritto internazionale<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il 13 gennaio 1992 la Santa Sede divenne uno dei primi Stati a riconoscere ufficialmente l\u2019indipendenza di Slovenia e Croazia, anticipando di due giorni gli Stati membri della Comunit\u00e0 europea. Un riconoscimento preparato fin dal 3 luglio 1991, quando i rappresentanti vaticani presso la CSCE giudicavano inaccettabile una unit\u00e0 della Jugoslavia ottenuta come risultato dell\u2019azione delle forze armate<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\"><sup>[4]<\/sup><\/a>. Le ragioni di quello che viene definito uno \u00abstrappo\u00bb<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\"><sup>[5]<\/sup><\/a> alla prassi diplomatica della Santa Sede non si esauriscono in un favore confessionale verso due Repubbliche a maggioranza cattolica, lettura incompleta proposta talvolta dalla storiografia. Tre motivazioni complementari spiegano meglio la decisione: anzitutto una scelta di solidariet\u00e0 verso le popolazioni e le vittime del conflitto; in secondo luogo il tentativo di trasformare quella che appariva come una guerra civile interna in una vera guerra fra Stati sovrani, riportandola cos\u00ec sotto la responsabilit\u00e0 del diritto internazionale e della comunit\u00e0 delle nazioni; infine la prima formulazione, dal cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, del \u00abdiritto e dovere di ingerenza\u00bb<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\"><sup>[6]<\/sup><\/a> in situazioni di aggressione. Categorie che vanno lette nella grammatica della DSC, oltre che in quella del diritto internazionale: la solidariet\u00e0, per la Chiesa, non \u00e8 \u00abun sentimento di vaga compassione\u00bb, ma una \u00abdeterminazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune\u00bb<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><sup>[7]<\/sup><\/a>. Da questa determinazione, non da un calcolo geopolitico, discese la rapidit\u00e0 del riconoscimento della Santa Sede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>La guerra in Bosnia-Erzegovina: la \u201cdiplomazia della discrezione\u201d<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Soggetto di diritto internazionale che non negozia confini n\u00e9 dispiega truppe, la Santa Sede affront\u00f2 la guerra bosniaca sul piano dei principi morali, nei limiti dell\u2019articolo 24 del Trattato del Laterano, che la impegna a restare estranea alle competizioni temporali fra Stati riservandosi il diritto di \u00abfar valere la sua potest\u00e0 morale e spirituale\u00bb. Fu il cardinale Sodano, il 6 agosto 1992, al termine di un incontro con Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo, a precisare quel principio davanti alla tragedia di Sarajevo: \u00abGli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare uno che vuole uccidere. Questo non \u00e8 favorire la guerra, ma impedire la guerra\u00bb<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\"><sup>[8]<\/sup><\/a>. Parole rafforzate il giorno successivo da un comunicato della Sala Stampa vaticana: \u00abSi \u00e8 complici del male anche tacendo\u00bb<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\"><sup>[9]<\/sup><\/a>. Come ha ricordato monsignor Nikola Eterovi\u0107, quelle dichiarazioni nascevano dalla \u00abtragica situazione della popolazione di Sarajevo, mentre la cosiddetta Comunit\u00e0 internazionale assisteva passivamente all\u2019inaudita tragedia della popolazione civile\u00bb<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\"><sup>[10]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oltre a dichiarazioni di principio, proclami morali o questioni di riconoscimento, la Segreteria di Stato fu maggiormente attiva anche sul campo di battaglia e sul piano degli aiuti umanitari durante il conflitto bosniaco. L\u2019azione della Santa Sede fu sollecitata soprattutto dalle notizie che giungevano dal territorio attraverso la rete capillare di parrocchie, diocesi e vescovi. Si susseguirono, pertanto, appelli e denunce anche nelle sedi degli organismi internazionali, come l\u2019ONU e la CSCE, dove la Santa Sede era membro osservatore nella prima e membro effettivo nella seconda. Anche il Santo Padre, Giovanni Paolo II, moltiplic\u00f2 gli appelli pubblici e i gesti pastorali: il 12 novembre 1992 scrisse ai vescovi di Bosnia-Erzegovina assicurando il proprio sostegno \u00absia per contribuire a porre fine al conflitto, sia per intensificare l\u2019arrivo degli aiuti umanitari\u00bb<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\"><sup>[11]<\/sup><\/a>; il primo dicembre convoc\u00f2, con i presidenti delle Conferenze episcopali europee, una giornata di preghiera per la pace ad Assisi, il 10 gennaio 1993.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il momento pi\u00f9 emblematico di questa diplomazia resta, a ogni modo, il viaggio apostolico a Sarajevo, annunciato per il settembre 1994 e rinviato all\u2019ultimo momento per l\u2019assenza di garanzie di sicurezza. Secondo monsignor Eterovi\u0107 e documenti governativi e diplomatici rinvenuti ai <em>The National Archives<\/em> di Londra, a far desistere il Pontefice non fu il timore per la propria incolumit\u00e0, ma \u00abla possibilit\u00e0 che qualche fedele potesse essere ucciso in tale occasione: ci\u00f2 per Lui era pi\u00f9 importante che la sua sicurezza personale\u00bb. Rinunciato il viaggio, Giovanni Paolo II celebr\u00f2 comunque, da Castel Gandolfo, una Messa per la pace nei Balcani. Sullo sfondo restava una distinzione che la Santa Sede non avrebbe mai abbandonato: quella fra la pace come assenza di guerra e la pace come frutto della giustizia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Dayton: una pace necessaria, non ancora giusta<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli Accordi di Dayton, nel novembre 1995, posero fine alle ostilit\u00e0 e ricevettero un apprezzamento formale della Santa Sede, in quanto portava a termine la cruenta guerra in Bosnia-Erzegovina. Ma, come ricorda monsignor Eterovi\u0107, negli ambienti vaticani \u00abpermanevano forti riserve circa il suo contenuto e circa la funzione dello Stato\u00bb, nella consapevolezza che l\u2019Accordo \u00abnon era giusto\u00bb. Dayton fu definito, in ambienti vicini alla Santa Sede, una vera e propria \u00ab\u201ccamicia di forza\u201d imposta ai tre popoli della Bosnia ed Erzegovina\u00bb<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\"><sup>[12]<\/sup><\/a>, che lasciava aperte le questioni del ritorno dei rifugiati e della riconciliazione fra le comunit\u00e0. Diversamente dalla diplomazia statunitense, per la quale \u00abnessun interesse nazionale vitale degli Stati Uniti era direttamente toccato\u00bb dall\u2019unit\u00e0 o meno della Bosnia<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\"><sup>[13]<\/sup><\/a>, e vicina alla diplomazia della Comunit\u00e0\/Unione europea<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\"><sup>[14]<\/sup><\/a>, la Santa Sede ribad\u00ec sempre \u00abl\u2019importanza della Bosnia ed Erzegovina unita, fondata sulle norme del diritto internazionale e sul rispetto dei diritti e dei doveri dei tre popoli costitutivi\u00bb<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\"><sup>[15]<\/sup><\/a>: una posizione attenta alle persone prima che agli Stati, radicata nei principi della dignit\u00e0 umana e della solidariet\u00e0 pi\u00f9 volte richiamati dal magistero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fu lo stesso Giovanni Paolo II, nel viaggio apostolico a Sarajevo del 12-13 aprile 1997, a indicare la via che restava da percorrere: \u00ab\u201cPerdoniamo e domandiamo perdono\u201d, [\u2026] Non possiamo non intraprendere il difficile, ma necessario pellegrinaggio del perdono, che porta ad una profonda riconciliazione\u00bb, nell\u2019auspicio che \u00abSarajevo diventi per tutta l\u2019Europa un modello di convivenza fra popoli di etnie e religioni diverse\u00bb<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\"><sup>[16]<\/sup><\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong><em>Conclusione<\/em><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal riconoscimento di Slovenia e Croazia al giudizio sospeso su Dayton, l\u2019azione della Santa Sede nelle guerre jugoslave mostra una coerenza che va oltre la cronaca diplomatica: una \u201cdiplomazia della discrezione\u201d capace di parlare il linguaggio del diritto internazionale senza abbandonare quello, pi\u00f9 esigente, della dottrina sociale della Chiesa. Senza eserciti n\u00e9 interessi economici nella regione, libera nei fini quanto vincolata nei mezzi, la Santa Sede pot\u00e9 permettersi una franchezza preclusa ad altri attori, ricordando alla comunit\u00e0 internazionale \u2013 con le parole di Sodano \u2013 che \u00absi \u00e8 complici del male anche tacendo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>NOTE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Agostino Casaroli, <em>Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-1989)<\/em>, Torino, Einaudi, 2000, p. 199.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a><em> Ivi<\/em>, p. 245.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Jure Ram\u0161ak, <em>The Crumbling Touchstone of the Vatican\u2019s Ostpolitik: Relations between the Holy See and Yugoslavia, 1970\u20131989<\/em>, in The International History Review, Vol. 43, n. 4, 2020, pp. 856-857.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Mario Agnes (a cura di), <em>La Crisi Jugoslava: Posizione e azione della Santa Sede (1991-1992<\/em>), in \u00abQuaderni de L\u2019Osservatore Romano\u00bb, Vol. 18, Citt\u00e0 del Vaticano: Libreria editrice vaticana, 1992.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Roberto Morozzo della Rocca, <em>Le religioni e la dissoluzione della Jugoslavia<\/em>, in Antonio D\u2019Alessandri (a cura di), <em>Dopo la Pioggia: Gli Stati della ex Jugoslavia e l\u2019Albania (1991-2011)<\/em>, Lecce: Argo, 2011, p. 474.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a> Dalla dichiarazione del cardinale segretario di Stato Angelo Sodano del 6 agosto 1992 riferendosi alla guerra in Bosnia-Erzegovina, apparsa l\u20198 agosto 1992 su <em>L\u2019Osservatore Romano<\/em>, citata in <em>Dossier su Chiesa e guerra in Bosnia-Erzegovina<\/em>, in \u00abAggiornamenti Sociali\u00bb, n. 1, 1993, pp. 73-74.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a> Giovanni Paolo II, <em>Sollicitudo Rei Socialis<\/em>, 30 dicembre 1987, n. 38.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a> Dalla dichiarazione del cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, cit.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a> Dal comunicato della Sala Stampa vaticana del 7 agosto 1992 circa la posizione della Santa Sede sulla guerra in Bosnia-Erzegovina, apparso l\u20198 agosto 1992 su <em>L\u2019Osservatore Romano<\/em>, citato in <em>Dossier su Chiesa e guerra in Bosnia-Erzegovina<\/em>, cit., pp. 74-75.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a> Intervista a Monsignor Nikola Eterovi\u0107, condotta dall\u2019autore nel giugno 2026.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a> Giovanni Paolo II, <em>Messaggio ai vescovi della Bosnia-Erzegovina<\/em>, 12 novembre 1992.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a> Intervista a Monsignor Nikola Eterovi\u0107; il virgolettato si riferisce alle parole del cardinale Vinko Pulji\u0107, gi\u00e0 arcivescovo di Vrhbosna Sarajevo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a> Richard C. Holbrooke, <em>To end a war, <\/em>Holbrooke, New York: The modern library,\u00a01999, p. 365<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a> Per una visione comparata dell\u2019intervento della Comunit\u00e0\/Unione europea e Santa Sede durante le prime guerre jugoslave, si veda la tesi magistrale dell\u2019autore, Damiano Ranca, <em>Dal nazionalismo all\u2019europeismo? L\u2019idea d\u2019Europa alla prova delle guerre jugoslave<\/em>, 16 luglio 2026.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a> Intervista a Monsignor Nikola Eterovi\u0107.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a> Giovanni Paolo II, <em>Omelia durante il viaggio apostolico a Sarajevo<\/em>, 13 aprile 1997.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1305],"fascicolo":[371],"class_list":["post-4237","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-damiano-ranca","fascicolo-ottobre-2026"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - LA SANTA SEDE ALLA PROVA DELLE GUERRE JUGOSLAVE (1991-1995) Diplomazia della discrezione e dottrina sociale tra Belgrado, Sarajevo e Dayton<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Damiano Ranca, pubblicato nel numero di Ottobre 2026. 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