{"id":3342,"date":"2026-02-01T12:00:00","date_gmt":"2026-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=3342"},"modified":"2026-04-20T12:00:42","modified_gmt":"2026-04-20T10:00:42","slug":"il-futuro-del-terzo-settore-tra-sfide-e-opportunita","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2026\/febbraio\/il-futuro-del-terzo-settore-tra-sfide-e-opportunita\/","title":{"rendered":"Il futuro del Terzo Settore, tra sfide e opportunit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p><strong>1. Una proposta, molte domande<\/strong><\/p>\n<p>Negli ultimi decenni il modello europeo di welfare state, nato nel secondo dopoguerra come grande progetto di coesione sociale, mostra segni sempre pi\u00f9 evidenti di fragilit\u00e0. Le trasformazioni demografiche, l\u2019instabilit\u00e0 dei mercati del lavoro, la digitalizzazione e la progressiva riduzione delle risorse pubbliche hanno indebolito la promessa di protezione \u201cdalla culla alla bara\u201d che aveva caratterizzato la stagione precedente del welfare. Come rilevato da Esping-Andersen (1990) e Ferrera (2012), questa crisi deriva da una tensione irrisolta tra universalismo dei diritti e sostenibilit\u00e0 economica, tra standardizzazione burocratica e crescente personalizzazione dei bisogni.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo contesto che si colloca la proposta di Stefano Zamagni, che da oltre un decennio invita a rileggere il welfare come bene comune e non soltanto come sistema redistributivo. Il suo concetto di\u00a0<em>welfare civile<\/em>\u00a0(Zamagni, 2018) implica un passaggio significativo: dalla logica della delega alla logica della corresponsabilit\u00e0; dal cittadino-utente al cittadino co-produttore di benessere; dalla centralit\u00e0 esclusiva dello Stato alla cooperazione strutturata tra pubblico, privato e societ\u00e0 civile. Questa visione affonda le sue radici nell\u2019economia civile italiana e nella sussidiariet\u00e0 circolare, intesa \u2014 come ricorda Donati (2019) \u2014 come forma evoluta di reciprocit\u00e0 sociale.<\/p>\n<p>Si tratta di una prospettiva senza dubbio originale e generativa, che tuttavia solleva questioni complesse. \u00c8 possibile immaginare un welfare fondato sulla fiducia e sulla cooperazione in contesti segnati da frammentazione, competizione e disuguaglianze? Quali competenze e quali forme di leadership sono necessarie per accompagnare una trasformazione cos\u00ec profonda? Quali dispositivi culturali e istituzionali sono indispensabili affinch\u00e9 la corresponsabilit\u00e0 diventi effettivamente praticabile?<\/p>\n<p>La questione della leadership assume un ruolo particolarmente rilevante. Il welfare civile non richiede figure di comando, ma guide capaci di orientare processi collettivi: soggetti e istituzioni in grado di \u201ctenere insieme\u201d pi\u00f9 che dirigere. La leadership, in questo quadro, diventa un esercizio di cura relazionale e di costruzione di senso. Come afferma Heifetz (1994), governare il cambiamento significa mobilitare le persone per affrontare sfide difficili, non imporre soluzioni dall\u2019alto. Ne deriva che la formazione degli attori del Terzo Settore e delle amministrazioni pubbliche non pu\u00f2 limitarsi a un approccio manageriale tradizionale, ma deve promuovere forme di leadership generativa, basate sull\u2019ascolto, sulla decisione partecipata e sulla costruzione di visioni condivise.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo di questo articolo non \u00e8 commentare Zamagni, ma dialogare con la sua proposta, esplorando i nodi critici che essa pone: la complessit\u00e0 della governance, la professionalit\u00e0 richiesta oggi al Terzo Settore, l\u2019ibridazione crescente con il mondo profit, il ruolo dei media nella costruzione dell\u2019immaginario sociale e, infine, il cambiamento culturale che una prospettiva di welfare civile inevitabilmente presuppone.<\/p>\n<p>Come osserva lo stesso Zamagni, il welfare civile non configura una semplice riforma amministrativa, ma una \u201ctrasformazione antropologica\u201d. \u00c8 forse in questa ambizione radicale che si trovano sia la forza generativa della proposta, sia le difficolt\u00e0 concrete della sua realizzazione.<\/p>\n<p><strong>2. Il quadro teorico: dal welfare state al welfare civile<\/strong><\/p>\n<p>Per comprendere la portata della proposta di Zamagni, \u00e8 utile collocarla nel lungo percorso che ha segnato la storia del welfare in Europa. Il welfare state nasce nel secondo dopoguerra come risposta politica ed etica alla miseria prodotta da due guerre mondiali. Il\u00a0<em>Beveridge Report<\/em>\u00a0del 1942 \u2014 considerato l\u2019atto fondativo del modello \u2014 definiva la protezione sociale come strumento di emancipazione dalla \u201ctriple maledizione\u201d della malattia, dell\u2019ignoranza e della povert\u00e0. In quella fase, la fiducia nello Stato era ancora alta, e l\u2019intervento pubblico veniva percepito come garanzia di equit\u00e0 e solidariet\u00e0.<\/p>\n<p>Negli anni successivi, l\u2019espansione dei sistemi di welfare fu sostenuta da una crescita economica stabile e da un consenso diffuso attorno all\u2019idea di cittadinanza sociale (Marshall, 1950). Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta, si avvia una progressiva\u00a0<strong>crisi di sostenibilit\u00e0<\/strong>. Esping-Andersen (1990) ha mostrato come i diversi modelli di welfare \u2014 socialdemocratico, corporativo e liberale \u2014 abbiano reagito in modo differente alla globalizzazione, ma condividendo un medesimo destino: l\u2019incapacit\u00e0 di rispondere ai nuovi rischi sociali legati alla precariet\u00e0, alla frammentazione familiare e alla transizione demografica.<\/p>\n<p>Zamagni colloca la sua riflessione dentro questa trasformazione, ma ne modifica la prospettiva. A suo giudizio, la crisi del welfare state non \u00e8 soltanto economica o organizzativa: \u00e8 una\u00a0<strong>crisi culturale e antropologica<\/strong>. Il problema non \u00e8 tanto la scarsit\u00e0 di risorse, quanto la perdita di senso del legame sociale. In un sistema fondato sul principio di scambio \u2014 \u201cio pago le tasse, lo Stato mi assicura protezione\u201d \u2014 l\u2019altro diventa un beneficiario, non un partner. Il risultato \u00e8 una forma di disaffezione collettiva: i cittadini non si sentono pi\u00f9 co-responsabili del benessere comune.<\/p>\n<p>Da qui la proposta del\u00a0<strong>welfare civile<\/strong>, inteso come modello relazionale e partecipativo. Zamagni riprende la tradizione dell\u2019<strong>economia civile italiana<\/strong>, da Genovesi a Bruni e Porta, secondo cui l\u2019economia non pu\u00f2 essere ridotta a calcolo o competizione, ma deve includere la dimensione della reciprocit\u00e0. Il welfare civile, dunque, non sostituisce lo Stato n\u00e9 lo privatizza: lo\u00a0<strong>ricolloca<\/strong>\u00a0all\u2019interno di una rete di attori che condividono la responsabilit\u00e0 del bene comune. In questo senso, egli parla di\u00a0<strong>sussidiariet\u00e0 circolare<\/strong>, un principio che supera la distinzione verticale (Stato\u2013cittadini) e quella orizzontale (pubblico\u2013privato) per costruire un sistema di\u00a0<strong>co-programmazione e co-progettazione<\/strong>\u00a0tra istituzioni, imprese e societ\u00e0 civile.<\/p>\n<p>La sussidiariet\u00e0 circolare \u00e8, in fondo, un\u2019idea di\u00a0<strong>cittadinanza attiva<\/strong>. Donati (2019) la interpreta come una forma di \u201crelazionalit\u00e0 istituzionale\u201d: un nuovo modo di intendere le politiche pubbliche, basato non sul comando ma sulla cooperazione. Si tratta di un approccio affine a quello che la letteratura internazionale chiama\u00a0<em>collaborative governance<\/em>\u00a0(Ansell &amp; Gash, 2008), ossia processi decisionali in cui attori pubblici e sociali partecipano alla definizione delle soluzioni, condividendo rischi, responsabilit\u00e0 e benefici.<\/p>\n<p>Questo spostamento di paradigma \u00e8 tutt\u2019altro che tecnico. Implica una\u00a0<strong>ridefinizione della cittadinanza<\/strong>, una nuova grammatica del potere e della partecipazione. Il welfare civile non \u00e8 semplicemente \u201cpi\u00f9 efficiente\u201d, ma vuole essere pi\u00f9 umano, pi\u00f9 aderente alla realt\u00e0 complessa dei bisogni, pi\u00f9 capace di rigenerare legami di fiducia. \u00c8, per dirla con Zamagni (2020), \u201cun welfare che non si limita a curare le fragilit\u00e0, ma previene le vulnerabilit\u00e0\u201d. E tuttavia, proprio in questa ambizione di fondo si nasconde la principale sfida: come trasformare un ideale di corresponsabilit\u00e0 in\u00a0<strong>meccanismi istituzionali e pratiche quotidiane<\/strong>? Come costruire, dentro apparati burocratici e culture politiche spesso resistenti, la disponibilit\u00e0 a cooperare?<\/p>\n<p>Sono queste le domande che guidano la riflessione successiva, nella consapevolezza che nessuna riforma normativa o amministrativa potr\u00e0 da sola generare il cambiamento richiesto. Servono persone, relazioni, leadership diffuse e processi educativi capaci di dare vita a quella cittadinanza attiva che il welfare civile auspica.<\/p>\n<p><strong>3. Le potenzialit\u00e0 del welfare civile<\/strong><\/p>\n<p>La proposta di\u00a0<em>welfare civile<\/em>\u00a0di Zamagni rappresenta una delle pi\u00f9 originali traiettorie di rinnovamento del pensiero sociale contemporaneo. Il suo merito principale \u00e8 quello di ricondurre la questione del welfare al suo significato originario:\u00a0<strong>un dispositivo di coesione, non solo di assistenza<\/strong>. In un\u2019epoca segnata da frammentazione e disuguaglianze, Zamagni invita a riscoprire la dimensione comunitaria del benessere, riportando la relazione \u2014 non la prestazione \u2014 al centro dell\u2019azione pubblica.<\/p>\n<p>Questo spostamento di prospettiva appare in sintonia con diverse esperienze internazionali di innovazione sociale. Le pratiche di\u00a0<em>community wealth building<\/em>\u00a0nel Regno Unito (O\u2019Brien &amp; Pike, 2019), i laboratori di co-creazione danesi o le politiche di welfare di prossimit\u00e0 nei Paesi Bassi condividono la stessa idea: la sostenibilit\u00e0 del sistema di protezione sociale dipende\u00a0<strong>dalla partecipazione attiva dei cittadini e dalla cooperazione tra istituzioni e comunit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>In Italia, il principio costituzionale di\u00a0<strong>sussidiariet\u00e0 orizzontale<\/strong>\u00a0(art. 118, c. 4) fornisce un terreno fertile per questa evoluzione. Le pratiche di\u00a0<em>co-programmazione e co-progettazione<\/em>, rese possibili dal Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117\/2017), traducono in norma l\u2019idea che lo Stato non debba essere l\u2019unico produttore di welfare, ma il garante di un ecosistema di attori che operano in modo coordinato e solidale.<\/p>\n<p>La forza del welfare civile, dunque, non risiede in un nuovo apparato, ma in un\u00a0<strong>nuovo paradigma culturale<\/strong>: passare dalla gestione dell\u2019emergenza alla prevenzione della vulnerabilit\u00e0. In questo senso, la vulnerabilit\u00e0 \u2014 concetto chiave di Zamagni (2020) \u2014 non \u00e8 solo una condizione da proteggere, ma una\u00a0<strong>categoria relazionale<\/strong>: siamo tutti vulnerabili perch\u00e9 interdipendenti. \u00c8 un\u2019idea che riecheggia il pensiero di Judith Butler (2004), per la quale la vulnerabilit\u00e0 costituisce la base stessa dell\u2019etica e della responsabilit\u00e0 reciproca. Un welfare fondato su tale consapevolezza non si limita a riparare danni, ma coltiva\u00a0<strong>legami di fiducia e capacit\u00e0 di cura reciproca<\/strong>, ci\u00f2 che Donati (2019) definisce \u201cwelfare generativo\u201d.<\/p>\n<p>Infine, il welfare civile valorizza il ruolo del\u00a0<strong>Terzo Settore<\/strong>\u00a0come soggetto non sostitutivo, ma\u00a0<strong>protagonista di innovazione istituzionale<\/strong>. Le organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali e le imprese di comunit\u00e0 non sono solo erogatori di servizi: sono laboratori di cittadinanza, spazi di apprendimento civico e di sperimentazione di nuove forme di economia relazionale. \u00c8 in questo tessuto sociale che il welfare civile trova le sue radici operative e il suo potenziale di rigenerazione democratica.<\/p>\n<p><strong>4. Le sfide e le criticit\u00e0 operative<\/strong><\/p>\n<p>Ma proprio l\u00e0 dove il progetto del welfare civile mostra la sua forza ideale, emergono anche le sue\u00a0<strong>fragilit\u00e0 reali<\/strong>. La transizione da un modello statalista a uno cooperativo non pu\u00f2 essere data per scontata. Essa implica cambiamenti profondi nella governance, nella cultura amministrativa, nella leadership del Terzo Settore e nel rapporto con il mondo dell\u2019impresa.<\/p>\n<p>Zamagni (2018) stesso avverte che la sussidiariet\u00e0 circolare pu\u00f2 restare un principio retorico se non accompagnata da\u00a0<strong>innovazioni istituzionali e formative<\/strong>. Il rischio \u00e8 che il welfare civile resti confinato a sperimentazioni locali, senza riuscire a trasformare la struttura sistemica del welfare. \u00c8 il paradosso della\u00a0<em>good practice senza policy change<\/em>: molte esperienze di successo, ma poca capacit\u00e0 di incidenza generale.<\/p>\n<p><strong>4.1 Governance e coordinamento<\/strong><\/p>\n<p>La prima criticit\u00e0 riguarda la\u00a0<strong>complessit\u00e0 della governance<\/strong>. La co-programmazione fra Stato, imprese e Terzo Settore richiede strumenti di coordinamento e ruoli ben definiti. Come osserva Kazepov (2010), la frammentazione dei livelli di governo produce spesso \u201cterritorial welfare regimes\u201d, sistemi locali molto differenziati per risorse, capacit\u00e0 e cultura amministrativa. In Italia, i dati ISTAT (2023) mostrano che la spesa sociale pro capite varia significativamente tra Nord e Sud, riflettendo differenze strutturali di competenze e reti civiche. In questo contesto, il welfare civile rischia di ampliare le disparit\u00e0 territoriali, se non accompagnato da un chiaro\u00a0<strong>ruolo di regia nazionale<\/strong>.<\/p>\n<p>La governance multilivello richiede quindi\u00a0<strong>forme nuove di leadership pubblica<\/strong>, capaci di promuovere fiducia e cooperazione tra soggetti diversi. Non \u00e8 un problema tecnico, ma culturale: il passaggio da un\u2019amministrazione di controllo a un\u2019amministrazione di facilitazione. Come osserva la letteratura sulla\u00a0<em>collaborative governance<\/em>\u00a0(Ansell &amp; Gash, 2008; OECD, 2020), i processi cooperativi funzionano solo se supportati da un contesto di fiducia istituzionale, chiarezza dei ruoli e capacit\u00e0 di ascolto reciproco.<\/p>\n<p>La domanda che ne deriva \u00e8 insieme politica e antropologica:\u00a0<strong>chi orchestra la sinfonia del welfare civile?<\/strong>\u00a0Chi decide le priorit\u00e0, assegna le risorse, garantisce coerenza tra le azioni dei diversi attori? Senza una leadership diffusa e relazionale, la sussidiariet\u00e0 rischia di tradursi in frammentazione.<\/p>\n<p><strong>4.2 Formazione e leadership nel Terzo Settore<\/strong><\/p>\n<p>Uno dei punti pi\u00f9 delicati del welfare civile riguarda la\u00a0<strong>qualit\u00e0 della leadership<\/strong>\u00a0all\u2019interno del Terzo Settore. La forza trasformativa di questo modello non dipende tanto dalle norme, quanto dalle\u00a0<strong>persone e dalle culture organizzative<\/strong>\u00a0che lo incarnano. Tuttavia, proprio qui si apre una tensione profonda: come coniugare la spinta ideale che anima il mondo del volontariato con la competenza necessaria per operare in contesti complessi, multilivello e interistituzionali?<\/p>\n<p>La formazione tradizionale, centrata su competenze gestionali e tecniche, non basta pi\u00f9. Non si tratta di \u201cmanagerializzare\u201d il Terzo Settore, ma di promuovere\u00a0<strong>forme di leadership capaci di visione, ascolto e mediazione<\/strong>, in grado di generare fiducia e costruire cooperazione. Come sottolinea Ronald Heifetz (1994), la leadership non consiste nel fornire risposte, ma nel\u00a0<strong>mobilitare le persone per affrontare sfide difficili<\/strong>. Nel contesto del welfare civile, questo significa orientare senza comandare, facilitare senza sostituire, decidere senza escludere. \u00c8 un modo di intendere la responsabilit\u00e0 pubblica come\u00a0<strong>azione generativa<\/strong>\u00a0pi\u00f9 che come esercizio di potere.<\/p>\n<p>Paolo Donati (2019) parla a questo proposito di\u00a0<strong>leadership relazionale<\/strong>, radicata nella capacit\u00e0 di leggere i contesti sociali e valorizzare le reti di prossimit\u00e0. Anche Zamagni insiste sulla necessit\u00e0 di \u201cformare una nuova classe dirigente civile\u201d, capace di tradurre i valori della solidariet\u00e0 in pratiche istituzionali e non solo in enunciati etici. La leadership del Terzo Settore, dunque, non \u00e8 gerarchica ma\u00a0<strong>diffusa<\/strong>, fondata su processi di corresponsabilit\u00e0 che coinvolgono operatori, cittadini e amministratori pubblici. In un welfare di prossimit\u00e0, \u201cessere leader\u201d significa soprattutto\u00a0<strong>tenere insieme<\/strong>\u00a0\u2014 persone, esperienze, saperi \u2014 per costruire risposte condivise ai bisogni emergenti.<\/p>\n<p>Da qui la centralit\u00e0 della\u00a0<strong>formazione strutturata<\/strong>, non episodica n\u00e9 emergenziale. Gli operatori del Terzo Settore necessitano di competenze trasversali:<\/p>\n<ul>\n<li aria-level=\"1\">conoscenza delle politiche pubbliche e dei meccanismi di co-programmazione;<\/li>\n<li aria-level=\"1\">capacit\u00e0 di valutazione dell\u2019impatto sociale e relazionale;<\/li>\n<li aria-level=\"1\">competenze comunicative e negoziali per interagire con istituzioni e imprese.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Secondo il\u00a0<em>Censimento permanente delle istituzioni non profit<\/em>\u00a0(ISTAT, 2023) e il\u00a0<em>Rapporto CSVnet 2024<\/em>, oltre il\u00a0<strong>60% dei dirigenti e responsabili di organizzazioni non profit in Italia<\/strong>\u00a0dichiara di non aver ricevuto una formazione specifica sulla gestione dei partenariati pubblico\u2013privato o sulla misurazione dell\u2019impatto sociale. \u00c8 un dato significativo, che mostra quanto il potenziale innovativo del Terzo Settore rischi di restare parziale se non sostenuto da\u00a0<strong>processi educativi adeguati<\/strong>.<\/p>\n<p>Formare alla leadership, tuttavia, non significa importare modelli aziendali. Significa creare\u00a0<strong>spazi riflessivi<\/strong>, comunit\u00e0 di apprendimento e percorsi di accompagnamento che aiutino gli operatori a tradurre i valori in azioni efficaci. Si tratta, per riprendere le parole di Martha Nussbaum (2011), di coltivare \u201ccapacit\u00e0 umane\u201d \u2014 empatia, immaginazione morale, pensiero critico \u2014 che rendano possibile una leadership civile all\u2019altezza delle sfide del nostro tempo.<\/p>\n<p>Solo una leadership cos\u00ec intesa, radicata nella fiducia e nella reciprocit\u00e0, pu\u00f2 rendere praticabile l\u2019idea di welfare civile: un sistema che non si limita a distribuire risorse, ma costruisce comunit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>4.3 Il rapporto tra Terzo Settore e mondo profit<\/strong><\/p>\n<p>Un altro nodo cruciale del welfare civile riguarda il\u00a0<strong>rapporto tra il Terzo Settore e il mondo dell\u2019impresa<\/strong>. Zamagni riconosce che la distinzione tradizionale tra \u201ceconomia del dono\u201d ed \u201ceconomia di mercato\u201d non regge pi\u00f9 di fronte alla crescente interdipendenza tra sfere economiche e sociali. L\u2019impresa, scrive, non \u00e8 soltanto un attore economico, ma una\u00a0<strong>istituzione sociale<\/strong>\u00a0che contribuisce, nel bene e nel male, alla qualit\u00e0 della vita collettiva. Da qui la possibilit\u00e0 \u2014 e la necessit\u00e0 \u2014 di un dialogo strutturato tra settore profit e non profit, fondato non sulla delega filantropica, ma sulla\u00a0<strong>co-responsabilit\u00e0 sociale<\/strong>.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni si \u00e8 assistito a un significativo avvicinamento tra questi mondi. La diffusione delle pratiche di\u00a0<strong>responsabilit\u00e0 sociale d\u2019impresa (CSR)<\/strong>, l\u2019affermazione delle\u00a0<strong>societ\u00e0 benefit<\/strong>\u00a0e l\u2019espansione della\u00a0<strong>finanza d\u2019impatto<\/strong>\u00a0hanno ridisegnato i confini tra profit e non profit. Secondo i dati Unioncamere (2024), le societ\u00e0 benefit attive in Italia superano le\u00a0<strong>2.000 unit\u00e0<\/strong>, con un incremento del 25% rispetto al 2021; il\u00a0<em>Global Reporting Initiative<\/em>\u00a0mostra che oltre il 70% delle grandi aziende europee pubblica oggi un bilancio di sostenibilit\u00e0. Si tratta di segnali importanti: indicano un mutamento culturale, un progressivo riconoscimento del fatto che\u00a0<strong>la sostenibilit\u00e0 economica e quella sociale non possono pi\u00f9 essere disgiunte<\/strong>.<\/p>\n<p>Tuttavia, il rischio di\u00a0<strong>strumentalizzazione<\/strong>\u00a0\u00e8 reale. Come ricordano Porter e Kramer (2011) nel loro concetto di\u00a0<em>Creating Shared Value<\/em>, non tutte le iniziative di CSR generano reale valore sociale; molte rimangono azioni reputazionali, orientate pi\u00f9 all\u2019immagine che alla trasformazione. Perch\u00e9 l\u2019incontro tra impresa e Terzo Settore diventi realmente produttivo, occorre una\u00a0<strong>cornice di fiducia e trasparenza<\/strong>, ma anche una chiara distinzione di ruoli e finalit\u00e0. L\u2019impresa porta con s\u00e9 competenze gestionali, capacit\u00e0 di innovazione e risorse; il Terzo Settore custodisce un sapere relazionale e una prossimit\u00e0 ai bisogni che nessun mercato pu\u00f2 sostituire. Il welfare civile nasce proprio da questa\u00a0<strong>ibridazione virtuosa<\/strong>, ma la condizione di equilibrio \u00e8 delicata: quando il profit detta l\u2019agenda, il rischio \u00e8 che la logica economica sovrasti quella sociale.<\/p>\n<p>La collaborazione tra i due mondi dovrebbe, invece, fondarsi su un principio di\u00a0<strong>reciprocit\u00e0 trasformativa<\/strong>: non la semplice aggiunta di responsabilit\u00e0 etiche al business, ma la revisione dei fini dell\u2019agire economico. In questo senso, Zamagni (2020) parla di \u201cimpresa civile\u201d, ossia di un modello economico capace di coniugare efficienza e fraternit\u00e0. Esempi concreti non mancano: le esperienze di cooperazione territoriale promosse da\u00a0<strong>Euricse<\/strong>\u00a0e dalle\u00a0<strong>imprese di comunit\u00e0<\/strong>\u00a0mostrano che \u00e8 possibile costruire filiere economiche solidali, capaci di generare valore condiviso. Ma servono regole chiare, incentivi fiscali coerenti e, soprattutto, una\u00a0<strong>visione culturale comune<\/strong>\u00a0che veda nell\u2019impresa non un soggetto da moralizzare, bens\u00ec un partner nella costruzione del bene comune.<\/p>\n<p>In prospettiva, la sfida sar\u00e0 duplice: da un lato,\u00a0<strong>evitare la colonizzazione del sociale da parte del mercato<\/strong>; dall\u2019altro,\u00a0<strong>promuovere la sostenibilit\u00e0 economica delle organizzazioni civili<\/strong>, affinch\u00e9 possano agire con autonomia e continuit\u00e0. Il welfare civile vive di questa tensione: il rischio dell\u2019economizzazione da un lato, e quello dell\u2019assistenzialismo dall\u2019altro. Solo una cultura della collaborazione consapevole potr\u00e0 mantenere l\u2019equilibrio tra questi poli, trasformando la responsabilit\u00e0 sociale in\u00a0<strong>responsabilit\u00e0 condivisa<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>4.4 Il ruolo dello Stato: tra regia e garanzia<\/strong><\/p>\n<p>Il welfare civile, nella prospettiva di Zamagni, non \u00e8 un progetto di\u00a0<em>ritiro dello Stato<\/em>, ma una riformulazione del suo ruolo. Lo Stato resta l\u2019architrave del sistema, ma deve imparare a\u00a0<strong>governare attraverso la collaborazione<\/strong>, non attraverso il monopolio. \u00c8 ci\u00f2 che egli definisce uno \u201cStato limitato ma forte\u201d: limitato nell\u2019intervento diretto, forte nella capacit\u00e0 di garantire regole, universalismo e coerenza territoriale.<\/p>\n<p>Questa trasformazione si riflette in modo concreto nei principi di\u00a0<strong>co-programmazione<\/strong>\u00a0e\u00a0<strong>co-progettazione<\/strong>, introdotti nel nostro ordinamento dal\u00a0<em>Codice del Terzo Settore<\/em>\u00a0(D.Lgs. 117\/2017, artt. 55\u201357). Con queste norme, lo Stato riconosce che il Terzo Settore non \u00e8 un semplice fornitore di servizi, ma un\u00a0<strong>partner nella definizione delle politiche pubbliche<\/strong>.<br \/>\nLa\u00a0<strong>co-programmazione<\/strong>\u00a0riguarda la fase di analisi dei bisogni e di definizione degli obiettivi: pubblico e privato sociale si siedono allo stesso tavolo per leggere insieme la realt\u00e0 e stabilire le priorit\u00e0 d\u2019intervento. La\u00a0<strong>co-progettazione<\/strong>, invece, concerne la realizzazione operativa: l\u2019attuazione condivisa di progetti e servizi, con la possibilit\u00e0 di integrare risorse, competenze e responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Si tratta di un passaggio culturale profondo. Per la prima volta, la pubblica amministrazione \u00e8 chiamata non solo a\u00a0<em>consultare<\/em>, ma a\u00a0<strong>decidere con<\/strong>\u00a0la societ\u00e0 civile. \u00c8 la concretizzazione giuridica di quella\u00a0<strong>sussidiariet\u00e0 circolare<\/strong>\u00a0che Zamagni individua come fondamento del welfare civile. Donati (2019) l\u2019ha definita \u201cistituzionalizzazione della reciprocit\u00e0\u201d, ossia il riconoscimento formale del valore generativo delle relazioni sociali.<\/p>\n<p>Eppure, questa innovazione normativa incontra resistenze significative. Molte amministrazioni locali faticano a superare una mentalit\u00e0 di tipo concessorio o competitivo: il rapporto con il Terzo Settore continua spesso a essere regolato da bandi, gare e affidamenti, pi\u00f9 che da processi di costruzione comune. Come sottolinea Borzaga (2020), il rischio \u00e8 che la co-progettazione venga \u201cingabbiata\u201d in procedure amministrative rigide, perdendo la sua funzione generativa. Serve dunque un\u00a0<strong>salto di qualit\u00e0 amministrativa e culturale<\/strong>, capace di coniugare la legittimit\u00e0 giuridica con la flessibilit\u00e0 propria delle relazioni collaborative.<\/p>\n<p>Anche la questione della\u00a0<strong>regia<\/strong>\u00a0rimane aperta. Chi coordina la molteplicit\u00e0 di attori coinvolti \u2014 Comuni, enti del Terzo Settore, imprese, fondazioni? L\u2019assenza di un livello nazionale di monitoraggio rende difficile garantire equit\u00e0 e uniformit\u00e0. Secondo i dati ISTAT (2023), la\u00a0<strong>spesa sociale dei Comuni italiani<\/strong>\u00a0varia da oltre 270 euro pro capite nel Nord a meno di 100 nel Mezzogiorno: una disparit\u00e0 che il welfare civile, se non attentamente governato, rischia di ampliare.<\/p>\n<p>In questo senso, lo Stato deve recuperare la sua\u00a0<strong>funzione di garante del diritto al welfare<\/strong>, assicurando che la partecipazione non diventi una forma di deresponsabilizzazione. La collaborazione non pu\u00f2 tradursi in esternalizzazione dei compiti, ma deve configurarsi come\u00a0<strong>corresponsabilit\u00e0 regolata<\/strong>: lo Stato mantiene la visione d\u2019insieme e la responsabilit\u00e0 della coerenza, mentre la societ\u00e0 civile apporta innovazione, prossimit\u00e0 e conoscenza del territorio.<\/p>\n<p>Il welfare civile richiede dunque uno Stato capace di \u201cstare dentro\u201d le reti sociali senza dominarle:\u00a0<strong>un\u2019amministrazione relazionale<\/strong>, che sappia abbandonare la logica della competizione per abbracciare quella della cooperazione. \u00c8 questa la sfida istituzionale pi\u00f9 difficile: passare da un modello di governo per\u00a0<em>atti<\/em>\u00a0a un modello di governo\u00a0<em>per relazioni<\/em>.<\/p>\n<p><strong>4.5 Diseguaglianze dell\u2019attenzione e ruolo dei media<\/strong><\/p>\n<p>Un\u2019altra criticit\u00e0, spesso sottovalutata ma decisiva per comprendere i limiti del welfare civile, riguarda la\u00a0<strong>disomogeneit\u00e0 dell\u2019attenzione pubblica<\/strong>. Zamagni ricorda che il welfare civile si fonda sulla cura della\u00a0<strong>vulnerabilit\u00e0 universale<\/strong>, cio\u00e8 sulla consapevolezza che tutti, in modi diversi, possiamo diventare fragili. Tuttavia, nella pratica sociale, la risposta alla vulnerabilit\u00e0 non \u00e8 mai uguale per tutti: essa dipende in larga misura da\u00a0<strong>quanto un bisogno riesce a essere visto, nominato, raccontato<\/strong>.<\/p>\n<p>La\u00a0<strong>mediazione dei media<\/strong>\u00a0gioca qui un ruolo determinante. Alcune emergenze riescono a mobilitare in modo rapido e massiccio le energie civiche e le risorse economiche, mentre altre restano ai margini, invisibili. L\u2019esempio emblematico \u00e8 quello dei\u00a0<strong>rifugiati ucraini e siriani<\/strong>: secondo i dati UNHCR (2023), l\u2019accoglienza dei profughi ucraini ha ricevuto in Europa oltre il doppio dei finanziamenti raccolti per la crisi siriana nei primi sei mesi del conflitto, con una partecipazione molto pi\u00f9 estesa di associazioni, imprese e singoli cittadini. La vicinanza culturale e geografica, ma soprattutto la\u00a0<strong>copertura mediatica costante<\/strong>, hanno contribuito a creare una percezione differente dell\u2019urgenza e della \u201cmeritevolezza\u201d di aiuto.<\/p>\n<p>Questa disparit\u00e0 evidenzia un paradosso strutturale: il Terzo Settore nasce da iniziative spontanee e non pu\u00f2 rispondere in modo perfettamente omogeneo a tutte le situazioni; eppure, in un modello di welfare civile, tale\u00a0<strong>asimmetria di attenzione<\/strong>\u00a0rischia di compromettere la coerenza e la giustizia complessiva del sistema. Chi stabilisce le priorit\u00e0? Chi coordina la distribuzione degli sforzi, affinch\u00e9 la solidariet\u00e0 non segua la logica dell\u2019emozione ma quella dell\u2019equit\u00e0?<\/p>\n<p>Il problema non \u00e8 solo comunicativo, ma etico e politico. L\u2019\u201ceconomia dell\u2019attenzione\u201d (Citton, 2017) tende a privilegiare le cause pi\u00f9 visibili o pi\u00f9 raccontabili, lasciando in ombra i bisogni cronici, le vulnerabilit\u00e0 silenziose, le povert\u00e0 che non fanno notizia. Nel welfare civile, questa dinamica pu\u00f2 produrre\u00a0<strong>diseguaglianze di secondo livello<\/strong>: non solo tra chi ha o non ha accesso ai servizi, ma tra chi riesce o meno a catturare l\u2019attenzione pubblica e istituzionale.<\/p>\n<p>La questione, allora, \u00e8 come costruire\u00a0<strong>meccanismi di coordinamento e orientamento<\/strong>\u00a0che consentano di equilibrare le diverse spinte della societ\u00e0 civile. In assenza di una regia pubblica o di un sistema di monitoraggio nazionale, il rischio \u00e8 che il Terzo Settore operi come una costellazione di interventi generosi ma disomogenei, capaci di grandi slanci ma anche di grandi omissioni. Le ricerche di Donati e Colozzi (2020) sulla \u201cvulnerabilit\u00e0 selettiva\u201d mostrano come la capacit\u00e0 di risposta sociale dipenda fortemente dai canali comunicativi e dalle reti di prossimit\u00e0: dove c\u2019\u00e8 visibilit\u00e0, cresce la partecipazione; dove c\u2019\u00e8 silenzio, prevale l\u2019abbandono.<\/p>\n<p>Il welfare civile, per essere credibile, deve affrontare questo squilibrio non con regole coercitive ma con\u00a0<strong>forme di coordinamento partecipato<\/strong>. Ci\u00f2 significa rafforzare la capacit\u00e0 di leggere il bisogno sociale al di l\u00e0 dell\u2019evento mediatico, investire in\u00a0<strong>sistemi informativi condivisi<\/strong>, promuovere una\u00a0<strong>formazione alla cittadinanza empatica<\/strong>\u00a0che non si limiti alla reazione emotiva ma coltivi una sensibilit\u00e0 stabile verso la vulnerabilit\u00e0 di ogni persona.<\/p>\n<p>Come osserva Bauman (2011), \u201cla compassione \u00e8 istantanea, la solidariet\u00e0 richiede istituzioni\u201d. Il welfare civile, per non restare nell\u2019intermittenza emotiva della compassione, deve imparare a istituzionalizzare la solidariet\u00e0: renderla parte di una responsabilit\u00e0 collettiva, equa e duratura.<\/p>\n<p><strong>4.6 Il cambiamento culturale<\/strong><\/p>\n<p>Ogni riforma del welfare, per quanto ben progettata sul piano istituzionale, rimane fragile se non \u00e8 sostenuta da una\u00a0<strong>trasformazione culturale<\/strong>. Zamagni insiste spesso su questo punto: il welfare civile non \u00e8 una semplice architettura amministrativa, ma un nuovo modo di concepire il legame sociale. In altre parole, \u00e8 un\u00a0<strong>progetto antropologico<\/strong>. Si tratta di passare da un modello di cittadinanza basato sulla domanda e sull\u2019attesa \u2014 \u201cho diritto a ricevere\u201d \u2014 a un modello fondato sulla\u00a0<strong>responsabilit\u00e0 condivisa<\/strong>\u00a0\u2014 \u201cposso contribuire al bene comune\u201d. \u00c8 un cambio di sguardo che tocca insieme l\u2019etica pubblica, la formazione civica e il modo stesso di intendere la politica.<\/p>\n<p>In questa prospettiva, la\u00a0<strong>cultura amministrativa<\/strong>\u00a0rappresenta un banco di prova decisivo. Le pubbliche amministrazioni sono chiamate a evolvere da strutture di controllo a\u00a0<strong>organismi di facilitazione<\/strong>, capaci di ascoltare, connettere e accompagnare. Ci\u00f2 richiede non solo competenze tecniche, ma una diversa postura professionale: quella del \u201cfunzionario relazionale\u201d (Donati, 2019), in grado di muoversi tra istituzioni, imprese e cittadini come mediatore e costruttore di fiducia. Molti amministratori, soprattutto a livello locale, stanno gi\u00e0 sperimentando pratiche di co-programmazione e co-progettazione, ma spesso in modo isolato, senza il sostegno di un contesto culturale ampio che ne riconosca il valore.<\/p>\n<p>Il cambiamento riguarda anche i cittadini. Il welfare civile li chiama a un ruolo attivo: non pi\u00f9 utenti o destinatari di politiche, ma\u00a0<strong>co-produttori di benessere<\/strong>, capaci di partecipare alla definizione dei bisogni e alla valutazione delle soluzioni. Questa forma di cittadinanza richiede un investimento formativo di lungo periodo, che formi persone competenti, empatiche e consapevoli della propria interdipendenza con gli altri. Come sottolinea Martha Nussbaum (2011), la tenuta democratica di una societ\u00e0 dipende dalla capacit\u00e0 di \u201ceducare all\u2019immaginazione etica\u201d: solo chi riesce a mettersi nei panni dell\u2019altro pu\u00f2 contribuire a un ordine politico giusto.<\/p>\n<p>Anche il mondo dell\u2019impresa deve partecipare a questa rivoluzione culturale. La responsabilit\u00e0 sociale non pu\u00f2 pi\u00f9 essere un capitolo accessorio dei bilanci, ma un\u00a0<strong>principio ispiratore<\/strong>\u00a0delle strategie aziendali. La sfida \u00e8 passare da una sostenibilit\u00e0 \u201cper immagine\u201d a una sostenibilit\u00e0 \u201cper vocazione\u201d, in cui il valore economico nasca dal valore sociale generato. In questa direzione si muovono le esperienze delle imprese di comunit\u00e0, delle cooperative sociali di seconda generazione e delle fondazioni di territorio, che operano secondo logiche di scambio e di reciprocit\u00e0 pi\u00f9 che di profitto.<\/p>\n<p>Ma il cambiamento culturale pi\u00f9 profondo riguarda, forse, il modo in cui pensiamo la\u00a0<strong>vulnerabilit\u00e0<\/strong>. Accettare la vulnerabilit\u00e0 come condizione umana universale significa riconoscere che nessuno \u00e8 autosufficiente, che la dipendenza e la cura non sono eccezioni ma parti integranti della vita sociale. Un welfare civile, in questo senso, non \u00e8 solo un insieme di politiche, ma una\u00a0<strong>forma di educazione alla convivenza<\/strong>. \u00c8 un modo di educare alla cura reciproca, di riscoprire nella relazione con l\u2019altro la fonte stessa della cittadinanza. Come scrive Zamagni (2020), \u201cla societ\u00e0 civile non \u00e8 il residuo dello Stato, ma la sua radice viva\u201d.<\/p>\n<p>Per questo motivo, il passaggio al welfare civile non pu\u00f2 essere imposto n\u00e9 decretato: pu\u00f2 solo essere\u00a0<strong>appreso e condiviso<\/strong>, attraverso pratiche, linguaggi e istituzioni che rendano possibile la fiducia. \u00c8 un processo lungo, fatto di tentativi, fallimenti e successi locali, ma anche di una lenta rieducazione collettiva alla solidariet\u00e0. In questa prospettiva, il welfare civile \u00e8 meno una riforma da attuare che un\u00a0<strong>cammino da intraprendere<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>5. Verso un welfare possibile<\/strong><\/p>\n<p>Il percorso che conduce dal welfare state al welfare civile non \u00e8 lineare n\u00e9 privo di contraddizioni. \u00c8 un itinerario complesso, fatto di\u00a0<strong>ricomposizioni e di nuove vulnerabilit\u00e0<\/strong>, di entusiasmi e di resistenze. Tuttavia, come mostra la riflessione di Zamagni, rappresenta forse l\u2019unica via credibile per ridare senso e sostenibilit\u00e0 a un sistema di protezione sociale in crisi. Non si tratta solo di ridefinire strumenti o istituzioni, ma di\u00a0<strong>immaginare un nuovo patto sociale<\/strong>, fondato sulla fiducia reciproca e sulla corresponsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Il welfare civile non \u00e8 una ricetta, ma una\u00a0<strong>direzione di marci<\/strong>a. Propone di superare la logica della delega e dell\u2019assistenzialismo, per costruire un modello di convivenza in cui cittadini, istituzioni e imprese condividano la responsabilit\u00e0 del bene comune. Un modello che chiede allo Stato di esercitare una regia leggera ma salda; al Terzo Settore di coltivare leadership diffuse e competenti; al mondo del profit di assumere la sostenibilit\u00e0 come principio costitutivo; e ai cittadini di riscoprire il valore della partecipazione. Nessuna di queste trasformazioni \u00e8 automatica, perch\u00e9 tutte implicano un\u00a0<strong>lavoro educativo e culturale<\/strong>\u00a0che tocca la dimensione pi\u00f9 profonda del vivere insieme.<\/p>\n<p>Il welfare civile pu\u00f2 dunque essere inteso come\u00a0<strong>un\u2019educazione alla cittadinanza solidale<\/strong>: un processo che insegna a riconoscere la vulnerabilit\u00e0 non come debolezza, ma come condizione condivisa. Richiede istituzioni capaci di generare fiducia, ma anche comunit\u00e0 disposte a prendersi cura di s\u00e9 stesse, andando oltre la frammentazione dell\u2019individualismo e la superficialit\u00e0 della compassione istantanea. In questo senso, la sussidiariet\u00e0 circolare di Zamagni non \u00e8 un dispositivo tecnico, ma una vera e propria\u00a0<em>cultura della reciprocit\u00e0<\/em>, da apprendere nella pratica quotidiana della cooperazione.<\/p>\n<p>Forse il welfare civile non \u00e8 ancora una realt\u00e0 compiuta, ma\u00a0<strong>un orizzonte possibile<\/strong>, che invita a ripensare i fondamenti del legame sociale. Come ogni orizzonte, non si raggiunge mai del tutto, ma orienta il cammino. E, nel camminare, genera gi\u00e0 cambiamento: nelle istituzioni che imparano ad ascoltare, nei territori che si auto-organizzano, nelle persone che scoprono che prendersi cura degli altri significa, in ultima analisi,\u00a0<strong>prendersi cura della democrazia<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Bibliografia<\/p>\n<p>Ansell, C., &amp; Gash, A. (2008). Collaborative governance in theory and practice. Journal of Public Administration Research and Theory, 18(4), 543\u2013571.<\/p>\n<p>Bauman, Z. (2011). Collateral damage: Social inequalities in a global age. Polity Press.<\/p>\n<p>Butler, J. (2004). Precarious life: The powers of mourning and violence. Verso.<\/p>\n<p>Donati, P. (2019). Sociologia relazionale e welfare generativo. Il Mulino.<\/p>\n<p>Donati, P., &amp; Colozzi, I. (2020). Vulnerabilit\u00e0 e generativit\u00e0 sociale. Il Mulino.<\/p>\n<p>Esping-Andersen, G. (1990). The three worlds of welfare capitalism. Princeton University Press.<\/p>\n<p>Ferrera, M. (2012). La trappola del welfare: Quando la solidariet\u00e0 si indebolisce. Il Mulino.<\/p>\n<p>Heifetz, R. A. (1994). Leadership without easy answers. Harvard University Press.<\/p>\n<p>ISTAT. (2023). Censimento permanente delle istituzioni non profit. Istituto Nazionale di Statistica.<\/p>\n<p>Kazepov, Y. (2010). Rescaling social policies: Towards multilevel governance in Europe. Ashgate.<\/p>\n<p>Nussbaum, M. C. (2011). Creating capabilities: The human development approach. Harvard University Press.<\/p>\n<p>O\u2019Brien, P., &amp; Pike, A. (2019). Building back better? Local economic development and the Preston model. Local Economy, 34(8), 730\u2013748.<\/p>\n<p>OECD. (2020). Innovative citizen participation and new democratic institutions. OECD Publishing.<\/p>\n<p>Porter, M. E., &amp; Kramer, M. R. (2011). Creating shared value. Harvard Business Review, 89(1\u20132), 62\u201377.<\/p>\n<p>UNHCR. (2023). Global trends: Forced displacement in 2023. UNHCR.<\/p>\n<p>Zamagni, S. (2018). Dal welfare state al welfare civile. Il Mulino.<\/p>\n<p>Zamagni, S. (2020). Responsabilit\u00e0 e bene comune. Il Mulino.<\/p>\n<p>Borzaga, C., &amp; Fazzi, L. (2019). Terzo settore e co-governance: Il welfare civile in Italia. Euricse.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1138],"fascicolo":[363],"class_list":["post-3342","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-paula-benevene","fascicolo-febbraio-2026"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il futuro del Terzo Settore, tra sfide e opportunit\u00e0<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Paula Benevene, pubblicato nel numero di Febbraio 2026. 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