{"id":3148,"date":"2025-06-01T12:00:00","date_gmt":"2025-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=3148"},"modified":"2026-04-19T17:20:02","modified_gmt":"2026-04-19T15:20:02","slug":"lidealismo-strutturale-tra-cultura-e-istituzioni-la-pace-da-una-prospettiva-di-dottrina-costruttivistica","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2025\/giugno\/lidealismo-strutturale-tra-cultura-e-istituzioni-la-pace-da-una-prospettiva-di-dottrina-costruttivistica\/","title":{"rendered":"L\u2019idealismo strutturale tra cultura e istituzioni: la pace da una prospettiva di dottrina costruttivistica"},"content":{"rendered":"<p><strong>Il costruttivismo: un idealismo strutturale<\/strong><\/p>\n<p>Nel catalogare le forme di pacifismo attivo, Norberto Bobbio aveva distinto un approccio strumentale, uno istituzionale e infine uno finalistico. Il primo si concentra sui mezzi, per sostituire quelli violenti con altri incruenti nella risoluzione di vertenze e conflitti. Il secondo individua i fattori strutturali (politici, giuridici, economici) su cui intervenire per prevenire il ricorso alle armi. L\u2019ultimo guarda all\u2019essere umano, con l\u2019intento di rettificarne le inclinazioni psicologiche ed etico-culturali ad annoverare la violenza tra i comportamenti ammissibili, se non anche stimabili<sup>[1]<\/sup>.<\/p>\n<p>Nella visione di Bobbio, il pacifismo finalistico costituisce la forma pi\u00f9 efficace sul piano astratto ma concretamente la meno attuabile, in consonanza con l\u2019avviso che ritiene velleitario \u2013 se non utopico \u2013investire sul cambiamento di mentalit\u00e0. Eppure, nelle scienze sociali, esiste una scuola, o una dottrina (considerando gli indirizzi normativi che ha assunto), specificamente applicata a tale dimensione. Ancorch\u00e9 poco rinomato nel discorso pubblico, il costruttivismo sociale segna una svolta epistemologica nelle attitudini promozionali verso la cooperazione e l\u2019interazione incruenta<sup>[2]<\/sup>. Il contributo offerto ai\u00a0<em>peace studies<\/em>\u00a0appare alquanto significativo, tanto pi\u00f9 nell\u2019odierno clima di destabilizzazione che agita gli assetti egemonici globali.<\/p>\n<p>Muovendo dalla critica al positivismo e all\u2019empirismo razionalistico, il costruttivismo osserva nella realt\u00e0 sociale il prodotto di una stratificazione di esperienze collettive che, sottoposte agli stimoli degli eventi e consolidate dalle conferme interpretative, genera modelli comportamentali condivisi. I processi cognitivi entro l\u2019ambiente sociale risentono dell\u2019interazione tra i soggetti che lo popolano e, al tempo stesso, orientano questi ultimi su direttrici standardizzate.<\/p>\n<p>Riconoscendo la centralit\u00e0 della variabile ideazionale nell\u2019autorappresentazione dei gruppi umani organizzati, il costruttivismo ritiene che le idee procurano prospettive normative in grado tanto di sostenere quanto di disinnescare la propensione alle opzioni violente. Ci\u00f2 comporta la possibilit\u00e0 di definire, dalle espressioni istituzionali al quotidiano svolgimento dei rapporti sociali, canoni di legittimit\u00e0 e criteri di scelta atti a convogliare le energie verso strategie relazionali uniformi.<\/p>\n<p>Le societ\u00e0, assieme alle loro configurazioni politiche, sono infatti condizionate non soltanto da fattori materiali. Anzi, il significato a questi attribuito dipende dalle coordinate ideazionali che elaborano il precipitato delle loro evidenze e lo traducono in comportamenti. Sicch\u00e9 l\u2019interpretazione generalizzata del dato fattuale genera condotte a loro volta produttive di ulteriore realt\u00e0 sociale con annesse strutture. Pertanto il costruttivismo \u2013 in tal senso assimilabile a un \u201cidealismo strutturale\u201d \u2013 pone attenzione alla cultura e alla comunicazione, che afferiscono ai codici dell\u2019apprendimento collettivo e della socializzazione delle norme ricavate dall\u2019esperienza comune, concorrendo alla sedimentazione dei valori accettati. Dunque, la circuitazione ideazionale potr\u00e0 condurre tanto ad ammettere quanto a respingere il ricorso alla violenza, ovvero, tra i due estremi, a modulare lo spettro delle condizioni-soglia della sua ammissibilit\u00e0, in quanto a forme e intensit\u00e0 d\u2019esercizio.<\/p>\n<p>Inteso come metateoria dei processi cognitivi di rilevanza collettiva, il costruttivismo spiega la ragione per cui le risposte comportamentali al medesimo stimolo fattuale differiscono a seconda delle societ\u00e0 e del momento storico. Se sui processi in parola incidono\u00a0<em>ex ante<\/em>\u00a0i codici comunicativi predisposti a uso delle narrazioni da socializzare, si ricava che ciascuna unit\u00e0 partecipa al circolo ermeneutico in cui \u00e8 inserita, riproducendo e alimentando il sistema.<\/p>\n<p>Con queste premesse, \u00e8 possibile trarre elementi suggestivi sulle implicazioni tra cultura, educazione e pace. Assumere i dispositivi del sistema sociale come inevitabilmente conformi al dato insuperabile della violenza e della guerra significa perpetuarne la normalizzazione assuefativa, in forza di pregiudizi di tipo confermativo, sottesi da impliciti asserti deterministici. Il che trova corrispondenza in una pervicace confusione tra la pretesa descrittiva e la declinazione prescrittivo-normativa dell\u2019antropologia hobbesiana. Con ci\u00f2 sottostimando le opportunit\u00e0 di impiegare le istituzioni come ambito di coltivazione di differenti chiavi ideazionali e conseguenti opzioni comportamentali: esattamente all\u2019incrocio tra consapevolezza e volont\u00e0; tra la persuasione sull\u2019obiettiva convenienza di strategie cooperative e negoziale e l\u2019intenzione, eticamente sostenuta, di favorire e difendere la pace.<\/p>\n<p><strong>Dalla teoria sociale alle relazioni internazionali<\/strong><\/p>\n<p>Se la realt\u00e0 sociale \u00e8 un tessuto intersoggettivo, non ipotecato da inderogabili leggi naturali n\u00e9 da rigide meccaniche fattuali, ci\u00f2 significa che essa si alimentata delle proprie strutture di senso, consistenti in costrutti mentali mossi dalla \u201clogica dell\u2019appropriatezza\u201d nei confronti delle idee prevalenti<sup>[3]<\/sup>. Con questo non si nega che identit\u00e0 e interessi siano variabili rilevanti, ma si sostiene che esse producono effetti attraverso la forma, il significato e le implicazioni a assegnati nel senso comune<sup>[4]<\/sup>.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 vale sul piano delle relazioni sociali, allargandosi alle dimensioni in cui le unit\u00e0 agenti nel sistema sono le collettivit\u00e0 istituzionalizzate, tra cui gli Stati. Per tale ragione, il costruttivismo si \u00e8 proposto come paradigma di indagine in seno alla teoria delle relazioni internazionali<sup>[5]<\/sup>. A sua volta esso si \u00e8 articolato in filoni di studio forieri di ulteriori strade e precisazioni interpretative.<\/p>\n<p>L\u2019agenda di ricerca concentrata sul tema dell\u2019anarchia internazionale deve il suo abbrivio agli studi di Alexander Wendt, che modificano l\u2019assunto realista per cui, in assenza di un Leviatano mondiale, la guerra si d\u00e0 come opzione ordinaria e necessitata. Uno dei primi lavori di Wendt a riguardo reca un titolo perspicuo: \u00abAnarchy is what states make of it\u00bb. Preso atto dell\u2019assenza di un potere in grado di disciplinare direttamente e universalmente i conflitti tra identit\u00e0 e tra interessi, il filone wendtiano ritiene che questi non si danno come fattori primordiali, variabili indipendenti che determinano in modo univoco le strategie internazionali. N\u00e9 i comportamenti degli Stati, pur in apparenti giochi a somma zero, conducono puntualmente a guerra. Piuttosto rilevano le rappresentazioni di tali variabili, che dipendono dinamicamente dalle interazioni tra gli attori, normativizzando i significati di volta in volta emergenti. Non ogni Stato muove minacce contro qualsiasi rivale: la diversificazione rimanda al genere e al grado di interiorizzazione degli approcci relazionali, selezionando criteri di opportunit\u00e0, preferenze e deroghe<sup>[6]<\/sup>. Di qui l\u2019individuazione di tre \u201cculture anarchiche\u201d. L\u2019anarchia hobbesiana, negando vincoli all\u2019uso della forza, assume il conflitto e l\u2019inimicizia come via normale. L\u2019anarchia lockeana circoscrive l\u2019uso della violenza a requisiti di legittimit\u00e0 rispetto a scopi e mezzi, tipici del sistema interstatuale westfaliano: basandosi su canoni di reciproco riconoscimento (diritti\/doveri e conseguenti discipline relazionali), osserva non nemici ma rivali, moderando e disciplinando l\u2019evenienza di conflitti cruenti. L\u2019anarchia kantiana esclude la violenza come strumento di risoluzione, elegge l\u2019armonia a migliore criterio-guida per preservare identit\u00e0 e coltivare interessi e, per tale via, perfeziona il concetto (gi\u00e0 \u201clockeano\u201d) della sicurezza come bene sistemico e collettivo. In definitiva, si tratta di profili idealtipici che ciascuno Stato pu\u00f2 inverare in modalit\u00e0 diversificata, a seconda dei momenti e degli interlocutori: modelli comunque tesi a spiegare, anche con una lente storico-politica, le variazioni e le evoluzioni fenomenologiche del sistema internazionale<sup>[7]<\/sup>.<\/p>\n<p>Un altro filone si concentra sugli Stati come membri della societ\u00e0 internazionale, focalizzandosi sul ruolo svolto dalle organizzazioni e dalle istituzioni inter- e sovra-statuali come vettori di socializzazione di norme e valori (mediante influenza, imitazione e persuasione) presso le \u00e9lites politiche: processi tanto pi\u00f9 efficaci se sintonizzati con l\u2019apprendimento rivolto alle opinioni pubbliche<sup>[8]<\/sup>. Ne sortisce un istituzionalismo sensibilmente differente dalla versione funzionalista, che valorizza la capacit\u00e0 delle agenzie tecnocratiche nel soddisfare bisogni reali, come pure dalla versione neofunzionalista, con i suoi accenti sulle progressive integrazioni settoriali, economiche e amministrative, mediante uno\u00a0<em>spill-over<\/em>\u00a0culminante nella prevalenza della\u00a0<em>governance<\/em>\u00a0sovranazionale. Pi\u00f9 in generale, l\u2019istituzionalismo di marca costruttivista si distingue dall\u2019impronta razionalista, fondata sulla razionalit\u00e0 strumentale applicata al calcolo dei benefici ricavabili dall\u2019osservanza delle regole comuni. La chiave costruttivista invece assume la possibilit\u00e0 che le regole stesse configurino fattori endogeni alla\u00a0<em>membership\u00a0<\/em>istituzionale, anzich\u00e9 dettami esterni: a chi vi aderisce si dischiude l\u2019occasione di partecipare a rapporti costitutivi che disegnano attitudini condivise.<\/p>\n<p>Ancora un altro indirizzo si dedica alla politica estera dei singoli Stati sin dalla struttura cognitiva applicata ai rapporti con l\u2019esterno, declinata operativamente dalle scelte dei governi. Ci\u00f2 rimanda particolarmente alla funzione che le agenzie educative svolgono nel socializzare cultura e identit\u00e0, in relazione al modo in cui promuovere gli interessi nazionali quali sicurezza, prestigio e benessere<sup>[9]<\/sup>.<\/p>\n<p>Su queste basi, \u00e8 evidente la possibilit\u00e0 di assumere il costruttivismo per una proficua contaminazione con l\u2019approccio culturalista dei\u00a0<em>peace studies<\/em>. Cos\u00ec gi\u00e0 a partire dalle coordinate ricavabili dal Triangolo elaborato da Johan Galtung, che distingue una violenza diretta (fisica, verbale, psicologica), estrinsecazione sintomatica di altre variabili sociali; una violenza strutturale, installata in meccanismi impersonali di prevaricazione, sfruttamento, conculcamento, normalizzati come \u201cregole del gioco\u201d del potere (politico, sociale, economico); una violenza culturale, giustificata con rinvio a valori stimati (onore, sacralit\u00e0, giustizia, ecc.) e cos\u00ec interiorizzata dal senso comune<sup>[10]<\/sup>. Distinzioni, in definitiva, propedeutiche alla possibilit\u00e0 di individuare settori e contesti in cui propiziare i circuiti ideazionali atti a promuovere una cultura di pace.<\/p>\n<p><strong>Pace come alfabetizzazione relazionale: una risposta all\u2019idealismo liberale<\/strong><\/p>\n<p>Cultura della pace, stando alle coordinate dell\u2019idealismo strutturale, si pu\u00f2 tradurre operativamente in alfabetizzazione relazionale della societ\u00e0. Questo \u00e8 la prospettiva con cui il costruttivismo intercetta la dimensione educativa, con l\u2019intento di bonificare gli assunti belligeni che, dal mondo sociale, affluiscono nelle sfere della decisionalit\u00e0 politica. E viceversa, in una\u00a0 circuitazione autorafforzativa. A riguardo, dice molto l\u2019assonanza con le tesi fatte proprie dall\u2019Unesco, che a partire dalla Dichiarazione di Siviglia sulla violenza del 1986 assevera l\u2019esigenza di smantellare, in ogni ambito dell\u2019istruzione e della formazione, la credenza per cui la violenza sia il destino inscritto nel codice genetico dell\u2019umanit\u00e0, stante l\u2019insostenibilt\u00e0 scientifica di ogni giustificazione basata su determinismi evoluzionistici, biologici, psicologici, ontologici, non suffragati da prove certe e puntuali<sup>[11]<\/sup>. Il tutto in vista di una responsabilizzazione a pi\u00f9 livelli capace di elaborare strategie cooperative di prevenzione della violenza e di gestione incruenta dei conflitti, in linea con la concezione olistica dell\u2019<em>homo empath icus<\/em>\u00a0in luogo della supina accettazione dell\u2019<em>homo homini lupus<\/em><sup>[12]<\/sup>.<\/p>\n<p>A dire il vero, un\u2019agenda cos\u00ec prefigurabile non ha goduto di sviluppi sempre coerenti, neanche nelle societ\u00e0 liberaldemocratiche di un Occidente apparentemente pi\u00f9 incline a recepirla. Ponendosi nell\u2019ottica del Sud globale, non mancano i riscontri alla violenza strutturale su cui continuano a fondarsi le fortune di una parte di mondo a carico di altre. Evidenze che concorrono a erodere l\u2019assunto neo-kantiano in virt\u00f9 del quale le democrazie liberali non muovono guerra. Non si tratta solamente di registrare il tipo di regime caratterizzante gli Stati che, dal secondo dopoguerra a oggi, risultano pi\u00f9 intensamente e pi\u00f9 frequentemente impegnati in conflitti bellici, a ci\u00f2 aggiungendo i proventi che le rispettive economie ricavano dal complesso militare-industriale. Le aspettative di una \u201cpace perpetua\u201d assicurata dalle democrazie liberali non hanno trovato sostegno empirico inappuntabile, considerando, conti e dati storici alla mano, l\u2019inclinazione a muovere guerra nei confronti di regimi estranei alle comunit\u00e0 di sicurezza occidentali in condizioni di inferiorit\u00e0 militare<sup>[13]<\/sup>. Oltretutto, l\u2019ipotesi minimalista della \u201cpace democratica\u201d, per cui le democrazie non fanno guerra tra loro, oltre che sottoposta a problematizzazioni definitorie e a relativizzazioni storiche, si espone a una significativa critica mossa dalla dottrina realista: allorch\u00e9 una concomitante assenza di conflitti armati ha riguardato lo spazio interno al blocco socialista guidato dall\u2019Urss, speculare alla pace vigente nel blocco egemonico a guida Usa (peraltro pacificamente partecipato anche da autocrazie) sono concepibili piuttosto delle \u201cpaci separate\u201d: dovute al potere disciplinare esercitato da un egemone indiscusso sui propri subalterni, al netto delle qualit\u00e0 elettive dei regimi coinvolti.<\/p>\n<p>Neppure la formula della interdipendenza economica pare avere offerto garanzie incontrovertibili. Le confutazioni inferte da due guerre mondiali all\u2019ottimismo positivistico della Belle \u00c9poque non sono bastate a relativizzare la fiducia riposta in quel concetto di \u201cpace commerciale\u201d quale ulteriore fattispecie dell\u2019idealismo liberale. Gli esordi della teoria delle relazioni internazionali come scienza autonoma, a cavallo tra XIX e XX secolo, erano stati procurati da una congerie di studi che preconizzavano la desuetudine della guerra, ritenuta irrazionalmente controproducente in un mondo avviato, attraverso i progressi scientifici e tecnologici, a produrre ricchezze godibili soltanto in un ordine mondiale pacificato<sup>[14]<\/sup>. Smentite sonore ve ne sono state, ma non abbastanza per archiviare l\u2019affidamento che, ancora alla vigilia Terzo Millennio, ha salutato con entusiasmo gli effetti definitivamente pacificanti dell\u2019interdipendenza richiesta dal mercato globale. Eppure un\u2019interdipendenza culturalmente ed eticamente disimpegnata, che non si incarica di dirimere la brama di controllare risorse e di dettare regole del gioco funzionali a consolidare e potenziare i primati conseguiti dai players vincenti. Se necessario, anche al costo di ribaltare il tavolo, mediante l\u2019innesco di guerre<sup>[15]<\/sup>. Il tutto condito dall\u2019assuefazione culturale a un\u2019interdipendenza costruita sullo scambio ineguale, sullo sfruttamento dell\u2019altrui sottosviluppo, su leve predatorie che inducono i Paesi dotati di scarso potere negoziale e soggetti ad aiuti condizionali a specializzarsi a misura della maggior redditivit\u00e0 degli attori maggiorenti, inducendo stravolgimenti e squilibri nel tessuto socioeconomico autoctono<sup>[16]<\/sup>. Forme di tacita violenza strutturale, pur sempre collegate alla gestione di un altrettanto strutturale potere di concedere, negare, condizionare o minacciare le altrui risorse, materiali e immateriali.<\/p>\n<p><strong>Dalle parole ai fatti: le criticit\u00e0 ideazionali del presente<\/strong><\/p>\n<p>Alla luce dell\u2019idealismo strutturale che guida le analisi costruttivistiche, sarebbe un errore relegare le matrici della guerra alle sole decisioni dei governi, esulando dal coinvolgimento dell\u2019uomo comune nelle sue ordinarie fruizioni culturali. Simile constatazione suggerisce di prestare attenzione al registro mediatico del nostro tempo. In frangenti in cui si giunge a perorare la formazione di una \u201cmentalit\u00e0 di guerra\u201d, anche il lessico \u00e8 sintomo di traslazioni patologiche della concezione polemologica dell\u2019esistenza a piani persino impropri, reclutando espressioni (\u201cguerra al virus\u201d, \u201cbomba d\u2019acqua\u201d, \u201ctrincea ambientalista\u201d, \u201cgenocidio energetico\u201d), che rivelano ben pi\u00f9 del gusto enfatico dell\u2019iperbole. Maggiormente significativa \u00e8 la concomitante propensione a confezionare linguaggi manichei, aggressivamente polarizzanti, con una disinvolta disposizione a demonizzare e stigmatizzare intere classi di individui, alimentando quel che \u00e8 stato definito un \u201crazzismo d\u2019opinione\u201d atto a istruire processi nell\u2019agor\u00e0 comunicativa. In esso non manca l\u2019ingrediente populistico, esibito dal riduzionismo che rifiuta la complessit\u00e0 dei fenomeni e relative cause profonde. Emarginando ed esecrando senza appello, esso si attesta sulla contrapposizione accusatoria e divisiva (<em>diaballein<\/em>: \u201cseparare\u201d ma anche \u201ccalunniare\u201d): gi\u00e0 con siffatta grammatica si precostituiscono, sul piano ideazionale, gli ostacoli ai beni relazionali che \u2013 stando alla traccia di Maritain consonante con le espressioni della\u00a0<em>Pacem in terris \u2013<\/em>\u00a0gravitano attorno al bene della pace<sup>[17]<\/sup>.<\/p>\n<p>Dalla neolingua delle polarizzazioni alle rappresentazioni conformistiche delle criticit\u00e0 sociali e politiche il passo \u00e8 breve. Versioni di realt\u00e0 che elargiscono certezze a buon mercato preservano il pubblico consumatore dallo smarrimento interpretativo che discende dall\u2019uso critico della ragione, omologando i giudizi. Tornando alle lontane suggestioni costruttivistiche (diremmo\u00a0<em>ante litteram<\/em>) offerte da Tocqueville nei capitoli conclusivi del secondo volume (1840) de\u00a0<em>La d\u00e9mocratie en Amerique<\/em>\u00a0sulla potenza dei pregiudizi socializzati, si possono tuttora riconoscere le fenomenologie dell\u2019omologazione sottesi a \u201cmodelli di pensiero\u201d confezionati con la seduzione del senso identitario, come pure attraverso l\u2019intimidazione di ritrovarsi, laddove riconosciuti difformi, in un sempre pi\u00f9 elastico novero degli indegni<sup>[18]<\/sup>.<\/p>\n<p>Non \u00e8 casuale la corrispondenza tra questi processi e un tenore della politica internazionale che riesuma la contrapposizione tra bene e male, dividendo l\u2019umanit\u00e0 in schieramenti inconciliabili. In ci\u00f2 avvalendosi di un moralismo che mobilita consensi attorno a guerre di civilt\u00e0 galvanizzate dalla \u201cmostrificazione\u201d per cui non esistono rivali ma nemici esistenziali: disumanizzati secondo criteri valoriali a uso e consumo di chi se ne fa estensore per sostituire il termine \u201cguerra\u201d (quando voluta e promossa) con il concetto di un intervento di polizia criminale contro Stati e nazioni pericolosi per l\u2019umanit\u00e0 intera. Ci\u00f2 basta a sofisticare altri concetti (giustizia, umanit\u00e0, diritto, ecc.), come pure a tacciare i perplessi di intelligenza con il nemico, dando una volta di pi\u00f9 ragione a Tucidide allorch\u00e9 osservava che per rovesciare la realt\u00e0 occorre prima rovesciare le parole.<\/p>\n<p>Cos\u00ec dalle parole ai fatti. Laddove \u2013 come rilevato gi\u00e0 da Carl Schmitt \u2013 le paci moralizzatrici in quanto punitive predispongono rinnovate ostilit\u00e0, ontologizzano e ipostatizzano culturalmente l\u2019identit\u00e0 del nemico, esibendo l\u2019intenzione purificatrice\u00a0<em>ad libitum<\/em>\u00a0di utilizzare la politica per \u00abcontinuare la guerra con altri mezzi\u00bb, con un vistoso capovolgimento dell\u2019adagio di von Clausewitz<sup>[19]<\/sup>. Una tendenza, questa, denunciata gi\u00e0 nel secolo scorso, guardando retrospettivamente alla Prima Guerra mondiale quale evento-simbolo della crisi \u2013 tutt\u2019ora perdurante \u2013 dell\u2019anarchia lockeana inaugurata con la Pace di Augusta nel 1555 e compiutamente a Westfalia nel 1648: formule che, almeno in Europa, posero fine alle guerre di religione, ma revocate surrettiziamente nel \u2019900 previa la mobilitazione ideazionale della \u201cguerra giusta\u201d agitata da religioni politiche sotto specie ideologica.<\/p>\n<p>Inforcando le lenti diagnostiche del costruttivismo, \u00e8 possibile riconoscere l\u2019onda lunga del secolo (pur detto) breve in un clima di narrazioni binarie che, nei termini di un confessionalismo secolarizzato, evocano rese dei conti apocalittiche, aggiornate come viatico a un traguardo escatologico di perfettistico compimento universale. Anche in questo caso vale l\u2019andamento palindromo tra sfera interna ed esterna, tra societ\u00e0 domestica e politica internazionale. Lo evidenziano, per esempio, le influenze tossiche che paralizzano le iniziative pacificatrici nei teatri di guerra, per cui alle organizzazioni internazionali viene inibita la funzione di trasformare le preferenze degli attori coinvolti, per rassicurare e orientare ai processi negoziali. Lo stesso dicasi della retorica che, mettendo al bando qualsiasi conato moderatore, ingiunge di \u201cschierarsi dalla parte giusta della storia\u201d, ammonisce con lo slogan \u201ccon noi o contro di noi\u201d, individuando la neutralit\u00e0 come tradimento o collusione: a onta delle esperienze in cui proprio la presenza mediatrice di Paesi terzi diede il contributo attivo a dialoghi credibili per la composizione dei conflitti.<\/p>\n<p>Il ragionamento sul cordone ombelicale tra il piano culturale a quello fattuale si estende all\u2019ambito della guerra guerreggiata, in considerazione della retroazione inerziale esercitata dagli sviluppi tecnologici nel settore delle armi sulla radicalizzazione di culture inimicali, cui d\u2019altronde pu\u00f2 corrispondere un processo di direzione inversa: una rappresentazione disumanizzante del nemico incoraggia la propensione a dotarsi di strumenti di annientamento, assolutizzando la distanza tanto morale quanto fisica dalla vittima (si pensi alle frontiere dell\u2019intelligenza artificiale applicate ai sistemi d\u2019arma)<sup>[20]<\/sup>.<\/p>\n<p>Ma se si tratta di una possibilit\u00e0, anzich\u00e9 di una necessit\u00e0 deterministica, il costruttivismo segnala che si pu\u00f2 addivenire anche a risultati differenti. Del tipo realizzato grazie ai processi di sensibilizzazione, persuasione e socializzazione a vasto raggio attivati sul piano culturale dalle organizzazioni non governative, coronati dalla messa al bando delle mine antiuomo mediante la Convenzione di Ottawa del 1997. Ragionamento analogo vale per gli impegni sul piano tanto politico quanto culturale che in passato hanno offerto risultati sul controllo degli armamenti, persuadendo a considerare la sicurezza un bene godibile solo se garantito in modo olistico, invece minacciato dalle corse unilaterali al riarmo<sup>[21]<\/sup>.<\/p>\n<p><strong>Educare ai bisogni di pace: la persona come sestante culturale<\/strong><\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 essere cos\u00ec ingenui da ritenere che, su simili successi, pur obiettivamente realizzati, abbia inciso soltanto la componente ideazionale, al netto di congiunture storiche, transazioni e variabili di molteplice natura. Ma sarebbe d\u2019altro canto fuorviante negare l\u2019apporto degli interventi spesi sul piano culturale. Se non altro, la prospettiva costruttivista spiega l\u2019efficacia, nel bene e nel male, dei meccanismi di socializzalizzazione da cui scaturiscono i comportamenti collettivi approvabili: da un lato la persuasione esercitata dagli atti comunicativi spesi da soggetti accreditati e diffusamente ritenuti credibili; dall\u2019altro l\u2019influenza sociale, che dispensa benefici come appagamento psicologico, sentimento di appartenenza e rispetto, speculari a sanzioni quali disapprovazione, esclusione, colpevolizzazione. Il che \u2013 ripetiamo \u2013 pu\u00f2 valere sia per singoli individui, sia per i gruppi, sino ai pi\u00f9 ampi contesti istituzionali dell\u2019associazione umana. Pertanto, anzich\u00e9 chiedersi in termini assoluti se l\u2019elemento ideazionale sia in grado di incidere su decisioni e comportamenti, risulta appropriato osservare quando e come esso \u00e8 in condizione di rendersi efficace.<\/p>\n<p>In un senso o nell\u2019altro, intervenire per emancipare l\u2019ambiente sociale ovvero le interazioni politiche dalla preferenza per la violenza comporta pur sempre un agire educativo. Sicch\u00e9 educare, sia pure alla pace, significherebbe, in fondo, riprogrammare artificialmente l\u2019umanit\u00e0, nei termini di un\u2019etica contestualistica ovvero sulla base di una precompresione demiurgica della natura umana in quanto prodotto infinitamente plasmabile? Cosa occorre per non confondere gli strumenti suggeriti dall\u2019idealismo strutturale costruttivista con ipotesi di ingegneria antropologica, ovvero con la stessa deviazione perfettistica manifesta nei guasti ideologici (e non solo) del \u2019900? Insomma, quale il sestante necessario a una navigazione sicura, che preservi dal naufragare nell\u2019ambizione prometeica di \u201creinventare\u201d l\u2019essere umano?<\/p>\n<p>Dalle coordinate conferite ai\u00a0<em>peace studies<\/em>\u00a0da Galtung possiamo senz\u2019altro ricavare la funzione regolativa dei bisogni umani fondamentali: alla sopravvivenza, al benessere sufficiente, all\u2019identit\u00e0 e alla libert\u00e0 di perseguire i primi tre. Non a caso, proprio i bisogni conculcati definiti nel\u00a0<em>Triangolo della Violenza<\/em>. I quali attengono sostanzialmente allo sviluppo integrale della persona, che continua a essere precisato dalle espressioni filosofiche \u2013 quando non schiacciate sull\u2019unilateralismo confessionale \u2013 del personalismo cristiano<sup>[22]<\/sup>. Pi\u00f9 semplicemente, bisogni che attengono alle premesse espressive della dignit\u00e0 umana, la quale nella supina acquiescienza alla violenza o nel consenso all\u2019aggressivit\u00e0 incontra la propria negazione: in quanto negazione dell\u2019\u201caltro s\u00e9\u201d. Ma \u00e8 lo stesso etimo dell\u2019educare (<em>ex ducere<\/em>) a fornire una risposta viepi\u00f9 elementare, trattandosi di un\u2019operazione che non crea dal nulla, ma interviene maieuticamente sulle migliori risorse sostantive che gi\u00e0 albergano nell\u2019essere umano. Le quali stanno gi\u00e0 a suggerire tutta la naturalit\u00e0 che si sprigiona dal bisogno di pace universalmente avvertito da ogni membro della famiglia umana. E sperimentato concretamente nell\u2019incontro con il mondo ideazionale altrui, ove si dischiude la convergente sostenibilit\u00e0 del proprio modo di intendere la realt\u00e0 sociale<sup>[23]<\/sup>. Bisogno inesausto, che interpella la responsabilit\u00e0 di ciascuno, sia questi l\u2019uomo della strada o lo statista.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><sup>[1]<\/sup>\u00a0N. Bobbio,\u00a0<em>Il problema della guerra e le vie della pace<\/em>, il Mulino, Bologna 1979, pp. 79-97.<\/p>\n<p><sup>[2]<\/sup>\u00a0Per un\u2019utile ricognizione della letteratura introduttiva al costruttivismo, si vedano, tra gli altri, R. Jackson et alii,\u00a0<em>Introduction to International Relations: Theories and Approaches<\/em>, Oxford UP, Oxford 2019, cap. 8; C. Simon-Belli,\u00a0<em>Costruire la pace \u2013 Decostruire la guerra<\/em>, Stella Mattutina, Scandicci 2016, cap. 4; I. Hurd,\u00a0<em>Constructivism<\/em>, in C. Reus Smith, D. Sidnal (eds.),\u00a0<em>The Oxford Handbook of International Relations<\/em>, Oxford UP, Oxford 2008.<\/p>\n<p><sup>[3]<\/sup>\u00a0Cfr. K.M. Fierke,\u00a0<em>Constructivism<\/em>, in T. Dunne et al. (eds.),\u00a0<em>International Relations Theory: Discipline and Diversity<\/em>, Oxford UP, Oxford 2010; Id.\u00a0<em>Critical Methodology and Constructivism<\/em>, in K.M. Fierke \u2013 K.E. J\u00f8rgensen (eds.),\u00a0<em>Constructing International Relations: The Next Generation<\/em>, Sharpe, London 2001. Sulla \u201clogica della appropriatezza\u201d esaminata dall\u2019istituzionalismo sociologico (come chiave distinta dalla \u201clogica della consequenzialit\u00e0\u201d), si veda il seminale studio di J.G. March \u2013 J.P. Olsen<em>, Rediscovering Institutions: The Organizational of Politics<\/em>, Free Press, New York 1989.<\/p>\n<p><sup>[4]<\/sup>\u00a0Cfr. N. Tannenwald,\u00a0<em>Ideas and Explanation: Advancing the Theoretical Agenda<\/em>, \u00abJournal of Cold War Studies\u00bb, 7(2), 2005, pp. 13-42, a proposito del concorso regolativo esercitato sul comportamento collettivo da ideologie (quali sistemi di valori condivisi), convinzioni normative, convinzioni causa-effetto e prescrizioni di indirizzo politico.<\/p>\n<p><sup>[5]<\/sup>\u00a0Doveroso il rimando a A. Wendt,\u00a0<em>Social Theory of International Politics<\/em>, Cambridge UP, Cambridge 1999, principale tra gli studi fondativi dedicati ai nessi epistemologici (con relative premesse ontologiche) tra la performativit\u00e0 sociale dei processi ideazionali e il comportamento degli attori in campo internazionale.<\/p>\n<p><sup>[6]<\/sup>\u00a0A. Wendt,\u00a0<em>Anarchy is What States Make of It: The Social Construction of Power Politics<\/em>, \u00abInternational Organization\u00bb, 46(2), 1992, pp. 391-425.<\/p>\n<p><sup>[7]<\/sup>\u00a0Offrendo versioni sempre pi\u00f9 raffinate delle proprie tesi, Wendt \u00e8 giunto a individuare tre livelli di interiorizzazione delle regole internazionali: il primo, corrispondente alla visione realista, trova gli attori propensi ad adeguarvisi solo se costretti; il secondo, conforme alla visione dell\u2019istituzionalismo razionalistico di matrice liberale, trova l\u2019obbedienza motivata da considerazioni di rango utilitaristico; il terzo rimanda al riconoscimento della legittimit\u00e0 delle regole stesse, laddove si determina la loro maggiore efficacia nel disciplinare e orientare i comportamenti.<\/p>\n<p><sup>[8]<\/sup>\u00a0Esemplare al riguardo M. Barnett \u2013 M. Finnemore,\u00a0<em>The Power of Liberal International Organization<\/em>, in M. Barnett et al. (eds.),\u00a0<em>Power in Global Governance<\/em>, Cambridge UP, Cambridge 2005.<\/p>\n<p><sup>[9]<\/sup>\u00a0Su questo gi\u00e0 P. Katzenstein,\u00a0<em>Cultural Norms and National Security<\/em>, Cornell UP, Ithaca1996. Sulla stessa scia, illustrativa dei capisaldi \u201cculturalisti\u201d di tale approccio, \u00e8 T. Hopf,\u00a0<em>Social Construction of International Politics<\/em>, Cornell UP, Ithaca 2002.<\/p>\n<p><sup>[10]<\/sup>\u00a0J. Galtung,\u00a0<em>La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici: il Metodo Transcend<\/em>, Undp, Centro Studi Sereno Regis, Torino 2006.<\/p>\n<p><sup>[11]<\/sup>\u00a0Sulla rilevanza che il costruttivismo attribuisce all\u2019Unesco resta esemplare M. Finnemore,\u00a0<em>International Organizations as Teachers of Norms: The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization and Science Policy<\/em>, \u00abInternational Organization\u00bb, 47(4), pp. 565-597.<\/p>\n<p><sup>[12]<\/sup>\u00a0Cfr. J. Rifkin,\u00a0<em>The Empathic Civilization: The Race to Global Consciousness in a World in Crisis<\/em>, TarcherPerigee, New York 2010.<\/p>\n<p><sup>[13]<\/sup>\u00a0Cfr. M. Clementi,\u00a0<em>Politica interna e pace democratica<\/em>, in F. Andreatta et al.,\u00a0<em>Relazioni internazionali<\/em>, il Mulino, Bologna 2007.<\/p>\n<p><sup>[14]<\/sup>\u00a0Per un\u2019agile rassegna della letteratura in argomento, si veda L. Bozzo,\u00a0<em>La grande illusione: all\u2019origine delle relazioni internazionali. Introduzione all\u2019edizione italiana,\u00a0<\/em>in R. Jackson et al.,\u00a0<em>Relazioni internazionali<\/em>, Egea, Milano 2020.<\/p>\n<p><sup>[15]<\/sup>\u00a0Per un\u2019analisi delle implicazioni tra diversi teatri di guerra, il controllo delle risorse energetiche e le frizioni egemoniche (regionali e globali) del presente, ci si permette di rinviare a G. Casale,\u00a0<em>Transizione energetica e violenza strutturale: una chiave per la comprensione dei conflitti glocali contemporanei<\/em>, \u00abEducatio catholica\u00bb, 9(1-2), 2023, pp. 57-21.<\/p>\n<p><sup>[16]<\/sup>\u00a0Per un apprezzamento delle costanti storiche dell\u2019interdipendenza ineguale collegata alla ricerca di posizioni di primato, sempre validi G. Arrighi,\u00a0<em>Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo,<\/em>\u00a0Il Saggiatore, Milano 1996; F. List,\u00a0<em>Il sistema nazionale di economia politica<\/em>, Isedi, Milano 1972.<\/p>\n<p><sup>[17]<\/sup>\u00a0Cfr. V. Possenti,\u00a0<em>Pace e guerra tra le nazioni. Kant, Maritain, \u201cPacem in terries\u201d<\/em>, Roma, Studium 2014; G. Alfano \u2013 G. Casale (a cura di),\u00a0<em>Pace tra le genti. A sessant\u2019anni dalla \u201cPacem in terris\u201d<\/em>, Libreria Editrice Vaticana, Citt\u00e0 del Vaticano 2024.<\/p>\n<p><sup>[18]<\/sup>\u00a0Cfr. G. Faso,\u00a0<em>Lessico del razzismo democratico<\/em>, DeriveApprodi, Roma 2010.<\/p>\n<p><sup>[19]<\/sup>\u00a0Cfr. C. Schmitt,\u00a0<em>Sul rapporto tra i concetti di guerra e di nemico<\/em>\u00a0(or. 1938), trad. it. in Id.,\u00a0<em>Stato, grande spazio, nomos<\/em>, Adelphi, Milano 2015; Id.,\u00a0<em>Il mutamento di significato della guerra<\/em>\u00a0(or. 1950), trad. it. in Id.,\u00a0<em>Il nomos della terra<\/em>, Adelphi, Milano 1991.<\/p>\n<p><sup>[20]<\/sup>\u00a0Quantunque non annoverabile nel costruttivismo, Schmitt, a conclusione de\u00a0<em>Il nomos della terra<\/em>, a proposito dei bombardamenti aerei e sulla scorta dell\u2019annientamento atomico piovuto sul Giappone, scriveva: \u00abla mancanza di relazioni tra il belligerante e il territorio, congiuntamente alla popolazione nemica che in esso si trova, diventa assoluta. [&#8230;] Chi \u00e8 superiore vedr\u00e0 nella propria superiorit\u00e0 sul piano delle armi una prova della sua\u00a0<em>justa causa<\/em>\u00a0e dichiarer\u00e0 il nemico criminale, dal momento che il concetto di\u00a0<em>justus hostis<\/em>\u00a0non \u00e8 pi\u00f9 realizzabile. La discriminazione del nemico quale criminale e la contemporanea implicazione della\u00a0<em>justa causa<\/em>\u00a0vanno di pari passo con il potenziamento dei mezzi di annientamento della guerra. Il potenziamento dei mezzi tecnici di annientamento spalanca l\u2019abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva. [&#8230;] Nella misura in cui oggi la guerra viene trasformata in azione di polizia contro turbatori della pace, criminali ed elementi nocivi, deve anche essere potenziata la giustificazione dei metodi di questo\u00a0<em>police bombing<\/em>. Si \u00e8 cos\u00ec costretti a spingere la discriminazione dell\u2019avversario in dimensioni abissali. [&#8230;] Ricordiamoci dei cinque\u00a0<em>dubia circa justitiam belli<\/em>, che Francisco de Vitoria aveva esposto, e pi\u00f9 ancora dei suoi nove\u00a0<em>dubia quantum liceat in bello justo<\/em>. Oggi stiamo sperimentando la risposta alle sue domande. La scienza naturale moderna e la sua tecnica ci danno la risposta:\u00a0<em>Tantum licet in bello justo!<\/em>\u00a0Ne consegue che \u00e8 storicamente maturato il tempo di nuove linee di amicizia. Ma non sarebbe bene se esse fossero realizzate mediante nuove criminalizzazioni\u00bb (ed. cit., pp. 428 ss.).<\/p>\n<p><sup>[21]<\/sup>\u00a0Cfr. C. Ulbert \u2013 T. Risse,\u00a0<em>Deliberately Changing the Discourse: What Does Make Arguing Effective?<\/em>, \u00abActa Politica\u00bb, 40(3), 2005, pp. 351-367.<\/p>\n<p><sup>[22]<\/sup>\u00a0Come in V. Possenti,\u00a0<em>Il nuovo principio persona<\/em>, Armando, Roma 2013.<\/p>\n<p><sup>[23]<\/sup>\u00a0Cfr. A. Rosetto Ajello (a cura di),\u00a0<em>Nel mondo degli altri. Il cammino impervio dell\u2019educazione alla pace<\/em>, CESV Messina 2010.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[891],"fascicolo":[354],"class_list":["post-3148","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-giuseppe-casale","fascicolo-giugno-2025"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - L\u2019idealismo strutturale tra cultura e istituzioni: la pace da una prospettiva di dottrina costruttivistica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Giuseppe Casale, pubblicato nel numero di Giugno 2025. 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