{"id":2839,"date":"2022-10-01T12:00:00","date_gmt":"2022-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2839"},"modified":"2026-04-19T04:10:53","modified_gmt":"2026-04-19T02:10:53","slug":"il-pacifismo-difficile-violenza-e-non-violenza-in-paul-ricoeur","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2022\/ottobre\/il-pacifismo-difficile-violenza-e-non-violenza-in-paul-ricoeur\/","title":{"rendered":"Il pacifismo difficile. Violenza e non-violenza in Paul Ricoeur"},"content":{"rendered":"<p>Il 24 febbraio, con l\u2019invasione militare dell\u2019Ucraina da parte della Federazione Russa, il conflitto che da otto anni lacera il Donbass ha assunto proporzioni tali da prefigurare lo scoppio di una terza guerra mondiale. Passando dalla tragedia alla farsa, il dibattito italiano allestito da quotidiani e talk shows ha dato spesso il peggio di s\u00e9, quanto a diffusione di altezzose caricature, diffamazioni sfacciate e palesi strumentalizzazioni, Queste note sono rivolte pertanto a coloro che, frastornati e offesi dall\u2019indecente gogna mediatica a cui sono state costrette le ragioni della pace, cercano strumenti filosoficamente fecondi per elaborare un pensiero alternativo al reiterato, e quantomai banale, marketing delle propagande. Pu\u00f2 quindi essere utile rileggere alcuni scritti di Paul Ricoeur contenuti in Histoire et V\u00e9rit\u00e9, dedicati alla questione essenzialmente politica del potere, con l\u2019intento di mettere in luce le dinamiche storiche della violenza e della non-violenza, in ordine alla promozione della pace<sup>1<\/sup>. Il contributo che intendo qui riproporre al lettore \u00e8 stato originariamente pubblicato nel fascicolo di Esprit dedicato alla R\u00e9vision du pacifisme del febbraio 1949, una collocazione che appare retrospettivamente significativa, in quanto si colloca grossomodo tra l\u2019assassinio del Mahatma Gandhi (30 gennaio 1948) e la firma del trattato istitutivo della NATO (4 aprile 1949). L\u2019articolo di Ricoeur L\u2019homme non violent et sa pr\u00e9sence \u00e0 l\u2019histoire segue ai forse pi\u00f9 noti contributi Le pacifisme des forts di Frank Emmanuel, rappresentante del Cartello internazionale della pace, e soprattutto Les \u00e9quivoques du pacifisme di Emmanuel Mounier. A quell\u2019epoca si trattava soprattutto di rivedere l\u2019impegno per la pace, dopo le conseguenze tragiche della Conferenza di Monaco (1939), alla luce di due impulsi fondamentali: da un lato, occorreva inquadrare il \u201cpacifismo\u201d all\u2019interno di una lettura realistica della storia senza spegnere cinicamente il suo costitutivo anelito ideale (escatologico o utopico, che dir si voglia) e, dall\u2019altro, bisognava valorizzare l\u2019efficacia costruttiva di quest\u2019engagement tanto esigente, quanto irrinunciabile. Per disinnescare le differenti caricature, Ricoeur procede quindi dalla convinzione previa sul \u00abvalore possibile\u00bb delle \u00abforme non-violente di resistenza\u00bb \u2013 ispirata dal Discorso della montagna (Mt 5,1-7,28) \u2013 al fine di ragionare sulle condizioni che permettono di inserirle effettivamente nella storia. L\u2019incarnazione storico-pratica dell\u2019ideale della non-violenza costituisce la caratteristica pi\u00f9 evidente di quello che definirei, appunto, pacifismo \u00abdifficile\u00bb<sup>2<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1.<\/strong>\u00a0La prima condizione per sviluppare una teoria-prassi della non-violenza consiste nell\u2019assumere uno sguardo sulla storia che sia, ad un tempo, realista e critico. Ogni movimento pacifista che non dovesse maturare questa consapevolezza rimarrebbe bloccato ad uno stadio \u00abpuerile\u00bb. Il primo sintomo di questa superficialit\u00e0 consiste spesso nel far coincidere la violenza con una delle sue forme, per opporvisi ostinatamente. Secondo Ricoeur, invece, per convincersi che \u00abla violenza sia da sempre e dappertutto, non c\u2019\u00e8 che da guardare a come si edificano e crollano gli imperi, si stabilisce il prestigio personale, si dilaniano l\u2019un l\u2019altra le religioni, si perpetuano e si dislocano i privilegi della propriet\u00e0 e del potere, a come poi si consolida l\u2019autorit\u00e0 dei ma\u00eetres \u00e0 penser o i godimenti intellettuali si appoggiano sui dolori e sulle fatiche dei diseredati\u00bb. Un\u2019\u00abanatomia della guerra\u00bb, in altri termini, dev\u2019essere inserita nel pi\u00f9 vasto orizzonte costituito da una \u00abfisiologia della violenza\u00bb<sup>3<\/sup>. A sua volta, quest\u2019ultima \u00e8 costituita da un primo livello in cui viene messa in luce il dinamismo psicologico che \u2013 in determinate condizioni critiche, come l\u2019invasione della patria \u2013 volge l\u2019affettivit\u00e0 umana verso quello che Ricoeur chiama \u00abterrible\u00bb, ossia verso quel potenziale distruttivo alimentato dalla pulsione di morte che si esprime nell\u2019\u00abapp\u00e9tit de catastrophe\u00bb. Questo processo regressivo trova una prima condensazione intersoggettiva nelle reazioni ideologizzanti per cui i valori pi\u00f9 alti vengono asserviti alle passioni pi\u00f9 divisive, le lingue e le culture divengono strumenti per separare gli uomini anzich\u00e9 arricchirli reciprocamente nello scambio dialogico ed anche Dio stesso \u2013 mentre l\u2019opinione pubblica viene orientata alla distruzione, come tutto si potesse risolvere attraverso la moltiplicazione degli armamenti in capo \u2013 viene arruolato dall\u2019una e dall\u2019altre parte. Per elaborare un\u2019analisi adeguata alla storia, in cui la violenza opera in modo costitutivo, occorre tuttavia guadagnare un punto di vista ulteriore capace di comprendere il modo in cui il campo di forze psichiche si dispone in forme sociali che manifestano quelle che Ricoeur \u2013 con riferimento all\u2019analisi marxista della lotta di classe \u2013 chiama \u00ables structures du terrible\u00bb. \u00c8 qui che il pacifismo inizia a mostrarsi \u201cdifficile\u201d, proprio a fronte del riconoscimento della dialettica per cui \u2013 non potendosi dare pace, senza giustizia \u2013 la violenza delle strutture oppressive produce incessantemente nuove rivolte violente. \u00abA questo livello\u00bb, osserva Ricoeur, \u00abil terribile diventa storia al tempo stesso in cui la storia, in forza del pungiglione del negativo, si nutre del terribile\u00bb<sup>4<\/sup>. L\u2019ultimo stadio dell\u2019analisi ricoeuriana verte sullo Stato, in cui la violenza pu\u00f2 conoscere la massima intensit\u00e0, senza per altro esaurire in s\u00e9 stesso il livello precedente<sup>5<\/sup>. Se le forme della politica regolano la ricerca e il conferimento stesso della legittima sovranit\u00e0, cui spetta l\u2019esercizio del potere, nel momento in cui due o pi\u00f9 volont\u00e0 sovrane si trovano a disputarsi un medesimo obiettivo o ancor pi\u00f9 quando l\u2019esistenza stessa di uno Stato \u00e8 concretamente minacciata \u00abla violenza prende la figura della guerra\u00bb<sup>6<\/sup>. Finalmente palesatasi come forza che mira pi\u00f9 o meno esplicitamente alla morte dell\u2019altro, la violenza si manifesta a questo livello come il principale modo in cui la storia fatta dagli uomini procede e cambia. La difficolt\u00e0 del pacifismo consiste allora nell\u2019abitare il concreto corso della storia, nella consapevolezza di provenire \u00abda altrove\u00bb, trascendendolo attraverso il giudizio ed opponendovisi eticamente. Sostenuta dal fine dell\u2019amicizia possibile tra gli uomini, l\u2019impegno per la pace si esprime nell\u2019indignazione costruttiva di chi opera per delegittimare il ricorso alla logica della violenza e farne cessare l\u2019esercizio: \u00abLa storia dice: violenza. La coscienza s\u2019alza in piedi e dice: amore\u00bb<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>2.<\/strong>\u00a0La seconda condizione riguarda l\u2019indifferibile questione relativa all\u2019efficacia della non-violenza. Alla luce del realismo critico ricoeuriano, la proposta di questa via risulta tanto pi\u00f9 persuasiva quanto pi\u00f9 si \u00e8 in grado di mostrare che \u2013 agendo in conformit\u00e0 ad essa, senza limitarsi a contenere una forma di violenza favorendone altre per eterogenesi dei fini \u2013 \u00e8 possibile imprimere un cambiamento concreto alla storia. La prima modalit\u00e0 attraverso la quale la non-violenza raggiunge una certa efficacia consiste nella testimonianza, attraverso la quale un uomo tra gli altri compie un gesto ben riconoscibile che \u00absospende\u00bb il destino apparente rappresentato dai corsi e ricorsi storici della violenza. Quest\u2019atto coraggioso possiede di per s\u00e9 un fascino tale da persuadere gli altri che un cambiamento \u00e8 possibile, per quanto \u2013 non avendo la possibilit\u00e0 di misurarne l\u2019efficacia \u2013 l\u2019innesto dell\u2019atto personale nel farsi stesso della storia resta certo un\u2019eventualit\u00e0 in cui credere e sperare, che in nessun caso pu\u00f2 tuttavia esser confusa con una mera velleit\u00e0. \u00abAgendo non solamente in direzione dei fini umanistici della storia \u2013 in vista della giustizia e dell\u2019amicizia \u2013 ma\u00bb, chiosa Ricoeur, \u00abper mezzo della forza disarmata di questi fini, [il non-violento] impedisce alla storia di svolgersi e di ricadere. \u00c8 la controparte di speranza della contingenza della storia, d\u2019una storia non garantita\u00bb<sup>8<\/sup>. Avendo valorizzato l\u2019impegno personale e testimoniale, al di l\u00e0 di ogni concezione deterministica della storia, viene esplorata la possibilit\u00e0 che si formi un vero proprio movimento di resistenza non-violento, la cui forza collettiva potrebbe avviare effettivamente un processo di riorientamento storico. Il riferimento a Gandhi diviene qui esplicito, proprio laddove Ricoeur insiste sull\u2019esercizio di un\u2019azione politica che coniughi intrinsecamente, nel vivere la resistenza e la disobbedienza civile, \u00abuna spiritualit\u00e0 e una tecnica\u00bb<sup>9<\/sup>. La non-violenza manifesta, a questo livello, tutta la sua forza dando vita ad esperienze capaci di integrare il piano dei fini e quello dei mezzi in un\u2019azione che risulta ad un tempo storica ed etica, efficace nell\u2019edificare soluzioni pacifiche agli inevitabili conflitti socio-politici.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3.<\/strong>\u00a0L\u2019ultima condizione considerata da Ricoeur procede dalla considerazione, piuttosto realistica, dei limiti della resistenza non-violenza. Il primo di essi riguarda la negativit\u00e0 costitutiva di questa teoria-prassi delle relazioni interpersonali e la problematicit\u00e0 che ne consegue nel momento in cui si tenta di passare all\u2019azione costruttiva positiva, col rischio di reintrodurre \u2013 a dispetto delle migliori intenzioni \u2013 la logica dell\u2019oppressione. Il secondo limite della non-violenza riguarda il fatto che essa appartiene all\u2019\u00abordine del discontinuo\u00bb e all\u2019\u00abordine del gesto\u00bb, esprimendosi pertanto nel breve termine. Il bisogno di azioni di pi\u00f9 ampia durata per incidere sull\u2019andamento della storia, al di l\u00e0 delle risposte che la resistenza non-violenta offre a fronte di concrete situazioni conflittuali, richiede in terzo luogo che essa entri in dialogo con l\u2019azione politica che opera sul piano istituzionale. In questo senso, per Ricoeur, \u00abi non-violenti devono essere il nucleo profetico dei movimenti propriamente politici, vale a dire focalizzati su una tecnica della rivoluzione, della riforma o del potere\u00bb<sup>10<\/sup>. Ed \u00e8 qui che si manifesta con pi\u00f9 veemenza la distanza di pi\u00f9 di settant\u2019anni che ci separa dalla pubblicazione di questo pur stimolante contributo. Se Ricoeur scrive in un tempo determinato dalla forza trainante dei partiti politici, oggi \u2013 in Italia forse pi\u00f9 che altrove \u2013 queste organizzazioni conoscono una crisi talmente pervasiva da renderli pressoch\u00e9 incapaci di contribuire a custodire la qualit\u00e0 della vita democratica. Lacerati dalla latitanza delle grandi narrazioni moderne e feriti in radice dall\u2019iperindividualismo delle societ\u00e0 occidentali, che tende a separarli dalle masse popolari, i partiti risultano a loro volta inefficaci nell\u2019orientare l\u2019azione politica in senso costruttivo. Ridotti a clubs in cerca di un consenso per rappresentare reti di interessi pi\u00f9 o meno orientate, i partiti politici appaiono in realt\u00e0 sempre pi\u00f9 eterodiretti da forze non sempre evidenti all\u2019opinione pubblica. Questa situazione di debolezza non solo impedisce alle principali organizzazioni politiche di ospitare il nucleo profetico non-violento di cui scriveva Ricoeur, ma porta gli osservatori pi\u00f9 attenti ad interrogarsi sulla loro effettiva capacit\u00e0 di agire politicamente per fare la storia. Chi sono oggi gli attori politici collettivi in grado di imprimere una svolta al corso degli eventi? In che modo, oltre a quello innegabile della guerra, esercitano la violenza per raggiungere i propri scopi? Qual \u00e8, infine, il livello di permeabilit\u00e0 di tali apparati rispetto alla questione eminentemente etica della fraternit\u00e0 tra gli uomini e dell\u2019amicizia sociale? Solo dopo aver cercato di rispondere a queste domande, sar\u00e0 possibile ripensare la collocazione politica dell\u2019impegno, ancor sempre difficile, per la pace.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Cfr. P. Ricoeur, Histoire et V\u00e9rit\u00e9, \u00c9ditions du Seuil, Paris 19673. Per un inquadramento dei temi in esame nell\u2019arco dell\u2019ampia produzione ricoeuriana, si vedano L. Alici, Il paradosso del potere. Paul Ricoeur tra etica e politica, Vita e Pensiero, Milano 2007 e V. Brugiatelli, Potere e riconoscimento in Paul Ric\u0153ur, Tangram Edizioni Scientifiche, Trento 2012.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0Cfr. P. Ricoeur, L\u2019homme non-violent et sa pr\u00e9sence \u00e0 l\u2019histoire, in Id., Histoire et V\u00e9rit\u00e9, cit., 265-277: 265. L\u2019aggiunta dell\u2019aggettivo \u201cdifficile\u201d per caratterizzare le posizioni del filosofo francese risale al fortunato saggio di D. Jervolino, L\u2019amore difficile, Studium, Roma 1995. Al riguardo, cfr. anche A. Caputo, Ricoeur lettore dell\u2019Amore difficile. In dialogo con Domenico Jervolino, \u00abCritical Hermeneutics. Biannual International journal of Philosophy\u00bb II, 2 (2018), 177-203.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Ivi, 267.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0Ivi, 268.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0Per un indispensabile approfondimento che qui non possiamo offrire per motivi di spazio, si veda innanzitutto P. Ricoeur, \u00c9tat et violence, in Id., Histoire et V\u00e9rit\u00e9, cit., 278-293 e \u2013 pi\u00f9 recentemente \u2013 Id., Potere e violenza, \u00abFilosofia politica\u00bb XV, 2 (2001), 181-198.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0Id., L\u2019homme non-violent et sa pr\u00e9sence \u00e0 l\u2019histoire, in Id., Histoire et V\u00e9rit\u00e9, cit., 269.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Ivi, 271.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Ivi, 272.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Ivi, 273.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0Ivi, 276.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1193],"fascicolo":[319],"class_list":["post-2839","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-marco-salvioli","fascicolo-ottobre-2022"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il pacifismo difficile. 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