{"id":2833,"date":"2022-10-01T12:00:00","date_gmt":"2022-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2833"},"modified":"2026-04-19T04:06:28","modified_gmt":"2026-04-19T02:06:28","slug":"alla-ricerca-della-pace-la-dialettica-guerra-pace-nella-cultura-occidentale","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2022\/ottobre\/alla-ricerca-della-pace-la-dialettica-guerra-pace-nella-cultura-occidentale\/","title":{"rendered":"Alla ricerca della pace. La dialettica guerra-pace nella cultura occidentale"},"content":{"rendered":"<p>La questione della guerra e della pace \u00e8 antica quanto la storia dell\u2019umanit\u00e0. In tutte le culture, a partire da quelle pi\u00f9 lontane nel tempo, gli interrogativi circa la legittimit\u00e0 (o meno) della guerra e circa le vie da percorrere per costruire la pace hanno occupato un ruolo centrale nella riflessione antropologica ed etica. Etnologia e antropologia culturale hanno messo in evidenza come tale questione, pur con differenze anche consistenti nell\u2019approccio e nella ricerca di soluzioni, ha sviluppi assai ampi nelle varie comunit\u00e0: dalle aggregazioni tribali alle unit\u00e0 nazionali fino al costituirsi degli Stati<sup>1<\/sup>.<\/p>\n<p>Le riflessioni qui proposte si limitano a ricostruire l\u2019itinerario percorso dalla cultura occidentale a partire dagli inizi della sua storia fino ad oggi. Si partir\u00e0 dunque da una rapida messa a fuoco delle posizioni delle due grandi matrici che hanno contrassegnato fin dalle origini la cultura dell\u2019Occidente (tradizione greco-latina ed ebraico cristiana) (I) per fermare in seguito l\u2019attenzione sulla dottrina patristica e medioevale (II); e mettere poi in luce l\u2019evoluzione che il tema ha assunto nella modernit\u00e0 (III); e, infine, concludere con un\u2019ampia riflessione sulle forme che devono caratterizzare oggi l\u2019impegno per la costruzione della pace (IV).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>I. Alle origini della cultura dell\u2019Occidente<\/strong><\/p>\n<p>Tanto la tradizione classica greco-romana quanto quella ebraica riconoscono la legittimit\u00e0 della guerra e sviluppano tuttavia, sia pure in modi diversi, proposte e prospettive di costruzione della pace. Il mondo greco e poi quello romano sono stati attraversati da pesanti (e ripetuti) conflitti, al punto che il termine \u201cpace\u201d \u00e8 proposto prevalentemente in un\u2019accezione di segno negativo come semplice \u201cassenza di guerra\u201d e che la pax romana \u00e8 concepita come la cessazione temporanea della guerra, una sorta di armistizio dopo la vittoria conseguita attraverso un\u2019azione militare con l\u2019imposizione del proprio ordine a un popolo conquistato mediante le armi.<\/p>\n<p>La tradizione ebraica, in sintonia con i modelli culturali del tempo d\u00e0 senza esitazione (sia pure con varianti dovute alle diverse epoche storiche in cui i vari testi biblici si collocano) il proprio consenso a guerre motivate da ragioni politiche e religiose che la giustificano: la \u201cguerra di religione\u201d risulta teorizzata come una forma di reazione nei confronti di chi mette gravemente a repentaglio la fede di Israele nel Dio unico, Jahv\u00e8. La shalom biblica si discosta tuttavia dalla eirene greca e pax romana per la presenza di un concetto di \u201cpace\u201d pi\u00f9 positivo: il quale coincide con uno stato di integrit\u00e0 e di benessere, frutto del verificarsi di una situazione di giustizia, la quale avr\u00e0 piena attuazione nei tempi messianici.<\/p>\n<p>Non mancano, d\u2019altra parte \u2013 come si \u00e8 accennato \u2013 nell\u2019una e nell\u2019altra area culturale segnali importanti della volont\u00e0 di costruire la pace. Lo sviluppo della virt\u00f9 della \u201cgiustizia sociale\u201d nell\u2019ambito della filosofia greca \u2013 \u00e8 sufficiente ricordare qui l\u2019importante contributo di Aristotele \u2013 e l\u2019elaborazione del concetto di polis, in ambedue i casi con il tentativo di tradurli in esperienze concrete, pur con i limiti dovuti al contesto del tempo, forniscono elementi preziosi che non possono essere trascurati. A, sua volta, l\u2019introduzione nel mondo latino della categoria di \u201cdiritto\u201d impedisce, da un lato, che l\u2019agire umano si abbandoni a una logica del tutto libertaria (e arbitraria) e concorre, dall\u2019altro, a fissarne i limiti in vista della realizzazione di relazioni positive con gli altri. Giustizia sociale, democrazia e diritti sono altrettanti fattori che contribuiscono alla crescita di una convivenza civile ordinata ed armonica, che \u00e8 la base della costruzione della pace.<\/p>\n<p>Il mondo ebraico persegue con rigore questo stesso indirizzo. \u00c8 vero \u2013 come si \u00e8 ricordato e come viene messo soprattutto in luce dalla letteratura profetica (in particolare quella del periodo dell\u2019esilio) \u2013 che la piena realizzazione della pace \u00e8 demandata ai \u201ctempi messianici\u201d, ma questo non impedisce che il suo perseguimento si verifichi fin da quaggi\u00f9, in primo luogo con la promozione della giustizia e del diritto soprattutto a favore dei pi\u00f9 deboli \u2013 significativa \u00e8, al riguardo, l\u2019introduzione e la pratica dell\u2019anno giubilare in cui si assiste alla redistribuzione dei beni tra tutti i membri della comunit\u00e0 \u2013 ; ma poi anche con una serie di indicazioni preziose offerte dai libri sapienziali per vincere la conflittualit\u00e0, tanto nei rapporti interpersonali che in quelli sociali, e favorire l\u2019edificazione di una comunione, che ha come presupposti il dialogo e l\u2019aiuto vicendevole, l\u2019esercizio della misericordia e del perdono.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>II. Dalla patristica alla Scolastica<\/strong><\/p>\n<p>Una vera e propria svolta si produce con l\u2019avvento del cristianesimo e la sua prima diffusione nell\u2019area del Mediterraneo. Il Nuovo Testamento sottolinea l\u2019esigenza della costruzione della pace come uno dei compiti fondamentali dell\u2019impegno cristiano.<\/p>\n<p>Accanto alla \u201cbeatitudine\u201d presente nel Discorso della montagna: \u201cBeati gli operatori (i facitori) di pace perch\u00e9 saranno chiamati figli di Dio\u201d (Mt 5, 9) \u2013 il titolo pi\u00f9 alto assegnato a tutti i \u201cbeati\u201d \u2013 numerosi sono gli interventi che confermano questo messaggio affermatosi con forza nei primi secoli del cristianesimo. La radicalit\u00e0 della proposta evangelica ha spinto infatti la primitiva comunit\u00e0 cristiana a fare proprio l\u2019ideale pacifista, fino a darne testimonianza mediante la scelta (in realt\u00e0 motivata anche da ragioni religiose: il rifiuto del culto all\u2019imperatore del tempo) dell\u2019obiezione di coscienza.<\/p>\n<p>A mettere in discussione questa posizione \u00e8 stato Agostino di Ippona, che ha introdotto per primo nella riflessione etico-teologica il concetto di \u201cguerra giusta\u201d<sup>2<\/sup>. Egli, pur riconoscendo che la promozione della pace (tranquillitas ordinis) costituisce il compito pi\u00f9 importante della comunit\u00e0 politica, non esita a riconoscere in alcuni casi l\u2019ineluttabilit\u00e0 della guerra, mettendo in evidenza le condizioni che la giustificano. A determinare questo suo \u201cs\u00ec\u201d \u00e8, da un lato, il pessimismo antropologico che non lo ha mai del tutto abbandonato \u2013 si pensi alla differenza sostanziale (e persino all\u2019opposizione) che egli istituisce tra la \u201ccitt\u00e0 dell\u2019uomo\u201d e la \u201ccitt\u00e0 di Dio\u201d \u2013 e, dall\u2019altro, il cambiamento intervenuto nell\u2019ambito della politica imperiale romana con l\u2019ammissione del \u201cdiritto di cittadinanza\u201d della Chiesa e i relativi obblighi che ne derivano. Ma la ragione di fondo (o, se si vuole, l\u2019argomentazione in base alla quale egli perviene a questa conclusione) e che giustifica anche la partecipazione dei cristiani alla guerra, \u00e8 l\u2019interpretazione che egli fornisce del Discorso della montagna, ridotto a criterio ispiratore dei sentimenti interiori e delle opzioni private, dunque non applicabile alle opzioni pubbliche.<\/p>\n<p>Agostino non si limita tuttavia a questo. L\u2019introduzione del concetto di \u201cguerra giusta\u201d lo obbliga a precisarne le cause e a istituire i criteri sulla base dei quali formulare il giudizio circa la sua plausibilit\u00e0. Egli \u00e8 convinto infatti che non ogni tipo di guerra possa godere di legittimit\u00e0, e che occorra allora stabilire dei limiti precisi al suo esercizio. Prende corpo, in questo contesto, il cosiddetto ius ad bellum, che riguarda le condizioni per le quali \u00e8 possibile dichiararla ed entrarvi; condizioni che vengono fissate nella \u201cgiusta causa\u201d, nella \u201cretta intenzione\u201d e nella dichiarazione da parte della \u201cautorit\u00e0 legittima\u201d. Come risulta fin dall\u2019inizio \u2013 \u00e8 bene sottolinearlo \u2013 il concetto di \u201cguerra giusta\u201d non ha come obiettivo quello di avvallare tout court la guerra (ogni tipo di guerra), ma quello di restringere il campo del suo esercizio a situazioni limitate e ben circoscritte<sup>3<\/sup>.<\/p>\n<p>La Scolastica medioevale riprende questo concetto. Tommaso d\u2019Aquino, pur considerando la pace un bene da perseguire con tutte le proprie energie, riconosce l\u2019esistenza di situazioni nelle quali, a causa delle gravi violazioni dei diritti di un popolo, la guerra diviene legittima. Egli aggiunge poi alle condizioni poste da Agostino due altre, che introducono, accanto allo ius ad bellum, lo ius in bello. Si tratta della extrema ratio, del fatto cio\u00e8 che siano stati esperiti tutti i tentativi di trovare, attraverso il dialogo tra le forze in campo, un accordo per via diplomatica; e del debitus modus, cio\u00e8 della limitazione dell\u2019intervento all\u2019uso di mezzi legittimi e della protezione dei civili<sup>4<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>III. Gli sviluppi nella modernit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>La piena formulazione della dottrina della \u201cguerra giusta\u201d si ha in epoca moderna. A provocarne gli sviluppi ha concorso tanto la nascita degli Stati nazionali (a regime assolutistico), che avocano a s\u00e9 il monopolio della forza, quanto il ricupero del diritto alla legittima difesa, trasposto dal piano individuale a quello sociale, estendendo la possibilit\u00e0 di intervento anche in ragione della progressiva restrizione delle condizioni ricordate soprattutto (e talora in modo esclusivo) alla \u201cautorit\u00e0 legittima\u201d, essendo divenuto il \u201cprincipio di autorit\u00e0\u201d il perno fondamentale dell\u2019intera azione politica.<sup>5<\/sup><\/p>\n<p>La guerra, sia difensiva che offensiva, viene cos\u00ec giustificata come la via normale di regolamentazione e di soluzione dei conflitti; essa \u00e8 anzi persino ritenuta \u2013 \u00e8 questa la tesi di Carl von Clausewitz<sup>6<\/sup>\u00a0\u2013 \u201cla continuazione della politica con altri mezzi\u201d. Si assiste in tal modo alla \u201cpoliticizzazione\u201d della guerra \u2013 Carl Schmitt afferma che la politica si fonda sul concetto di \u201cnemico\u201d<sup>7<\/sup>\u00a0\u2013 con forme di militarismo radicale, che, oltre alle guerre coloniali, cui non manca di dare il proprio contributo anche il giovane Regno d\u2019Italia, sfociano nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. L\u2019enorme quantit\u00e0 di morti, che hanno contrassegnato l\u2019una e l\u2019altra delle due tragiche esperienze, non ferma del tutto il flusso della violenza e della sua legittimazione ancorata a rigidi presupposti ideologici.<\/p>\n<p>Non sono mancate in questo periodo, in concomitanza con queste prese di posizione talvolta persino deliranti, testimonianze di pensiero e di azione, che si muovevano controcorrente. \u00c8 sufficiente ricordare qui il pacifismo di Lev Tolstoj<sup>8<\/sup>, che si ispira peraltro alla radicalit\u00e0 evangelica o, per rimanere in Italia le battaglie condotte da Capitini<sup>9<\/sup>; ma su tutte spicca l\u2019esperienza (unica) del Mahatma Gandhi, promotore a livello politico delle pratiche di difesa nonviolenta in pi\u00f9 occasioni da lui sperimentate con successo<sup>10<\/sup>. A provocare un atteggiamento diffuso di diffidenza nei confronti della guerra concorre in seguito soprattutto la disponibilit\u00e0 di un potenziale di enorme portata distruttiva: dalle armi chimico-batteriologiche all\u2019atomica. Si fa cos\u00ec strada un profondo mutamento nella percezione del significato della guerra, destinata a rendere possibile la distruzione dell\u2019intera umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Si inserisce in questo contesto la promulgazione della Pacem in terris di Giovanni XXIII (1963), che rifiuta il concetto di \u201cguerra giusta\u201d, giungendo ad affermare che \u00e8 \u201cdel tutto irragionevole (alienum a ratione) pensare che nell\u2019era dell\u2019atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia\u201d (n. 67). Le ragioni addotte dal pontefice non sono soltanto di ordine sociopolitico; egli non manca di fare appello alla beatitudine evangelica, quella dei \u201cfacitori di pace\u201d, e a inserire la propria proposta in un contesto culturale caratterizzato da profondi cambiamenti che coinvolgono gli individui e i popoli e reclamano la creazione di nuove prospettive di giustizia e il riconoscimento di nuovi diritti. In linea di massima (e con apporti diversi legati anche ai rapidi cambiamenti intervenuti nel frattempo nella situazione mondiale) \u00e8 questa la dottrina che \u00e8 prevalsa (e prevale) nel magistero successivo della Chiesa, fino alle ultime prese di posizione di papa Francesco che, a proposito del conflitto Russia-Ucraina in corso, non ha esitato a parlare di follia<sup>11<\/sup>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>IV. L\u2019impegno per la costruzione della pace<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019impegno per la costruzione della pace comporta, in negativo, alcuni interventi, che vanno messi in atto (anche con l\u2019uso delle armi) in situazioni cruciali, per evitare mali maggiori; e, in positivo, una serie di azioni che creano le condizioni per prevenire le conflittualit\u00e0 che possono condurre alla guerra o per affrontarle, se gi\u00e0 sussistono, con mezzi pacifici. A questi due versanti si riferiscono queste ultime note, che non hanno alcuna pretesa di esaustivit\u00e0, ma intendono semplicemente fornire orientamenti e indirizzi, che meritano di essere presi in seria considerazione.<\/p>\n<p><em>1. L\u2019ingerenza umanitaria e l\u2019intervento di polizia internazionale<\/em><\/p>\n<p>La gravit\u00e0 di alcune situazioni in cui si sono consumate atrocit\u00e0 inaudite, con violenze, stupri e veri e propri genocidi \u2013 determinante \u00e8 stato quanto si \u00e8 verificato nei Balcani \u2013 ha provocato l\u2019esigenza di intervenire, anche con le armi, per arrestare, fin dove possibile, assurde forme di barbarie. \u00c8 nata per questo la dottrina della \u201cingerenza umanitaria\u201d e delle \u201coperazioni di \u201cpolizia internazionale\u201d. L\u2019obiettivo \u00e8 qui quello di dare soccorso alle vittime dell\u2019aggressione mediante il coinvolgimento della comunit\u00e0 internazionale. Si tratta di istituti che si differenziano radicalmente dalla guerra, sia per il fine perseguito \u2013 fermare e quanto meno contenere un processo di grave violenza \u2013, sia per le modalit\u00e0 di esecuzione, caratterizzate da un intervento chiaramente circoscritto e destinato esclusivamente a prestare aiuto alle vittime e a disarmare l\u2019aggressore.<\/p>\n<p>La legittimit\u00e0 di queste azioni \u00e8 strettamente dipendente dal verificarsi di alcune condizioni, quali l\u2019imparzialit\u00e0, la volont\u00e0 di promuovere una vera de-escalation della violenza e la prudenza nell\u2019uso delle armi. Per questo la loro plausibilit\u00e0 \u00e8 tale solo in presenza di situazioni estreme, nelle quali l\u2019uso coercitivo della forza \u00e8 reso necessario tanto dal fallimento della trattativa politica quanto dalla considerazione che gli effetti negativi del mancato intervento risulterebbero pi\u00f9 gravi di quelli prodotti dall\u2019intervento stesso. O ancora: per questo \u00e8 necessario quale garanzia di imparzialit\u00e0 il controllo delle grandi organizzazioni internazionali in grado di valutare, al di l\u00e0 e al di fuori di interessi particolaristici, l\u2019opportunit\u00e0 (e persino la necessit\u00e0) di intervenire<sup>12<\/sup>.<\/p>\n<p><em>2. Le \u201cbuone pratiche\u201d da promuovere<sup>13<\/sup><\/em><\/p>\n<p>Ma, accanto al rifiuto della guerra in tutte le sue forme, la pace ha bisogno per affermarsi della promozione di iniziative, che contribuiscano alla costruzione di una coscienza pacifica e che favoriscano forme di dialogo e di confronto diplomatico. Ci\u00f2 a cui si deve mirare \u00e8, in questo caso, la diffusione di una \u201ccultura di pace\u201d, uscendo da uno sterile utopismo e lottando perch\u00e9 si producano i cambiamenti necessari a rendere sempre pi\u00f9 plausibile a tutti i livelli il progetto pacifista. Tre sembrano essere, a tale proposito, gli ambiti da privilegiare: la costruzione di un sistema basato sulla giustizia e sui diritti, l\u2019adozione della nonviolenza come forma attiva di soluzione dei conflitti e, infine, l\u2019esercizio del diritto di resistenza, della disobbedienza civile e dell\u2019obiezione di coscienza.<\/p>\n<p>Il primo ambito \u2013 quello della giustizia e dei diritti umani \u2013 non pu\u00f2 non fare i conti con la crescita esponenziale delle diseguaglianze non solo tra i popoli \u2013 basti qui ricordare il divario tra Nord e Sud del mondo \u2013 ma anche tra le classi sociali con un forte incremento delle povert\u00e0 anche nei Paesi cosiddetti sviluppati. Le aspre tensioni rinfocolate da motivazioni vere (o presunte) di carattere ideologico o religioso sono, in larga misura, dovute a ragioni economiche; sono espressione cio\u00e8 di una reazione violenta alla violenza istituzionale di un ordine (o disordine) mondiale, che mantiene in uno stato di minorit\u00e0 un\u2019ampia area della famiglia umana.<\/p>\n<p>L\u2019incapacit\u00e0 di dare vita a un sistema basato sulla giustizia distributiva e sull\u2019equit\u00e0 \u00e8 la causa principale di situazioni socialmente conflittuali che sfociano nelle guerre (numerose) che devastano oggi il nostro pianeta. Non vi \u00e8 pace senza giustizia o \u2013 come ricordava Paolo VI nell\u2019enciclica Populorum progressio \u2013 la giustizia \u00e8 il vero nome della pace. Il capitalismo totalitario, tuttora egemone, va dunque superato mediante la edificazione di un ordine nuovo, che abbatta le strutture ingiuste (le quali sono in s\u00e9 stesse violente e generatrici di violenza) e risponda in maniera adeguata alle esigenze fondamentali dell\u2019intera comunit\u00e0 a partire da quelle dei pi\u00f9 poveri. A dover essere riconosciuti e salvaguardati sono i diritti della persona (di ogni persona), non dimenticando che, in un\u2019epoca di globalizzazione come l\u2019attuale, questo pu\u00f2 avvenire soltanto allargando la sfera di azione alla comunit\u00e0 mondiale.<\/p>\n<p>Il secondo ambito \u2013 quello della nonviolenza come forma attiva di soluzione dei conflitti \u2013 impone l\u2019adesione a un modello nonviolento, non come scelta tattica e contingente, ma come opzione di principio. Le difficolt\u00e0 a mettere in atto questa scelta si sono oggi moltiplicate. Non solo per l\u2019accentuarsi dei conflitti e il loro radicalizzarsi, ma anche per l\u2019avanzare di una mentalit\u00e0 giustificazionista che, in nome del realismo politico, rifiuta di prendere in considerazione ogni tentativo di affrontare le situazioni conflittuali senza ricorrere alla violenza. Questo significa che \u00e8 anzitutto necessario riscoprire le radici antropologiche della nonviolenza che vanno ricercate nel rifiuto a considerare l\u2019altro come \u201cnemico\u201d, riducendolo a semplice \u201coggetto\u201d e negandogli ogni dignit\u00e0 personale<sup>14<\/sup>.<\/p>\n<p>La pace esige dunque il superamento della distanza dall\u2019altro e la positiva elaborazione dei conflitti originati dalle \u201cdifferenze\u201d. La persistenza nell\u2019uomo di profonde ambivalenze, che hanno la loro sede nell\u2019io profondo, esige il ricorso a un\u2019educazione positiva della coscienza volta a interiorizzare valori quali la fiducia nell\u2019altro, il dialogo, la tolleranza, la mitezza, l\u2019abnegazione, la pazienza, il coraggio, e ad accettare i propri limiti e la propria fallibilit\u00e015. Ma questo non basta. \u00c8 necessario inserire tutto questo in un progetto di etica della nonviolenza (non come etica della violenza legittima e della guerra giusta), e predisporre gli strumenti per una soluzione pacifica dei conflitti quali la via diplomatica, il rafforzamento di istituzioni internazionali che promuovano lo sviluppo del sistema democratico, non solo in senso formale, ma nella direzione socioeconomica e politica.<\/p>\n<p>Il terzo ambito, infine \u2013 quello del diritto di resistenza, della disobbedienza civile e dell\u2019obiezione di coscienza \u2013 esige che si faccia spazio ad alcune forme di radicale testimonianza della nonviolenza, che conferiscano al pacifismo un carattere pratico e attivo da vivere dentro la storia. In questo modo \u00e8 possibile mettere in campo azioni pubbliche che diano concretamente corso a una forma di nonviolenza con effetti immediati sul cambiamento sociale. Tra queste azioni meritano di essere ricordate le pratiche di difesa non violenta (purtroppo ancora poco conosciute e praticate), il diritto di resistenza e la disobbedienza civile, che comportano una vera e propria violazione della legge; violazione tesa a sollecitarne il cambiamento, e infine (ma non in ordine di importanza), l\u2019obiezione di coscienza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Una proposta da discutere<\/strong><\/p>\n<p>Una breve postilla per avanzare una proposta. Una delle questioni fondamentali \u2013 forse la pi\u00f9 importante \u2013 che riguardano l\u2019impegno per la costruzione della pace \u00e8 l\u2019acquisizione delle strategie e delle tecniche di difesa nonviolenta e la possibilit\u00e0 di una loro concreta messa in atto. \u00c8 evidente che il primo soggetto di tale operazione \u00e8 l\u2019intera popolazione che va sensibilizzata per farle acquisire una mentalit\u00e0 fondata sui valori ricordati. Ma, al di l\u00e0 di questa diffusa azione formativa, che reclama il coinvolgimento delle diverse agenzie educative, c\u2019\u00e8 bisogno di una forza che abbia la capacit\u00e0 di rendere operativa, almeno in alcuni casi, tale pratica. Mi chiedo se essa non possa essere proprio l\u2019esercito. So che pu\u00f2 sembrare un paradosso. In realt\u00e0, oltre all\u2019irrinunciabile preparazione militare, ci si pu\u00f2 chiedere se esso non possa coltivare, in parallelo, un\u2019apposita preparazione alla difesa nonviolenta. Si \u00e8 ripetuta, in questi ultimi decenni, una serie di efficaci interventi di militari, che hanno prestato un importante servizio civile, soprattutto in situazioni di emergenza, ultima la pandemia (come non ricordare il prezioso contributo del generale Figliuolo?), manifestando la capacit\u00e0 di affrontare con intelligenza e competenza eventi particolarmente delicati e difficili. Non potrebbe essere questa un\u2019occasione per fruire, da un lato, di una forza che fornisce garanzie di possibilit\u00e0 effettive di riuscita dell\u2019impresa, e per contribuire, dall\u2019altro, a fare di tale forza un\u2019istituzione aperta a una molteplicit\u00e0 e variet\u00e0 di funzioni, uscendo da una rigida forma di esclusivo militarismo?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Cfr. Aa. Vv., Grammatiche della violenza. Esplorazioni etnografiche tra guerra e pace, a cura di F. Dei \u2013 C. Di Pasquale, Pacini editore, Pisa 2013.<br \/>\n<sup>2<\/sup>\u00a0Una ricostruzione sintetica ma efficace ed esaustiva delle posizioni della tradizione cristiana sul tema della \u201cguerra giusta\u201d si trova in: L. SOWLE CAHILL, La tradizione cristiana della guerra giusta: tensioni e sviluppi, in: \u201cConcilium\u201d, 2 (2001), pp. 94-106.<br \/>\n<sup>3<\/sup>\u00a0Cfr. AGOSTINO, De civitate Dei, IV, 6, 15.<br \/>\n<sup>4<\/sup>\u00a0Cfr. TOMMASO D\u2019AQUINO, Summa Theologiae, II-IIae, q. 40, art. 1.<br \/>\n<sup>5<\/sup>\u00a0Sullo ius belli una trattazione completa dalle origini della dottrina ad oggi si trova in: L. LABANCA, Lo ius belli: dal Decretum di Graziano al diritto internazionale. Ricognizione e analisi delle fonti canoniche e internazionali, EDUCatt., Milano 2019.<br \/>\n<sup>6<\/sup>\u00a0Cfr. C. von CLAUSEWITZ, Della guerra, Mondadori, Milano 2017.<br \/>\n<sup>7<\/sup>\u00a0Cfr. C. SCHMITT, La guerra di aggressione come crimine internazionale, a cura di C. Galli, Il Mulino, Bologna 2015.<br \/>\n<sup>8<\/sup>\u00a0Cfr. L. TOLSTOJ, Guerra e pace, a cura di J. Sibaldi, Mondadori, Milano 2012. Importante per un approfondimento della dottrina pacifista \u00e8: P. C. BORI \u2013 G. SOFRI, Gandhi e Tolstoj. Un carteggio e dintorni, Il Mulino, Bologna 1985.<br \/>\n<sup>9<\/sup>\u00a0Aldo Capitini \u00e8 stato uno dei primi in Italia a cogliere e teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto di essere chiamato il Gandhi italiano. A lui \u00e8 dovuta il 24 settembre 1961 l\u2019organizzazione della prima Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli per le strade che da Perugia conducono ad Assisi; marcia che \u00e8 tuttora annualmente attuata. Tra le sue numerose opere, ricordiamo qui, per un approccio globale al suo pensiero sulla non violenza: A. CAPITINI, Le ragioni della non violenza. Antologia degli scritti, a cura di M. Martini, ETS, Pisa 2016.<br \/>\n<sup>10<\/sup>\u00a0Cfr. MAHATMA GANDHI, Antiche come le montagne, ed. Comunit\u00e0, Milano 1963.<br \/>\n<sup>11<\/sup>\u00a0Cfr. A. GIANELLI \u2013 A. TORNIELLI, Papi e guerra. Il ruolo dei Pontefici dal primo conflitto mondiale all\u2019attacco in Iraq, Il Nuovo Giornale, Milano 2003.<br \/>\n<sup>12<\/sup>\u00a0L\u2019opera pi\u00f9 completa a tale riguardo \u00e8 il testo di P. L. CONSORTI, L\u2019avventura senza ritorno. Pace e guerra fra diritto internazionale e magistero pontificio, Feltrinelli, Milano 2004. Cfr. anche G. MATTAI \u2013 B. MARRA, Dalla guerra all\u2019ingerenza umanitaria, SEI, Torino 1994.<br \/>\n<sup>13<\/sup>\u00a0Per una riflessione globale sulla pace, sulle possibili strategie e sugli strumenti operativi per attuarla, cfr. l\u2019importante contributo di W. HUBER \u2013 H. R. REUTER, Etica della pace, Queriniana, Brescia 1993.<br \/>\n<sup>14<\/sup>\u00a0Su aspetti particolari di esercizio concreto della non violenza, cfr. G. SALIO, Il potere della non violenza. Dal crollo del muro di Berlino al nuovo ordine mondiale, EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995; J. M. MULLER, Il Vangelo della nonviolenza, Editrice Lanterna, Genova 1977; Aa. Vv., Riflessioni bibliche sulla pace, AVE, Roma 1987; Aa. Vv., Al di l\u00e0 del \u201cnon uccidere\u201d, edizioni Servitium, Sotto il Monte (BG) 1989.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[882],"fascicolo":[319],"class_list":["post-2833","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-giannino-piana","fascicolo-ottobre-2022"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Alla ricerca della pace. La dialettica guerra-pace nella cultura occidentale<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Giannino Piana, pubblicato nel numero di Ottobre 2022. 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