{"id":2815,"date":"2022-06-01T12:00:00","date_gmt":"2022-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2815"},"modified":"2026-04-19T03:48:17","modified_gmt":"2026-04-19T01:48:17","slug":"la-natura-post-totalitaria-del-regime-politico-in-bielorussia","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2022\/giugno\/la-natura-post-totalitaria-del-regime-politico-in-bielorussia\/","title":{"rendered":"La natura post-totalitaria del regime politico in Bielorussia"},"content":{"rendered":"<p><main><\/p>\n<div class=\"com-content-article item-page\">\n<div class=\"com-content-article__body\">\n<p>Le categorie classiche di dittatura e totalitarismo non costituiscono strumenti adeguati ad analizzare in profondit\u00e0 e definire la realt\u00e0 politica bielorussa. Infatti, nonostante gli evidenti e preponderanti tratti autocratici, dispotici, del regime Lukashenko \u2013 in Bielorussia vige, almeno formalmente, un sistema \u201cdemocratico\u201d, nonostante si tratti di una democrazia vuota, priva di un reale ed effettivo pluralismo. Inoltre, se storicamente quello dittatoriale, totalitario, si \u00e8 configurato come sistema di governo che accentra il potere in un solo partito, e dunque nelle mani del suo leader, il dittatore, bisogna prendere atto che Lukashenko non sia mai stato legato, durante i suoi ventisette anni di potere ininterrotto, a nessun partito politico, fazione o clan. Dunque, la Bielorussia non \u00e8 governata da un regime monopartitico, bens\u00ec da un sistema almeno formalmente pluralistico consistente \u2013 seppur in astratto \u2013 in una competizione tra partiti (almeno ufficialmente contrapposti) che si realizza attraverso cicli elettorali temporalmente regolari.<\/p>\n<p>Allora, se il regime Lukashenko sfugge alla tradizionale categoria di dittatura, esso si pu\u00f2 altrimenti definire, dalla mia prospettiva, come un particolare risultato dell\u2019evoluzione del post-totalitarismo, ossia di quel regime ibrido che risulta dall\u2019intersezione tra dittatura e democrazia e che, nel panorama del pensiero politico, \u00e8 stato tematizzato per la prima volta in modo esaustivo da Vaclav Havel ne\u00a0<em>Il potere dei senza potere<\/em>\u00a0(Havel, 2013).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>1 Il post-totalitarismo secondo Havel<\/strong><\/p>\n<p>Nel libro del 1978 V\u00e1clav Havel coglie una relazione mimetica tra la societ\u00e0 capitalista e quella comunista. Dalla sua prospettiva, quelle appaiono come due forze, due differenti manifestazioni dello stesso sistema di potere che Havel definisce con il termine \u201cpost-totalitarismo\u201d. Anteponendo alla parola \u201ctotalitarismo\u201d il prefisso \u201cpost\u201d, egli indica la nuova forma di dittatura che si afferma nel blocco sovietico nell\u2019epoca post-stalinista, e che in quanto tale si distingue dai regimi dittatoriali classici.<\/p>\n<p>Di solito il sistema di governo del nostro paese viene caratterizzato come \u201cdittatura\u201d \u2013 la dittatura di una burocrazia politica su una societ\u00e0 livellata. Io temo che gi\u00e0 questa definizione, bench\u00e9 per altri versi comprensibile, finisca per confondere pi\u00f9 di quanto chiarisca il reale carattere del potere in questo sistema. Che cosa ci richiama tale concetto? Direi che nella nostra coscienza \u00e8 tradizionalmente legato all\u2019immagine di un gruppo determinato e relativamente ristretto di persone che in un paese si impadronisce con la forza del potere di governare sulla maggioranza della societ\u00e0, fonda apertamente il proprio potere sui diretti strumenti autoritari di cui dispone e in modo relativamente facile si pu\u00f2 distinguere socialmente dalla maggioranza dominata. Questa idea tradizionale della dittatura \u00e8 caratterizzata dal postulato della sua provvisoriet\u00e0, della sua precariet\u00e0 e instabilit\u00e0 storica; la sua esistenza si presenta strettamente legata alla vita delle persone che l\u2019hanno instaurata; di solito si tratta di un fatto di portata e di significato locali e, per quanto una simile dittatura si legittimi con l\u2019una o l\u2019altra ideologia, trae il suo potere soprattutto dal numero e dall\u2019equipaggiamento dei soldati e dei poliziotti (Havel, 2013, p. 32).<\/p>\n<p>Per comprendere meglio in che modo il post-totalitarismo si distingue dal totalitarismo, dalla dittatura classica, possiamo mettere in comunicazione Havel con Carl Schmitt. Assumendo il punto di vista schmittiano potremmo definire la dittatura come il risultato di un\u2019evoluzione della sovranit\u00e0 che caratterizza lo Stato moderno. In altre parole, la dittatura che si manifestata alla storia nel secolo scorso pu\u00f2 essere compreso, in quest\u2019ottica, come una riconfigurazione della sovranit\u00e0 moderna, che in quanto tale \u00e8 caratterizzata da una certa tendenza, un certo orientamento verso la dittatura (Schmitt, 2006, p. 33).<\/p>\n<p>Dunque la dittatura \u00e8 legata, e limitata, al territorio su cui un certo Stato esercita la propria sovranit\u00e0, che consiste nel monopolio, in un certo perimetro territoriale, sulla legge e sulla forza. Allora, come dice Havel, essa \u00e8 un fenomeno locale, relativo esclusivamente al territorio di un certo Stato nazionale. Inoltre, il sistema dittatoriale classico \u00e8, sempre da un punto di vista schmittiano, costitutivamente legato alla persona del dittatore, alla sua volont\u00e0, alla sua \u201cdecisione\u201d (e la decisione \u00e8 sempre del singolo), ossia alla sua posizione di eccezionalit\u00e0 \u2013 di eccedenza rispetto alla norma che egli pone, ma da cui \u00e8 al tempo stesso immune (Schmitt, 2020, pp. 61-74). \u00c8 in questo senso allora che, come abbiamo gi\u00e0 letto, la dittatura \u00e8 \u00abstrettamente legata alla vita delle persone che l\u2019hanno instaurata\u00bb. Nella visione schmittiana, il tratto distintivo del potere dittatoriale \u00e8 l\u2019eccezionalit\u00e0. La dittatura trova la sua condizione di possibilit\u00e0 nello \u201cstato di eccezione\u201d, dove il dittatore, o il ristretto gruppo di persone con cui quello gestisce il potere, \u201ceccede\u201d la legge, che \u00e8 immune rispetto ad essa, ma soprattutto che questo pu\u00f2 imporre la propria norma solo a partire da un originario stato di caos, da una situazione eccezionale che esiga e giustifichi l\u2019incontestabile applicazione e osservanza della norma che quello pone. La dittatura classica, dunque, trova il suo originario fondamento nel caos. \u00c8 per questo che a essa \u00e8 connaturata un\u2019intrinseca \u00abprovvisoriet\u00e0, precariet\u00e0 e instabilit\u00e0\u00bb (Havel, p. 32).<\/p>\n<p>Al contrario, il potere sovietico post-stalinista \u2013 post-totalitario \u2013 \u00e8 completamente svuotato di qualsiasi contenuto personale. Questa impersonalit\u00e0 del potere ha una radice \u201cspaziale\u201d: rispetto alla dittatura classica che presenta una natura locale, il (post-)totalitarismo comunista assume connotati \u201cglobali\u201d. Infatti, a partire da un centro originario \u2013 la Russia sovietica \u2013 esso si propaga lungo un\u2019area geografica di immense proporzioni, replicandosi fino a svuotarsi di identit\u00e0 e a generare un potere anonimo, nel cui contesto i leader agiscono come mere funzioni prive di volont\u00e0 individuale, al servizio di un sistema che si alimenta da s\u00e9 stesso (Havel, p. 50). Ora, proprio grazie a questa \u201canonimit\u00e0\u201d, il potere post-totalitario riesce a pervadere ogni lembo della vita umana, manipolando la vita stessa in profondit\u00e0, fino ad anestetizzare ogni sua possibilit\u00e0 di eccedenza, di trascendenza rispetto al sistema (Havel, p. 51).<\/p>\n<p>Ma in che modo un simile potere senza volto riesce a insinuarsi totalmente nella vita umana? Qual \u00e8 lo strumento della sua assoluta pervasione? Lo strumento \u00e8 qui un\u2019ideologia che subisce la stessa mutazione spaziale di questo totalitarismo di forma nuova, di questa dittatura globale. Il messaggio ideologico, infatti, diffuso, riprodotto lungo un vasto territorio, viene completamente sradicato dalla vita reale dei singoli cittadini, e conseguentemente si riduce a slogan vuoto, rituale meccanico.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultimo non pretende dall\u2019individuo, cos\u00ec come invece accade nella dittatura classica, nessuna partecipazione personale, ma solo un\u2019accettazione esteriore, un rispetto meramente formale dei codici dell\u2019autorit\u00e0. Al potere non interessa che l\u2019individuo sia interiormente convinto del messaggio ideologico che recepisce e che deve contribuire a disseminare. L\u2019individuo deve solo vivere nella menzogna ideologica, nonostante sia consapevole che si tratta di una menzogna. Deve solo partecipare al gioco ben sapendo che si tratta di un gioco, e dunque senza contestare le regole prefissate. Ovvero, il cittadino non ha, non deve avere, nessuna coscienza del meccanismo di potere a cui partecipa (Havel, pp. 34-49). In questo scenario depoliticizzato, l\u2019interesse del singolo individuo si focalizza esclusivamente sul vantaggio personale, sui bisogni e sui desideri privati. Pi\u00f9 precisamente, \u00e8 il potere stesso che, per mantenere e sviluppare un controllo sempre pi\u00f9 esclusivo e sempre pi\u00f9 totale del campo politico distoglie l\u2019attenzione dei cittadini dalla sfera pubblica, spostandola verso quella della loro privatezza. Conseguentemente, questa fissazione nel desiderio personale genera e alimenta, inevitabilmente, la tendenza alla ricerca della soddisfazione materiale e la conseguente diffusione di un consumismo di matrice occidentale, verso cui il regime post-totalitario incanala le energie personali per sottrarle alla sfera politica (Havel, 2013: 7).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>2 Il post-totalitarismo nella prospettiva di Juan J. Linz e Alfred Stepan<\/strong><\/p>\n<p>Per approfondire la definizione della categoria di post-totalitarismo prender\u00f2 come principale punto riferimento il lavoro di Juan J. Linz e Alfred Stepan, che nel volume intitolato\u00a0<em>Problems of Democratic Transition and Consolidation<\/em>\u00a0offrono quella che fino ad oggi \u00e8 forse la pi\u00f9 completa analisi del post-totalitarismo, sia nell\u2019ambito della scienza politica che in quello degli studi storici.<\/p>\n<p>In generale, un regime post-totalitario si distingue da un sistema totalitario nella misura in cui esso presenta, rispetto al secondo, un limitato pluralismo sociale, culturale ed economico (ma non politico) che si struttura sotterraneamente rispetto al potere statale. In altre parole, se il totalitarismo soffoca completamente ogni possibilit\u00e0 per l\u2019articolazione di un\u2019opposizione un sistema post-totalitario \u00e8 tale nella misura in cui concede, per scelta o per declino, lo spazio sociale per lo sviluppo di un\u2019alternativa al regime. Una simile alternativa cresce in modo sotterraneo, fino a emergere poi quasi in superficie, per strutturarsi come vera e propria societ\u00e0 parallela rispetto agli apparati del partito che continua, almeno formalmente, ad esercitare il monopolio totale sul potere (Linz, Stepan, 1996, p. 44).<\/p>\n<p>Con la fine dell\u2019epoca staliniana, la maggior parte di quelli che allora erano i regimi dei paesi comunisti dell\u2019Europa orientale e centro-orientale convertirono, attraverso vie e modalit\u00e0 differenti, la loro struttura totalitaria in un sistema post-totalitario. Si evince, dunque, che il post-totalitarismo \u00e8 originariamente radicato nel sistema totalitario e si manifesta come risultato dell\u2019evoluzione e dell\u2019adattamento di quello ai mutamenti epocali determinati dalla fine dello stalinismo e alle nuove dinamiche sociali di cui quei regimi fecero esperienza. Il post-totalitarismo, quindi, \u00e8 un fenomeno politico evolutivo, che dunque \u00e8 mutato per adattarsi al nuovo ambiente socio-economico-culturale aperto dal collasso dell\u2019ex Unione sovietica e dalla transizione democratica dell\u2019ex blocco comunista.<\/p>\n<p>Quella post-totalitaria \u00e8, secondo Havel, una societ\u00e0 prodotta dall\u2019incrocio tra una struttura politico-economica di natura statalista e un modo di essere nel mondo di matrice individualistico-capitalista. Invece, dalla loro prospettiva di politologi, Linz e Stepan, individuano il tratto distintivo del post-totalitarismo, rispetto al sistema totalitario, nel pluralismo. Ossia, i due considerano la democrazia ibridata con la dittatura proprio alla luce del concetto di democrazia rappresentativa, ossia in base all\u2019idea liberale della democrazia come sistema finalizzato alla rappresentazione parlamentare ad una gamma pi\u00f9 vasta possibile di condizioni socio-economiche e di culture politiche. In quest\u2019ottica, quella post-totalitaria \u00e8 vista come una societ\u00e0 totalitaria la cui struttura chiusa \u00e8 incrinata e dunque in qualche modo aperta da una tendenza pluralistica che conduce all\u2019articolazione di una pi\u00f9 meno trasparente o clandestina opposizione sociale (ma non politica), la quale a sua volta trascina lo Stato verso il passaggio a una forma democratica di governo. Dunque, se Havel, nella sua posizione di dissidente e oppositore del regime comunista cecoslovacco, coglie per lo pi\u00f9 l\u2019aspetto decadente e soffocante del post-totalitarismo, Linz e Stepan, osservando il post-totalitarismo da una prospettiva post-comunista, si soffermano sul suo rovescio, cogliendone la portata pluralistica e rappresentandolo dunque come una necessaria fase della transizione democratica. Infatti, approfondendo il concetto di \u201cpolis parallela\u201d esposto dallo stesso Havel in<em>\u00a0Il Potere dei senza potere<\/em>, i due colgono nel sistema post-totalitario un costitutivo spazio di pluralismo \u2012 che a sua volta si afferma come invariante del fenomeno post-totalitario e quindi come unit\u00e0 di misura di diversi livelli di post-totalitarismo. Pi\u00f9 precisamente, essi definiscono il post-totalitarismo sulla base di quattro fattori fondamentali: pluralismo, ideologia, leadership e mobilitazione. Tra questi, il pluralismo si afferma come fattore primario, il fattore da cui dipende la variazione del post-totalitarismo in tre diversi gradi. \u00c8 classificabile come \u00abpost-totalitarismo precoce\u00bb quel regime che rimane molto simile all\u2019idealtipo totalitario, pur differendo da esso in virt\u00f9 di qualche limite posto nei confronti del leader. Invece, in quei regimi dove, nonostante la presenza di una certa dose di pluralismo e di critica civile, il potere statale rimane monolitico, inscalfibile e capace di esercitare un controllo altamente pervasivo abbiamo per lungo tempo un \u00abpost-totalitarismo congelato\u00bb, ossia un sistema post-totalitario che non riesce ad evolvere verso la dimensione democratica, cristallizzandosi, dunque, nel suo sostrato totalitario. Infine, abbiamo a che fare con un \u00abpost-totalitarismo maturo\u00bb l\u00ec dove si verificano significativi cambiamenti, in prospettiva pluralistica e democratica, a vari livelli del regime e dove la \u00abpolis parallela\u00bb si consolida sempre di pi\u00f9 fino a manifestarsi alla societ\u00e0 e alla cittadinanza come credibile e legittima alternativa politica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>3 Il post-totalitarismo di Lukashenko.<\/strong><\/p>\n<p>A prima vista, gli studi pi\u00f9 accreditati dedicati alla Bielorussia di Lukashenko sembrano sconfessare la mia tesi, collocando il regime Lukashenko sotto la categoria di autoritarismo: il libro firmato da Andrew Wilson nel 2021 \u2013 sebbene ricorra impropriamente, a mio avviso, alla categoria di dittatura \u2013 dedica ben due capitoli al processo e alle tappe attraverso cui Lukashenko e il suo circolo di potere hanno costruito, secondo la prospettiva dell\u2019autore, uno stato autoritario; invece, l\u2019importante lavoro di Matthew Frear (2020) definisce il regime bielorusso come un esempio particolare di \u201cautoritarismo adattativo\u201d. In realt\u00e0, le analisi che definiscono il regime di Lukashenko in termini di autoritarismo non negano la validit\u00e0 della proposta avanzata da questo studio. Piuttosto, esse rappresentano per esso degli indispensabili punti di riferimento. Infatti, con questo lavoro intendo dimostrare, pi\u00f9 precisamente, che il regime Lukashenko costituisce un caso particolare di un pi\u00f9 generale processo di mutamento attraverso cui il sistema post-totalitario, a partire dal collasso dell\u2019impero sovietico, si fonde con quello autoritario.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 nel campo economico che dobbiamo cercare le prove dell\u2019anima post-totalitaria del suo regime.<\/p>\n<p>Se con il concetto di post-totalitarismo Havel indica l\u2019era post-staliniana della dittatura sovietica e se la civilt\u00e0 consumistica \u00e8 ovviamente la civilt\u00e0 partorita dal capitalismo occidentale, allora il sistema economico dell\u2019ordine post-totalitario visto da Havel non pu\u00f2 essere che una forma di capitalismo di Stato.<\/p>\n<p>Il capitalismo statale di epoca leninista-stalinista innesc\u00f2 un processo di accumulazione di capitale, con la conseguente affermazione di una classe capitalista di stato, che era privilegiata nel godimento di comfort e beni di lusso inaccessibili alla classe lavoratrice. Ciononostante, quel capitalismo di stato predilesse sempre la produzione e la commercializzazione dei beni strumentali (mezzi di produzione) rispetto a quella di quei beni di consumo concepiti per soddisfare il bisogno individuale di benessere. Infatti, se il modello stalinista aveva avuto qualche successo nella creazione di una \u00abterza era\u00bb dell\u2019economia industriale, esso non riusc\u00ec o non volle mai adattarsi alla \u00abquarta era\u00bb, quella delle automobili, degli elettrodomestici e dei servizi con i quali coccolare e viziare la massa lavoratrice (Chirot, 2005, p. 24). Invece, a partire dagli anni sessanta i leader sovietici esortarono i paesi est-europei a recuperare il ritardo industriale ed economico nei confronti del mondo capitalista agganciandosi al mercato occidentale (come poi la Cina fece sistematicamente a partire dal 1978). Ci\u00f2 comport\u00f2 il ricorso a finanziamenti esteri per acquistare tecnologia avanzata e per rivenderla poi al mondo occidentale al fine di ripianare il debito.<\/p>\n<p>Tutto questo provoc\u00f2 un\u2019inevitabile crescita dei prezzi, che a sua volta contribu\u00ec e generare visibili ineguaglianze sociali tra un ristretto gruppo di imprenditori e il resto della popolazione.<\/p>\n<p>Pur non riuscendo a superare le rigidit\u00e0 del modello stalinista ancora intrinseca agli apparati economici dei paesi comunisti, questi tentativi di riforme pro-mercato iniettarono nel tessuto sociale di quei paesi un\u2019ampia dose di individualismo, di corruzione e di idee e attitudini consumistiche proprie al mondo capitalistico occidentale (Chirot, p. 26).<\/p>\n<p>Ebbene, questo processo riformatore non ha in fondo prodotto i risultati di crescita economica sperati dalle leadership comuniste. Tuttavia, esso ha, da un punto di vista antropologico, impresso uno slancio decisivo alla diffusione nel mondo sovietico, comunista, di quell\u2019individualismo deresponsabilizzante e atomizzante che Havel stesso coglie come preminente cifra morale e politica del post-totalitarismo.<\/p>\n<p>Ora, il collasso dell\u2019Unione Sovietica e la fine dei regimi comunisti nell\u2019Europa dell\u2019Est hanno innescato una diffusione planetaria dell\u2019economia consumistica e finanziaria, che si \u00e8 ineluttabilmente radicata anche in quei paesi dove il ruolo dello Stato \u00e8 ancora forte e dove il livello di\u00a0<em>welfare state<\/em>\u00a0\u00e8 ancora pi\u00f9 alto rispetto al mondo occidentale. A partire da ci\u00f2, si potrebbe concludere che l\u2019odierno capitalismo di stato abbia una natura fondamentalmente post-totalitaria.<\/p>\n<p>Date queste premesse, \u00e8 possibile avanzare la seguente ipotesi: se in Bielorussia si pu\u00f2 individuare una forma moderna di capitalismo di stato, allora il regime Lukashenko pu\u00f2 essere collocato sotto la categoria di post-totalitarismo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>4 Welfare e capitalismo di Stato in Bielorussia<\/strong><\/p>\n<p>La Bielorussia gode di un welfare state tra i pi\u00f9 avanzati a livello globale. Al contrario di molte economie di transizione, essa \u00e8 riuscita a sviluppare un estensivo sistema di sicurezza sociale (Korosteleva, 2007, pp. 231-232). Un simile livello di protezione sociale ed eguaglianza \u00e8 il risultato di un rigido e capillare controllo statale della vita economica del paese.<\/p>\n<p>All\u2019inizio della sua carriera presidenziale, tra il 1994 e il 1995, Lukashenko voleva a tutti i costi apparire come un riformatore. Cos\u00ec, seguendo la scia del processo di liberalizzazione intrapreso nel 1992 dalle \u00e9lite al potere egli sembr\u00f2, nei primi mesi successivi alla sua elezione, proseguire sulla strada delle riforme pro libero mercato. Lukashenko aveva vinto le elezioni da outsider proponendo il progetto di unificazione tra Bielorussia e Russia come uno dei pezzi forti della sua campagna elettorale populista. Inizialmente, dunque, egli avall\u00f2 il processo di liberalizzazione con il reale obbiettivo di allettare la Russia liberista di Boris Eltsin (Wilson, p. 169).<\/p>\n<p>La vocazione liberista di Lukashenko ebbe per\u00f2 vita breve. Infatti, dopo questo primo periodo di infatuazione per l\u2019economia di mercato egli comprese che la sua base sociale pi\u00f9 forte era costituita principalmente da pensionati e da lavoratori agricoli, che non esitarono a protestare per i primi aumenti dei prezzi dei beni di prima necessit\u00e0. Cos\u00ec al fine di preservare quella base, e per non sgretolare il potere che stava costruendo, egli fece repentinamente marcia indietro abbandonando i propositi di riforma e le prospettive liberiste appena aperte (Wilson, p. 170). Inoltre, dopo la svolta autoritaria impressa dai referendum del 1995 e del 1996, Lukashenko individu\u00f2 in una politica economica socialmente orientata il mezzo pi\u00f9 efficace per guadagnare il consenso e la fedelt\u00e0 popolare e, conseguentemente, per proteggere e consolidare il suo potere e quello delle \u00e9lite del suo regime (Korosteleva, 2007, p. 223). Cos\u00ec, dopo pi\u00f9 di dieci anni di transizione, la Bielorussia si afferm\u00f2 come una delle economie meno trasformate di tutta l\u2019area post-sovietica e post-comunista, con solo il 25 per cento del PIL proveniente dal settore privato (Korosteleva, p. 223; Lawson, 2018, p. 126; Wilson, p. 240). Lo Stato svilupp\u00f2 un pervasivo controllo e un\u2019articolata regolazione dell\u2019economia con interventi che si estesero ad ogni possibile campo dell\u2019economia.<\/p>\n<p>In un simile quadro economico, l\u2019impresa privata \u00e8 stata sistematicamente minata, soffocata e dunque assorbita dall\u2019organismo statale. Dopo il 1995, infatti, l\u2019originario programma di privatizzazione si trasform\u00f2 in un pi\u00f9 modesto piano di parziale decentralizzazione, che consistette nel trasformare le imprese statali in societ\u00e0 per azioni in cui lo Stato conservava una quota di maggioranza, o almeno superiore al 25 per cento. Ci\u00f2 garant\u00ec allo Stato stesso un illimitato diritto di veto su ogni decisione riguardante la vita delle societ\u00e0 (Korosteleva, p. 225).<\/p>\n<p>Accanto a questo meccanismo di privatizzazione centralizzata, il regime ha strutturato un sofisticato sistema burocratico di autorizzazione statale per la nascita di nuove aziende, che si \u00e8 rivelato uno strumento di limitazione dell\u2019impresa privata, e di conseguente neutralizzazione di potenziali rivali dello Stato in campo economico. (Frear, p. 49; Korosteleva, p. 226).<\/p>\n<p>Ebbene, se la politica di Lukashenko possiede i caratteri del capitalismo di Stato, possiamo dedurre, allora, che in Bielorussia vige un ordine dal carattere post-totalitario. Infatti, nell\u2019era del mercato globale, ovunque (fatta salva forse qualche eccezione) il capitalismo di Stato non pu\u00f2 conservare l\u2019originaria natura leniniana e staliniana, e dunque assume inevitabilmente i tratti consumistici e individualistici del capitalismo occidentale, determinando conseguentemente quell\u2019intersezione tra statalismo e civilt\u00e0 dei consumi che risulta, come abbiamo appreso da Havel, nel post-totalitarismo.<\/p>\n<p>Nella misura in cui neanche il capitalismo di Stato bielorusso \u00e8 immune da fattori tipici della civilt\u00e0 dei consumi, \u00e8 possibile affermare che il regime Lukashenko costituisca una forma di post-totalitarismo, o meglio un caso particolare del mutamento del post-totalitarismo successivo alla fine del mondo sovietico e comunista: l\u2019ordine di Lukashenko potrebbe essere definito come l\u2019effetto di un incrocio tra post-totalitarismo e autoritarismo.<\/p>\n<p>A questo punto, \u00e8 proprio dalla definizione lukashenkiana dell\u2019economia bielorussa come \u201ceconomia sociale di mercato\u201d che possiamo e dobbiamo muovere per fare luce sul livello di compromissione del capitalismo di Stato bielorusso con il capitalismo di marca occidentale, il capitalismo globale e finanziario, e per fare dunque luce sulla natura post-totalitaria dell\u2019ordine politico e sociale stabilito da Lukashenko. L\u2019economia sociale di mercato prevede, in contrapposizione rispetto al liberalismo classico del<em>\u00a0laissez-faire<\/em>, uno Stato forte, orientato a proteggere il mercato dalla voracit\u00e0 dei monopoli e dalla speculazione finanziaria. In nessun modo, tuttavia, essa promuove una pianificazione economica centralizzata o una politica statale interventista (Felice, 2008 pp. 22-23). \u00c8 per questo che non \u00e8 corretto sussumere sotto quel paradigma la politica economica di Lukashenko, che piuttosto si rif\u00e0 alla summenzionata \u00abeconomia socialista di mercato\u00bb di matrice cinese. Quest\u2019ultima consiste in un sistema ibrido in cui la pianificazione statale si combina con il libero mercato, che a sua volta conserva inevitabilmente tratti e tendenze del mondo occidentale, capitalista, in cui originariamente sorge e continua a espandersi. Pertanto, lungi dall\u2019essere alternativo al capitalismo, lo Stato bielorusso, cos\u00ec come quello cinese, si fonde in realt\u00e0 con esso, se ne appropria e lo gestisce, lo influenza, lo manipola. E impossessandosene, dirigendolo, esso assimila, rielabora e diffonde, lungo i diversi strati dell\u2019economia e della societ\u00e0, gli elementi pi\u00f9 propriamente utilitaristici ed edonistici \u2012 consumistici \u2012 insiti nello stesso capitalismo, anche laddove quest\u2019ultimo sia \u201cdi Stato\u201d (Kurlantzik, 2016).<\/p>\n<p>Se ci chiediamo in che modo il regime Lukashenko sia riuscito negli anni a sostenere l\u2019alto livello di welfare e di dirigismo statale, scopriamo che la pianificazione centralizzata dell\u2019economia e la solida protezione sociale sono state alimentate, in realt\u00e0, dai profitti che il regime ha ottenuto grazie alle sue relazioni con il mercato globale, dal quale ha inevitabilmente assimilato elementi di liberismo e pratiche di limitazione dei diritti dei lavoratori.<br \/>\nInnanzitutto, l\u2019economia di Minsk, cos\u00ec come l\u2019intera economia mondiale, \u00e8 inevitabilmente legata al credito estero, e dunque alle logiche finanziarie del capitalismo globale. I finanziamenti elargiti dalla Russia costituiscono il 40% del debito estero bielorusso, mentre il secondo maggiore finanziatore \u00e8 la Cina, nei cui confronti la Bielorussia ha accumulato il 26% del suo debito. Nel 2019, i principali investimenti stranieri arrivavano dalla Russia (44,2%), poi dal Regno Unito (19,7%), Cipro (6,6%), paesi che registrano una significativa presenza di capitale russo (Cadoppi, 2020, p. 84).<\/p>\n<p>La Federazione Russa agisce come il principale investitore straniero in Bielorussia; pi\u00f9 precisamente, il suo investimento pu\u00f2 essere considerato come l\u2019originaria condizione di possibilit\u00e0 delle efficienti politiche sociali bielorusse. Cio\u00e8, il regime Lukashenko \u00e8 riuscito negli anni a garantire un alto livello di welfare-state all\u2019interno grazie alle relazioni finanziarie e commerciali intrattenute, all\u2019esterno, con la Russia, e grazie ai vantaggi che, in virt\u00f9 di queste stesse relazioni, la Bielorussia ha potuto ottenere dal mercato globale.<\/p>\n<p>Inizialmente, la pianificazione dell\u2019economia bielorussa fu resa possibile per lo pi\u00f9 grazie a una serie di strategici favori economici concessi dalla Russia alla Bielorussia. In effetti, lo scambio commerciale con la Russia si intensific\u00f2 notevolmente durante il primo periodo della presidenza Lukashenko. Nel corso del tempo, poi, la Bielorussia defin\u00ec un doppio modello di export dipendente dalla Russia: quello industriale e agricolo diretto verso la Russia e quello di materiale grezzo diretto verso l\u2019Unione Europea, ma favorito da una produzione a basso costo resa possibile, a sua volta, dall\u2019acquisto di energia russa a prezzi assai convenienti. Inoltre, il successo di questa attivit\u00e0 di export rese possibile lo sviluppo di una nuova economia di consumo, che diede frutti fino allo scoppio della crisi economia del 2008 (Wilson, p. 241).<\/p>\n<p>Accanto al gas anche il petrolio ha giocato un ruolo decisivo. Infatti, con Lukashenko la Bielorussia si \u00e8 affermata, tra il 2003 e il 2006, come uno Stato offshore del petrolio grazie a uno schema che ha garantito un enorme quantit\u00e0 di profitti: la Bielorussia riceve greggio dalla Russia ad un prezzo molto basso, lo raffina e riesce a realizzare un guadagno altissimo grazie alla vendita, a tariffe assai competitive, del prodotto raffinato sul mercato europeo e mondiale (Cadoppi, p. 85; Wilson, p. 245). Nel tempo, un simile schema ha garantito a Lukashenko un ingente quantit\u00e0 di denaro cash utile ad accontentare le \u00e9lites e a finanziare la sua politica economica fatta, come sappiamo, di semi-pianificazione e di elevata protezione sociale (Wilson 2021, p. 245). \u00c8 stato cos\u00ec, allora, che lo statalismo bielorusso si \u00e8 incontrato e si \u00e8 compromesso con il capitalismo globale, generatore inarrestabile di consumo e di diseguaglianze. \u00c8 proprio sulla base di questa intersezione che, proprio come accade in Cina e del resto nell\u2019intero mercato mondiale, in Bielorussia sono state create delle zone speciali dove gruppi multinazionali, provenienti soprattutto dal nord Europa, possono agire liberamente in deroga alla legislazione nazionale.<\/p>\n<p>Dal mercato globale lo statalismo bielorusso non poteva non importare, assimilare, la vocazione liberista alla violazione dei diritti dei lavoratori, violazione che in un contesto autoritario viene esacerbata e perfezionata dalla violenza di brutali metodi repressivi. Infatti, nel corso degli anni di presidenza Lukashenko, l\u2019Organizzazione internazionale del Lavoro ha pi\u00f9 di una volta denunciato gli abusi sui lavori perpetrati in Bielorussia. Non possiamo fare a meno di soffermare lo sguardo sulla dura repressione subita da quei lavoratori bielorussi che nel 2020 hanno preso parte alle proteste contro il regime. Molti sono stati picchiati, perseguitati, arrestati e licenziati per aver partecipato alle manifestazioni seguite alle elezioni manipolate di quell\u2019agosto.<\/p>\n<p>L\u2019implicazione della centralizzante autorit\u00e0 statale bielorussa con settori del capitalismo globale, consumistico, costituisce, se osserviamo tutto ci\u00f2 da una prospettiva haveliana, il nucleo post-totalitario del regime politico bielorusso. Tuttavia, se il regime Lukashenko \u00e8 post-totalitario lo \u00e8 in quanto effetto di un processo di mutamento che ha condotto lo stesso sistema post-totalitario a combinarsi con quello autoritario. Pi\u00f9 precisamente, potremmo concludere che il sistema post-totalitario, il quale \u00e8 gi\u00e0 in s\u00e9 stesso un fenomeno ibrido ed evolutivo, \u00e8 evoluto verso un secondo grado di ibridazione, quella tra esso stesso (che \u00e8 totalitarismo comunista combinato alla democrazia capitalista) e la gestione autoritaria del potere. E allora la Bielorussia di Lukashenko pu\u00f2 essere compresa come un caso particolare di quest\u2019evoluzione, di questa nuova intersezione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonti e riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n<p>Bennet Brian (2011),\u00a0<em>The Last Dictatorship in Europe: Belarus under Lukashenko<\/em>, London, Hurst &amp; Company.<br \/>\nCadoppi Giambattista (2020),\u00a0<em>Bielorussia tra Eurasia e tentativi di rivoluzione colorata<\/em>, Cavriago, Anteo.<br \/>\nChirot Daniel (2005),\u00a0<em>What Happened in Eastern Europe in 1989<\/em>, in Vladimir Tismaneanu (ed.), The Revolutions of 1989, London \u2013 New York, Routledge.<br \/>\nFelice Flavio (2008),\u00a0<em>L\u2019economia sociale di mercato<\/em>, Soveria Mannelli, Rubbettino.<br \/>\nFrear Matthew (2021),\u00a0<em>Belarus under Lukashenka: Adaptive Authoritarianism<\/em>, London \u2013 New York, Routledge.<br \/>\nHavel V\u00e1clav (2013),\u00a0<em>Il potere dei senza potere<\/em>\u00a0(ed. or. 1978), Milano \u2013 Castel Bolognese, La Casa di Matronia \u2013 Itaca.<br \/>\nKorosteleva Julia (2007),\u00a0<em>Belarus: Heading towards State Capitalism?<\/em>, in David Lane, Martin Myant (eds.), Varieties of Capitalism in Post-Communist Countries, London, Palgrave Macmillan.<br \/>\nKurlantzik Joshua (2016),<em>\u00a0State Capitalism: How the Return of Statism is Transforming the World<\/em>, Oxford, Oxford University Press.<br \/>\nLawson Colin (2018),\u00a0<em>Path-Dependence and the Economy of Belarus: The Consequences of Late Reforms<\/em>, in Rosalind Marsh, Elena Korosteleva, Colin Lawson (eds.), Contemporary Belarus: Between Democracy and Dictatorship, London \u2013 New York, Routledge.<br \/>\nLinz Juan, Stepan Alfred (1996),\u00a0<em>Problems of Democratic Transition and Consolidation. Southern Europe, South America and Post-Communist Europe<\/em>, Baltimore &#8211; London, The Johns Hopkins University Press.<br \/>\nSchmitt Carl (2006),\u00a0<em>La dittatura<\/em>, Roma, Edizioni Settimo Sigillo.<br \/>\nSchmitt Carl (2020),\u00a0<em>Le categorie del \u2018politico\u2019<\/em>, Bologna, il Mulino.<br \/>\nWilson Andrew (2021),\u00a0<em>Belarus: The Last European Dictatorship<\/em>, New Haven, Yale University Press.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<p><\/main><\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1227],"fascicolo":[315],"class_list":["post-2815","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-riccardo-paparusso","fascicolo-giugno-2022"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - La natura post-totalitaria del regime politico in Bielorussia<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Riccardo Paparusso, pubblicato nel numero di Giugno 2022. 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