{"id":2810,"date":"2022-06-01T12:00:00","date_gmt":"2022-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2810"},"modified":"2026-04-19T03:43:53","modified_gmt":"2026-04-19T01:43:53","slug":"ma-che-welfare-cera-in-unione-sovietica","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2022\/giugno\/ma-che-welfare-cera-in-unione-sovietica\/","title":{"rendered":"Ma che welfare c\u2019era in Unione Sovietica?"},"content":{"rendered":"<p>Nella tradizione europea cristiana circola, gi\u00e0 prima dell\u2019umanitarismo socialista arcaico, la convinzione che allo stato spetti l\u2019obbligo di attrezzare una qualche forma di assistenza che tuteli i pi\u00f9 indigenti (poveri, disoccupati) e fragili (bambini, vecchi, malati). Quando compare il marxismo, il dibattito sullo stato sociale e le politiche di sostegno alle fasce sfavorite della popolazione, si allarga agli ambiti di pensiero e azione politica ispirati alle idee di Karl Marx, sui due fronti che ne sono storicamente scaturiti: il rivoluzionario e il riformista. Nel pensiero di Marx, che le \u00e9lite bolsceviche, fondatrici dei soviet e quindi dello stato dei soviet, dichiararono ispiratore della costruzione sovietica, il welfare non \u00e8 elemento utile al successo della strategia disegnata nella cospirazione contro lo stato borghese. Lo \u201cspettro che s\u2019aggira per l\u2019Europa\u201d, il comunismo, non ha il compito di migliorare le condizioni dei proletari e dei lavoratori all\u2019interno del sistema vigente, che va abbattuto, non riformato.<\/p>\n<p>Coerentemente con i presupposti, il pensiero marxista e i partiti comunisti aderenti al Comintern e poi al Cominform, boicottano ovunque le politiche di welfare, definendo socialtraditori i partiti del riformismo socialista che le inseriscono nell\u2019agenda politica dei paesi nei quali operano. Nel costruendo stato previsto dalla rivoluzione bolscevica, la dittatura operaia avrebbe risolto strutturalmente la questione delle politiche di sostegno al mondo del lavoro e ai meno favoriti, con un paradosso riassumibile nella formula: non si fa stato sociale, quando si \u00e8 Stato sociale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il welfare del socialismo reale fino alla guerra mondiale<\/strong><\/p>\n<p>In barba alla lezione di Marx sull\u2019economia come fattore di struttura, nell\u2019Unione Sovietica di Lenin e del primo Stalin, si nega il ruolo delle imprese (\u00e8 lo stato, cio\u00e8 la politica, a fare impresa), ma anche del sociale: nel regime dove lo stato \u00e8 padrone esclusivo dell\u2019economia, lavoro e lavoratori assumono altra natura rispetto a quella che viene loro attribuita nell\u2019economia capitalistica. Si adottano politiche di assistenzialismo e premi di produzione che premiano chi eccelle nelle competizioni di produttivit\u00e0 (provvede il sindacato cinghia di trasmissione) e ortodossia politica (provvede il partito, guardiano della verit\u00e0). Le poche misure sociali, introdotte in modo saltuario, riguardano specifiche categorie, da fidelizzare a seconda del barometro politico e delle necessit\u00e0 del momento: operai, ceto cittadino, quadri di partito o intellettuali pubblici. Artigiani, contadini, piccoli commercianti ne sono in genere esclusi. Si tratta di meccanismi politici a fini di consenso, non di stato sociale fissato dal diritto, anche se in talune fasi si hanno forme di welfare assimilabili a quelle praticate nell\u2019occidente europeo.<\/p>\n<p>\u00c8 la natura dello stato sovietico a spiegare comportamenti che sembrano in contraddizione con le pretese ideologiche che l\u2019hanno generato. Secondo economisti della peretrojka di Gorbachev, l\u2019URSS ha espresso un\u2019\u201ceconomia di caserma\u201d o \u201cdi comando\u201d al servizio di un complesso militar-industriale che assorbiva in alcune fasi topiche della guerra fredda fino al 60% dell\u2019economia complessiva, tagliando alla fonte la capacit\u00e0 di intervenire sui bisogni della popolazione, anche di quelli legati a salute e benessere (Aganbegyan, 1990).<\/p>\n<p>Anche quando dalla decretazione d\u2019urgenza dei primi tempi del potere bolscevico, si arriv\u00f2 alla compilazione di \u201cCodici\u201d (del lavoro e della terra, ma anche della famiglia) formalmente molto avanzati, questi non avrebbero trovato capacit\u00e0 di applicazione. Gi\u00e0 la carta costituzionale del 1918, smentiva ogni aspettativa di politiche sociali, escludendole dal testo. Il lavoro, elemento centrale di ogni welfare state, vi era rappresentato non come diritto ma come dovere. Al capitolo II, 3 f) si prevedeva: \u00abAl fine di sterminare gli strati parassitari della societ\u00e0 e di organizzare l\u2019economia, viene istituito il servizio generale obbligatorio del lavoro\u00bb. Il punto g) precisava: \u00abAllo scopo di assicurare alle masse lavoratrici la totalit\u00e0 del potere e di eliminare qualsiasi possibilit\u00e0 di restaurazione del potere degli sfruttatori, viene decretato l\u2019armamento dei lavoratori, la formazione di un\u2019Armata Rossa Socialista degli operai e dei contadini e il disarmo completo delle classi possidenti\u00bb. Militarizzazione senza diritti sociali quindi, con i bisogni del lavoratore subordinati a quelli dello stato.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 avanti, gli effetti degli squilibri e dei colli di bottiglia generati da militarizzazione e piani quinquennali, ricadranno sui consumi privati e familiari, e sui beni sociali, politiche del welfare in primo luogo. Il fenomeno si aggraver\u00e0 in taluni periodi, per difficolt\u00e0 di carattere climatico (agricoltura) o lotte di potere (transizione post-staliniana) arrivando ai livelli drammatici degli anni della stagnazione brezneviana e del disfacimento dell\u2019Unione. Il tempo d\u2019anarchia che fa seguito allo scioglimento dell\u2019URSS, nel dicembre 1991, con la fine della presidenza sovietica di Gorbachev e l\u2019avvio della transizione al mercato da parte di Bor\u00eds Nikol\u00e1evi\u010d \u00c9l&#8217;cin, saranno davvero pesanti in termini di welfare.<\/p>\n<p>In minore sofferenza, nel corso dei decenni sovietici &#8211; non guardando per ora agli anni delle purghe staliniane, dove tutto si confonde nel segno dell\u2019indecifrabile logica del dittatore \u2013 i segmenti di popolazione che convergevano sull\u2019apparato di polizia e di sicurezza. Le garanzie retributive e di welfare dei due gruppi, ai quali si aggiungevano talune glorie di partito come artisti o scienziati, trovavano riscontro nell\u2019elaborazione dei piani quinquennali. Dopo la parentesi NEP, la Nuova politica economica lanciata nel 1921 da Lenin, si costruir\u00e0 una societ\u00e0 che \u00e8 stata definita \u201cparacastale\u201d (Sorba, 2002, p. 124), puntata sui privilegi di pochi e sulle ambizioni di potenza dello stato che una popolazione povera e sfruttata era chiamata a realizzare. Luciano Magrini, testimone della nascita dell\u2019URSS, cos\u00ec sintetizz\u00f2 il tragico risultato di quell\u2019opera: \u00absi voleva giungere alla proletarizzazione del contadino e si \u00e8 conseguito il risultato opposto: si \u00e8 contadinizzato il proletario\u00bb (Magrini 1920, pp. 111-112).<\/p>\n<p>Quando passa ad analizzare le cure adottate dal partito per rispondere a una crisi gi\u00e0 allora devastante, Magrini parla di \u201cmilitarizzazione\u201d della mano d\u2019opera, utilizzando, curiosamente, gli stessi termini che saranno ripresi settant\u2019anni dopo, dagli economisti della perestrojka: \u00abil comitato centrale del partito comunista ha accettato una serie di provvedimenti destinati ad imprigionare il lavoro nella militarizzazione. Cos\u00ec \u2026 la Russia viene trasformata in una grande caserma\u00bb (Magrini, p. 125).<\/p>\n<p>Su quel primo periodo della storia sociale sovietica, realizza approfondita analisi Dorena Caroli, coprendo gli anni 1917-1939. All\u2019indomani della presa del potere bolscevico, \u00abla rete delle casse previdenziali territoriali introdusse un sistema \u2026 che copriva anche le famiglie dei lavoratori e che fu caratterizzato dalla progressiva centralizzazione di una parte dei fondi previdenziali\u00bb (Caroli, 2015, p. 25). Nei primi anni trenta, si opt\u00f2 per un sistema che spostava le prestazioni previdenziali e sociali dentro l\u2019organizzazione aziendale, spacchettando in una miriade di Unioni professionali i sindacati, anche per gli aspetti della gestione previdenziale. Per decreto del luglio 1933, il comitato di fabbrica e industria inizi\u00f2 a funzionare anche come centro di pagamento dell\u2019assicurazione sociale. Permaneva il meccanismo adottato nella prima fase del potere bolscevico, quando si era scelto di attribuire privilegi specifici ai pochi operai specializzati che potevano far ripartire la macchina della produzione bloccata dalla guerra. Lo stato dell\u2019utopia comunista aveva aderito a un sistema previdenziale di tipo corporativo, riguardante i settori produttivi strategici e riservato di fatto ai soli livelli alti e specializzati di tecnici e classe operaia, facendo passare attraverso disposizioni amministrative e piccole riforme previdenziali l\u2019allocazione di risorse per altri settori produttivi e i contadini poveri, misure poco pubblicizzate e ampiamente disattese, specie nella periferia.<\/p>\n<p>All\u2019interno di un sistema palesemente ingiusto si producevano fenomeni di marginalit\u00e0 e devianza sociale di una certa rilevanza, ai quali non si prestava molta attenzione1. I centri di riferimento delle politiche assistenziali e previdenziali allestite negli anni trenta (Direzione centrale dell\u2019assicurazione sociale, Amministrazione principale dell\u2019assicurazione sociale, Casse assicurative locali, istituti di sanit\u00e0 pubblica) non cambiarono la sostanza delle cose, essendo collocati dentro le strutture delle grandi aziende. Su tutto aleggiava la mano attiva dello stalinismo, con la marcia forzata verso l\u2019industrializzazione pesante, attraverso un rivolgimento dell\u2019economia che mai previde politiche sociali adeguate. Nei fatti erano sostituite dalla gestione triangolare partito industrie e sindacato, salvo che lo stato si riservava mutamenti di rotta repentini e arbitrari come quelli adottati durante la grande crisi innescata dal \u201929 statunitense, letta a Mosca come l\u2019ennesima operazione di accerchiamento capitalistico. Per sconfiggere in un decennio i paesi capitalisti, nel 1931 Stalin introdusse ovunque il salario a cottimo e ulteriori incentivi per l\u2019autosfruttamento. Si era all\u2019abbandono, anche in via ufficiale, dei principi previdenziali universali enunciati da Lenin, sostituiti da misure come: razionamento alimentare (dal 1928 al 1935), istituzione del passaporto per i trasferimenti interni (senza propiska \u2013 alla lettera \u201cregistrazione\u201d \u2013 di residenza e permesso di soggiorno, non si poteva pi\u00f9 traslocare), unione di Commissariato del popolo per il lavoro e Centrale sindacale nella gestione delle Casse assicurative (1933). Lo stato sociale in URSS alla fine del 1932, cos\u00ec trova descrizione: \u00abQuesta profonda degenerazione degli scopi dell\u2019assicurazione sociale mostra che quest\u2019ultima divenne un\u2019arma di controllo capillare e di discriminazione spietata anzich\u00e9 uno strumento di solidariet\u00e0 volto ad attutire i rischi sociali provenienti dal lavoro e dalle trasformazioni economiche\u00bb (Caroli, p. 177).<\/p>\n<p>Le cose non vanno meglio dal lato dei diritti, a cominciare dal principio della libert\u00e0 individuale di mutare impiego, fondamento di ogni legislazione lavorista, che viene negato, mentre al tempo stesso si ha accanimento verso lavoratori che si assentino dal lavoro senza giustificazione.<\/p>\n<p>Dovendo colpire tutti e ovunque, Stalin colp\u00ec anche il lavoro, varando, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nel 1938, leggi che ufficializzarono l\u2019URSS come un immenso campo di concentramento lavorativo, con il sindacato decapitato al vertice e strozzato alla base2. Il welfare, in particolare la previdenza sociale, finisce nelle mani dei cosiddetti soviet della previdenza sociale. Nelle grandi fabbriche si costituiscono commissioni di reparto dell\u2019assicurazione sociale (Caroli, p. 274).<\/p>\n<p>Gli anni di guerra rafforzano la sindrome sovietica dell\u2019accerchiamento capitalistico e, almeno in parte, motivano tre leggi fondamentali sul lavoro, nelle date 26 giugno, 2 ottobre e 19 ottobre 1940. Alcuni contenuti sono utili all\u2019analisi sulla evoluzione dello stato sociale in Unione Sovietica, in particolare quanto previsto dalla legge del 2 ottobre sulle riserve di manodopera per l\u2019industria statale, nel legame permanente tra scuola, occupazione e residenza. Ai cittadini si assegna uno status per via amministrativa, che, salvo rarissime eccezioni, non sar\u00e0 possibile alterare per l\u2019intera vita. La successiva normativa del 19 ottobre, riguardante il trasferimento per decisione amministrativa non si distacca dal filone repressivo: chi si opponesse alle tipologie di lavoro qualificato l\u00ec elencate (tessile, alimentare, elettrico, ferroviario), sarebbe passibile delle pene previste per i reati di abbandono del lavoro.<\/p>\n<p>G\u00f8sta Esping-Andersen (1990, pp. 26-29) evidenzier\u00e0 come l\u2019URSS, al di l\u00e0 di quanto dichiarava, manifestasse una natura fortemente conservatrice, adottando comportamenti non dissimili da quelli di regimi reazionari come regno d\u2019Italia, Austria e Reich tedesco. E cos\u00ec milioni di lavoratori e operai, immiseriti dalla mancanza di lavoro, da retribuzioni e assegni sociali irrisori, annessi alla categoria degli antipartito, dei boicottatori del comunismo, dei sabotatori della patria e della sua economia; non finire nel gulag con milioni di altri sventurati era gi\u00e0 un buon risultato in quella situazione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Lo stato sociale sovietico dagli anni di guerra alla perestrojka<\/strong><\/p>\n<p>Alla morte di Stalin, nel 1953, le condizioni di vita della famiglia sovietica media erano peggiori di quelle di 25 anni prima. Nei decenni successivi i salari subiranno vari adeguamenti, purtroppo poco risolutivi sul benessere della popolazione anche perch\u00e9, nei cicli economici messi in moto dai piani, all\u2019accresciuta massa monetaria resa disponibile non corrispondeva un\u2019adeguata offerta di beni e servizi di benessere e consumo, mentre si creavano mercati paralleli in valuta dove affluiva di tutto.<\/p>\n<p>The peculiarity of this system was that even though the Soviet ideological principles of universal welfare protection and equal access to welfare services were not forgotten, they were obviously secondary to the drive of Soviet industrialisation. Guided by the logic of industrialisation, the government offered special privileges to certain groups of the population (Maltseva, 2012, p.110).<\/p>\n<p>Molto, al welfare e pi\u00f9 in generale al lavoro sovietico, era venuto dagli anni di Khrushchev, stimolato, pi\u00f9 di Stalin, dai contenuti del rapporto Beveridge (Caroli, 2015, p. 38). Nelle riforme, di Kosygin e Breznev, cominceranno a praticarsi i principi dell\u2019universalismo e dell\u2019egalitarismo, alla base del piano di assicurazioni sociali presentato alla camera dei Lord dal liberale Beveridge. Quelle novit\u00e0 tenderanno a radicarsi negli ambienti popolari e di lavoro, creando aspettative che peseranno nel dopo comunismo. Si manifesta anche in URSS il fenomeno delle aspettative crescenti, caratteristica universale delle popolazioni nell\u2019ultimo quarto del XX secolo. Nel 1977 la riforma costituzionale, che soppianta la costituzione staliniana del 1936, aggiunge, ai vigenti diritti al welfare, il diritto alla casa e all\u2019accesso alla cultura. Si spiega anche con questo bisogno tutto politico del nuovo \u201cscambio\u201d tra domanda del regime (obbedienza, conformismo, acquiescenza) e sua offerta (sufficienza economica e stato sociale), il fatto che la societ\u00e0 sovietica venisse aperta allo stato sociale da Khrushchev, con la fornitura, da parte dei soggetti pubblici, di una vasta gamma di servizi, impensabili in epoche precedenti: abitazioni popolari, pensioni minime, scolarizzazione e sanit\u00e0 gratuite e universali. In particolare i lavoratori dell\u2019industria riterranno di godere, certamente pi\u00f9 che nel passato, di un\u2019adeguata rete di welfare. Nel 1956 \u00e8 pubblicata la legge sulle pensioni che ne estende il diritto e rende minima la differenza di trattamento tra impiegati ed operai; nel 1964 la sicurezza sociale viene finalmente attribuita anche a chi lavora nelle aziende agricole collettivizzate, cominciando a rivedere una delle maggiori ingiustizie perpetrate dalla storia sovietica, quella verso i contadini e i lavoratori della terra. Nel 1967 a questi saranno dirette ulteriori misure di allineamento sociale, in particolare abbassando l\u2019et\u00e0 di pensionamento (1967), consentendo il congedo pagato per ragioni di salute (1970), equiparando le regole per il pagamento delle pensioni (1971). Era come se comparisse, nel cosmo ideologico sovietico, la stella che illuminava la povert\u00e0 e l\u2019ingiustizia sociale. Il trentennio 1960-1980 pu\u00f2, a ragione, essere identificato come quello di maggiore impegno sovietico per la protezione sociale. Benefici andarono al sistema di istruzione e di sanit\u00e0, alla cura della famiglia e dell\u2019infanzia. Furono accresciuti i trasferimenti diretti agli indigenti, ai fragili. Lo stato inizi\u00f2 a farsi carico dei disabili, dei marginali, dei mutilati (protesi e riabilitazione, sanatori, carrozzine e altri trasporti, appartamenti attrezzati). Il passaggio da \u201coperaio sfruttato per la gloria dello stato\u201d a cittadini con diritti, fu evidente.<\/p>\n<p>E tuttavia quel welfare continuava ad essere ben inferiore, in termini assoluti e comparati, con il livello raggiunto nei paesi non comunisti, come evidenzia la seguente tabella (Kornai, 1992, p. 314). La spesa sociale sovietica, in termini percentuali sul Pil, \u00e8 superata persino da quella statunitense, fanalino di coda tra i membri Ocse, per ciascuna delle tre voci individuate e per totale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Spesa sociale: confronto fra 10 paesi, 1976 (consumi collettivi in % del Pil)<\/strong><\/p>\n<table cellpadding=\"5\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><strong>\u00a0<\/strong><\/td>\n<td><strong>Istruzione<\/strong><\/td>\n<td><strong>Salute<\/strong><\/td>\n<td><strong>Welfare<\/strong><\/td>\n<td><strong>Totale<\/strong><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><strong>Paesi socialisti<\/strong><\/td>\n<td colspan=\"4\"><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Bulgaria<\/td>\n<td>3,9<\/td>\n<td>3,1<\/td>\n<td>10,3<\/td>\n<td>17,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Cecoslovacchia<\/td>\n<td>3,9<\/td>\n<td>3,8<\/td>\n<td>16,3<\/td>\n<td>24,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Rep. Dem. Tedesca<\/td>\n<td>4,9<\/td>\n<td>5,1<\/td>\n<td>11,7<\/td>\n<td>21,7<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Ungheria<\/td>\n<td>3,4<\/td>\n<td>5,3<\/td>\n<td>11,6<\/td>\n<td>20,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Polonia<\/td>\n<td>3,2<\/td>\n<td>3,3<\/td>\n<td>7,1<\/td>\n<td>13,6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>URSS<\/td>\n<td>3,7<\/td>\n<td>2,6<\/td>\n<td>9,3<\/td>\n<td>15,6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><strong>Paesi OCSE<\/strong><\/td>\n<td colspan=\"4\"><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Austria<\/td>\n<td>4,6<\/td>\n<td>4,6<\/td>\n<td>21,1<\/td>\n<td>30,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Italia<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<td>6,1<\/td>\n<td>14,8<\/td>\n<td>25,9<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>USA<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<td>2,9<\/td>\n<td>11,3<\/td>\n<td>19,2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Germania<\/td>\n<td>3,8<\/td>\n<td>5,1<\/td>\n<td>20,6<\/td>\n<td>29,5<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nonostante il livello relativamente basso, le prestazioni dello stato sociale nell\u2019area europea del socialismo realizzato non avrebbero trovato modo di poter essere garantite nella fase pi\u00f9 accentuata del declino sovietico, e sarebbero diventate impensabili nel pieno della transizione alla societ\u00e0 post-sovietica, in specie durante le privatizzazioni selvagge della presidenza di El\u2019cin negli anni novanta.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 con le riforme di Gorbachev, nella fase della transizione che porter\u00e0 alla rottura del patto costituzionale e alla frantumazione del territorio sovietico in pi\u00f9 repubbliche sovrane, si era avuta l\u2019espulsione di personale sovrabbondante dai grandi complessi industriali. Mancher\u00e0, nella svolta non solo imprevista ma non preparata in quanto a risposte sociali, la necessaria tutela, con il risultato che la transizione delle repubbliche gi\u00e0 sovietiche al mercato assumer\u00e0 costi umani spaventosi. Si \u00e8 calcolato che le retribuzioni salariali ancora nel 2000 si collocassero al 7,75% del minimo vitale (Caroli, 2015, p. 325), un livello che nei territori ex sovietici nessuno stato sociale sarebbe stato in grado di riposizionare se non con politiche di sussistenza e assistenziali in senso stretto.<\/p>\n<p>Inevitabile che nei territori gi\u00e0 sovietici, le classi di et\u00e0 e i ceti che erano stati investiti positivamente dallo stato sociale, rimpiangessero quelli che oggi possono apparire come \u201cprivilegi perduti\u201d, con riferimento specifico a misure come il reddito minimo e le pensioni di vecchiaia, goduti da molti alla vigilia del coma di regime. I cittadini sovietici si erano accomodati in un sistema paternalistico di dignitosa povert\u00e0 collettiva, che garantiva stabilit\u00e0 di reddito e capacit\u00e0 di programmare la propria vita individuale e familiare, tra istruzione pubblica, sicurezza del posto di lavoro, qualche privilegio (le vacanze e qualche viaggio, ad esempio, e le prime automobili private), la pensione.<\/p>\n<p>Lukashenka in Bielorussia, Putin in Russia, hanno solidificato il consenso ponendolo in sintonia con l\u2019antico metodo sovietico che promette potenza allo stato e livelli sufficienti di sicurezza sociale ai cittadini. Non casualmente i loro governi si comporteranno all\u2019unisono nell\u2019aggressione all\u2019Ucraina del 2022.<\/p>\n<p>La tabella elaborata da Linda J Cook (2007, p. 7) ha riassunto, attraverso la combinazione di due parametri (livello di liberalizzazione e sforzo di welfare), come siano andate le cose nel primo quindicennio di transizione, con un reciproco paragone che riguarda anche alcuni paesi chiavi delle privatizzazioni nel centro Europa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Risultati contrastanti delle politiche di welfare nella transizione postcomunista (1990-2004)<\/strong><\/p>\n<table cellpadding=\"5\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><strong>Paesi<\/strong><\/td>\n<td>Federazione Russa<\/td>\n<td>Polonia, Ungheria<\/td>\n<td>Kazakhstan<\/td>\n<td>Bielorussia<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><strong>Risultati<\/strong><\/td>\n<td>Liberalizzazione ritardata<\/td>\n<td>Liberalizzazione graduale<\/td>\n<td>Liberalizzazione rapida<\/td>\n<td>Nessuna liberalizzazione<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Sforzo di welfare basso<\/td>\n<td>Sforzo di welfare moderato<\/td>\n<td>Sforzo di welfare basso<\/td>\n<td>Sforzo di welfare moderato<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td colspan=\"4\"><\/td>\n<td>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Fonte: Cook, 2007, p. 6<\/em><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Dal che si evidenzia come il migliore welfare tra i cinque, appartenga, in quella fase, al paese, la Bielorussia, che pur non avendo promosso liberalizzazioni, figura a pari merito con Polonia e Ungheria. Precisando come quelle situazioni si siano generate e quali settori se ne siano avvantaggiati nei rispettivi paesi, l\u2019autrice costruisce un\u2019esaustiva panoramica, dalla quale si estrae la tabella seguente, dedicata in particolare all\u2019evoluzione, tra la fine dell\u2019URSS e il 2002, di tre indizi di welfare: sanit\u00e0, pensioni, istruzione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Spesa pubblica 1990-2002, % Pil: salute, istruzione, pensioni<\/strong><\/p>\n<table cellpadding=\"5\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><strong>Paese<\/strong><\/td>\n<td><strong>Settore<\/strong><\/td>\n<td><strong>1989-1992<\/strong><\/td>\n<td><strong>1998<\/strong><\/td>\n<td><strong>2002<\/strong><\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td rowspan=\"3\">Polonia<\/td>\n<td>Sanit\u00e0<\/td>\n<td>4,8<\/td>\n<td>4,2<\/td>\n<td>4,7<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Istruzione<\/td>\n<td>5,4<\/td>\n<td>5,3<\/td>\n<td>6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Pensioni<\/td>\n<td>8,7<\/td>\n<td>12,8<\/td>\n<td>11,2<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td rowspan=\"3\">Ungheria<\/td>\n<td>Sanit\u00e0<\/td>\n<td>6,4<\/td>\n<td>5,2<\/td>\n<td>5,5<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Istruzione<\/td>\n<td>6,6<\/td>\n<td>4,8<\/td>\n<td>6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Pensioni<\/td>\n<td>10,5<\/td>\n<td>7,5<\/td>\n<td>7,6<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td rowspan=\"3\">Russia<\/td>\n<td>Sanit\u00e0<\/td>\n<td>2,5<\/td>\n<td>2,5<\/td>\n<td>2,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Istruzione<\/td>\n<td>3,6<\/td>\n<td>3,6<\/td>\n<td>3,7<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Pensioni<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<td>6,4<\/td>\n<td>7,3<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td rowspan=\"3\">Kazakistan<\/td>\n<td>Sanit\u00e0<\/td>\n<td>4,4<\/td>\n<td>3,5<\/td>\n<td>2,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Istruzione<\/td>\n<td>4,0<\/td>\n<td>&#8211;<\/td>\n<td>3,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Pensioni<\/td>\n<td>8,2<\/td>\n<td>&#8211;<\/td>\n<td>&#8211;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Bielorussia<\/td>\n<td>Sanit\u00e0<\/td>\n<td>5,3<\/td>\n<td>5,6<\/td>\n<td>5,0<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Istruzione<\/td>\n<td>4,7<\/td>\n<td>2,0<\/td>\n<td>6,8<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>Pensioni<\/td>\n<td>5,4<\/td>\n<td>7,7<\/td>\n<td>&#8211;<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td colspan=\"4\"><em>Fonte: rielaborazione da Cook, 2007, p. 211.<\/em><\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Giudicando il caso bielorusso, rispetto a quelli degli altri paesi in tabella, la ricercatrice scrive, evidenziando la debolezza della societ\u00e0 rispetto al potere, e l\u2019autonomia decisionale di questo:<\/p>\n<p>La Bielorussia apparentemente contraddice la teoria che attribuisce rilevanza all\u2019indirizzo politico, mantenendo uno stato sociale ampio e uno sforzo di welfare comparativamente forte a dispetto della debolezza dell\u2019influenza della societ\u00e0 (Cook, p. 8).<\/p>\n<p>Il maggiore peso della figura presidenziale e della macchina burocratica, rimasti praticamente intatti e monolitici durante la transizione, avrebbe favorito un rendimento dello stato sociale pi\u00f9 favorevole alla popolazione. Un\u2019affermazione che trova conferma anche nei dati di seguito riportati, organizzati dall\u2019autrice attraverso una serie di fonti. La Bielorussia aveva un tasso di povert\u00e0 del 48% nel 1998, ridotto al 21% nel 20023. Per la stessa voce il Kazakistan nel 2002 era a 71%, la Russia al 41%, la Polonia al 27%, l\u2019Ungheria al 12%. La disoccupazione in Bielorussia tra il 1998 e il 2002 era passata dal 2,3% al 3%; per la stessa voce il Kazakistan nel 2002 era al 9,3%, la Russia al 7,9%, la Polonia al 19,9%, l\u2019Ungheria al 5,1%. (Cook, p. 194).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La condizione sociale in Bielorussia<\/strong><\/p>\n<p>Nel paragone con l\u2019attuale Russia, risulta che la Bielorussia guadagna in termini di benessere materiale, ma condivide il conculcamento delle libert\u00e0 personali e politiche4. In questo modo la repubblica quasi baltica e gi\u00e0 sovietica, si aggiunge alle esperienze, tipicamente asiatiche, di regimi politici che hanno contribuito al benessere materiale dei cittadini pur continuando a privarli di libert\u00e0 basilari. Interessante che il paese, secondo Banca Mondiale denunci un tasso di povert\u00e0 (0,5%), comparabile con quelli della regione scandinava e nord europea, inferiore a quello di ogni paese post-comunista membro dell\u2019UE, e a quello medio dell\u2019UE che si attesta al 2,9% nel 2020. I servizi sociali e il welfare, anche per i non lavoratori come i pensionati e le famiglie, sarebbero di livello conseguente. Cos\u00ec l\u2019assistenza ospedaliera. Una situazione che spiegherebbe l\u2019affermazione di Vitali Silitski, gi\u00e0 nel 2005 quando risultava ormai evidente la non modificabilit\u00e0 a breve termine, del sistema di potere strutturato da Alyaksandr Lukashenka:<\/p>\n<p>The Belarusian leader\u2019s authority is based not only on outright repression, however, but also on a fairly high level of popular backing. His flamboyant autocratic style finds favor with a vast constituency of rural and elderly voters still nostalgic for the communist era; [&#8230;]; and his economic policies provide for a fair degree of social cohesion (Silitski, p. 85).<\/p>\n<p>Alla luce di questa constatazione, si pone la questione del rapporto tra stato del benessere inteso essenzialmente come benessere materiale e assicurazione contro il bisogno (disoccupazione, malattia, vecchiaia, etc.), e benessere come godimento anche delle libert\u00e0 spirituali. Si d\u00e0 soddisfazione ai diritti economici, sociali e culturali, diritti umani della seconda generazione, ma si negano quelli di prima generazione riguardanti i diritti civili e politici elaborati gi\u00e0 nel XVII e XVIII secolo. Se i diritti di seconda generazione sono forniti dallo Stato e fanno parte per certi versi del suo spazio di autonomia decisionale, i primi no: appartengono agli esseri umani, sono inalienabili e difendono la libert\u00e0 individuale contro le invadenze e gli eccessi del potere statale. Non casualmente sono chiamati \u201cdiritti libert\u00e0\u201d: toccano l\u2019eguaglianza di tutti davanti alla legge, la sicurezza personale, la protezione contro l\u2019arbitrio, il diritto di propriet\u00e0 privata, le libert\u00e0 di fede e di opinione.<br \/>\nUn esempio di dove abbia condotto il metodo Lukashenka sta nel trattamento riservato ai sindacati. Nella prima fase della transizione sorsero forme di organizzazioni rappresentative e rivendicative dei lavoratori che si andarono a sommare alle strutture ufficiali esistenti: organizzarono le proteste e presentarono proposte dei ceti lavoratori, ma n\u00e9 le une n\u00e9 le altre ebbero lunga vita, finendo fuori legge. Il commento di Cook (2007, p. 206) \u00e8 in linea con la tesi qui raccolta: \u00abBench\u00e9 abbia mantenuto un welfare state ampio, il governo bielorusso non negozi\u00f2 con gli interessi sociali n\u00e9 modific\u00f2 le spese sociali in risposta ai bisogni sociali\u00bb. In Bielorussia dovrebbero essere rispettati e praticati ambedue le categorie di diritti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonti e riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n<p>Aganbegyan Abel (1990), Verso una stabilit\u00e0 politico-economica in URSS, \u00abImpresa&amp;Stato\u00bb, n. 12, pp. 22-24.<br \/>\nCaroli Dorena (2015), Un Welfare State senza benessere, Insegnanti, impiegati, operai e contadini nel sistema di previdenza sociale dell\u2019Unione Sovietica (1917-1939), Macerata, Eum.<br \/>\nChauvier Jean-Marie (1974), La condizione operaia nell\u2019URSS, \u00abMondoperaio\u00bb, XXVII, 1, pp. 67-105.<br \/>\nCook Linda (2007), Postcommunist Welfare States, Reform Politics in Russia and Eastern Europe, Ithaca and London, Cornell University Press.<br \/>\nEsping-Andersen G\u00f8sta (1990), Three Worlds of Welfare Capitalism, Cambridge, Polity Press.<br \/>\nGraziosi Andrea (2002), L\u2019evoluzione dei \u201cdiritti sociali\u201d in URSS (1917-1956), in Carlotta Sorba (a cura di), Cittadinanza. Individui, diritti sociali, collettivit\u00e0 nella storia contemporanea. Atti del convegno annuale SISSCO (Padova, 2-3 dicembre 1999), Roma, Ministero per i Beni e le Attivit\u00e0 culturali.<br \/>\nKornai J\u00e1nos (1992), The Socialist System: The Political Economy of Communism, Princeton, Princeton University Press.<br \/>\nMagrini Luciano (1920), Nella Russia bolscevica, Milano, Societ\u00e0 Editoriale Italiana.<br \/>\nMaltseva Elena (2012), Welfare Reforms in Post-Soviet States: A Comparison of Social Benefits Reform in Russia and Kazakhstan, A thesis submitted for the Degree of Doctor of Philosophy, Department of Political Science University of Toronto.<br \/>\nSierakowski Slawomir (2020), Belarus Uprising: The Making of a Revolution, \u00abJournal of Democracy\u00bb, XXXI, 4, pp. 5-16.<br \/>\nSilitski Vitali (2005), Preempting Democracy: The Case of Belarus, \u00abJournal of Democracy\u00bb, XVI, 4, pp. 83-97.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p>1\u0002 Crescendo abbandonata a s\u00e9 stessa, l\u2019infanzia si era trasformata in molte aree dell\u2019Unione in bambini e adolescenti senza fissa dimora, proclivi a delinquere anche a scopo di sopravvivenza. \u00abSi sparsero per il paese\u00bb, n\u00e9 le riforme sociali colsero la natura del problema, producendo \u00abun occultamento progressivo dei problemi sociali da parte del Partito Comunista che li fece scivolare lentamente dalla sfera della politica sociale a quella della politica penale\u00bb (Caroli, 2015, p. 26).<br \/>\n2 \u0002Gli anni \u201930 sono il picco della ferocia staliniana anche in Bielorussia. Come in altre situazioni non si dispone di numeri esatti, ma si ritiene in genere che tra il 1917 e il 1953 il piccolo stato slavo abbia pagato al potere sovietico tra 600.000 e 1.400.000 vittime. Come l\u2019Ucraina, la Bielorussi ha sofferto anche un alto numero di kulaki e loro famiglie, uccise o deportate in numero di almeno due centinaia di migliaia di persone.<br \/>\n3\u0002 In nota ai dati che fornisce, Cook precisa quanto segue. Per tasso di povert\u00e0 s\u2019intende la percentuale di popolazione sotto il $PPP, all\u2019epoca $ 4,3 al giorno. I dati bielorussi sulla disoccupazione sono basati sulla disoccupazione ufficialmente registrata e non sono considerati comparabili a quelli di altri paesi.<br \/>\n4\u0002 Il Pil pro capite calcolato in PPP rispettivo \u00e8 nel 2020, secondo Banca Mondiale, US$ 4.021,73 per la Russia e 19.759 per la Bielorussia. Nel confronto con il 2017 il tasso di crescita \u00e8 superiore in Bielorussia: in quell\u2019anno la Russia esprimeva valore 3.818,78 e la Bielorussia 18.287. Per un ulteriore, utile, confronto, si noti che il dato bielorusso corrisponde a pi\u00f9 del doppio di quello riscontrabile in qualunque altro paese post-sovietico non appartenente alla UE. Ad esempio, \u00e8 il doppio di quello ucraino, che si aggira intorno ai 10.000 dollari (Sierakowski, 2020). Per ogni eventuale ulteriore confronto, si acceda a\u00a0<a href=\"https:\/\/data.worldbank.org\/indicator\/NY.GDP.PCAP.PP.CD?locations=CN-IN.\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">https:\/\/data.worldbank.org\/indicator\/NY.GDP.PCAP.PP.CD?locations=CN-IN.<\/a><\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[315],"class_list":["post-2810","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-giugno-2022"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Ma che welfare c\u2019era in Unione Sovietica?<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Giugno 2022. 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