{"id":2254,"date":"2016-06-01T12:00:00","date_gmt":"2016-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2254"},"modified":"2026-04-12T22:12:03","modified_gmt":"2026-04-12T20:12:03","slug":"evviva-santarosa-etnografia-di-un-patrimonio-dellumanita","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2016\/giugno\/evviva-santarosa-etnografia-di-un-patrimonio-dellumanita\/","title":{"rendered":"Evviva Santarosa. Etnografia di un patrimonio dell\u2019umanit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>\u201cEvviva Santarosa\u201d non \u00e8 un errore grammaticale da sottolineatura blu. \u00c9 la trascrizione fonetica, in schietto dialetto viterbese, di un\u2019esclamazione locale che si usa pronunciare \u201ca Santarosa\u201d, appunto, cio\u00e8 nel giorno (tre settembre) della festa viterbese per eccellenza (oltre che in altre occasioni con vari e diversi significati locali). Perch\u00e9 un titolo in dialetto? Perch\u00e8 gli antropologi prediligono le espressioni locali (ma anche globali), pi\u00f9 espressive, dense e ricche del linguaggio ordinario.\u00a0<em>Evviva Santarosa<\/em>\u00a0esprime la \u201cviterbesit\u00e0\u201d: confonde la santa ed il modo locale di nominarla, la santa e la citt\u00e0, in un\u2019unica intensa esclamazione rituale, che d\u00e0 corpo a questa unione. Etnografia, invece, \u00e8 una parola del lessico antropologico: indica un particolare metodo di ricerca ed i prodotti stessi di questa ricerca (un libro, un video, una serie di saggi). Con questo secondo significato l\u2019ho usata come sottotitolo; uso d\u2019obbligo, peraltro, perch\u00e9 dal locale ci siamo spostati al globale: si tratta infatti di una etnografia dedicata ad un patrimonio immateriale dell\u2019Umanit\u00e0 (<em>Intangible Cultural Heritage Unesco<\/em>, 2013).<br \/>\nAnche qui c\u2019\u00e8 molto da dire: perch\u00e9 questa festa locale \u00e8 stata riconosciuta<em>\u00a0patrimonio globale<\/em>\u00a0(dell\u2019umanit\u00e0)? E, pi\u00f9 in particolare, perch\u00e9 \u00e8 un patrimonio immateriale se riguarda, come vedremo, il trasporto della grande macchina a spalla processionale di santa Rosa? E per chi non lo sapesse, che cos\u2019\u00e8 la \u201cMacchina di Santa Rosa\u201d? \u00c9 un oggetto? Un monumento? Un\u2019automobile, come crede qualcuno? E perch\u00e9 mai una cosa che pesa 5 tonnellate, \u00e8 alta trenta metri, costruita artigianalmente con materiali diversi (ferro, alluminio, legno, polistirolo, oltre ad un apparato luminoso elettrico ed a fiamma viva) sarebbe un\u00a0<em>patrimonio immateriale<\/em>?<\/p>\n<p>Per cominciare a dare risposta a queste non banali questioni, diciamo che certamente non \u00e8 la \u201cmacchina\u201d ad essere riconosciuta come patrimonio: \u00e8 invece il suo processo creativo e costruttivo e \u2013 soprattutto \u2013 il suo straordinario trasporto per le vie di Viterbo; effettuato \u201ca spalla\u201d da cento facchini biancovestiti, ogni tre settembre, alle nove di sera. Dura due ore, copre 1200 metri di percorso, si snoda per vie e piazze cittadine, lunghe discese e strettoie da brivido, dove la Macchina\u00a0<em>ci cape e non cape<\/em>, come si dice a Viterbo, fino ad una ripida salita finale che conduce al sagrato della chiesa di Santarosa, dove la Macchina (con la maiuscola) bisogna tirarla (con corde) dal davanti, e spingerla (e sollevarla) con leve, da dietro, per farle superare, di corsa, quegli ultimi terribili 90 metri. Tutto al buio, in una citt\u00e0 gremita di gente all\u2019inverosi\u001fmile, stipata in spazi ridotti, da antica citt\u00e0 medievale, conservata intatta nel centro storico, come le sue mura.<br \/>\nImmateriale \u00e8 quindi il complesso culturale di\u00a0<em>saperi e tecniche<\/em>\u00a0costruttive, ideative e tecnico-organizzative di trasporto, necessarie per garantire la ripetizione rituale dell\u2019evento ogni anno. Un evento effimero e intenso che si consuma, per chi assiste, nel breve \u201cpassaggio\u201d della Macchina davanti ai suoi occhi; un\u00a0<em>flash<\/em>\u00a0che dura un attimo e che sparisce ben presto nell\u2019oscurit\u00e0.<br \/>\nSe questa risposta spiega (almeno in parte) l\u2019immaterialit\u00e0, non spiega ancora la patrimonialit\u00e0. Perch\u00e9 mai questo spettacolare trasporto dovrebbe essere riconosciuto (insieme ad altri; dai Gigli di Nola ai Candelieri di Sassari alla Varia di Palmi) come patrimonio dell\u2019umanit\u00e0? Perch\u00e8 \u00e8 spettacolare? Forse. Perch\u00e9 vanta una tradizione plurisecolare? Anche. Perch\u00e9 \u00e8 un atto di fede e devozione, propria dei viterbesi? Certamente. Ma questo non basta per farne un patrimonio dell\u2019Umanit\u00e0. Per arrivare a questa<\/p>\n<p>pi\u00f9 impegnativa risposta occorre, paradossalmente, passare per le storie e le descrizioni<em>\u00a0locali<\/em>\u00a0di quest\u2019evento civico-religioso; raccontare dall\u2019interno, per il tramite dell&#8217;etnografo, cosa vivono, sentono, vedono e fanno i viterbesi quella sera del tre. A questo impegno sono stato chiamato a dare il mio contributo di antropologo dal Comune di Viterbo e dalla Rete delle grandi macchine a spalla italiane, nel settembre 2010. Non si trattava certo di \u201ccertificare\u201d il valore patrimoniale di un evento che \u00e8 propriet\u00e0 esclusiva della comunit\u00e0 viterbese, ma semmai di sostenere, scientificamente, la richiesta viterbese di iscrivere il trasporto nella lista rappresentativa dell\u2019Unesco dei patrimoni immateriali dell\u2019umanit\u00e0. Come? Attraverso un lavoro etnografico, umile ma anche complesso e impegnativo: inventariare (o catalogare, come si dice tecnicamente) la festa di Santarosa e lo straordinario trasporto processionale della sua Macchina. I suoi riti, miti, valori, saperi, tecniche; l\u2019immaginario e la devozione, le motivazioni dette e segrete, le passioni, le lotte, i conflitti che si ricompongono, miracolosamente, quella sera per dar vita all\u2019evento sociale totale viterbese.<br \/>\nNel settembre del 2010 sono quindi andato a Viterbo per raccogliere il materiale documentario necessario per sostenere la candidatura della grande festa civica viterbese. Ho raccolto soprattutto le\u00a0<em>interpretazioni locali<\/em>\u00a0di questo singolare trasporto: storie di storie, visioni di visioni, come dice Clifford Geertz che, attraverso la viva voce dei protagonisti locali, raccontano come si rinnova ogni anno, a Viterbo \u2013 senza mai riuscire a esaurirla \u2013 la meraviglia e la visionariet\u00e0 di un evento che appartiene ormai al mondo globale contemporaneo.<br \/>\nL\u2019etnografia cerca di rendere dicibili esperienze indicibili: come e perch\u00e9 l\u2019immane lavoro fisico di spostare la materia nello spazio diventi mito e commento \u2013 non solo e non tanto di un\u2019identit\u00e0 locale e di una devozione popolare \u2013 ma del sentimento stesso dell\u2019appartenenza sociale; del vincolo profondo che ci unisce malgrado ogni separazione e che<\/p>\n<p>costituisce il segreto, o se volete la\u00a0<em>hidden transcript<\/em>, del trasporto della grande macchina a spalla viterbese.<br \/>\nPeso, forza, devozione e tradizione, sentimento della localit\u00e0 e dell\u2019identit\u00e0 civica sono quindi le topiche antropologiche riportate nel testo, raccontate per\u00f2 dalla voce dei viterbesi, con una forza evocativa ed espressiva che l\u2019antropologo non ha ma che tuttavia riesce a cogliere ed a trasmettere nell\u2019esperienza vissuta dell\u2019evento.<br \/>\nUn esempio pu\u00f2 dare concretezza a queste fin troppo astratte affermazioni. Ho assistito, in mezzo agli addetti ai lavori, al rito delle<em>\u00a0prove di portata<\/em>, i \u201ctre giri\u201d di 90 metri che i facchini \u2013 vecchi e nuovi \u2013 ogni anno debbono compiere trasportando una cassetta di 150 chili sulle spalle, per essere confermati nel loro prestigioso ed oneroso ruolo. Quanto forza occorre per trasportare quei 150 chili? E che cos\u2019\u00e8 la forza? Come si seleziona, come si costruisce, si trasmette, si disciplina, al di l\u00e0 della \u201cstruttura fisica\u201d richiesta, necessaria, ma mai sufficiente?<br \/>\nDurante le prove ho sentito tre facchini anziani incitare il proprio nipote, alla sua prima esperienza iniziatica, con queste parole che trasmettono tutto il senso dell\u2019interpretazione locale della forza, del peso e dell\u2019ethos stesso del trasporto.<br \/>\n\u201c<em>Non pesa<\/em>!\u201d ha esordito con ruvida, brusca asserzione il primo dei tre facchini, riferendosi alla cassetta da 150 chili che aspetta, quieta e immobile, sui suoi sostegni, ogni partecipante alla prova \u2013 \u201c<em>Pesa come uno spicchio di mela, capito<\/em>?\u201d.<br \/>\n-\u201c<em>Tu sei pi\u00f9 forte di lei!<\/em>\u201d ha aggiunto perentoriamente un altro e l\u2019ultimo, con consumata lucidit\u00e0 ha concluso: \u201c<em>Ricordati che sei tu che porti lei, non lei che porta te<\/em>\u201d. Quest\u2019irreale \u201cdialogo con la cassetta\u201d non \u00e8 solo un\u2019aneddotica folkloristica \u2018da facchini\u2019; \u00e8 una costruzione culturale della forza fisica in azione.<\/p>\n<p>Se l\u2019espressivit\u00e0 non pu\u00f2 annullare la schiacciante pesantezza della cassetta pu\u00f2 per\u00f2 emancipare l\u2019iniziato dalla\u00a0<em>solitudine<\/em>\u00a0della sua prova gravosa, dallo stupore annichilente della pesantezza, dal pericolo incombente della \u201cperdita della presenza\u201d (per citare Ernesto De Martino) di fronte ad un \u201cavversario\u201d potente ed incognito. Ed il giovane \u2013 accompagnato da questi sostegni non meramente psicologici \u2013 ha compiuto i suoi tre giri di prova, con passo incerto, ma senza fermarsi. Non senza l\u2019aiuto, pi\u00f9 concreto, di \u201cprove fatte in casa\u201d con cassette auto-costruite, come argutamente commentava un mitico ex capo-facchino: \u201c<em>Adesso ci so\u2019 pi\u00f9 cassette che facchini a Viterbo, eh?<\/em>\u201d. Ma anche quest\u2019 astuzia (o saggezza) popolare rientra nella domesticazione del peso e del trasporto; un\u2019opera collettiva ed organizzata, frutto di un sapere antico, trasmesso socialmente. \u00c9 anzi la prova pi\u00f9 autentica che non smentisce, ma semmai \u201cspiega\u201d, la teoria di una forza\u00a0<em>costruita culturalmente<\/em>, attraverso ausili simbolico-espressivi o strumentali-organizzativi, come la minuta e sapiente disposizione dei facchini \u201csotto la macchina\u201d.<br \/>\nQuest\u2019esempio, per quanto minimo ed interstiziale, pu\u00f2 dare senso e significato alla formulazione, altrimenti vuota e teorica, di \u201ccomunit\u00e0 patrimoniale\u201d o \u201ccomunit\u00e0 interpre\u001ftante\u201d, come l\u2019Unesco chiama le citt\u00e0 ed i gruppi civici che danno vita alle feste delle grandi macchine a spalla. Sono loro, i viterbesi, che costruiscono interamente il trasporto ed il suo ethos di festa civica per eccellenza; a partire dalla stessa interpretazione del trasporto come impresa impossibile che solo la fede e la devozione rendono possibile \u201cquella sera\u201d strana e speciale, attesa per tutto l\u2019anno. Sono le loro voci, le loro testimonianze che hanno reso patrimonio una tradizione locale di eccellenza civica, gelosamente custodita da sette secoli. E tuttavia, queste voci da sole non sarebbero mai diventate una compiuta riflessione interpretativa dell\u2019evento.<\/p>\n<p>Occorre una mediazione etnografica per tradurre un fatto\u00a0<em>locale<\/em>\u00a0in evento\u00a0<em>globale<\/em>\u00a0e, per converso, trovare il globale nel locale. Quest\u2019esercizio ermeneutico \u00e8 precisamente il lavoro dell\u2019antropologo; in questo caso un antropologo simpatetico, viterbese d\u2019adozione fino ai miei primi vent\u2019anni.<br \/>\nLa mia vicenda umana (la mia infanzia ed adolescenza a Viterbo) e quella professionale, di antropologo, si sono incontrate quel settembre del 2010 \u201cdavanti\u201d e \u201csotto\u201d la Macchina di Santarosa. Come \u201cantropologo Unesco\u201d (come con semplicit\u00e0 mi hanno individuato i viterbesi) ho ricevuto l\u2019onore di camminare (all\u2019indietro) davanti alla Macchina che avanza, sostenuto da due fidi \u2018angeli custodi\u2019, per tutto il tragitto; un onore riservato in genere agli \u201caddetti ai lavori\u201d (progettista, costruttore, amministratori locali) o ai vip, ai politici, alle autorit\u00e0 pi\u00f9 prestigiose. Tutti concordano nel definire quell\u2019esperienza come uno stato alterato di coscienza che si vive e si prova solo in quell\u2019occasione. Perch\u00e9 da quel particolare punto di vista puoi cogliere il<em>\u00a0segreto del trasporto<\/em>: che non \u00e8 solo sacrificio, devozione, fede, espiazione, emozione straordinaria, ma anche conflitto, passione, impegno civico, ragione e forza, tutte condensate nel lavoro collettivo, metafora dell\u2019unit\u00e0 del vivere sociale che quella sera vedi come\u00a0<em>in vitro<\/em>, in dettaglio, sebbene in stato quasi confusionale. Grazie a questo privilegio speciale ho potuto cogliere \u2013 o almeno cos\u00ec ho creduto \u2013 qualcosa del\u00a0<em>significato segreto<\/em>\u00a0che i viterbesi danno a questo straordinario trasporto che \u2013 anche etimologicamente \u2013 \u00e8 metafora di lavoro fisico e spirituale, moto dell\u2019animo, vissuto e condiviso. Il trasporto viterbese, \u201cquella sera\u201d, trasforma il passaggio luminoso di una Macchina nella Santa stessa che torna a visitare la sua citt\u00e0 ed il suo popolo. Accolta infatti da migliaia di\u00a0<em>flash<\/em>\u00a0di telefonini che cercano di \u201cfermarne\u201d l\u2019apparizione per conservarla gelosamente, come in un portafoglio elettronico, fino al prossimo anno o inviarla a parenti ed amici lontani, come un tempo si faceva con i santini.<\/p>\n<p>Quest\u2019interpretazione nascosta del trasporto \u00e8 anche, al tempo stesso, una risposta alla domanda del perch\u00e9 quella Macchina che avanza nel buio di una citt\u00e0 stretta intorno a lei come in un abbraccio, sia divenuta un patrimonio vivente, un tesoro dell\u2019umanit\u00e0. Te lo rivela l\u2019attesa lunghissima, spossante, che dura un anno e si ripete di anno in anno; \u00e8 precisamente quell\u2019attesa a costruire il miracoloso ed il meraviglioso viterbese, frutto di un dispositivo culturale sapiente che mescola genialmente ingredienti sociali, tecnici, umani, spirituali, religiosi, in una\u00a0<em>performance<\/em>\u00a0capace di ri-produrre \u2013 attraverso la fede \u2013 il sacro che sempre meno avvertiamo concretamente nella nostra vita.<br \/>\nCredo che sia proprio qui, in questo \u201cpianissimo\u201d che palpita nell\u2019interstiziale e nel privatissimo di una festa locale, il senso pi\u00f9 autentico di\u00a0<em>patrimonio globale<\/em>. Qualcosa capace di ricreare \u2013 nel turista giapponese che la vede con stupore esotico, nel viaggiatore olandese che ogni anno torna a vederla o nell\u2019occasionale spettatore romano che non l\u2019aveva mai vista prima \u2013 quell\u2019esperienza profonda che Georg Simmel chiamava \u201cl\u2019unit\u00e0 della totalit\u00e0 della vita\u201d: cio\u00e8 sentirsi per un breve, fulminante momento, parte vivente e partecipe della nostra comune ma sfuggente umanit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>Antonio Riccio, \u201c<em>Evviva Santarosa. Etnografia di un patrimonio dell\u2019umanit\u00e0<\/em>\u201d, Davide Ghaleb Editore, Vetralla (VT), 2015, 342 pp., \u20ac 25.\u00a0<\/strong><a href=\"http:\/\/www.ghaleb.it\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">www.ghaleb.it<\/a><\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[838],"fascicolo":[237],"class_list":["post-2254","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-antonio-riccio","fascicolo-giugno-2016"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Evviva Santarosa. Etnografia di un patrimonio dell\u2019umanit\u00e0<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Antonio Riccio, pubblicato nel numero di Giugno 2016. 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