{"id":2252,"date":"2016-06-01T12:00:00","date_gmt":"2016-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2252"},"modified":"2026-04-12T22:21:53","modified_gmt":"2026-04-12T20:21:53","slug":"leconomia-della-cura-oltre-il-gender-al-servizio-della-persona-e-a-sostegno-della-fragilita-umana","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2016\/giugno\/leconomia-della-cura-oltre-il-gender-al-servizio-della-persona-e-a-sostegno-della-fragilita-umana\/","title":{"rendered":"L\u2019Economia della cura: oltre il gender, al servizio della persona e a sostegno della fragilit\u00e0 umana"},"content":{"rendered":"<p>Lo scorso di mese marzo 2016, la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI o ITUC nell\u2019acronimo inglese) ha pubblicato un Rapporto redatto dall\u2019organizzazione indipendente\u00a0<em>Womens\u2019 Budget Group<\/em>\u00a0e intitolato \u201cInvesting in Care Economy\u201d, in cui si sostiene la necessit\u00e0 di promuovere con decisione l\u2019investimento pubblico, non tanto in infrastrutture fisiche, quanto in infrastrutture sociali e, in particolare, in quelle afferenti alla cd. economia della cura<sup>1<\/sup>.<br \/>\nRiaffermando l\u2019efficacia degli orientamenti macroeconomici keynesiani, il Rapporto CSI promuove l\u2019investimento pubblico e, dunque, lo stimolo della domanda nei settori dell\u2019educazione, della sanit\u00e0, dell\u2019assistenza all\u2019infanzia, come incentivo alla crescita economica e alla creazione di nuovi posti di lavoro. Da questo punto di vista, secondo il documento, l\u2019investimento nell\u2019industria della cura dovrebbe anche concorrere a ridurre le ineguaglianze di genere nel mercato del lavoro, dispiegando il potenziale impiego di quelle donne che, in assenza di tali infrastrutture organizzate, diventano le maggiori erogatrici di cure non retribuite, soprattutto in favore di bambini, anziani e pazienti di lunga degenza. D\u2019altra parte, l\u2019impiego di personale femminile nell\u2019industria della cura \u00e8 solitamente pi\u00f9 diffuso e, allineandosi alla letteratura precedente su questo tema, il Rapporto sostiene che le donne siano di solito pi\u00f9 disposte ad assumere qualsiasi tipo di lavoro a pagamento, purch\u00e9 possano disporre di servizi di assistenza sostitutiva in casa, di qualit\u00e0 adeguata e finanziariamente accessibili<sup>2<\/sup>.<br \/>\nLo studio, condotto su 7 Paesi OCSE \u2013 Australia, Danimarca, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti \u2013 mostra che un investimento del 2% del PIL favorirebbe la creazione di 21 milioni di posti\u00a0di lavoro, consentendo cos\u00ec alle istituzioni locali di affrontare la duplice sfida dell\u2019invecchiamento della popolazione e della stagnazione economica. L\u2019enfasi \u00e8 posta anche sul fatto che tali investimenti contribuirebbero sostanzialmente a ridurre le discriminazioni di genere sul piano retributivo, contenendo, come detto, le ineguaglianze e l\u2019esclusione per cos\u00ec dire \u201cforzata\u201d delle donne dal mercato del lavoro.<\/p>\n<p>Il Rapporto tocca un aspetto di estrema importanza, che \u00e8 quello della cura, in un contesto storico profondamente influenzato dai cambiamenti demografici in atto. Oggi, per la prima volta, la maggior parte della popolazione mondiale pu\u00f2 aspettarsi di vivere oltre i 60 anni di et\u00e0. Secondo l\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0, si prevede che il numero delle persone over 60 raggiunger\u00e0 1,4 mld nel 2030 e 2,1 mld nel 2050, destinati presumibilmente a raggiungere i 3,2 mld nel 2100. Questa tendenza \u00e8 evidente in tutti i Paesi del mondo<sup>3<\/sup>. \u00c8 in crescita anche l\u2019aspettativa di vita a 65 anni, che in quasi tutti i Paesi sviluppati supera i 18 anni per gli uomini e i 20 anni per le donne. Aumentano, quindi, non solo gli anziani, ma anche i\u00a0<em>grands \u00e2g\u00e9es<\/em>, cio\u00e8 i \u201cmolto anziani\u201d, gli ultraottantenni che oggi, almeno in Italia, superano il 6% della popolazione e dovrebbero pi\u00f9 che raddoppiare nel 2050<sup>4<\/sup>. Al livello globale, il numero degli ultraottantenni dovrebbe aumentare passando da 125 milioni nel 2015 a 434 milioni nel 2050, raggiungendo, poi, i 944 milioni nel 2100<sup>5<\/sup>.<br \/>\nDal punto di vista socio-sanitario, se l\u2019enfasi \u00e8\u00a0<em>in primis<\/em>\u00a0sulla prevenzione e sulla promozione di abitudini positive che aiutino a mantenere il pi\u00f9 a lungo possibile il buono status psico-fisico dell\u2019individuo, \u00e8 pur vero che la fase avanzata dell\u2019esistenza viene fisiologicamente caratterizzata da una\u00a0condizione di cd. \u201cfragilit\u00e0\u201d. Questa \u00e8 provocata da uno stato di salute instabile e dalla presenza di morbilit\u00e0 croniche multiple, con conseguenti problemi di mobilit\u00e0 e difficolt\u00e0 nello svolgimento delle attivit\u00e0 della vita quotidiana. Tale fase, che \u00e8 causa di maggiore vulnerabilit\u00e0 dell\u2019individuo agli stress, rappresenta una situazione complessa, associata a numerose condizioni, che richiede particolare attenzione in termini di cura. Inoltre, a ci\u00f2 si associa la crescente diffusione di quelle patologie cronico-degenerative, frutto della \u201ctransizione epidemiologica\u201d dell\u2019et\u00e0 moderna, che richiedono una tipologia assistenziale di lunga durata, come nel caso delle demenze e, in particolare, dell\u2019Alzheimer (54% di tutte le demenze). Al riguardo, nei Paesi OCSE si stima che, nel 2015, le persone affette da demenza siano state 18 mln, vale a dire pi\u00f9 di una ogni 70. In Italia, il Ministero della Salute conferma che studi epidemiologici internazionali prevedono, nel 2020, un numero di casi di persone con demenza di oltre 48 mln (15 mln nei Paesi EU), che potrebbe raggiungere, nei successivi venti anni, una cifra superiore agli 81 mln di persone.<\/p>\n<p>Alla luce di questi dati, appare ancor pi\u00f9 significativo il richiamo del Rapporto CSI a riservare una pi\u00f9 alta percentuale della spesa pubblica proprio a sostegno dell\u2019industria della cura, incluse le tipologie assistenziali di lunga degenza e le cure di fine vita. Le cure \u201cpalliative\u201d, infatti, non sono ancora accessibili a tutti se si considera che solo nell\u20198,5% dei Paesi del mondo tali servizi sono pienamente integrati all\u2019interno del sistema sanitario<sup>6<\/sup>.<br \/>\nTuttavia, lo studio della CSI presenta almeno due limiti concettuali. Il primo legato alla prospettiva di genere, che nella nozione di \u201ceconomia della cura\u201d tende a riorientare l\u2019attenzione sulle ineguaglianze e sulle discriminazioni tra i sessi nel mercato del lavoro, enfatizzando il ruolo prevalente della donna nell\u2019erogazione dei servizi di cura (formali e non), a scapito di una maggiore attenzione alle esigenze di cura che\u00a0scaturiscono dalla \u201cfragilit\u00e0\u201d quale condizione propria di\u00a0<em>ogni essere umano<\/em>, caratterizzato da una intrinseca dipendenza, che qui potrebbe essere definita \u201ccreaturale\u201d. In questo senso, acquista rinnovata rilevanza la prospettiva di E.F. Kittay. La filosofa americana, infatti, rileva che, nella storia di vita di ciascun individuo, esistono precise condizioni in cui \u00e8 impossibile evitare la dipendenza, e tra queste, evidentemente, l\u2019et\u00e0 avanzata. Ma Kittay va oltre e procede pure a sottolineare che, essendo la dipendenza dell\u2019essere umano inevitabile come la nascita e la morte \u2013 pur se condizionata da fattori-socio-culturali \u2013 il prendersi cura delle persone dipendenti diventa un segno che distingue e determina la nostra umanit\u00e0<sup>7<\/sup>. Pertanto, l\u2019\u201ceconomia della cura\u201d dovrebbe considerarsi parte integrante di qualsiasi sistema economico, quale settore rivolto alla soddisfazione dei bisogni primari di assistenza e\u00a0<em>caring<\/em>\u00a0della persona, in condizioni di naturale e condivisa vulnerabilit\u00e0 dovuta a fattori contingenti quali, ad esempio, l\u2019et\u00e0, la malattia, o la disabilit\u00e0,<\/p>\n<p>I cambiamenti demografici sopra descritti obbligano le istituzioni di ogni Paese a rivedere le proprie politiche sociali in modo da poter rispondere adeguatamente alle esigenze che nascono\u00a0<em>ordinariamente<\/em>\u00a0da tale condizione, propria della vita di ogni membro della societ\u00e0 e, oggi, condivisa contemporaneamente da un numero pi\u00f9 esteso di persone. La promozione di investimenti finanziari nell\u2019industria della cura diventa, dunque, esigenza primaria di un sistema sociale che si ponga l\u2019obiettivo di perseguire il bene comune e di garantire il benessere, oltrech\u00e9 il diritto di accesso alle cure dell\u2019individuo in ogni fase della sua esistenza. Sebbene le donne siano tradizionalmente pi\u00f9 direttamente coinvolte nel \u201clavoro di cura\u201d, come riconosce lo stesso Magistero sociale della Chiesa<sup>8<\/sup>, le nuove esigenze legate ai cambiamenti demografici implicano in questo senso un pi\u00f9 profondo cambiamento attitudinale e culturale nella societ\u00e0 civile, che coinvolga uomini e donne, entrambi ugualmente chiamati, in base al principio\u00a0della reciprocit\u00e0, al servizio dei pi\u00f9 fragili, come sostenuto anche da J. Nedelski<sup>9<\/sup>.<\/p>\n<p>Il secondo limite del Rapporto CSI sta, invece, nel proporre quale soluzione preferenziale un incremento dell\u2019investimento pubblico a favore dell\u2019erogazione di servizi di cura (\u201c<em>collectivised care services<\/em>\u201d), che rischia di penalizzare uno dei principi cardine dei moderni ordinamenti istituzionali, ovvero quello della sussidiariet\u00e0. Proprio nell\u2019ambito della cura, infatti, gi\u00e0 di grande rilevanza \u00e8 l\u2019apporto di molteplici comunit\u00e0 intermedie \u2013 di tipo familiare, di vicinato, cooperative, religiose, fondazioni \u2013 che hanno una valenza pubblica e operano proprio in base al principio della sussidiariet\u00e0.<br \/>\nIn questo ambito, contraddistinto anche da attivit\u00e0 caratterizzate dalla solidariet\u00e0 sociale fondata sulla carit\u00e0 cristiana e sulla filantropia laica, dovrebbe piuttosto concentrarsi l\u2019attivit\u00e0 di garanzia e supervisione dello Stato, affinch\u00e9 venga accresciuta la capacit\u00e0 di tali soggetti di diventare partner attivi, sia nel processo di programmazione degli interventi che nelle scelte strategiche, come avallato anche dai fautori di un modello\u00a0<em>civile<\/em>\u00a0di welfare. In tal modo rimane pure intatta la libert\u00e0 di scelta dei soggetti portatori di bisogni, tra una\u00a0<em>pluralit\u00e0<\/em>\u00a0di soggetti erogatori di cura, profit e non profit, in una sorta di \u201ccompetizione\u201d non pi\u00f9 ancorata al prezzo del servizio, ma alla tipologia dell\u2019offerta e alla sua qualit\u00e0<sup>10<\/sup>.<br \/>\nIl Rapporto CSI, quindi, ha certamente il merito di richiamare l\u2019attenzione sulla crescente importanza dell\u2019economia della cura nelle societ\u00e0 moderne. Questa, tuttavia, dovrebbe potersi liberare dal focus sulle discriminazioni di gender che l\u2019ha caratterizzata finora, per spostarsi progressivamente verso un\u2019attenzione pi\u00f9 marcata sul servizio alla persona, negli inevitabili stadi di fragilit\u00e0 e dipendenza \u2013 temporanei o permanenti \u2013 che si succedono nel\u00a0<em>continuum<\/em>\u00a0dell\u2019esistenza di ogni individuo, uomo o donna che sia. Questa diversa enfasi, unita ad una pi\u00f9 decisa\u00a0promozione dell\u2019investimento pubblico a sostegno dei corpi intermedi che gi\u00e0 offrono un contributo essenziale nell\u2019industria della cura, potr\u00e0 meglio favorire la diffusione di elementi quali la reciprocit\u00e0 non strumentale, il dono e la cooperazione, che si rivelano necessari a sostegno della solidariet\u00e0 intragenerazionale e contro la \u201ccultura dello scarto\u201d.<\/p>\n<hr \/>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>. ITUC,<em>\u00a0Investing in the Care Economy. A gender analysis of employment stimulus in seven OECD countries<\/em>, p.12.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>.<em>\u00a0Ibidem<\/em>. Cfr. anche Razavi S.,\u00a0<em>The Political and Social Economy of Care in a Development Context<\/em>, United Nations Research Institute for Social Development (UNRISD), 2007; Naldini M.,\u00a0<em>Le politiche sociali in Europa<\/em>. 4\u00b0 ed., Carocci, Roma 2010, pp. 91-120. Come sottolinea Naldini, il tema della cura in ambito familiare \u00e8 stato inizialmente oggetto di studi socio-economici di matrice femminista, che hanno messo in luce come il lavoro di cura non remunerato sia fondamentale per il benessere individuale e collettivo della societ\u00e0. D\u2019altra parte, i medesimi studi hanno anche affermato che esso, pur essendo un elemento cruciale del\u00a0<em>welfare<\/em>, contribuirebbe in maniera negativa alla subordinazione e alla dipendenza delle donne.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>. World Health Organization (WHO),\u00a0<em>Draft 0: Global Strategy and Action Plan on Ageing and Health<\/em>:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.who.int\/ageing\/global-strategy\/GSAP-ageing-health-draft.pdf?ua=1.%20Accesso:%2021\/11\/2015\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">www.who.int<\/a>.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>. OECD,\u00a0<em>Health at a Glance 2015<\/em>, p. 193; Pugliese E.,\u00a0<em>La terza et\u00e0. Anziani e societ\u00e0 in Italia<\/em>, Il Mulino, Bologna 2011, p. 22.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>. United Nations Department of Economics and Social Affairs\/Population Division,\u00a0<em>World Population Prospects: the 2015, Revision, Key findings and Advance Tables<\/em>, p. 9.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>. Lynch T. et al.,\u00a0<em>Mapping Levels of Palliative Care Development: a Global Update<\/em>, \u201cJournal of Pain and Symptom Management\u201d 45\/6 (2013), pp. 1094-1106.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>.\u00a0Cfr. Kittay E.F., La cura dell\u2019amore, Vita e Pensiero, Milano 2010, pp. 51-52.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>. Cfr.<em>\u00a0Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa<\/em>, #251.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>. Cfr. Bruni L.,\u00a0<em>I care. Il segreto del successo<\/em>\u00a0(intervista a Jennifer Nedelski), in \u201cAvvenire\u201d, 4 ottobre 2015.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>. Cfr. Bruni L. e Zamagni S., Economia civile, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 224-231.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[967],"fascicolo":[237],"class_list":["post-2252","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-raffaella-petrini","fascicolo-giugno-2016"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - L\u2019Economia della cura: oltre il gender, al servizio della persona e a sostegno della fragilit\u00e0 umana<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Raffaella Petrini, pubblicato nel numero di Giugno 2016. 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