{"id":2212,"date":"2016-02-01T12:00:00","date_gmt":"2016-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2212"},"modified":"2026-04-12T21:45:41","modified_gmt":"2026-04-12T19:45:41","slug":"laggressivita-e-le-radici-dellagire-politico","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2016\/febbraio\/laggressivita-e-le-radici-dellagire-politico\/","title":{"rendered":"L\u2019aggressivit\u00e0 e le radici dell\u2019agire politico"},"content":{"rendered":"<p><strong>Lo scontro tra partiti e fazioni si esprime in una fenomenologia molto ampia e rappresenta una costante in ogni epoca storica. Nel corso dell\u2019Ottocento e del Novecento la conflittualit\u00e0 politica \u00e8 stata oggetto di <\/strong><strong>riflessione sotto il profilo filosofico, sociologico e di comunicazione. Oggi, le strategie identitarie da parte delle formazioni politiche e le logiche dei mass media si combinano in un sistema che sembra alimentare, piuttosto che ridurre, le spinte aggressive. Conservazione della memoria storica, ridefinizione del profilo etico del politico e rigenerazione del linguaggio come possibili interventi di contenimento.<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019avvento dei regimi totalitari, che ha segnato la storia d\u2019Europa nella prima parte del ventesimo secolo, e l\u2019esperienza quindi della propaganda, delle persecuzioni e della guerra, hanno mostrato quanto potente e tragica possa essere la combinazione fra comportamento aggressivo e azione politica. Per compensazione, la rinascita democratica che ha caratterizzato la storia e la cultura del continente nella seconda met\u00e0 del secolo ha promosso un\u2019idea della politica come attivit\u00e0 \u201cdisciplinata\u201d, esercizio della rappresentanza, arte della conciliazione.<br \/>\nAl di l\u00e0 dell\u2019istanza etica &#8211; legittima e pi\u00f9 che mai giustificata all\u2019indomani della seconda guerra mondiale &#8211; questa visione rassicurante rischia di marginalizzare una questione che appare invece ancora centrale e attualissima, quella che ci interroga sull\u2019essenza della politica, e su come la contrapposizione anche violenta tra fazioni possa essere considerata non gi\u00e0 una stortura ma un aspetto naturale, se non addirittura costitutivo, dell\u2019agire politico.<br \/>\n\u00c8 un tema questo che nella cultura europea emerge in modo particolare nel corso dell\u2019Ottocento e nei primi decenni del Novecento, ma che in realt\u00e0 non \u00e8 possibile ascrivere ad un periodo storico concluso, e che torna d\u2019attualit\u00e0 ogni volta che la politica si manifesta come scontro sociale, e che l\u2019azione dei partiti appare oltremodo aggressiva.<br \/>\nNel suo scritto del 1927 dal titolo \u201cIl concetto di politico\u201d<sup>1<\/sup>, il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt definiva la politica come la forma di contrapposizione pi\u00f9 dura, in quanto basata sulla distinzione radicale tra \u201camici\u201d e \u201cnemici\u201d. All\u2019origine di questa teoria c\u2019\u00e8 la concezione dell\u2019uomo come essere per sua natura portato a prevaricare il prossimo per affermare le proprie istanze, e quindi propenso a costituire sodalizi con le persone a lui affini, contro le componenti sociali portatrici d\u2019interessi diversi. La conflittualit\u00e0 \u2013 secondo Schmitt &#8211; \u00e8 insita nella societ\u00e0 al punto che lo scontro tra fazioni \u00e8 da considerare un fenomeno fisiologico, e la guerra civile un fatto tipico delle societ\u00e0 \u201cpoliticizzate\u201d. Al cospetto di una radicale ostilit\u00e0 tra le parti \u2013 sostiene il giurista \u2013 non serve che lo Stato agisca come arbitro garante del pluralismo, ma occorre che intervenga in modo perentorio, valutando cosa sia pi\u00f9 conveniente per il mantenimento dell\u2019ordine costituito.<br \/>\nIn situazione di crisi, in sostanza, lo Stato sceglie quale delle parti in conflitto debba prevalere e quale debba invece soccombere, attuando quel processo \u201cdecisionista\u201d che pu\u00f2 avere esso stesso dei connotati di prevaricazione ma che costituisce, dello Stato medesimo, la prerogativa pi\u00f9 alta.<\/p>\n<p><strong>*****<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019adesione al nazismo da parte di Schmitt nel 1933, e il suo coinvolgimento con il regime in qualit\u00e0 di presidente dell\u2019Unione dei giuristi nazionalsocialisti, rappresenter\u00e0 per il filosofo tedesco una sorta di tributo al governo di Hitler per aver saputo assumere quella funzione appunto decisionista capace di riscattare il Paese dalle debolezze della Repubblica di Weimar. La confluenza del pensiero di Schmitt nell\u2019esperienza del nazismo ha in parte ridimensionato il valore teoretico dei suoi scritti, che tuttavia contengono elementi ancora oggi interessanti per una lettura articolata dei fenomeni politici. Il filone all\u2019interno del quale si colloca l\u2019opera di Schmitt \u00e8 in effetti quello irrazionalista, che trae origine dal pensiero di Schopenhauer, di Kierkegaard e di Heidegger<sup>2<\/sup>, con l\u2019esalta\u001fzione della volont\u00e0 soggettiva come elemento che qualifica l\u2019agire umano, e la visione della storia come espressione della progettualit\u00e0 individuale, elementi questi che proiettano lo stesso Schmitt verso un\u2019idea di \u201cpolitica esistenziale\u201d<sup>3<\/sup>.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo contesto che l\u2019agire politico viene percepito non gi\u00e0 come frutto di un processo ponderato e oggettivo, ma come prodotto dello \u201cspirito del tempo\u201d, espressione di un\u2019inquietudine, di una tensione, di una lettura parziale della realt\u00e0 e soprattutto di quella concezione delle relazioni sociali come rapporti di forza che erano gi\u00e0 emerse nelle analisi di Carlo Marx, John Stuart Mill, Georges Sorel, Georg Simmel ed altri teorici del conflitto. L\u2019Ottocento \u00e8 in effetti l\u2019epoca che vede lo sviluppo dei movimenti sindacali, dei partiti politici, del socialismo, dei movimenti nazionalisti e dei fenomeni di massa legati all\u2019ambiente metropolitano; un\u2019epoca nella quale si perviene ad una teorizzazione del conflitto come elemento necessario per innescare dinamiche sociali evolutive. Rispetto alle teorie funzionaliste, che nelle tensioni sociali vedono la patologia di un sistema che per sua natura tenderebbe a ricercare un equilibrio armonico, le teorie del conflitto pongono lo scontro come cardine delle dinamiche sociali.<br \/>\nIl sistema economico e il sistema di produzione sono elementi strutturali della conflittualit\u00e0 &#8211; cos\u00ec come descritto nella teoria marxista &#8211; ma anche il sistema sociale e culturale, con i suoi assetti gerarchici e i suoi valori, \u00e8 animato da contrapposizioni e scontri che sono tuttavia necessari \u2013 anche nella visione di un liberale come Stuart Mill \u2013 al mutamento e quindi al progresso sociale. Anche in epoca successiva, nella teoria di Ralf Darendhorf, la conflittualit\u00e0 politica verr\u00e0 descritta come la conseguenza della tensione che \u00e8 costantemente presente nella societ\u00e0 e che rende ogni sistema potenzialmente esplosivo, cos\u00ec da richiedere un\u2019azione coercitiva da parte di quei soggetti che sono in condizione di attuarla. Il controllo delle spinte aggressive sarebbe, anche in questo caso, frutto di un atto di forza e non di una naturale propensione del sistema a ricercare condizioni di equilibrio. In effetti, l\u2019attenuazione del conflitto di classe e del conflitto politico avviene solo nel momento in cui le fazioni prendono coscienza dell\u2019impos\u001fsibilit\u00e0 di eliminare gli avversari, e ripiegano verso forme di negoziazione e regole di coesistenza<sup>4<\/sup>.<\/p>\n<p>*****<\/p>\n<p>Sul pensiero politico ottocentesco una notevole influenza aveva avuto il corposo trattato \u201cDella guerra\u201d scritto nel 1832 da Karl Von Clausewitz, ufficiale prussiano divenuto teorico della strategia bellica e analista dei meccanismi che legano l\u2019attivit\u00e0 politica con quella militare. La guerra sarebbe \u2013 secondo Clausewitz \u2013 non soltanto un atto politico ma un vero strumento della politica, una sua prosecuzione naturale sia pure \u201ccon altri mezzi\u201d<sup>5<\/sup>. Nel descrivere i presupposti che sono all\u2019origine dell\u2019azione militare Clausewitz indica:<\/p>\n<blockquote><p>\n\u201c\u2026un \u2018triedro\u2019 composto; 1. della violenza originale del suo elemento, l\u2019odio e l\u2019inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto; 2. del giuoco delle probabilit\u00e0 e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attivit\u00e0 dell\u2019anima; 3. della sua natura subordinata di strumento politico, ci\u00f2 che la riconduce alla pura e semplice ragione\u201d<sup>6<\/sup>.<\/p><\/blockquote>\n<p>La guerra scaturisce dunque \u2013 nella visione dello stratega prussiano &#8211; dalla combinazione di una componente istintiva e irrazionale, che egli attribuisce al popolo in modo specifico, con una componente di carattere contingente, legata alle qualit\u00e0 dell\u2019esercito e della gerarchia militare, e con una razionalit\u00e0 che compete precisamente al governo, chiamato a convogliare verso un fine politico il potenziale di ostilit\u00e0 presente nel Paese.<br \/>\nIl fatto che la politica e la guerra possano essere messe in relazione funzionale cos\u00ec stretta rafforza l\u2019idea del conflitto politico come contrapposizione estrema, una prospettiva che si sviluppa con sostanziale continuit\u00e0 anche nella visione marxista, se \u00e8 vero che proprio Friedrich Engels e Lenin saranno grandi estimatori dell\u2019opera di Von Clausewitz, e che una delle pi\u00f9 note statuizioni contenute ne \u201cIl Capitale\u201d \u00e8 quella che definisce la violenza come \u201cla levatrice di ogni vecchia societ\u00e0, gravida di una societ\u00e0 nuova\u201d<sup>7<\/sup>.<br \/>\nNel periodo a cavallo tra i due secoli, che vede il coinvolgimento nelle questioni sociali di strati sempre pi\u00f9 ampi della popolazione, l\u2019aggressivit\u00e0 politica assume una rilevanza molto grande, ma anche una forte connotazione espressiva. La conflittualit\u00e0 si manifesta non soltanto nei programmi, nelle strategie, nelle azioni ostili, ma si esprime anche come rappresentazione, come linguaggio, come sviluppo di un sistema simbolico e di un\u2019estetica che sono strettamente funzionali alle necessit\u00e0 del gruppo politico. La creazione di utopie e miti politici, la costruzione dell\u2019identit\u00e0, la codificazione di rituali che rafforzano il senso d\u2019appartenenza sono tutti elementi che marcano in modo visibile e suggestivo la differenza tra formazioni antagoniste, alimentando e strutturando l\u2019originaria inimicizia.<br \/>\nNel mondo industrializzato, dove il tessuto sociale si presenta disomogeneo, dove i partiti politici risultano pi\u00f9 numerosi, e dove le stesse classi sociali appaiono articolate al proprio interno in sottogruppi con caratteristiche proprie, l\u2019identificazione politica \u00e8 frutto di un processo laborioso nel quale l\u2019aggressivit\u00e0 appare come un elemento necessario. Saranno gli studi sull\u2019\u201didentit\u00e0 sociale\u201d, iniziati a partire dagli anni \u201970 del XX secolo da Henri Tajfel e John Turner, a descrivere in modo pi\u00f9 preciso i meccanismi che all\u2019interno dei gruppi sociali sviluppano il senso di appartenenza, e a dimostrare quanto violenta possa essere la dinamica tra l\u2019\u201cingroup\u201d (la formazione della quale si fa parte) e l\u2019\u201coutgroup\u201d (la formazione antagonista); ma gi\u00e0 agli inizi del secolo era evidente come la costruzione dell\u2019identit\u00e0 politica richiedesse rappresentazioni vistose e una particolare estetica basata su gesti emblematici e clamorosi.<br \/>\nSono gli atti di forza &#8211; come le \u201cradiose giornate\u201d dei nazionalisti italiani che precedono lo scoppio della prima guerra mondiale, gli scioperi e le occupazioni da parte degli operai e dei braccianti nel \u201cbiennio rosso\u201d, la forma di propaganda arrembante dei rivoluzionari russi \u201cagitprop\u201d, gli atti di squadrismo degli Arditi e delle Camicie Nere, dall\u2019assalto alla redazione dell\u2019Avanti alla marcia su Roma, ma anche i toni da guerra santa dei \u201ccrociati\u201d del Partito Popolare di Sturzo e le numerose altre forme di manifesta ostilit\u00e0 tra le parti \u2013 ad avere la funzione di aggregare i gruppi sociali, di semplificare il quadro politico, e infine di legittimare i partiti; senza con questo dimenticare l\u2019aggressivit\u00e0 e la violenza espressa dagli stessi governi e dalle istituzioni, con regimi polizieschi e campagne reazionarie nei confronti di formazioni politiche ritenute destabilizzanti e pericolose.<br \/>\nAnche nella storia pi\u00f9 recente l\u2019aggressivit\u00e0 si presenta spesso come un elemento strutturale dell\u2019agire politico e un\u2019efficace leva di comunicazione, come emerge ad esempio nell\u2019atteggiamento psicologico e nello stile propagandistico che ha caratterizzato i partiti comunisti negli anni compresi tra il 1968 e la met\u00e0 degli anni Settanta.<br \/>\nPer l\u2019area della sinistra rivoluzionaria, e in parte anche per vasti settori del PCI, la questione dell\u2019impiego della violenza nei conflitti politici non era certo un tab\u00f9. Al contrario, agli occhi dei militanti di sinistra, sia la lettura marxista della storia come espressione della \u201clotta di classe\u201d, che alcune esperienze storiche come la Rivoluzione d\u2019Ottobre del 1917 o la resistenza partigiana del 1943-45, sembravano dimostrare che l\u2019uso della violenza \u2013 a diversi livelli, dagli scontri di piazza alla guerra di guerriglia \u2013 poteva essere determinante per far avanzare processi di emancipazione sociale, o per combattere il potere di regimi autoritari<sup>8<\/sup>.<br \/>\nAi giorni nostri, le ronde leghiste nelle province del Nord, l\u2019assalto a piazza San Marco dei Serenissimi, la costruzione del \u201ctanko\u201d (il mezzo corazzato artigianale realizzato da attivisti della Liga veneta per alzare la tensione intorno alle rivendicazioni nordiste), ma anche l\u2019assalto simbolico al tribunale di Milano da parte di esponenti di Forza Italia, o le minacce del movimento Cinque Stelle di \u201crivoltare\u201d il Parlamento mettendo a soqquadro uffici ed archivi, cos\u00ec come le risse nell\u2019Aula di Montecitorio e gli infiniti altri casi nei quali la conflittualit\u00e0 si esprime, oltre che in termini concettuali e programmatici, come scontro fisico, hanno l\u2019effetto non gi\u00e0 di deprimere ma di corroborare l\u2019azione politica.<br \/>\nPersino il terrorismo, che ha rappresentato \u2013 sia pure con differenti caratterizzazioni, dalle Brigate Rosse e dai gruppi neofascisti in Italia alla banda Baader Meinhof in Germania, dall\u2019esercito rivoluzionario irlandese IRA ai separatisti baschi dell\u2019ETA fino all\u2019OLP e alle altre formazioni estremiste palestinesi &#8211; la forma pi\u00f9 degenerata di attacco politico, viene oggi studiato come la fase strategica di un progetto, che spesso mira ad imporre una tematica all\u2019attenzione dell\u2019opinione pubblica costringendo le istituzioni ad elaborare soluzioni che tengano conto dell\u2019istanza violentemente rivendicata.<br \/>\nNel percorso politico di un leader come Yasser Arafat &#8211; che dall\u2019essere attivista dei gruppi estremisti palestinesi \u00e8 passato ad accreditarsi come interlocutore nelle trattative diplomatiche sulla questione israelo-palestinese fino ad essere gratificato di un premio Nobel per la Pace \u2013 c\u2019\u00e8 forse tutto il paradosso, e la spietata logica, di una simbiosi tra politica e violenza, dove la violenza \u00e8 l\u2019elemento che imprime un\u2019accelerazione ai processi politici e che costringe il sistema a riscrivere la propria agenda e a definire nuove priorit\u00e0. \u00c8 proprio il terrorismo \u2013 almeno in alcune sue configurazioni \u2013 a confermare nel modo pi\u00f9 esasperato la stretta correlazione tra guerra e politica. Il gi\u00e0 citato paradigma di Von Clausewitz, secondo il quale la guerra altro non \u00e8 se non la continuazione della politica con altri mezzi, potrebbe essere drammaticamente riformulato in questi termini: la politica altro non \u00e8 se non la prosecuzione della guerra, con altri mezzi.<br \/>\n<strong>*****<\/strong><br \/>\nNegli anni pi\u00f9 recenti, anche in presenza di una stabilizzazione dei processi democratici e di una progettualit\u00e0 ambiziosa come quella europeista che mira a superare i nazionalismi e a collocare le formazioni delle pi\u00f9 diverse ispirazioni ideologiche in una cornice valoriale comune, l\u2019aggressivit\u00e0 risulta ancora un elemento molto presente. Nella societ\u00e0 della comunicazione, caratterizzata da una mediatizzazione della politica, lo stesso sistema dell\u2019informazione svolge una funzione ambivalente: per un verso esercita una sorta di controllo sociale, stigmatizzando quei comportamenti politici che appaiono prevaricatori ed eversivi; per altro verso applica quelle logiche di semplificazione dei contenuti e di stereotipizzazione dei soggetti politici che di fatto premiano le strategie pi\u00f9 aggressive, ivi comprese quelle che puntano ad eliminare le personalit\u00e0 politiche antagoniste screditandole sul piano personale.<br \/>\n\u201cNegli Stati Uniti, gi\u00e0 da tempo, buona parte degli investimenti finanziari perla realizzazione delle campagne elettorali \u00e8 riservata a comunicazioni negative. L\u2019apparente successo riscontrato da queste campagne basate sul discredito dell\u2019avversario ha pi\u00f9 di recente motivato altri Paesi a investire su questo tipo di comunicazione, e anche in Italia le campagne politiche sembrano sempre pi\u00f9 rivolte ad attaccare e a squalificare gli avversari piuttosto che a sostenere positivamente le candidature\u201d<sup>9<\/sup>.<br \/>\nLa stessa analisi linguistica della comunicazione politica \u2013 che considera il linguaggio come elemento principe della rappresentazione \u2013 evidenzia la carica di aggressivit\u00e0 presente a livello verbale, con l\u2019adozione di un lessico (accerchiamento politico, mobilitazione, reclutamento, siluramento, pattuglia parlamentare, battaglia parlamentare, stato maggiore del partito, schieramento, scontro frontale, siluramento, manovra, ultimatum, ecc.) direttamente mutuato da quello militare<sup>10<\/sup>.<br \/>\nL\u2019aggressivit\u00e0 si manifesta dunque nell\u2019attivit\u00e0 politica in molti modi, dando luogo ad una fenomenologia che pu\u00f2 essere indagata sotto vari punti di vista. La prospettiva filosofica e antropologica, che ha preso corpo nel corso dell\u2019Ottocento e nel primo Novecento, vede l\u2019aggressivit\u00e0 come elemento insito nell\u2019uomo e nella societ\u00e0, e vede le dinamiche tra soggetti politici in termini di rapporti di forza. L\u2019approccio psico-sociologico, che matura negli anni Settanta con le teorie sull\u2019identit\u00e0 sociale, offre una lettura dell\u2019attivit\u00e0 politica come espressione di appartenenza ad un gruppo, che si struttura nella contrapposizione rispetto ai gruppi estranei, e si alimenta proprio con la condotta aggressiva.<br \/>\nSotto il profilo comunicazionale, e quindi in relazione ai costrutti simbolici che identificano il gruppo politico (come le grafiche, i rituali, il linguaggio) l\u2019aggressivit\u00e0 rappresenta un elemento dinamico, conforme alle logiche del newsmaking e redditizio sul piano giornalistico. La \u201cnotiziabilit\u00e0\u201d di un fatto politico, vale a dire la sua predisposizione ad essere trattato in sede giornalistica, dipende dalla dose di conflittualit\u00e0 che il fatto presenta, perch\u00e9 sono proprio la contrapposizione e l\u2019atto ostile gli elementi che non soltanto interrompono il corso ordinario delle cose creando interesse, ma che chiariscono il quadro politico operando quella riduzione della complessit\u00e0 che, nel bene e nel male, \u00e8 l\u2019essenza stessa del procedimento giornalistico.<\/p>\n<p><strong>*****<\/strong><\/p>\n<p>In questo scenario \u00e8 difficile pensare che le spinte aggressive in politica possano essere corrette, e che anche sul piano semantico la politica possa essere connotata come area della conciliazione piuttosto che come area della contrapposizione e dello scontro. Si dovrebbero tuttavia esplorare e comprendere meglio quegli elementi che possono agire come fattori di contenimento. La memoria storica di cosa l\u2019aggressivit\u00e0 politica pu\u00f2 causare costituisce un primo presidio, tanto pi\u00f9 necessario se si considera lo scadimento culturale che si riscontra in larga parte del mondo politico, e in vasti settori dell\u2019elettorato, e che pu\u00f2 portare ad una sottovalutazione delle conseguenze di taluni \u201catti politici\u201d. Un secondo elemento che pu\u00f2 contrastare la deriva faziosa riguarda il profilo etico del politico, che tende a porsi come esponente esclusivamente \u201cdi parte\u201d e che interpreta il mandato unicamente in relazione al proprio elettorato \u2013 con licenza quindi di attuare una condotta aggressiva nei confronti delle controparti politiche &#8211; laddove la natura pubblica della sua attivit\u00e0 esigerebbe invece una responsabilit\u00e0 nei confronti dell\u2019intera collettivit\u00e0 e delle istituzioni.<br \/>\nUn elemento importante, in una prospettiva di contenimento dell\u2019aggressivit\u00e0 politica, \u00e8 infine la rigenerazione del linguaggio. Nella sua descrizione delle forme di linguaggio politico, Murray Edelman indica, fra le altre, due tipologie in particolare, quella del linguaggio \u201cesortativo\u201d e quella del linguaggio \u201cgiuridico\u201d: quello esortativo sarebbe dinamico e arrembante, adatto al reclutamento, alla sfida elettorale, alla costruzione sommaria dell\u2019identit\u00e0 politica; mentre quello giuridico sarebbe riflessivo e misurato, adatto per la stesura dei testi legislativi che sono necessariamente frutto di mediazione e che sembrano esprimere, almeno formalmente, una coralit\u00e0 di intenti<sup>11<\/sup>.<br \/>\nSe il compito principe del politico \u00e8 legiferare e amministrare, il linguaggio giuridico dovrebbe essere parte del suo bagaglio, da utilizzare non soltanto \u201cdietro le quinte\u201d, vale a dire nei progetti di legge e nelle fasi di negoziazione politica, ma anche nei contesti pubblici dove \u00e8 pi\u00f9 facile scivolare verso il conflitto e dove, frequentemente, lo scontro prende forma.<\/p>\n<hr \/>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>. Schmitt C.,<em>\u00a0Il concetto di politico, in, Le categorie del\u201dPolitico\u201d<\/em>, Il Mulino, Bologna 1998. Ivi \u00e8 per\u00f2 riportata la rielaborazione del 1932 dello scritto cui ci riferiamo.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>. Martin Heidegger ha avuto per certo influenza sul pensiero di Carl Schmitt, che si sviluppa parallelamente a quello del grande filosofo, la cui opera \u201cEssere e tempo\u201d viene pubblicata in quello stesso anno 1927 in cui Schmitt d\u00e0 alle stampe il proprio saggio su \u201cIl concetto di politico\u201d.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>. Cfr. Galli C.,\u00a0<em>Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978)<\/em>,\u00a0<a href=\"http:\/\/storicamente.org\/Galli_Carl_Schmitt\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/storicamente.org\/<\/a>, p.9.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>. Cfr Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., voce\u00a0<em>Conflitto<\/em>, in\u00a0<em>Il Dizionario di Politica<\/em>, Ed. UTET, Torino 2004, pp.159-160.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>. Cfr. Von Clausewitz K., Della Guerra, Ed. Mondadori, Milano 2004, p.38.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>.\u00a0<em>Ibidem<\/em>, p.40<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>. Marx, C.,<em>\u00a0Il Capitale<\/em>, Libro I, a cura di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1980, p.814.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>. Gambetta W.,\u00a0<em>I muri del lungo \u201968<\/em>, Ed. Derive\/Approdi, Roma 2014, p.149.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>. Catellani P., Sensales G. (a cura di),\u00a0<em>Psicologia della politica<\/em>, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011, p.98.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>. Cfr. Beccaria G.L.,\u00a0<em>Parole della politica<\/em>, in Jacobelli J. (a cura di),\u00a0<em>La comunicazione politica in Italia<\/em>, Laterza, Roma-Bari 1989, pp.23-28.<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>. Cfr. Mazzoleni G.,\u00a0<em>La comunicazione politica<\/em>, Ed. Il Mulino, Bologna 2004, pp.115-119.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[888],"fascicolo":[233],"class_list":["post-2212","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-girolamo-rossi","fascicolo-febbraio-2016"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - L\u2019aggressivit\u00e0 e le radici dell\u2019agire politico<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Girolamo Rossi, pubblicato nel numero di Febbraio 2016. 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