{"id":2187,"date":"2015-10-01T12:00:00","date_gmt":"2015-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2187"},"modified":"2026-04-12T18:44:01","modified_gmt":"2026-04-12T16:44:01","slug":"la-famiglia-oggi-una-lettura-psicologica","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2015\/ottobre\/la-famiglia-oggi-una-lettura-psicologica\/","title":{"rendered":"La famiglia oggi: una lettura psicologica"},"content":{"rendered":"<p>E il Signore Dio disse: \u201cNon \u00e8 bene che l\u2019uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile\u201d (Genesi, 2:18)<\/p>\n<p>Spesso la famiglia viene ritenuta quanto di pi\u00f9 ovvio, di pi\u00f9 naturale e di pi\u00f9 conosciuto esista; il lessico viene assunto generalmente con il significato di \u201cavere familiarit\u00e0 con qualcosa e con qualcuno\u201d; in realt\u00e0 invece il termine\u00a0<em>famiglia<\/em>\u00a0\u00e8 molto pi\u00f9 insidioso ed ambiguo di quanto possa apparire ad una prima considerazione.<\/p>\n<p>Le scienze sociali si sono imbattute spesso nella difficolt\u00e0 di definire che cosa sia una famiglia: prova ne sono le numerose accezioni e teorizzazioni prodotte, che hanno dato origine a spiegazioni e significati anche molto diversi tra loro. Nella stessa definizione possono infatti coesistere elementi etnici, religiosi, legali, ecc. molto differenti fra di loro.<\/p>\n<p>La tradizione sociologico \u2013 filosofica (Comte, Spencer, Durkheim, Tonnies) ad esempio rappresenta la famiglia come condizione opposta alla singolarit\u00e0 dell\u2019individuo e paradigmatica della societ\u00e0. In questa ottica la definizione di<em>\u00a0famiglia<\/em>\u00a0proposta da George Murdock punta sulle sue caratteristiche sociali: famiglia, per questo autore, sarebbe un particolare tipo di gruppo sociale, caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione economica e dalla riproduzione.<\/p>\n<p>In generale \u00e8 possibile affermare che la famiglia comprende adulti di entrambi i sessi, due dei quali mantengono una relazione socialmente approvata, e uno o pi\u00f9 figli, propri o adottati. La famiglia va distinta dal matrimonio, che \u00e8 un complesso di costumi, ritualit\u00e0 e valori aventi il loro fulcro nel rapporto di coppia fra due adulti che si legano sessualmente all\u2019interno della famiglia.<br \/>\nSe esaminiamo l\u2019esaustivit\u00e0 della definizione, notiamo la presenza di alcuni nodi d\u2019inciampo: innanzi tutto l\u2019affermazione va ad inquadrare unicamente il punto di vista dell\u2019adulto: nelle societ\u00e0 occidentali infatti il minore non contribuisce all\u2019economia familiare e nemmeno alla riproduzione; secondariamente dalla definizione emergono ottiche diverse, legate ad elementi culturali (\u201c<em>Adulti di entrambi i sessi<\/em>\u201d), etico \u2013 morali (\u201c<em>Relazione socialmente approvata<\/em>\u201d) e sociali (\u201c<em>Figli propri o adottati<\/em>\u201d).<\/p>\n<p>Secondo Murdock la famiglia \u00e8 un\u2019isti\u2013tuzione universale: seppure in forme diverse, esiste da sempre in ogni societ\u00e0. Studi condotti su duecentocinquanta tipi di societ\u00e0 diverse, dai cacciatori\u2013raccoglitori alle societ\u00e0 industrializzate, rilevano tutti l\u2019esistenza della\u00a0<em>famiglia nucleare<\/em>, che costituisce il tipo fondamentale di organizzazione sociale, essendo formata da un uomo, una donna e la loro prole.<\/p>\n<p>Come gli atomi di una molecola, in quasi tutte le societ\u00e0 umane le famiglie nucleari sono combinate in aggregati sociali pi\u00f9 ampi; \u00e8 interessante notare che le ricerche effettuate registrano come il numero delle donne e degli uomini sia proporzionalmente identico in tutte le societ\u00e0 (Ember e Ember, 2003)<\/p>\n<p>La famiglia \u00e8 dunque un fenomeno universale caratterizzato da diversi elementi: \u00e8 un\u2019istituzione presente in ogni cultura e in ogni epoca; rappresenta l\u2019elemento base della struttura sociale; \u00e8 un\u2019agenzia di socializzazione; costituisce il primo e privilegiato luogo di apprendimento dei ruoli sociali. Per tutti questi fattori \u00e8 stata considerata un fenomeno naturale, che se si \u00e8 evoluto nel tempo mutando di struttura e di dimensioni: dalla famiglia estesa si \u00e8 passati a quella nucleare, fino a giungere a quella unipersonale.<br \/>\nEmile Durkheim gi\u00e0 nel 1888 affermava: \u201cNon esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore di tutti: la famiglia oggi non \u00e8 n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno perfetta di quella di una volta: \u00e8 diversa, perch\u00e9 le circostanze sono diverse\u201d.<\/p>\n<p>Ritenuta quindi genericamente una entit\u00e0 naturale, la famiglia ha sub\u00ecto innumerevoli mutamenti di carattere culturale e sociale, che sono stati oggetto di studi antropologici e sociologici e, recentemente, anche di indagini storiche. La famiglia \u00e8 un evento che ha via via preso forme diverse nel tempo e nello spazio, pur mantenendo delle costanti.<\/p>\n<p>Giunti all\u2019et\u00e0 moderna, si registra il cambiamento della famiglia come unit\u00e0 produttiva, ma con corsi e ricorsi storici differenti.<\/p>\n<p>Nel XIX secolo, con il diffondersi dei principi della rivoluzione francese, la famiglia divenne la cellula base del nuovo Stato borghese e gestiva direttamente gli interessi privati, il cui buon andamento era ritenuto essenziale per la forza degli Stati e il progresso dell\u2019umanit\u00e0. La famiglia divenne pertanto il luogo in cui si creavano i valori della cittadinanza e della cultura, in modo tale che essa assicurasse il buon funzionamento economico e la corretta trasmissione dei patrimoni.<\/p>\n<p>In quello stesso secolo in Occidente la famiglia pot\u00e9 derogare ad una parte dei tradizionali compiti di istruzione e assistenza, in conseguenza dello sviluppo di scuole e ospedali; ci\u00f2 favor\u00ec la sua trasformazione nella cosiddetta\u00a0<em>famiglia verticale<\/em>, cuore della societ\u00e0 e riverbero frattale della nazione. Particolarmente determinante per l\u2019evoluzione della famiglia fu il mutamento della sede lavorativa: mentre nella prima et\u00e0 moderna non vi era una netta distinzione tra luogo di lavoro e luogo abitativo, con l\u2019urbanizzazione e l\u2019industrializzazione il lavoro divenne essenzialmente extrafamiliare.<\/p>\n<p>Nei secoli precedenti le donne delle classi sociali meno abbienti avevano partecipato alla produzione lavorando<em>\u00a0a casa<\/em>; con la rivoluzione industriale iniziarono a lavorare\u00a0<em>fuori casa<\/em>. Per molti studiosi questo fenomeno ha rappresentato la base della successiva emancipazione giuridica femminile.<\/p>\n<p>Al momento per\u00f2 nei ceti urbani meno abbienti la diffusione del lavoro extrafamiliare della donna fu vissuto come un ostacolo al compimento del ruolo materno e delle tradizionali funzioni di gestione familiare. Nella famiglia borghese invece la distinzione tra vita familiare e lavoro, ancora assente nella societ\u00e0 rurale, comport\u00f2 una netta divisione dei ruoli, limitando cos\u00ec le responsabilit\u00e0 della donna alla gestione della casa e del tempo libero.<\/p>\n<p>La famiglia divenne dunque un<em>\u00a0luogo<\/em>\u00a0al quale i lavoratori rientravano al termine delle fatiche quotidiane e nel quale trascorrere il tempo libero \u2013 concetto assolutamente nuovo \u2013 e ci\u00f2 ne accrebbe il carattere privato.<\/p>\n<p>Parole chiave della nuova formazione furono: matrimonio, il fondamento sul quale si basava la societ\u00e0; marito, il garante e amministratore dell\u2019unione coniugale; moglie, generalmente subordinata e sottomessa al marito. Nonostante la maggiore attivit\u00e0 extra\u2013casalinga delle donne, i ruoli domestici non mutarono fino alla met\u00e0 del secolo successivo, il ventesimo.<\/p>\n<p>Nel XX secolo il marito continu\u00f2 ad essere dedito al lavoro e al sostentamento familiare, la moglie ad occuparsi della casa e dei figli, in genere numerosi, aiutata in questo dalle altre donne di casa; quanto ai figli, la loro nascita biologica non corrispondeva ancora alla nascita psicologica: Freud parl\u00f2 di un lattante chiuso al mondo, Watson di bambini<em>\u00a0tabula rasa<\/em>, da modellare a piacimento con gli stimoli esterni. Su di una cosa erano tutti d\u2019accordo: l\u2019educazione doveva essere caratterizzata da regole rigide, accettate e trasmesse senza nemmeno che vi fosse la pur vaga idea o la minima possibilit\u00e0 di essere messe in alcun modo in discussione.<\/p>\n<p>Il transito del XX secolo testimoni\u00f2 il passaggio massivo dalla famiglia patriarcale a quella nucleare. Il processo attravers\u00f2 fasi alterne: ebbe dimensioni di rilievo fino alla prima guerra mondiale; sub\u00ec quindi una stasi nel periodo compreso tra i due conflitti bellici; ed infine si impose come modello familiare negli anni \u201850\u2013\u201960, grazie al determinante sviluppo industriale e, pi\u00f9 in generale, di tutto il settore terziario dell\u2019economia occidentale, che condussero i nuovi nuclei familiari dalle campagne alle citt\u00e0.<\/p>\n<p>La famiglia dunque si trasform\u00f2 nuovamente: dal modello dominante di famiglia patriarcale estesa, tipica della prima met\u00e0 del XX secolo, con un capofamiglia\u00a0<em>padrone<\/em>\u00a0al quale spettavano tutte le decisioni importanti della famiglia e che con i propri figli aveva rapporti pressoch\u00e9 omologhi a quelli che intratteneva con i propri dipendenti, al nuovo modello nucleare, conseguente all\u2019avvento dell\u2019industrializzazione e al conseguente abbandono delle campagne, eventi questi che mutarono profondamente le relazioni familiari, giungendo cos\u00ec alla formazione della pi\u00f9 piccola unit\u00e0 familiare possibile, costituita dalla coppia formata da marito e moglie e dai loro figli minorenni.<\/p>\n<p>Anche le famiglie mononucleari erano piuttosto frequenti, soprattutto a causa di due fattori: la morte precoce di uno dei coniugi \u2013 in genere spesso la donna moriva di parto e l\u2019uomo in guerra \u2013 e la considerevole emigrazione di massa che stava avendo luogo in quegli anni \u2013 il capofamiglia partiva per<em>\u00a0fare fortuna<\/em>, ma non sempre il nucleo familiare riusciva a ricongiungersi.<\/p>\n<p>Ecco dunque la comparsa di un altro fenomeno tutt\u2019altro che raro: le famiglie ricostituite. Spesso per necessit\u00e0 i vedovi contra\u2013evano nuovi matrimoni: gli uomini erano spinti dalla necessit\u00e0 di aiuto per allevare la prole, le donne dalle difficolt\u00e0 economiche nelle quali venivano a trovarsi senza il sostentamento del capofamiglia. L\u2019eco di questo tipo di situazioni si riscontra frequentemente nei racconti popolari e nelle fiabe, come le storie di Cenerentola, Hansel e Gretel, Pollicino e molte altre, che rappresentano dei veri e propri ricatti di tipo affettivo, dai quali si evince come i genitori non solo costituissero una guida indiscussa, ma altres\u00ec fossero i veri<em>\u00a0padroni<\/em>\u00a0dei propri figli: i genitori non nutrivano alcun dubbio sul modo in cui era giusto educare i propri figli \u2013 ed infatti l\u2019educazione veniva dapprima ricevuta e quindi trasmessa sempre nello stesso identico modo, ma nemmeno attribuivano alcun valore psicologico alla crescita della prole.<\/p>\n<p>La convivenza tra due adulti di sesso opposto non era invece socialmente accettata e tanto meno giuridicamente tutelata. A volte veniva utilizzata solo come estrema<em>\u00a0ratio<\/em>\u00a0per vincere le resistenze della famiglia\u00a0 \u2013 ne costituivano un esempio le cosiddette\u00a0<em>fuitine<\/em>, con le quali due giovani mettevano di fronte al fatto compiuto le rispettive famiglie, quando esse contrastavano il loro amore \u2013, ma anche per risparmiare le spese del matrimonio, laddove non era possibile sostenere l\u2019esoso esborso economico richiesto per effettuare la cerimonia e la festa matrimoniale.<\/p>\n<p>Esistevano infine le alleanze: spesso nel corso della storia i matrimoni hanno rappresentato la garanzia migliore per sostenere e garantire gli interessi privati. La tutela giuridica infatti era prevista prioritariamente per la famiglia e per la societ\u00e0 e solo in ultima istanza per i singoli.<\/p>\n<p>I connotati distintivi dei cambiamenti nella famiglia contemporanea, avvenuti a partire dal XX secolo nelle societ\u00e0 occidentali, possono schematicamente essere cos\u00ec riassunti: il modello borghese di famiglia \u2013 nucleare, in ragione della sensibile riduzione del numero dei componenti, causata dalla diminuzione della natalit\u00e0; con un\u2019evidente asimmetria nei ruoli ricoperti dai coniugi; ed infine prevalentemente chiuso al resto della societ\u00e0 \u2013 divenne nel corso del \u2018900 sempre pi\u00f9 dominante ma, al tempo stesso, oggetto di forti contestazioni. A partire dalla ideologia marxista e per finire con la cosiddetta\u00a0<em>antipsichiatria<\/em>, infatti, del matrimonio e dei ruoli coniugali vennero messi in discussione i significati simbolici e materiali nonch\u00e9 i caratteri autoritari e tendenzialmente repressivi sul piano sessuale e psicologico in generale, soprattutto per il rispetto dei diritti della donna rivendicato con forza da parte dei movimenti femminili; fino a giungere, nei primi anni della seconda met\u00e0 del secolo, a teorizzare con D. Cooper la\u00a0<em>morte della famiglia<\/em>.<\/p>\n<p>Dal matrimonio alla convivenza, dalla centralit\u00e0 dei figli a quella del singolo, da un modello unico di famiglia a una pluralit\u00e0 di forme: i cambiamenti hanno avuto luogo a partire dall\u2019attenuarsi delle disparit\u00e0 sociali, conseguenza del nuovo benessere economico e della diffusione dei mass media \u2013 soprattutto della televisione \u2013 e dall\u2019estensione del lavoro femminile ai ceti della media borghesia. Tra gli anni \u201860 e i primi anni \u201880 dello scorso secolo si \u00e8 giunti persino ad ipotizzare un ritorno alla naturalit\u00e0 dei rapporti relazionali e al\u00a0<em>sano vivere con la terra<\/em>, realizzando un tipo di convivenza fondata sulle cosiddette\u00a0<em>comuni familiari<\/em>, per la maggioranza naufragate dopo pochi anni.<\/p>\n<p>Se nella prima met\u00e0 del secolo i figli costituivano un valore primario ed un investimento, anche in ragione del contributo lavorativo che essi avrebbero fornito gi\u00e0 in tenera et\u00e0, soprattutto nelle famiglie patriarcali contadine, nella seconda met\u00e0 del secolo i figli sono stati prioritariamente percepiti in termini di\u00a0<em>costi<\/em>, con il conseguente decremento della natalit\u00e0 giunto fino alla<em>\u00a0crescita zero<\/em>, mentre i singoli e le coppie si mostravano orientati soprattutto verso se stessi e la personale autorealizzazione.<\/p>\n<p>Le problematiche relative alla ricerca di nuovi equilibri nei rapporti uomo \u2013 donna, fondati sull\u2019uguaglianza e sull\u2019interscambiabilit\u00e0 dei ruoli; il lavoro esterno di entrambi i coniugi, con le derivanti difficolt\u00e0 di occuparsi della crescita dei figli; l\u2019aumento della vita media, con la conseguente necessit\u00e0 di occuparsi delle persone anziane e le relative difficolt\u00e0 dettate dalla mancanza di un welfare sociale di supporto; nonch\u00e9 le pi\u00f9 recenti traversie economiche e la conseguente necessit\u00e0 di mobilit\u00e0 sociale, tutto ha contribuito a mettere in evidenza l\u2019essenza fragile della famiglia contemporanea, sottolineata dalla palese mancanza di schemi di riferimento e dal cambiamento dei valori etico \u2013 morali di riferimento, che appesantiscono lo sbando personale e del nucleo familiare nel suo complesso.<\/p>\n<p>Il quadro che ne deriva \u00e8 quanto mai disorientante. Il sociologo Talcott Parsons ha definito la famiglia come un\u2019entit\u00e0 isolata, nata per soddisfare l\u2019imperante sistema economico e dunque meno vincolata dagli obblighi parentali, pi\u00f9 snella e dinamica per consentire la mobilit\u00e0 lavorativa, pi\u00f9 ricettiva nei confronti della pubblicit\u00e0 e dei falsi bisogni, pi\u00f9 consumista di beni materiali per soddisfare l\u2019alienazione lavorativa e l\u2019isolamento relazionale e affettivo.<\/p>\n<p>La famiglia post\u2013moderna vede un ritorno alla<em>\u00a0famiglia estesa<\/em>, sia in senso verticale \u2013 famiglia\u00a0<em>allungata<\/em>, con i nonni, i figli maggiorenni ed i nipoti, sia in senso orizzontale \u2013 parenti della stessa generazione o famiglie\u00a0<em>allargate<\/em>. I figli restano generalmente a lungo nella casa dei genitori, sia a causa dei problemi economici, che non consentono loro di vivere da soli, sia a motivo del rinvio delle responsabilit\u00e0 adulte per la paura del futuro, paura che fa rinunciare a sognare e realizzare un progetto di vita a lungo termine, e fa invece preferire una logica consumistica del tipo usa e getta, il\u00a0<em>carpe diem<\/em>. Al contempo, gli adulti hanno spesso abdicato al ruolo genitoriale: l\u2019eccessivo\u00a0<em>maternage<\/em>, l\u2019incapacit\u00e0 di parlare\u00a0<em>con<\/em>\u00a0i figli, le resistenze psicologiche nel pronunciare dei\u00a0<em>no<\/em>\u00a0fermi nei confronti delle richieste o degli atteggiamenti dei loro figli, per paura di essere\u00a0<em>disconfermati<\/em>\u00a0nel ruolo genitoriale, tutto ci\u00f2 ha reso questo tipo di genitori non, come il ruolo educativo impone, dei modelli \u2013 guida, ma piuttosto dei compagni per i loro figli, cos\u00ec da ricevere quelle gratificazioni che non sono riusciti a procurarsi altrimenti o altrove.<\/p>\n<p>Nella societ\u00e0 contemporanea il pensiero video\u2013centrico accomuna la maggioranza di grandi e piccini: si tratta di un\u2019ideazione di tipo superficiale, che arretra di fronte alle sfide della complessit\u00e0 e conduce alla frattura cognitivo \u2013 affettiva e all\u2019analfabetismo emotivo, inducendo spesso a legami casuali, non ponderati e, a volte, violenti. Si tratta di una vera\u00a0<em>rivoluzione digitale<\/em>, nella quale i processi di socializzazione sono determinati dalla rete di telecomunicazioni. Ne \u00e8 nato un nuovo paradigma sociologico, fondato sul primato della struttura reticolare dell\u2019interazione pi\u00f9 che sul contenuto dello scambio fra attori sociali, che riveste un\u2019importanza fondamentale per il processo di globalizzazione, soprattutto in campo economico (la cosiddetta<em>\u00a0new economy<\/em>) e sociale (le comunit\u00e0 virtuali). La globalizzazione non \u00e8 un fenomeno semplice che coinvolge solo alcuni settori della vita lavorativa, ma un cambiamento radicale e profondo delle relazioni umane: \u00e8 la trasformazione della percezione dello spazio sociale e degli eventi che influenzano in tempo reale la vita quotidiana.<\/p>\n<p>Dal neolitico alla rivoluzione industriale, ai cambiamenti economici ha sempre fatto seguito uno sviluppo demografico. Fino alla rivoluzione industriale il regime demografico era caratterizzato da alte fecondit\u00e0 e mortalit\u00e0; dopo di essa \u00e8 iniziato il processo inverso. Nei paesi pi\u00f9 avanzati il tasso di natalit\u00e0 ha continuato a decrescere fino a raggiungere la\u00a0<em>crescita zero<\/em>, mentre nei paesi meno sviluppati si continua ad assistere a un\u2019esplosione demografica. Lo squilibrio nelle dinamiche demografiche tra i due gruppi di paesi, strettamente connesso con problematiche di tipo economiche, politiche e sociali, \u00e8 alla base di un processo migratorio senza precedenti.<\/p>\n<p>Il sociologo Marc Aug\u00e9 definisce l\u2019attuale l\u2019<em>et\u00e0 surmoderna<\/em>, la societ\u00e0 dei campanili e delle ciminiere, lo spazio di reti, nodi, punti di circolazione di persone, merci, veicoli, nel quale i canali comunicativi, da spazi di percorrenza si sono trasformati in spazi di insediamento: \u00e8 il transito la vera dimora della\u00a0<em>surmodernit\u00e0<\/em>. Quelli che egli definisce\u00a0<em>non luoghi<\/em>\u00a0sono gli spazi spersonalizzati e spersonalizzanti della massificazione: ad esempio i centri commerciali, che paradossalmente si affollano soprattutto durante i giorni festivi e nei quali ci si incontra e ci sfiora senza che ci\u00f2 dia luogo ad alcun tipo di relazione; sono gli spazi della solitudine e del transito, luoghi disabitati dominati da ripetizione, monotonia e angoscia.<\/p>\n<p>Ma anche in questo panorama sociale cos\u00ec precario, a dispetto delle mutate condizioni storiche e delle quasi azzerate prospettive future, la famiglia continua a rappresentare una struttura e un\u2019agenzia insostituibili per lo sviluppo sano dell\u2019essere umano.<\/p>\n<p>L\u2019alba del terzo millennio si apre con uno spaccato familiare quanto mai variegato: coppie senza figli, famiglie nucleari (con un solo figlio o al massimo due), famiglie mononucleari (con un solo genitore), famiglie allargate (figli di genitori diversi che vivono insieme), famiglie unipersonali (persone separate o vedove che vivono da sole), famiglie doppie (figli che vivono con i nonni o con coppie diverse di genitori, di giorno o durante i fine settimana), famiglie omogenitoriali (con entrambi i genitori dello stesso sesso).<\/p>\n<p>Le opportunit\u00e0 che ne derivano sono le acquisite \u2013 reali o presunte \u2013 libert\u00e0, parit\u00e0, garanzie, tutele e relazioni sociali; i rischi sono costituiti da conflitti, sofferenze emotive per bambini e adolescenti, impoverimento economico, scarso sostegno sociale.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come il matrimonio o la convivenza non trasformano automaticamente due persone in una coppia, altrettanto la nascita di un figlio \u2013 biologica o adottiva \u2013 non necessariamente crea di per s\u00e9 stessa dei genitori: l\u2019unione tra due persone e la costituita famiglia non costituiscono semplicemente dei fatti sociali, ma rappresentano soprattutto degli stati emotivi.<\/p>\n<p>La formazione di una coppia stabile \u00e8 un fenomeno socio\u2013culturale pi\u00f9 complesso che il semplice vivere in due: significa condividere l\u2019idea di un progetto e scegliere di realizzarlo insieme. Il ciclo di vita della famiglia va dalla formazione della coppia stabile fino al termine della funzione della coppia, in quanto i figli sono cresciuti e vanno via da casa, oppure perch\u00e9 la coppia muore, fisicamente o psicologicamente.<br \/>\nLa relazione familiare dovrebbe consentire di conoscere l\u2019altro, ma anche di conoscere se stesso attraverso l\u2019altro. Ma la famiglia ha un ruolo fondamentale soprattutto nell\u2019educazione dei figli: essa infatti \u00e8 il primo gruppo sociale nel quale inizia a formarsi il concetto di\u00a0<em>s\u00e9<\/em>.<\/p>\n<p>Le ricerche (U. Bronfenbrenner) dimostrano che il ruolo materno e quello paterno non sono prescindibili, pena una serie di eventi negativi, quali ad esempio le difficolt\u00e0 nello sviluppo della personalit\u00e0 dei figli, dei risultati scolastici scadenti o le esperienze precoci di comportamenti a rischio della salute. Le ricerche indicano per\u00f2 con altrettanta chiarezza che non \u00e8 importante chi ricopra i ruoli: contrariamente alle aspettative sociali, la madre pu\u00f2 anche essere severa e guidare all\u2019esplorazione ambientale, mentre il padre pu\u00f2 mostrarsi pi\u00f9 incline alle coccole e agli scambi comunicativi. L\u2019importante, dicono ancora i ricercatori, \u00e8 che i due ruoli vengano espletati e che i figli abbiano modo di sperimentarli entrambi.<\/p>\n<p>Papa Giovanni Paolo II, nel documento<em>\u00a0Mulieris dignitatem<\/em>, afferma che l\u2019uomo e la donna hanno pari dignit\u00e0 davanti a Dio, ma ciascuno con i propri compiti. In particolare viene usata l\u2019espressione\u00a0<em>genio femminile<\/em>, per sottolineare la<em>\u00a0naturale disposizione<\/em>\u00a0della donna a prendersi cura degli altri. Ci chiediamo: esiste un corrispettivo\u00a0<em>genio maschile<\/em>? Nel senso inteso da Giovanni Paolo II sembrerebbe di no, ma non \u00e8 comunque significativo contrapporre i due ruoli, rivendicandone e rimarcandone solo le differenze. L\u2019intento piuttosto dovrebbe essere quello di legittimare la pari dignit\u00e0 di tutti e di ciascuno e di educare piccoli e grandi all\u2019effettivo rispetto delle differenze.<\/p>\n<p>La formazione dell\u2019identit\u00e0 delle nuove generazioni \u00e8 innanzi tutto un\u2019operazione culturale. Gli studi condotti da Harlow e Bowlby relativamente a ci\u00f2 che costituisce la caratteristica pi\u00f9 importante dell\u2019essere genitori, ha fornito un risultato straordinario: fattore decisivo per una crescita sana \u00e8 che i genitori rappresentino quella base sicura dalla quale sia i bambini che gli adolescenti possono partire per andare alla scoperta e alla conquista di s\u00e9 e del mondo esterno e alla quale siano sempre sicuri di poter tornare, con l\u2019intima certezza che ad ogni loro ritorno saranno accettati e nutriti, sia fisicamente che emotivamente.<\/p>\n<p>Approfondendo le ricerche, A. Maslow elenca i bisogni fondamentali di ogni essere umano: lo fa incastonandoli in forma piramidale, a partire dalla base (i bisogni fisiologici, di sopravvivenza) fino al vertice (i bisogni di autorealizzazione), passando per i bisogni intermedi di sicurezza, appartenenza (sociali e di relazione), affetto e stima. Per realizzare se stessi \u00e8 necessario dare la scalata alla piramide. Ma ci\u00f2 implica necessariamente che per essere un bravo e capace genitore occorre sapersi prendere cura non solo dei propri figli ma anche di se stessi: un figlio ha bisogno di genitori forti e indipendenti, per non doversi sentire in colpa ogni volta che si allontana da loro.<\/p>\n<p>Le criticit\u00e0 sono inevitabili, fisiologiche diremmo. Come fare allora a sapere se una famiglia \u00e8\u00a0<em>sana<\/em>? Quali sono i segnali che ci fanno capire che la famiglia\u00a0<em>funziona<\/em>? Ebbene questi segnali si basano spesso sul fatto che i genitori si occupano dei figli e che questi intrattengono apparentemente delle buone relazioni con i propri genitori. Ma quando si va ad approfondire questo reciproco scambio, spesso si scopre che il comportamento degli adulti \u00e8 svolto per imitazione di quello che, nel gruppo d\u2019appartenenza, viene atteso per il ruolo che si ricopre e che spesso gli individui presentano di se stessi solo la maschera dell\u2019incapacit\u00e0 di assumere un vero ruolo genitoriale.<\/p>\n<p>Secondo David Haug, biologo evoluzionista dell\u2019Universit\u00e0 di Harvard, gi\u00e0 durante la gravidanza si svolge il prototipo di tutti i conflitti futuri, la lotta inconscia tra la madre e il feto per accaparrarsi le sostanze nutritive: il feto non resta passivamente nella pancia della madre in attesa di essere nutrito; la sua placenta infatti genera dei vasi sanguigni che invadono letteralmente i tessuti della madre per estrarne le sostanze nutritive. La madre a sua volta, in virt\u00f9 delle leggi di selezione naturale, cerca di ostacolare queste invasioni per conservarsi sana per la prole futura. Si verifica insomma una sorte di tiro alla fune; solo se la bandiera rester\u00e0 al centro, muovendosi impercettibilmente tra i due contendenti, saranno evitati esiti funesti per l\u2019uno o l\u2019altro: se il feto tirasse troppo dalla sua parte certamente se ne avvantaggerebbe dal punto di vista nutrizionale, ma correrebbe il rischio di restare orfano di madre; viceversa, se la madre si opponesse in modo deciso alle richieste del feto, rischierebbe di generare un figlio debole e poco vitale. (Psicologia Contemporanea, 2007)<\/p>\n<p>Purtroppo non tutti i genitori, a causa dei limiti personali, sono in grado di proporre modelli realistici e di certo non possono sperare nell\u2019aiuto dei mass\u2013media, che sembrano sempre di pi\u00f9 proporre solo falsi idoli, eroi costruiti su misura per attrarre, falsamente perfetti ed ancora pi\u00f9 falsamente felici. Da qui l\u2019importanza dell\u2019intervento di altri educatori, in particolare degli insegnanti e in special modo di quelli deputati ad occuparsi \u2013 in virt\u00f9 della disciplina d\u2019insegnamento a loro affidata \u2013 della crescita spirituale e dello sviluppo morale degli alunni. Sempre pi\u00f9 spesso infatti accade di imbattersi in adulti non cresciuti i quali, non possedendo un modello reale \u2013 che \u00e8 il risultato di una corretta conoscenza di s\u00e9 e della realt\u00e0 circostante e che d\u00e0 luogo ad una scala di valori reale , persistono nel confrontare il proprio e l\u2019altrui comportamento con un\u2019immagine ideale \u2013 proveniente non dalla conoscenza dell\u2019esistente ma di ci\u00f2 che dovrebbe essere, con il risultato di vivere in uno stato di insoddisfazione costante e con il rischio di giungere al rifiuto di qualsiasi modello, nel vano tentativo di superare tale insoddisfazione. La diretta conseguenza \u00e8 vivere solo sulla spinta dei propri desideri, perdendo il senso della vita e dell\u2019esistenza. Ne derivano due forme di patologia: quella di chi rifiuta di confrontare il proprio comportamento con un modello e vive schiavo degli avvenimenti, ed i cui umori e percezioni seguiranno le alterne fortune della vita; e quella di chi invece continua testardamente a non voler crescere, a non superare lo stato adolescenziale, e confronta il proprio e l\u2019altrui comportamento con un modello ideale \u2013 irraggiungibile, in quanto tale, con il conseguente rifiuto di se stesso e dell\u2019altro. La persona psichicamente sana non sar\u00e0 quindi quella libera da modelli di comportamento, che vive del soddisfacimento dei propri desideri, ma nemmeno quella che rifiuta continuamente se stessa o l\u2019altro perch\u00e9 inadeguati al modello ideale; sar\u00e0 invece colei che riconosce ed accetta la propria e l\u2019altrui limitatezza e nello stesso tempo continua ad amare se stessa e gli altri.<\/p>\n<p>Il fine ultimo diventa quindi l\u2019amore: in primo luogo verso se stessi \u2013 il soggetto impara a conoscersi, ad accettarsi e ad amarsi non solo per i propri pregi, ma anche con i suoi limiti \u2013 e quindi amore verso gli altri \u2013 nell\u2019accettazione dei loro limiti, riconosciuti simili ai propri. Si tratter\u00e0 di un amore che non comprende una conoscenza solo emotiva e idealistica di tipo infantile \u2013 come quella che fa rifiutare l\u2019amato nel momento in cui ci si rende conto dei suoi limiti e difetti, che non lo rendono pi\u00f9 simile al modello ideale, ma anche una conoscenza e quindi una accettazione razionale dell\u2019altro. Il raggiungimento della maturit\u00e0 morale diventa pertanto un problema di crescita nella dimensione dell\u2019amore: \u00e8 cio\u00e8 il momento del passaggio da un amore irrazionale \u2013 per me, per un altro e per un mondo ideali \u2013 ad un amore razionale\u00a0 \u2013 per me, per un altro e per un mondo reali e quindi, in quanto tali, limitati.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 sostenuto anche da Nucci (2001), dall\u2019educazione morale tradizionale, basata sull\u2019idea che l\u2019acquisizione della moralit\u00e0 implichi un\u2019accettazione degli standard e delle norme sociali, si \u00e8 passati via via a un\u2019idea che potremmo definire pi\u00f9 aristotelica. In quest\u2019ultima l\u2019uomo non \u00e8 pi\u00f9 considerato un automa governato dalle passioni o dalla cieca adesione alle norme sociali, bens\u00ec una persona che pu\u00f2 guidare i propri comportamenti con la ragione e quindi con la capacit\u00e0 di giudicare ci\u00f2 che \u00e8 bene e ci\u00f2 che \u00e8 male. Il raggiungimento di una moralit\u00e0 si caratterizza per la capacit\u00e0 di subordinare le proprie abitudini e virt\u00f9 alla virt\u00f9 suprema della giustizia, con la conseguenza che lo sviluppo nel campo della moralit\u00e0 implichi lo sviluppo di modi di riflettere su ci\u00f2 che \u00e8 giusto e ci\u00f2 che \u00e8 sbagliato, ci\u00f2 che \u00e8 buono e ci\u00f2 che \u00e8 cattivo.<\/p>\n<p>Il bisogno di costruire un\u2019identit\u00e0 personale era gi\u00e0 chiaro a Piaget che sosteneva, che \u201c\u2026 \u00e8 soltanto attraverso la conoscenza della nostra natura di individui, con i nostri limiti e con le nostre risorse, che possiamo renderci capaci di uscire da noi stessi e di collaborare con altre nature individuali.\u201d (Piaget, 1932, pag. 393). La persona sin dai primi anni anela quindi alla propria libert\u00e0, l\u2019individuo considera la libert\u00e0 un bene necessario che ha il diritto di rivendicare, in quanto necessaria per poter agire in modo finalizzato. Il diritto ad un ambito personale acquista quindi la funzione di dare l\u2019origine e la giustificazione concettuale della rivendicazioni della persona alla libert\u00e0, anche se l\u2019ambito di questo diritto alla libert\u00e0 \u00e8 di difficile risoluzione, in quanto, come sostenuto da Nucci (2001), condizionato dalle norme culturali e da caratteristiche personali; ma vi sono comunque delle aree fondamentali, relative alla gestione del corpo della persona e alla libert\u00e0 di espressione, comunicazione e associazione, che, seppur influenzate culturalmente per forma e grado, sono comunque sempre presenti. Lo stesso Autore sottolinea inoltre che il bisogno psicologico di avere una sfera personale e la conseguente formazione dell\u2019ambito personale e le rivendicazioni individuali della libert\u00e0 sono necessarie perch\u00e9 la persona contribuisca come individuo al processo (sia interpersonale che interiore) che conduce alla reciprocit\u00e0 morale, al rispetto vicendevole e alla cooperazione. Se dall\u2019ambito personale non scaturirebbero rivendicazioni della libert\u00e0 non esisterebbe, secondo Nucci (2001), alcun concetto morale dei diritti, ma \u00e8 proprio il discorso morale che trasforma le rivendicazioni individuali alla libert\u00e0 in obblighi morali condivisi; infatti senza una tale reciprocit\u00e0, come aveva gi\u00e0 evidenziato Piaget (1932), le rivendicazioni personali alla libert\u00e0 possono dare origine anche a tendenze narcisistiche o di sfruttamento degli altri: \u00e8 questo il caso di quei soggetti che non passano da una moralit\u00e0 autonoma ad una eteronoma, rimanendo in una fase egocentrica. Ne consegue che la moralit\u00e0 e la libert\u00e0 personale non solo non sono contrapposti ma risultano aspetti interdipendenti dello sviluppo umano. E\u2019 lo sviluppo, storicamente contestualizzato, di rivendicazioni individuali della libert\u00e0 \u2013 che riflettono bisogni psicologici fondamentali e astorici \u2013 che stimola il discorso morale e allo stesso tempo fornisce l\u2019impulso per una possibile critica dello status quo.\u00a0 In questa prospettiva, lo sviluppo morale deve quindi essere considerato contemporaneamente universale e plurale, individuale e sociale. In definitiva, esso riconosce anche che se da un lato le conoscenze morali individuali rispecchiano caratteristiche intrinseche e ineluttabili dell\u2019interazione umana e dei bisogni psicologici individuali, dall\u2019altro la moralit\u00e0 dei diritti umani sar\u00e0, nelle sue forme pi\u00f9 mature e fondate sui principi, sempre il prodotto di un impegno collettivo (Nucci, 2002, pagg. 93 e 94).<\/p>\n<p>Afferma Erikson (1963) che \u00e8 essenziale un equilibrio, frutto di una buona negoziazione, tra le aree di discrezione del bambino e l\u2019applicazione della regolamentazione sociale da parte del genitore, per evitare problemi di adattamento ambientale che porterebbero inevitabilmente, nel corso degli anni, a soffrire di problemi psicologici.<\/p>\n<p>Fin dall\u2019infanzia il bambino impara a dire di no e a sottolineare con fermezza la propria autonomia; negli ambiti della sua discrezionalit\u00e0, comincia quindi a discutere le regole poste dai genitori, in special modo quelle relative alla sfera personale. Inizialmente ci\u00f2 riguarda solo gli ambiti relativi al cibo (che cosa e quanto mangiare), ma poi si estende: all\u2019abbigliamento (che cosa indossare per vestirsi), alla cura della propria estetica (la lunghezza e il taglio dei capelli, ad esempio), allo sport (quali praticare), alla gestione dei propri spazi (tenere o meno in ordine la propria camera), allo studio e al tempo libero (quanto tempo dedicarvi), alle amicizie (quali persone e gruppi frequentare), ai tempi e ai luoghi delle uscita da casa.\u00a0 Lo studio condotto da Nucci e Weber (1995) sulle interazioni madre \u2013 bambino (di circa 3 o 4 anni) ha permesso di osservare che le rivendicazioni dei bambini riguardavano per il 98% i comportamenti relativi agli ambiti prevalentemente personali, il 25% di quelli che implicavano questioni convenzionali e solo il 10% per eventi relativi a questioni morali o prudenziali. I colloqui con i bambini confermarono non solo che essi erano perfettamente in grado di distinguere gli ambiti personali da quelli maggiormente soggetti alla regolamentazione sociale, ma anche che essi consideravano i primi di loro competenza \u2013 spettava a loro e non alla madre decidere, mentre viceversa erano disponibili a lasciare la decisione alla madre per ci\u00f2 che riguardava gli ambiti morali e convenzionali. A loro volta le madri sembravano conformarsi a questo pensiero e rispondevano in modo diverso a seconda che la negoziazione riguardasse gli ambiti personali, morali e convenzionali \u2013 nel primo caso erano molto pi\u00f9 disposte alla negoziazione. In uno studio successivo (Nucci e Smentana, 1996) le madri spiegarono che in alcuni ambiti preferivano lasciare la scelta ai propri figli perch\u00e9 ritenevano che allenarsi a prendere decisioni li avrebbe aiutati a sviluppare l\u2019autostima e la capacit\u00e0 di iniziativa autonoma. In generale emerse un ruolo attivo dei figli nel fornire alle madri dei feedback, sotto forma di richieste e resistenze che veicolano informazioni sulla necessit\u00e0 di avere aree di controllo personale. Si tratta quindi di un insieme specifico di rivendicazioni nelle scelte personali relativamente agli ambiti di questa sfera, piuttosto che di una resistenza generalizzata all\u2019autorit\u00e0 degli adulti (Kuczynski e Kochanska, 1990). Questi studi, condotti inizialmente su famiglie nordamericane, sono stati successivamente generalizzati ad altre culture considerate meno individualiste ed estese a diversi ceti sociali: tutti hanno confermato nella sostanza i medesimi risultati (una rassegna critica di questi studi si trova in Nucci, 2002, pagg. 81 \u2013 87).<\/p>\n<p>A mano a mano che i bambini crescono, la tendenza alla lotta per l\u2019autonomia decisionale aumenta e si allargano gli ambiti di negoziazione, sino ad arrivare alla fase del-l\u2019adolescenza, quando la negoziazione pu\u00f2 riguardare tutti gli ambiti e il confronto con gli adulti raggiunge il suo picco. J. Smetana e i suoi collaboratori dell\u2019Universit\u00e0 di Rochester hanno condotto una serie di studi che hanno permesso di comprendere meglio le origine dei conflitti fra adolescenti e genitori e come l\u2019autorit\u00e0 genitoriale influenzi questi conflitti. Si \u00e8 cos\u00ec scoperto che il conflitto non riguarda allo stesso modo tutti gli ambiti; in particolare riguarda solo raramente le questioni morali, nelle quali gli adolescenti riconoscono l\u2019autorit\u00e0 dei genitori, obbedendo pertanto alle regole che guidano i comportamenti morali proposte dai genitori. Gli adolescenti riconoscono ai genitori anche il diritto di proporre regole convenzionali e relative alla sicurezza e alla salute dei figli, ma crescendo, soprattutto dai 15 anni in poi, tendono a considerare anche queste di propria competenza. Negli Stati Uniti i conflitti tra genitori e figli adolescenti relativi a chi dovesse detenere l\u2019autorit\u00e0 si verificavano preferibilmente nei confronti di questioni relative all\u2019aspetto (abbigliamento e cura del corpo), alle diverse attivit\u00e0 e al tempo loro dedicato (studio, uscite con gli amici, uso del telefono, scelte televisive), luoghi in cui potersi recare (discoteche, birrerie, pub) e utilizzo del denaro (quanto e come spenderlo). In generale gli adolescenti, pur comprendendo le motivazioni dei genitori \u2013 responsabilit\u00e0 verso la famiglia, importanza dell\u2019uso delle buone maniere, imbarazzo e preoccupazione dei genitori su come il figlio potesse essere percepito dagli altri, ne rifiutano il contenuto sociale e convenzionale e si appellano al loro diritto di autodeterminazione e di esercitare su questi ambiti la propria personale giurisdizione. Le regole relative a questioni di prudenza \u2013 rischi per la salute e sicurezza dell\u2019adolescente \u2013 sono meno foriere di conflitti, anche perch\u00e9 la maggior parte degli adolescenti compie azioni contrarie alle regole di tipo innocuo e non particolarmente rischioso, come non lavarsi le mani e i denti, o vestirsi in modo inadeguato alla temperatura e alle condizioni meteorologiche. Purtroppo per\u00f2 talvolta sono presenti comportamenti in grado di provocare gravi danni nel tempo, come ad esempio assumere di alcool o droghe: in questi casi il conflitto diventa inevitabile. Nella gestione del conflitto il gruppo di Smetana ha identificato tre diversi stili genitoriali, che corrispondono al diverso grado di conflitto familiare:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Famiglie tranquille: i conflitti sono rari e quando avvengono risultano di bassa o media intensit\u00e0; i genitori, percepiti dai figli come pi\u00f9 affettivi, tendono ad essere meno restrittivi e a prendere decisioni condivise con l\u2019adolescente; spesso entrambi i genitori lavorano e in genere il loro tenore socioeconomico \u00e8 alto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Famiglie turbolenti: hanno conflitti frequenti e di alta intensit\u00e0; i genitori sono spesso divorziati, appartengono ad un ceto socioeconomico pi\u00f9 basso, sono poco propensi alla negoziazione e al compromesso, tendono a limitare le aree di autonomia dei figli adolescenti e a proporre pi\u00f9 regole nelle questioni personali; dai figli sono percepiti come meno affettivi; le ricerche (in particolare di Nucci e coll) mostrano come l\u2019eccessiva interferenza nelle aree personali provochi frequentemente una sintomatologia depressiva e atteggiamenti di ostilit\u00e0 da parte dei figli adolescenti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Famiglie molto litigiose: si tratta del numero pi\u00f9 diffuso: i conflitti con i figli sono molto frequenti ma di bassa intensit\u00e0; i genitori sono simili a quelli delle famiglie tranquille per disponibilit\u00e0 al compromesso e alla negoziazione, ma usano pi\u00f9 spesso argomentazioni di tipo sociale e convenzionale; anch\u2019essi vengono percepiti dai figli come affettuosi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>A conferma della loro diffusione, risultano ben centosessanta le culture nelle quali sono stati osservati questi tipi di conflitto (Smetana 1995).<\/p>\n<p>La diffusione dei conflitti in epoca moderna ha guidato pi\u00f9 voci a sostenere la diffusione della visione individualistica della vita, conseguente al declino degli standard morali. In realt\u00e0 le ricerche non hanno confermato un rapporto correlativo tra declino morale e ricerca dell\u2019autonomia decisionale dei giovani, quanto piuttosto che la lotta per l\u2019autode-terminazione sembra essere insita nella natura dell\u2019uomo, necessaria nella sua evoluzione verso l\u2019et\u00e0 matura, come mostra altres\u00ec l\u2019analisi storica dei conflitti generazionali, praticamente presenti sin dall\u2019antichit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019importanza dei bisogni immateriali risulta evidente dagli studi sulle aree cerebrali del piacere: gli animali utilizzati nelle sperimentazioni sulla stimolazione diretta di queste aree (Olds, Campbell) non smettono di premere la leva che fornisce loro la stimolazione endocranica fino a quando non sono stremati dalla fatica, per ricominciare non appena le forze lo consentano nuovamente e ci\u00f2 all\u2019infinito, senza provare alcun interesse per il cibo o per il sesso, col risultato che gli esperimenti devono interrotti per evitare la morte per fame degli stessi animali.<\/p>\n<p>Il punto chiave \u00e8 rappresentato dalla stimolazione dei\u00a0<em>centri del piacere<\/em>, la cui scoperta costituisce uno dei progressi pi\u00f9 stimolanti nel campo delle ricerche sul cervello. Si \u00e8 constatato che inserendo un elettrodo in questa specifica area del cervello di un ratto, gli impulsi elettrici risultano talmente ricompensanti che l\u2019animale arriva a premere la leva che comanda l\u2019impulso elettrico anche diecimila volte l\u2019ora e per ventisei ore consecutive (Argyle, 1988) . Ripetute su numerose altre specie animali (pesci, ratti, conigli, gatti, cani, delfini, scimmie), nonch\u00e9 sull\u2019uomo, queste ricerche hanno fornito sempre i medesimi risultati. Il piacere endocranico non solo sembra essere pi\u00f9 importante di qualsiasi altro stimolo, ma non risulta sottostare neanche ai limiti tipici dei bisogni materiali, quali quelli posti dai principi di saziet\u00e0 e di deprivazione: mentre i bisogni materiali tendono ad estinguersi quando vengono soddisfatti, per aumentare di nuovo solo quando di nuovo insoddisfatti, il piacere endocranico sembra non esaurirsi mai, nemmeno quando potrebbe apparire saturo; qualche ricercatore, come Campbell (1974), riprendendo l\u2019importanza attribuita da Freud al\u00a0<em>principio del piacere<\/em>, \u00e8 giunto a sostenere che tanto l\u2019uomo quanto tutti gli altri esseri viventi sembrano vivere\u00a0<em>solo<\/em>\u00a0in funzione del piacere.<\/p>\n<p>Campbell suddivide il piacere in due forme: subumano (tipico degli animali, dell\u2019uomo ancora bambino, ma anche della maggior parte degli esseri umani adulti non sufficientemente sviluppati) ed umano (tipico della restante parte degli esseri umani adulti). Nelle aree endocraniche del piacere convergono gli impulsi nervosi provenienti dai recettori periferici; cos\u00ec gli animali e gli uomini non ancora evoluti (biologicamente, perch\u00e9 infanti, o psicologicamente, perch\u00e9 immaturi) hanno modo di stimolare queste aree attraverso i piaceri sensoriali (cibo, bevande, tatto, ecc.). Ma le aree del piacere sono raggiunte anche da impulsi nervosi provenienti dalle regioni pi\u00f9 evolute del cervello, le cosiddette regioni pensanti, cos\u00ec che gli individui hanno la possibilit\u00e0 di stimolare tali aree \u2013 e quindi ottenere il piacere \u2013 anche senza ricorrere agli organi di senso e, a differenza degli animali, trarre piacere da attivit\u00e0 mentali quali la logica, la religione, la filosofia, ecc.<\/p>\n<p>Esisterebbero pertanto almeno due modi per stimolare le aree del piacere:<\/p>\n<p>1. Con fare poco evoluto e quindi subumano \u2013 per dirla con alcuni autori, anche se noi preferiamo definirlo infantile, tramite la sola stimolazione sensoriale o, in altri termini, mediante la sollecitazione di beni materiali.<br \/>\n2. In modo pi\u00f9 evoluto, pi\u00f9 maturo, tipicamente umano, utilizzando anche l\u2019attivit\u00e0 pensante tipica delle regioni neoencefaliche del nostro cervello e cercando, oltre che sensazioni, anche informazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Tutti gli esseri umani possiederebbero in potenza la capacit\u00e0 di utilizzare entrambi i modi per raggiungere il piacere. In realt\u00e0 molti bambini non hanno la possibilit\u00e0 di sviluppare una modalit\u00e0 pi\u00f9 adulta nella ricerca del piacere, sostanzialmente per due ordini di motivi:<\/p>\n<p>perch\u00e9 i genitori sono troppo occupati, a causa del loro stato di indigenza, nella lotta per l\u2019acquisizione di quel minimo di beni materiali necessario alla sopravvivenza, cos\u00ec da non avere tempo per altro che non siano i piaceri sensoriali;<br \/>\nperch\u00e9 i genitori, pur disponendo di beni a sufficienza, convinti che la soddisfazione dei bisogni materiali sia prioritaria, si preoccupano costantemente di procurarsene dei nuovi, da consumare attraverso i sensi o da accumulare. Tali genitori, con le parole ma soprattutto attraverso l\u2019esempio dato dal loro comportamento \u2013 offrendosi cio\u00e8 come modelli \u2013 indirizzano quasi esclusivamente i propri figli verso la ricerca di beni materiali atti a soddisfare la stimolazione sensoriale. Di conseguenza l\u2019etologo K. Lorenz \u00e8 giunto a sostenere che l\u2019anello mancante tra le grandi scimmie e l\u2019homo sapiens sia proprio l\u2019uomo, che sembra proprio comportarsi come<em>\u00a0homo sensoriens<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Concludendo possiamo affermare che la famiglia \u00e8 costituita da un variegato complesso di modalit\u00e0 relazionali e di funzioni, il cui attivarsi, persistere ed evolvere garantisce il formarsi di una personalit\u00e0 equilibrata, capace di condurre una vita serena e di contribuire al benessere della collettivit\u00e0. Ogni persona deve poter essere libera di scegliere il tipo di famiglia che corrisponde al proprio sistema di valori, purch\u00e9 vengano rispettate le condizioni che consentono lo svolgimento ottimale dei ruoli e delle funzioni specifiche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><br \/>\nAinsworth (1967), M.D.S.\u00a0<em>Infancy in Uganda: infant care and the growth of\u00a0 attachment<\/em>,\u00a0 Johns Hopkins University Press, Baltimore.<\/p>\n<p>Argyle M. (1988),\u00a0<em>Psicologia della felicit\u00e0<\/em>, Raffaello Cortina.<\/p>\n<p>Bowlby J. (1988),\u00a0<em>Una base sicura<\/em>, Raffaello Cortina Editore, Milano.<\/p>\n<p>Campbell H. J.,<em>\u00a0Le aree del piacere<\/em>, Mondadori, 1974.<\/p>\n<p>Compagnoni F. Piana G. e Privitera S. 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