{"id":2151,"date":"2015-02-01T12:00:00","date_gmt":"2015-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2151"},"modified":"2026-04-12T19:22:23","modified_gmt":"2026-04-12T17:22:23","slug":"nazione-e-comunicazione-globale","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2015\/febbraio\/nazione-e-comunicazione-globale\/","title":{"rendered":"Nazione e comunicazione globale"},"content":{"rendered":"<p>Agli inizi degli anni Ottanta alcuni autorevoli politologi hanno proposto una let-tura nuova \u2013 e in un certo senso dissacrante \u2012 del concetto di nazione. Ernest Gellner, Benedict Anderson ed Eric Hobsbawm hanno dato vita, con i loro differenti contributi, alla cosiddetta interpretazione \u201cculturalista\u201d del-l\u2019idea di nazione e delle forme di nazionalismo affermatesi in Europa nel corso dell\u2019Ottocento e nei primi decenni del Novecento<sup>1<\/sup>.<br \/>\nSuperando i dettami della scuola \u201cetni-cista\u201d, rappresentata soprattutto da Anthony D. Smith, e di quella \u201cmaterialista\u201d di Miro-slav Hroch \u2012 secondo le quali la nazione costituirebbe la forma strutturata di realt\u00e0 etniche, sociali ed economiche gi\u00e0 presenti in un determinato territorio e poi formalizzate come appunto Stati unitari \u2013 la nuova con-cezione vede l\u2019idea di nazione come un puro prodotto culturale; vale a dire il frutto di una costruzione artificiosa, funzionale a precise esigenze politiche ed economiche.<br \/>\nLa lettura critica del fenomeno che questi autori propongono \u00e8 la conseguenza di un\u2019esperienza storica drammatica: l\u2019impatto delle ideologie e della propaganda nazionaliste sulle scelte politiche dei Paesi europei; e la responsabilit\u00e0 che le concezioni nazionaliste, efficacemente veicolate attra-verso i mezzi d\u2019informazione, hanno avuto nell\u2019avvento della prima e della seconda guerra mondiale. Non sfugge a questi autori la concomitanza del fenomeno nazionalista con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione che caratterizza la societ\u00e0 europea gi\u00e0 nella seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento, quando le gran-di agenzie d\u2019informazione (Havas, Wolff, Reuters) hanno ormai una diffusione capillare, le testate giornalistiche hanno consolidato il proprio pubblico, le tecnologie di stampa consentono alte tirature, e quando la forma-zione dei grandi centri urbani, con infra-strutture come le prime reti elettriche, consente una maggiore diffusione delle infor-mazioni e quindi lo sviluppo di una societ\u00e0 e di un pubblico \u201cdi massa\u201d. Pi\u00f9 ancora, la scuola culturalista non pu\u00f2 non considerare la stretta correlazione che esiste fra l\u2019avvento dei nuovi mezzi di comunicazione (il cinema e la radio) e lo strutturarsi dei regimi dittatoriali in Russia, in Italia e in Germania. L\u2019efficacia propagandistica dei mezzi di comunicazione si innesta, insomma, su un terreno gi\u00e0 predi-sposto a costruire l\u2019idea di nazione come un \u201cprodotto culturale\u201d, con i suoi temi ricor-renti, la sua estetica, i suoi elementi retorici.<br \/>\nLa questione va trattata considerando l\u2019efficacia delle tecniche comunicative o dei rituali che vengono messi in atto, e una delle soluzioni retoriche pi\u00f9 potenti che appar-tengono al repertorio del discorso nazionale \u00e8 il suo continuo accreditare la nazione come un fenomeno \u2018naturale\u2019, come un dato di realt\u00e0 strutturatosi attraverso fenomeni fisico-biolo-gici e nel corso di una lunghissima storia<sup>2<\/sup>.<br \/>\nDel resto la cultura letteraria e lo stesso sistema d\u2019istruzione scolastica e universitaria hanno funzionato come una leva potente per costruire prima l\u2019idea di nazione e poi l\u2019ideologia nazionalista. La rappresentazione di un popolo, delle sue radici mitologiche e delle sue aspirazioni, del territorio in cui vive con le caratteristiche e i confini suoi \u201cnatu-rali\u201d, era congeniale a un certo romanticismo germanico, e a quel decadentismo estetizzante italiano che ha come grande protagonista Gabriele D\u2019Annunzio, il poeta-combattente, guida carismatica dei nazionalisti e della politica interventista. Lo stesso insegnamento della geografia viene inserito nelle scuole e nelle universit\u00e0 prussiane a supporto di una strategia politica che punta a descrivere le regioni del centro Europa come destinate, per vocazione naturale, ad essere unificate nella futura Germania. Significativa, in questa prospettiva, la disposizione secondo la quale le discipline della storia e della geografia dovessero essere insegnate in parallelo e da uno stesso docente (nel rispetto forse del principio gi\u00e0 espresso da Kant secondo il quale solo l\u2019abbinamento delle due materie soddisferebbe le basilari categorie della conoscenza, quella spaziale con la geografia e quella temporale con la storia).<br \/>\nNon \u00e8 un caso che proprio in Germania prender\u00e0 forma la disciplina della \u201cgeo-politica\u201d che, cos\u00ec definita dallo svedese Ru-dolph Kjellen creatore di questo neologismo, era in sostanza gi\u00e0 presente nell\u2019opera di Friedrich Ratzel, il geografo che in modo particolare ha teorizzato il rapporto fra dina-miche antropiche e assetti territoriali.<br \/>\nProprio Ratzel, proponendo che le pianure fossero degli spazi naturali di espansione dei popoli pi\u00f9 evoluti incitava all\u2019occupazione di quelle citt\u00e0 che avevano una cultura tedesca. \u00c8 su questo che salte-ranno a pi\u00e8 pari i nazisti di Hitler per poter dar libero sfogo alle loro intenzioni di invasione e sottomissione in un delirio di superiorit\u00e0 e di onnipotenza<sup>3<\/sup>.<br \/>\nLa geopolitica si configura in questa prospettiva come uno strumento ideologico, volto a raffigurare una realt\u00e0 nazionale organica, formata da un popolo omogeneo per etnia e per cultura, legittimato ad espandersi sul territorio sino a quelli che appaiono come i suoi confini naturali. Nella Germania di Hitler sar\u00e0 Karl Haushofer, un geografo di for-mazione militare svincolato dalle metodiche del mondo accademico, a sviluppare la vi-sione geopolitica del regime intorno al concet-to dello \u201cspazio vitale\u201d. Ma tutto questo sar\u00e0 possibile solo mediante una rappresentazione convincente e suggestiva della nazione e del suo destino, una grande costruzione simbolica che possa rendere il concetto visibile e corposo. Gli studi di George Mosse eviden-ziano molto bene come quel regime attinger\u00e0 a temi religiosi e mistici per cementare la nuova idea di nazione, per la cui celebrazione sar\u00e0 fondamentale, ancora una volta, l\u2019im-piego dei mezzi di comunicazione di massa, chiamati a dare visibilit\u00e0 e intensit\u00e0 narrativa alla costruzione della nuova identit\u00e0. In modo non diverso da quanto avviene nella Germania nazista, anche nell\u2019Italia fascista e nell\u2019Unio-ne Sovietica di Stalin le manifestazioni e le cerimonie pubbliche, le descrizioni circa la storia e il destino del popolo, l\u2019appello alla riconquista e alla difesa dei sacri confini territoriali sono gli elementi chiave per l\u2019affermazione di un\u2019idea di nazione; un\u2019idea sistematicamente promossa dai mezzi d\u2019infor-mazione, in particolare il cinema e la radio che proprio negli anni Venti e Trenta vanno raffinando il proprio linguaggio e il proprio rapporto con il pubblico (la costruzione di Cinecitt\u00e0 \u00e8 il grande tributo che il governo fascista riconosce al cinema, come strumento principe nella formazione di una cultura popolare).<br \/>\nIl sodalizio profondo tra i mezzi di comunicazione e le politiche nazionali con-tinuer\u00e0 ad esistere anche dopo la fine della guerra, allorquando le esigenze della ricostru-zione all\u2019interno dei Paesi coinvolti nel conflitto, e la necessit\u00e0 di stabilizzare la nuo-va geografia politica europea, portano i governi dei vari Paesi ad investire nel poten-ziamento delle reti radiotelevisive pubbliche, e nello sviluppo di una programmazione di contenuto e d\u2019interesse prettamente nazionali. Il rapporto tra mezzi d\u2019informazione e governi nazionali si fonda, in questa fase, non pi\u00f9 sulle forzature propagandistiche ma sul re-cupero di elementi della nazionalit\u00e0 quali le esperienze storiche di un popolo, le sue radici culturali profonde, i principi etici e giuridici ispiratori del Paese, lo stesso sistema di governo come espressione di una realt\u00e0 peculiare.<br \/>\nQuesti assetti subiranno un\u2019evoluzione negli anni Ottanta e Novanta per la conco-mitanza di due fattori, relativi rispettivamente al sistema dei media e al contesto politico internazionale. Negli anni Ottanta, l\u2019apertura del mercato radiotelevisivo con l\u2019avvento dei network privati, e con la comparsa nel sistema della comunicazione di grandi player inter-nazionali che entrano in gioco ponendosi in concorrenza con le aziende radiotelevisive nazionali, disegna una \u201cgeografia dei media\u201d che non corrisponde pi\u00f9 alla geografia politica definita dalle tradizionali aree di copertura delle reti nazionali. Negli anni Novanta, la fine della guerra fredda, con il progressivo dissolvimento dell\u2019ex blocco sovietico e il processo di costruzione dell\u2019Unione Europea con una sempre maggiore integrazione sociale e culturale dei suoi cittadini, produce anch\u2019esso l\u2019effetto di ridurre la portata dei sistemi radiotelevisivi nazionali. Lo scenario prospettato da Michael Hardt e Antonio Negri<sup>4<\/sup>, che prevedono un rapido declino dei singoli Stati-nazione a vantaggio di un nuovo ordine globale governato da organismi sovranazionali come la Nato, il G8, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, prospetta un\u2019ulteriore crisi dei media nazio-nali, chiamati a ridefinire la propria missione e il proprio ruolo strategico nei Paesi di appartenenza. Nel descrivere le aree di coper-tura dei nuovi gruppi editoriali, e nell\u2019indaga-re il rapporto che questi stabiliscono con le realt\u00e0 socio-economiche dei diversi territori, la geografia dei media offre dunque, a partire dagli anni Ottanta, una mappa assai pi\u00f9 articolata di quanto potesse essere nel dopoguerra e fino a tutti gli anni Settanta, definendo nuove aree d\u2019influenza che possono risultare in certi casi molto pi\u00f9 piccole, in altri casi molto pi\u00f9 grandi, rispetto a quelle demarcate dalle tradizionali reti nazionali. L\u2019avvento dei network televisivi privati porta in evidenza un fenomeno socio-culturale rimasto a lungo sopito, quello delle comunit\u00e0 locali che tornano ad avere una loro visibilit\u00e0 e una loro connotazione anche in termini di identit\u00e0. La proliferazione delle reti radio-televisive regionali e locali verificatasi in particolare in Italia \u2013 dove gi\u00e0 negli anni \u201990 si registra la presenza di circa 4 mila emittenti radiofoniche e di oltre 700 emittenti televisive locali (una concentrazione che non ha eguali nel panorama mondiale) \u2013 \u00e8 lo specchio di una storia e di una cultura che proprio nel nostro Paese, forse pi\u00f9 che in qualsiasi altro, hanno fatto perno sin dall\u2019epoca medievale sui Comuni e sulle piccole realt\u00e0 municipali, e che tornano attraverso i mezzi di comuni-cazione come realt\u00e0 socio-territoriali alter-native rispetto a quella dello Stato unitario.<br \/>\nNello stesso tempo, i grandi gruppi multinazionali \u2013 vedi ad esempio Time Warner con la rete televisiva CNN e una vasta costellazione di imprese editoriali in America e negli altri continenti; Walt Disney con il network televisivo ABC e una vasta offerta di network e canali tematici accessibili su piattaforma satellitare; News Corporation di Rupert Murdoch, proprietario di un numero esorbitante di testate giornalistiche in tutto il mondo e presente su scala globale con le reti televisive di Sky e Fox \u2012 conquistano spazi sempre maggiori guadagnando in ogni Paese quote di utenti che vengono cos\u00ec a perdere la loro connotazione di spettatori\/cittadini per assumere quella pi\u00f9 generica di spetta-tori\/consumatori. La cosa ha una rilevanza anche in termini politici, se \u00e8 vero che i grandi gruppi dell\u2019informazione sono in netta prevalenze concentrati nel mondo occidentale (Stati Uniti, Australia, Europa) e strettamente collegati ad interessi specifici, come \u00e8 apparso evidente, fra l\u2019altro, nella seconda guerra del Golfo con il ruolo svolto dai network di Murdoch a palese sostegno del Governo Bush. Questo senza voler considerare l\u2019influe-nza che la concentrazione di imprese di comunicazione in determinati luoghi geo-grafici ha sulla percezione d\u2019importanza dei luoghi stessi<sup>5<\/sup>.<br \/>\nLa maggiore offerta di informazione e intrattenimento legata all\u2019avvento dei grandi gruppi globali \u2013 comunque veicolo di ingenti interessi economici e politici \u2012 ha dunque come contropartita l\u2019indebolimento delle identit\u00e0 nazionali, e comporta nuove forme di conflittualit\u00e0, come ad esempio quella descritta da Benedict Anderson<sup>6<\/sup>\u00a0quando analizza l\u2019influenza che l\u2019informazione globale ha sui grandi fenomeni migratori, spinti proprio dalla promozione dei modelli di consumo occidentali; e quando mette queste dinamiche migratorie in connessione con i movimenti neo-nazionalisti estremisti, com-parsi ad esempio in Francia (Front National), in Gran Bretagna (National Front) o in Germania (skinhead) proprio a difesa di una certa integrit\u00e0 nazionale. Scenari conflittuali sono anche quelli tracciati da Samuel P. Huntington, quando descrive, quale effetto della globalizzazione, la strutturazione di grandi blocchi culturali o \u201cdi civilt\u00e0\u201d, caratte-rizzati soprattutto dall\u2019appartenenza religiosa, cos\u00ec che il consolidamento delle grandi potenze (Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia, India e Stati islamici emergenti) sa-rebbe la forma ancora provvisoria di un ordine futuro basato su blocchi religiosi (confessioni cristiane, buddhismo, induismo, islamismo):<br \/>\nVia via che acquisiscono sempre mag-giore potere e sicurezza di s\u00e9, le societ\u00e0 non occidentali tendono a difendere sempre pi\u00f9 strenuamente i propri valori culturali e rifiutare quelli \u2018imposti\u2019 dall\u2019Occidente. (\u2026) In questo nuovo mondo la politica a livello locale \u00e8 basata sul concetto di etnia, quella a livello globale sul concetto di civilt\u00e0. La rivalit\u00e0 tra superpotenze \u00e8 stata soppiantata dallo scontro di civilt\u00e0<sup>7<\/sup>.<br \/>\nAncora una volta \u00e8 il sistema dei media a segnalare queste dinamiche, se \u00e8 vero che il consorzio televisivo paneuropeo Euronews, costituito dalle televisioni nazionali dei Paesi dell\u2019Unione e presente con una program-mazione in oltre dieci lingue, gi\u00e0 agli inizi degli anni Novanta era stato creato non soltanto per favorire l\u2019integrazione europea ma anche per contrastare alcune strategie di penetrazione politica in Europa da parte del mondo islamico e dell\u2019industria giapponese. La grande diffusione delle antenne para-boliche fra la popolazione immigrata dal Maghreb in Francia, cos\u00ec come la presenza di imprese editoriali arabe in Inghilterra fanno temere il diffondersi di una propaganda integralista islamica fuori controllo, cosi come d\u2019altro canto il divieto di installazione di antenne paraboliche individuali in Paesi come l\u2019Arabia Saudita e l\u2019Iran \u00e8 volto proprio a preservare le popolazioni dai rischi di un\u2019influenza culturale occidentale<sup>8<\/sup>.\u00a0Un ulte-riore livello d\u2019azione del sistema dei media \u00e8 quello rappresentato dalle reti telematiche, e dalla formazione di comunit\u00e0 virtuali, che in taluni casi si caratterizzano per la forte valen-za identitaria, fungendo anche da alimento per istanze localistiche e separatiste, e che in altri casi cercano di stabilire connessioni transna-zionali favorendo la costituzione, ad esempio, di movimenti antieuropeisti.<br \/>\nIn questo scenario della comunicazione \u2012 che vede la destrutturazione di un sistema tradizionale e l\u2019avvento di un nuovo assetto polivalente, non del tutto prevedibile nei suoi sviluppi \u2012 il modello rappresentato dalla stretta connessione fra \u201cPaese\u201d e \u201capparato di comunicazione nazionale\u201d sembrerebbe ormai inattuale, anche perch\u00e9 il concetto stesso di nazione stenta a trovare nuove efficaci rappresentazioni. In un sistema dei media sempre pi\u00f9 globalizzato, le politiche di valo-rizzazione delle identit\u00e0 nazionali appaiono effettivamente sacrificate (in parte inibite anche dall\u2019esigenza di realizzare prodotti culturali \u201cpoliticamente corretti\u201d per non alimentare conflitti; e dalla volont\u00e0 di evitare derive di tipo ideologico proprio al cospetto di un\u2019esperienza storica che ha visto le tragiche conseguenze delle esaltazioni naziona-listiche). Il tema della identit\u00e0, che pure \u00e8 strettamente connesso con quello della nazionalit\u00e0, viene sempre pi\u00f9 spesso declinato su entit\u00e0 sociali e territoriali pi\u00f9 piccole (sovente mosse da una volont\u00e0 di differen-ziazione polemica rispetto agli Stati centra-lizzati) o all\u2019opposto su macro-sistemi alternativi gli uni rispetto agli altri (come nel caso prospettato da Huntington di uno scontro di civilt\u00e0 su scala planetaria). Non \u00e8 improbabile che le istanze localistiche possano trovare voce nella costituzione di specifici apparati di comunicazione; e del resto la suggestione secondo la quale all\u2019Europa delle nazioni dovrebbe subentrare un\u2019Europa dei popoli potrebbe prendere corpo solo se spinta da una geografia dei media ad essa funzionale. Allo stesso tempo, \u00e8 ipo-tizzabile una pi\u00f9 ampia convergenza degli apparati nazionali su sistemi sovranazionali, pi\u00f9 funzionali ai nuovi assetti socio-politici. Tuttavia, decretare la fine del sodalizio tra media e Stati nazionali potrebbe essere prematuro, e comunque non auspicabile. Proprio il rischio di nuove conflittualit\u00e0 ali-mentate dall\u2019attuale sistema della comunica-zione globale potrebbe restituire un valore strategico alle aziende nazionali, chiamate a fungere da strutture di mediazione e di compensazione all\u2019interno di dinamiche globali che, anzich\u00e9 stemperare, minacciano di alimentare i conflitti. Con quali rinno-vamenti strutturali questo possa avvenire e con quali contenuti non \u00e8 facile dire. Se \u00e8 vero, per\u00f2, che l\u2019idea di nazione necessita di un sistema di rappresentazione che la renda visibile e condivisibile (soprattutto in un contesto di conflittualit\u00e0 che si manifesta a diversi livelli), allora si deve immaginare che un ruolo importante avranno negli anni prossimi le grandi narrazioni, le vicende salienti della propria\u00a0storia e dei propri valori che ogni Paese sapr\u00e0 selezionare e offrire al pubblico. Se un ruolo potranno ancora avere i sistemi televisivi nazionali, ormai in crisi profonda perch\u00e9 incapaci di recuperare una funzione politicamente strategica, sar\u00e0 proprio quello di farsi promotori di un progetto culturale coraggioso, che sappia mettere da parte i vantaggi economici e organizzativi di una programmazione basata sulla ripetizione pedissequa dei format televisivi internazionali, e che torni ad una programmazione originale, basata sulla ricerca di quanto all\u2019interno di ogni realt\u00e0 nazionale c\u2019\u00e8 di autentico e di originale, e che su questo sappia ricostruire, al posto del fanatismo propagandistico dei regimi anteguerra, una conoscenza pi\u00f9 costruttiva e un sano senso di appartenenza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u00a0<sup>1<\/sup>.I principali testi di riferimento per questa scuola sono stati pubblicati tutti nel 1983, segnatamente: Ernest Gellner,\u00a0<em>Nazioni e nazionalismo<\/em>; Benedict Anderson,\u00a0<em>Comunit\u00e0 immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi<\/em>; Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger,\u00a0<em>L\u2019invenzione della tradizione<\/em>.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>.\u00a0A. M. Banti,\u00a0<em>Le questioni dell\u2019et\u00e0 contemporanea<\/em>, Editori Laterza, Roma-Bari, 2010, p.53.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>.\u00a0G. Bettoni, I. Tamponi,<em>\u00a0Geopolitica e Comuni-cazione<\/em>, Franco Angeli, Milano 2012, p.28.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>.\u00a0Autori del saggio<em>\u00a0Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione<\/em>, pubblicato nel 2000, che evidenzia il peso crescente che gli apparati sovranazionali hanno sugli assetti economico-politici del Pianeta, e che descrive la sostanziale ripartizione dei poteri tra orga-nismi militari, organismi economici e organizzazioni non governative interpreti queste ultime delle istanze democratiche a livello globale.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>.\u00a0E\u2019 stato ad esempio osservato come negli Stati Uniti l\u2019interesse giornalistico, o il richiamo o il prestigio esercitati da alcune citt\u00e0 non riflettano la loro reale importanza, ma dipendano dalla concentrazione delle imprese editoriali e di comunicazione. A questo proposito Roberto Mainardi rileva che: \u201c<em>Un numero limitato di localit\u00e0 &#8211; prime fra tutte Washington, New York, Los Angeles &#8211; fa notizia in modo del tutto sproporzionato alla loro pur grandissima importanza politica, finanziaria, sociale. La rete acefala dovrebbe cancellare ogni gerarchia tra localit\u00e0 diverse, fra centri e periferie. Nella realt\u00e0, la copertura giornalistica delle diverse localit\u00e0 \u00e8 strettamente dipendente dalla presenza nelle localit\u00e0 stesse di apparati di comunicazione<\/em>\u201d. R. Mainardi,\u00a0<em>Geografia delle comunicazioni<\/em>, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1996, p.134.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>.\u00a0Si veda in particolare il saggio<em>\u00a0Il nuovo disordine mondiale<\/em>, pubblicato su \u201cNew Left Review\u201d, n. 193, maggio\/giugno 1992, pp. 3-13.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>.\u00a0Samuel P. Huntington,<em>\u00a0Lo scontro delle civilt\u00e0 e il nuovo ordine mondiale<\/em>, Garzanti, Milano 2006, in Alberto Maria Banti,\u00a0<em>Le questioni dell\u2019et\u00e0 contemporanea<\/em>, Editori Laterza, Roma-Bari 2010, p.313.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>.\u00a0Su questi aspetti una ricognizione interessante \u00e8 quella offerta dal saggio di Kevin Robins e Antonia Torchi<em>\u00a0Geografia dei media. Globalismo, localizza-zione e identit\u00e0 culturale<\/em>, Baskerville, Bologna, 1993.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[888],"fascicolo":[220],"class_list":["post-2151","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-girolamo-rossi","fascicolo-febbraio-2015"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Nazione e comunicazione globale<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Girolamo Rossi, pubblicato nel numero di Febbraio 2015. 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