{"id":2101,"date":"2014-06-01T12:00:00","date_gmt":"2014-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2101"},"modified":"2026-04-12T17:24:19","modified_gmt":"2026-04-12T15:24:19","slug":"la-coldiretti-e-le-donnemarco-foschini","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2014\/giugno\/la-coldiretti-e-le-donne\/","title":{"rendered":"La Coldiretti e le donne"},"content":{"rendered":"<p>Quando nacque nel 1944, la Coldiretti si rivolse ai piccoli e medi coltivatori diretti: il cuore dell\u2019organizzazione furono le famiglie rurali che lavoravano la terra. Il progetto politico fu quello di promuovere la loro partecipazione alla nascente vita democratica del paese e alla crescita socio-economica che segn\u00f2 il passaggio da un\u2019economia rurale ad una industriale e dei servizi. Si mutuava la visione degasperiana di una societ\u00e0 democratica che si avvale della forza civica di un tessuto sociale di lavoratori autonomi (imprenditori agricoli) che ragionano con la loro testa e sanno assumersi responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>La centralit\u00e0 del coltivatore diretto e dell\u2019agricoltura familiare furono i due poli di riferimento di una tensione progettuale in cui si iscrive anche il cammino delle donne; un cammino che si intreccia con i cambiamenti nella nostra societ\u00e0 e con il progressivo emergere nel paese del \u201csoggetto donna\u201d. C\u2019\u00e8 la dimensione pi\u00f9 verificabile di quel cammino, quella legislativa che inizi\u00f2 con le battaglie comuni per il diritto alla pensione ed alla sicurezza sociale; dietro c\u2019era il lavoro sulla formazione e la partecipazione, per il cambiamento di modelli culturali discriminanti e l\u2019affermazione della soggettivit\u00e0 femminile. Era il lontano 1953 quando Bonomi, il primo storico presidente della Coldiretti, chiam\u00f2 la trentina Emma Schwarz, gi\u00e0 responsabile della giovent\u00f9 femminile nell\u2019Azione Cattolica, per creare il Movimento Femminile della Coldiretti. Part\u00ec, allora, la creazione di gruppi di donne ai vari livelli dal locale al nazionale, in cui ci si occup\u00f2 di pensioni, ma anche di scuola, delle abitazioni e delle infrastrutture del territorio rurale, per arrivare al nuovo diritto di famiglia.<\/p>\n<p>Nel 1976 quei gruppi assunsero il carattere di un movimento di categoria autogestito dalle donne che inizi\u00f2 ad occuparsi di temi professionali e sindacali: come la parit\u00e0 dei componenti dell\u2019impresa, la tutela della maternit\u00e0, la legge sull\u2019imprenditoria femminile. Ovviamente, non dobbiamo pensare ad un percorso lineare di successo in successo nella societ\u00e0, nel mondo rurale e nella stessa Coldiretti. Un\u2019iniziativa sintomatica delle speranze e delle difficolt\u00e0 incontrate, nonch\u00e9 della cultura del periodo, risale al 1986, quando i giovani della Coldiretti si fecero promotori di una proposta di legge che intendeva migliorare il loro insediamento nell\u2019impresa familiare. In seguito alla legge di riforma del diritto di famiglia (1975) il nostro codice (all\u2019art.230 bis) aveva introdotto l\u2019istituto dell\u2019impresa familiare. Con la loro iniziativa i giovani della Coldiretti dicevano: \u201cPremesso che la norma non riguarda esclusivamente l\u2019agricoltura, ma tutti i settori produttivi, \u00e8 da tutti condiviso che la sua genesi sia legata proprio al mondo contadino e alla volont\u00e0 di emancipare quei familiari, donne e giovani in particolare, tradizionalmente relegati in posizione di subordinazione rispetto al capo famiglia.\u201d Essi chiedevano che al giovane attivo nell\u2019impresa familiare, come alla moglie, fosse riconosciuta la dignit\u00e0 di co-imprenditore insediato, acquisendo, cos\u00ec, in quanto partecipe dell\u2019impresa, il diritto a ricevere tutte le agevolazioni creditizie e finanziarie disposte a suo favore e da destinare all\u2019impresa. Si svilupp\u00f2 un serrato confronto tra i sostenitori della visione \u201cparitaria\u201d e \u201cgerarchica\u201d dell\u2019impresa familiare: per i primi, i familiari che prestavano lavoro in modo continuativo nella famiglia o nell\u2019impresa familiare erano co-imprenditori, le decisioni si sarebbero dovute prendere a maggioranza e i familiari avrebbero vantato un diritto reale sugli utili, sui beni acquistati con essi, nonch\u00e9 sugli incrementi dell\u2019azienda; per i secondi, l\u2019art. 230 bis disciplinava solo i rapporti all\u2019interno della famiglia, mentre all\u2019esterno l\u2019imprenditore, generalmente il capo famiglia, restava tale e i familiari mantenevano una posizione a lui subordinata. Questa proposta incarnava la contrapposizione tra impresa collettiva e impresa individuale; avrebbe inciso sul cuore dell\u2019agricoltura italiana, poich\u00e9 le imprese familiari erano il 93,6% del totale. La Coldiretti spos\u00f2 la battaglia dei giovani non senza malumori interni; ma nella societ\u00e0 l\u2019idea non pass\u00f2 poich\u00e9 ci fu l\u2019immediata resistenza del mondo economico e giuridico (notai, commercialisti, ecc..), mentre la consistenza della contrapposizione ideale fu superata dall\u2019evoluzione della realt\u00e0. Erano gli anni iniziali della globalizzazione in cui si fece pi\u00f9 forte la pressione del modello dell\u2019agricoltura industrializzata. Nel frattempo la famiglia rurale era gi\u00e0 cambiata: ormai i familiari non lavoravano pi\u00f9 tutti insieme nell\u2019azienda agricola, in cui rimaneva solo il capo famiglia ed, eventualmente, un figlio. Chi poteva trovava lavoro nei settori extra agricoli e di conseguenza era venuta meno quella comunanza del lavoro familiare che era alla base della visione dell\u2019impresa collettiva. Sul finire degli anni settanta si parlava gi\u00e0 di femminilizzazione dell\u2019agricoltura, ma non era un fenomeno molto virtuoso: si trattava di sostituzione del lavoro maschile uscito dal settore. Gli anni novanta si aprirono con l\u2019intensificazione della competizione sui mercati agricoli internazionali e con una riforma delle politiche agricole che ne diminu\u00ec il grado di protezione; diventava evidente che se l\u2019agricoltura italiana fosse rimasta circoscritta al modello industrializzato dominante, non avrebbe avuto un futuro. La Coldiretti reag\u00ec puntando sulla multifunzionalit\u00e0 e la diversificazione del lavoro agricolo della rete territoriale delle imprese agricole che fanno prodotti di qualit\u00e0 legati alla tradizione alimentare. In breve, assumono la sostenibilit\u00e0 nella sua triplice dimensione, ambientale, economica e socioculturale, e creano le premesse per una produzione e un consumo responsabili. Nel far ci\u00f2 la Coldiretti assunse e diede una veste strategica e culturale a quanto le imprese, quasi sempre familiari, stavano iniziando a fare sul territorio e, questa volta, le donne avrebbero avuto un ruolo realmente importante nel cambiamento. Nelle loro riflessioni le donne della Coldiretti lo hanno interpretato come uno di quei casi della storia in cui tutto si incrocia: da un lato l\u2019emergere di una nuova realt\u00e0 dell\u2019imprenditoria femminile, dall\u2019altro la necessit\u00e0 e lo spazio per un \u201cfare impresa al femminile\u201d dove sono presenti, oltre alla prospettiva economica, anche sensibilit\u00e0, attitudini, attenzioni verso la compatibilit\u00e0 con l\u2019ambiente, la salute delle persone, la cura del territorio. Esse sostengono che c\u2019\u00e8 un patrimonio immateriale nel fare impresa al femminile che risponde in pieno ai nuovi bisogni della societ\u00e0 post industriale: la qualit\u00e0 della vita, l\u2019identit\u00e0, il benessere, il tempo della natura ed i suoi ritmi, la responsabilit\u00e0 sociale. Ci\u00f2 spiegherebbe il successo dei \u201cnuovi prodotti\u201d, dall\u2019agriturismo alle fattorie didattiche, dalle produzioni tipiche del territorio alla ricerca dei sapori della tradizione. Tendenze confermate anche dai dati: le donne titolari d\u2019impresa sono ormai il 30% del totale, sono presenti nelle formule pi\u00f9 innovative, anche in imprese di dimensioni medio grandi; migliora il loro livello di istruzione e si assiste ad una nuova attenzione da parte di donne giovani verso l\u2019avventura dell\u2019imprenditorialit\u00e0 agricola. Dunque, donne e impresa agricola \u00e8, secondo le donne della Coldiretti, un binomio da leggere con occhi diversi rispetto al passato. La prontezza con cui le donne hanno saputo trasformare ruoli e saperi tradizionali in impresa (vedi agriturismo, fattorie didattiche, ecc.) costituisce una riserva di fantasia e tenacia che incrocia con eccezionale tempestivit\u00e0 la necessaria rigenerazione dell\u2019agricoltura e la risposta che essa deve dare ai nuovi bisogni della societ\u00e0: salute, benessere, ambiente, territorio. Per interpretare e rappresentare pi\u00f9<\/p>\n<p>velocemente questi processi, il vecchio Movimento femminile si trasform\u00f2 nel 1998 in un Coordinamento, iniziando un percorso che lo port\u00f2 a diventare Coldiretti Donne Impresa nel 2008. Nelle novit\u00e0, talvolta presentate con quel leggero entusiasmo che non guasta in un paese viziato di immobilismo, ci sono gli ingredienti per il cammino e gli approfondimenti che abbiamo davanti. Innanzitutto, la famiglia rurale e l\u2019impresa familiare agricola: se per troppo tempo si \u00e8 pensato alla famiglia rurale come qualcosa di immune dal contagio dei tempi, per poi scoprire che non era cos\u00ec e nelle campagne potevano esserci insospettabili fenomeni di sgretolamento familiare, ora si rischia di non vedere che questi processi rilanciano il ruolo della famiglia come spazio di un\u2019attivit\u00e0 condivisa pluridimensionale e non chiusa sull\u2019azienda. Di pi\u00f9, anche se non tutti lavorano nell\u2019impresa familiare agricola, questa famiglia pu\u00f2 essere uno spazio di cura e attenzione reciproca dove la fiducia ricevuta e data, la coscienza del proprio saper e poter fare, diventa identit\u00e0 comunitaria, capacit\u00e0 di riconoscersi e di reciprocit\u00e0 nella rete di relazioni di cui la famiglia \u00e8 un nucleo, uno snodo attivo. Siamo molto oltre le arcinote chiusure familistiche, siamo molto oltre anche alla vecchia immagine dell\u2019impresa collettiva con una parit\u00e0 imposta per diritto. Occorre approfondire le ragioni e le fondamenta di questa capacit\u00e0 di riconoscere e riconoscersi nella comunit\u00e0\/societ\u00e0, nel rapporto con il creato e con la propria cultura. Una cultura da tempo abitata da una presenza cristiana che si sta rigenerando, ma che ha bisogno della consapevolezza vissuta della\u00a0sua forza per trasformare il mondo, ancora una volta. Le donne del mondo agricolo hanno intuito la radice della novit\u00e0 di immagini come benessere\/qualit\u00e0 della vita, ambiente, territorio, salute che non \u00e8 soltanto l\u2019assenza della malattia; anche qui occorre allargare e approfondire gli orizzonti di quelle intuizioni per fare in modo che i loro semi cadano su un terreno fertile per un percorso che lega insieme lavoro (a partire dalla fattibilit\u00e0 economica) e vita.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[930],"fascicolo":[211],"class_list":["post-2101","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-marco-foschini","fascicolo-giugno-2014"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - La Coldiretti e le donne<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Marco Foschini, pubblicato nel numero di Giugno 2014. 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