{"id":2074,"date":"2014-02-01T12:00:00","date_gmt":"2014-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2074"},"modified":"2026-04-12T16:21:46","modified_gmt":"2026-04-12T14:21:46","slug":"migrazione-etica-sociale-e-accoglienza-psicologica","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2014\/febbraio\/migrazione-etica-sociale-e-accoglienza-psicologica\/","title":{"rendered":"Migrazione: etica sociale e accoglienza psicologica"},"content":{"rendered":"<p>Si stima che attualmente nel mondo vi siano oltre 200 milioni di migranti e rifugiati, con un incremento del 50%\u00a0fatto registrare negli ultimi 35 anni. Ed il trend di crescita sembra destinato a continuare.<br \/>\nAll&#8217;interno di un simile scenario sta diventando sempre pi\u00f9 frequente la richiesta di aiuto psicologico da parte di immigrati che manifestano numerosi e svariati problemi, generalmente ascrivibili a tematiche comuni, quali le difficolt\u00e0 di conoscenza di una cultura diversa e spesso molto divergente da quella di origine; l&#8217;accettazione delle reciproche differenze e le relative problematiche d\u2019inserimento; l&#8217;apprendimento di una nuova lingua e delle conseguenti complesse modalit\u00e0 di comunicazione; il senso di precariet\u00e0 nei confronti del futuro e, nell&#8217;immediato, della permanenza nel Paese di arrivo; ed infine, molto spesso, la comparsa di veri e propri disturbi psicologici e\/o psicosomatici, che accompagnano tutte le altre difficolt\u00e0 gi\u00e0 elencate.<br \/>\nLa complessit\u00e0 delle problematiche presenti spesso mette in crisi gli operatori che si occupano da vicino di migranti nei Centri di Salute Mentale, presso la Caritas, nelle Parrocchie, nelle Scuole, presso le Associazioni di volontariato e nei Centri di Accoglienza per persona immigrate. Gli operatori infatti lamentano sempre pi\u00f9 frequentemente difficolt\u00e0 di relazione e di comunicazione con soggetti di provenienza culturale estremamente eterogenea: nonostante l\u2019intervento dei mediatori culturali, la reciproca comprensione viene ampiamente\u00a0ostacolata dalle notevoli differenze negli stili di vita praticati e che si frappongono alla piena comprensione del messaggio veicolato attraverso la parola e i gesti.<\/p>\n<p>Gayatri Chakravorty Spivack (Chakravorty Spivack G., Milevska S. e Barlow T.E., 2006; Chakravorty Spivak G., 2013) sottolinea quanto sia difficile &#8211; se non addirittura impossibile &#8211; conoscere una lingua straniera nelle sua struttura pi\u00f9 profonda: la struttura profonda di una lingua ha infatti caratteristiche semantiche derivate da un complesso di informazioni di natura culturale, quasi geneticamente determinate, in quanto parte di un patrimonio che si \u00e8 formato attraverso stratificazioni ontologiche temporali e spaziali in continua evoluzione, volte a tracciare un tipo di identit\u00e0 che pu\u00f2 essere rappresentativo quasi solo in un preciso momento, pur conservando una tradizione riconoscibile dai soggetti appartenenti alla stessa comunit\u00e0.<br \/>\nIn ragione di ci\u00f2, l\u2019idea stessa di identit\u00e0 culturale rischia di collocarsi in posizione di barriera contrapposta che, invisibilmente, contrasta la comunicazione, bloccando l\u2019individuo &#8211; proprio a causa della sua identit\u00e0 &#8211; all&#8217;interno di posizioni ferree o entro poco duttili modalit\u00e0 di affrontare e gestire le conflittualit\u00e0; una fermezza che potrebbe essere genericamente la spia di una scarsa flessibilit\u00e0 cognitiva o della personale indisponibilit\u00e0 a cambiare i valori di base di cui ciascuno di noi \u00e8 portatore.<br \/>\nIl contesto sociale democratico e la condivisione dei valori sono gli elementi fondanti dell\u2019attuazione di una pragmatica interculturale. La contestualizzazione delle problematiche relative alla comunicazione in un contesto filosofico democratico \u00e8 stata magistralmente affrontata dal filosofo Norberto Bobbio (1984), il quale fa appello ai valori necessari alla realizzazione di uno stato democratico. Bobbio sostiene che \u201c&#8230; sono necessari degli ideali e questi ideali sono spesso il risultato di grandi lotte che hanno prodotto delle regole\u201d (pp. 29-30). Quale primo ideale egli menziona la \u201ctolleranza come opposizione al fanatismo, ovvero la credenza cieca nella propria verit\u00e0\u201d (ibidem); prosegue parlando della non violenza e, parafrasando Popper, cita l&#8217;adagio secondo il quale un Paese democratico si distinguerebbe da uno non democratico per la possibilit\u00e0 che i suoi cittadini hanno di &#8220;<em>sbarazzarsi dei governanti senza spargimento di sangue<\/em>\u201d (ibidem); infine, come terzo l\u2019ideale, propone \u201cla fratellanza, la fraternit\u00e0 della rivoluzione francese \u2026 che riunisce tutti gli uomini in un comune destino\u201d (ibidem).<br \/>\nK.A. Appiah (2007) ribadisce l\u2019importanza del dialogo e della conversazione quali strumenti e metodiche fondamentali per la ricerca di una convivenza pacifica e soddisfacente fra persone di lingua e cultura diverse. L&#8217;autore ritiene la lingua uno strumento troppo povero perch\u00e9 possa esaustivamente contenere e contribuire ad esternare tutto ci\u00f2 che \u00e8 rappresentato nella mente di un individuo. Attraverso il linguaggio \u00e8 possibile trasmettere contenuti che non corrispondono necessariamente al reale e profondo significato che vi attribuisce quella speciale unit\u00e0 \u2013 complessit\u00e0 di pensiero\/atteggiamento\/sentimento\/lingua propria di chi parla. Appiah specifica che i concetti, quali espressione di principi o di valori morali, pur se veicolati dalla lingua, \u201cracchiudono una sorta di consenso sociale\u201d che permette a tutti di percepire quel dato concetto in modo uniforme. Suggerisce pertanto il modo migliore per mettersi in ascolto degli altri: \u201cUna conversazione capace di superare le barriere dell\u2019identit\u00e0 \u2013 sia essa nazionale, religiosa o di altro tipo \u2013 richiede una sorta di impegno iniziale, lo sforzo di immaginazione che facciamo quando leggiamo un romanzo o vediamo un film, o osserviamo un\u2019opera d\u2019arte che ci parla di un posto diverso da dove siamo noi. Cos\u00ec, uso la parola conversazione non solo in senso letterale, ma anche come metafora per indicare il coinvolgimento, l\u2019incontro con l\u2019esperienza e le idee degli altri. [\u2026] La\u00a0<em>conversazione<\/em>\u00a0non deve necessariamente portare al consenso, e comunque non al consenso dei valori; \u00e8 gi\u00e0 sufficiente che aiuti le persone ad abituarsi l\u2019una all\u2019altra\u201d (p. 98).<br \/>\nSe mettersi in viaggio significa lasciare persone care, luoghi nei quali si \u00e8 vissuto, cose e abitudini familiari, allora la migrazione implica necessariamente una frattura, il distacco forzato da qualcuno (familiari, amici) e da qualcosa (la casa, il quartiere, il luogo di lavoro). Ma non solo: migrare significa implicitamente di pi\u00f9. Significa abbandonare tutti gli involucri che ci hanno protetto sino a quel momento: il ventre materno, il parco del quartiere dove giocavamo da bambini, la famiglia, il gruppo di amici, i tanti luoghi di socializzazione (il bar, la piazzetta, la strada del passeggio, il circolo); lasciare tutto per dirigersi altrove, in luoghi lontani dalle immagini consuete, dagli odori e dai suoni familiari, da tutte quelle sensazioni che si \u00e8 imparato a conoscere e che costituiscono i solchi e i primi tracciati della storia personale, l&#8217;impalcatura grazie alla quale il codice di funzionamento psichico ha preso gradualmente forma, sino ad arrivare a compiersi e a stabilizzarsi. Il risultato \u00e8 quello di trovarsi a met\u00e0 strada tra due culture, quella di provenienza e la nuova che ci accoglie. E&#8217; inevitabile vivere sulla pelle le molte contraddizioni che ne derivano; le conseguenze possono essere la voglia di rifiutare in toto la nuova cultura o, viceversa, il tentativo di integrarsi pienamente, tra la paura di essere rifiutati a causa della propria diversit\u00e0 e la tentazione di rifiutare le proprie origini. In modo aristotelico, la soluzione pi\u00f9 funzionale e adeguata sar\u00e0 quella di riuscire a trapiantare le proprie radici dalla realt\u00e0 di origine alla nuova senza rinunciare a se stessi, alla propria identit\u00e0, aprendosi agli innesti provenienti dal nuovo humus ambientale, relazionale e culturale.<br \/>\nGrazia Biorci (2009) afferma che: \u201cTra le variabili che pi\u00f9 spesso si riscontrano nei colloqui terapeutici introduttivi, vi sono le situazioni di difficolt\u00e0 di percezione di se stessi dentro di s\u00e9 e in relazione al mondo esterno. Il disagio che ne deriva sono momenti di scollamento in cui l\u2019individuo si sente\u00a0<em>spaesato<\/em>\u00a0e rischia di sviluppare delle tecniche o delle modalit\u00e0 di sopportazione o superamento del disagio che possono sfociare in comportamenti usualmente reputati devianti o violenti. Molto spesso le lunghe separazioni, ma anche i ricongiungimenti, sono fonte di grandi tensioni nelle persone immigrate. Questi eventi, infatti, impongono un periodo difficile nel quale si devono riconoscere gli altri, parenti anche strettissimi, si deve tentare la ricostruzione del contatto e della relazione fra persone che, pur legate da parentela o da grande affetto, hanno percorso, tuttavia, una parte del cammino da soli e distanti dal proprio ambiente nativo\u201d (p. 214).<br \/>\nUna situazione nuova e inusuale crea spesso incertezza e smarrimento e richiede un tempo di adattamento pi\u00f9 o meno prolungato a seconda della personalit\u00e0 di chi la affronta e dei luoghi nei quali prende forma. Cos\u00ec il migrante che arriva in terra straniera, quando entra in contatto con la societ\u00e0 che lo ospita, sperimenta frequentemente un fastidioso senso di disagio di fronte all\u2019ignoto. \u00c8 ricorrente che avverta un sentimento di estrema solitudine, in quanto lontano da familiari e amici, sradicato dalle sue tradizioni e proiettato in un mondo a lui estraneo. Privato della propria identit\u00e0 culturale e invischiato in una realt\u00e0 che spesso fatica a comprendere e dalla quale spesso non \u00e8 compreso, facilmente si trova a sperimentare l&#8217;indifferenza, quando non l&#8217;intolleranza e l&#8217;ostilit\u00e0, del nuovo ambiente.<br \/>\nWinnicott (1971) considera l\u2019eredit\u00e0 culturale come un\u2019estensione dello \u00abspazio potenziale\u00bb tra l\u2019individuo e il suo ambiente. L\u2019uso di tale spazio \u00e8 subordinato alla formazione di uno spazio fra due: tra l\u2019Io e il Non-Io, tra il Dentro (gruppo di appartenenza) e il Fuori (gruppo ricevente), tra il Passato e il Futuro. L\u2019emigrazione ha quindi bisogno di uno spazio potenziale che gli serva da luogo di transizione e da tempo di transizione, tra il \u201cpaese &#8211; oggetto materno\u201d e il nuovo mondo esterno. Se la creazione di un spazio siffatto non avviene, si determina una rottura nel rapporto di continuit\u00e0 tra l\u2019ambiente circostante e il S\u00e9. L\u2019\u00aboggetto transazionale\u00bb viene vissuto come qualcosa che non \u00e8 creato e controllato soggettivamene e neppure separato e trovato, ma che in qualche modo si trova nel mezzo. La frattura che si genera pu\u00f2 essere paragonata all&#8217;assenza prolungata dell\u2019oggetto desiderato dal bambino, che facilmente conduce alla perdita delle capacit\u00e0 di simbolizzazione e al bisogno di ricorrere a difese pi\u00f9 primitive. La madre crea quello che Winnicott definisce l\u2019ambiente di holding: uno spazio fisico e psichico in cui il bambino \u00e8 protetto senza sapere di esserlo, in modo che proprio questa dimenticanza costituisca la base dalla quale potr\u00e0 partire spontaneamente per le esperienze successive (p. 153). Parimenti l&#8217;emigrante, con la perdita dei personali oggetti rassicuranti, subisce forzosamente una diminuzione delle proprie capacit\u00e0 creative; il loro recupero dipender\u00e0 dalla possibilit\u00e0 di elaborare lo stato di deprivazione e dalla personale capacit\u00e0 di superarlo.<br \/>\nAncora prima di giungere nel paese straniero, in realt\u00e0, alcuni elementi possono almeno in parte definire il carattere e l\u2019esito del progetto migratorio: le ragioni della partenza, la motivazione al viaggio, la concezione della migrazione, la cultura d\u2019origine. L\u2019impatto con una societ\u00e0 distante dall&#8217;Eldorado prefigurato prima della partenza e che invece il pi\u00f9 delle volte \u00e8 inaccogliente e inospitale, distrugge le attese e le speranze del migrante; questi facilmente potr\u00e0 sperimentare un profondo senso di disagio psicologico, espresso attraverso un malessere che non di rado arriver\u00e0 a somatizzare (talvolta arrivando persino a sviluppare un vero e proprio disturbo mentale) e che spesso lo condurr\u00e0 alla fuga dal nuovo ambiente &#8211; percepito come ostile &#8211; e al ritorno in patria, da sconfitto.<br \/>\nL\u2019impatto con la nuova cultura dunque abbisogna necessariamente di un dato tempo di assestamento e di riflessione, che consenta al nuovo arrivato di conoscere il nuovo contesto e di adattarvisi. Anche se l\u2019emigrazione \u00e8 sicuramente una delle circostanze della vita che pi\u00f9 espongono la persona a forme di disorganizzazione psichica, laddove l\u2019individuo possieda sufficienti capacit\u00e0 di elaborazione cognitiva riuscir\u00e0 a superare la crisi e potr\u00e0 persino assumerla quale occasione di \u201crinascita\u201d: l&#8217;uomo vecchio si immerge interamente nel fonte battesimale per riemergerne come un uomo nuovo, in una sorta di &#8220;ri-creazione&#8221;.<br \/>\nDiversi autori considerano la migrazione come un grande rischio: da una parte, in ragione della condizione economica e sociale in cui si collocano gli individui e i gruppi migranti; dall\u2019altra, per il fatto di minare l\u2019integrit\u00e0 identitaria del soggetto, attraverso uno shock culturale tale da produrre dei disturbi psichici. L\u2019assistenza psicologica a queste persone \u00e8 certamente un\u2019impresa difficile e necessita, per l&#8217;accennata complessit\u00e0 delle problematiche compresenti, di formazioni multiple. La stessa relazione clinica non si presenta come un semplice contatto tra due singoli, ma racchiude un ponte tra due mondi, ognuno dei quali riproduce le proprie conoscenze, le personali credenze e le singole attese.<br \/>\nAnche se la comprensione dell\u2019esperienza psicologica dei migranti non necessita di una psicologia ad hoc, essa non pu\u00f2 che fondarsi su conoscenze che rinviano allo sviluppo dell\u2019essere umano e che mettono in evidenza le diverse variabili in gioco: il ruolo delle interazioni con l\u2019ambiente familiare, il carattere strutturante delle interazioni sociali, i legami tra il funzionamento affettivo, cognitivo e sociale, le dinamiche dei rapporti interpersonali e intergruppo, i meccanismi della costruzione del s\u00e9 e dell\u2019identit\u00e0, il ruolo delle inserzioni sociali, ecc.<br \/>\nBlasi (1982) sottolinea come la responsabilit\u00e0 morale sia il frutto dell\u2019integrazione della moralit\u00e0 nell\u2019identit\u00e0 o nel senso di s\u00e9 di una persona. Il bisogno di identit\u00e0 si sviluppa nel corso degli anni e si esprime con forza nel braccio di ferro che l&#8217;adolescente intraprende con i genitori relativamente al suo modo di comportarsi. Secondo David Haug (2007), biologo evoluzionista presso l&#8217;Universit\u00e0 di Harvard, la lotta generazionale ha inizio gi\u00e0 nel grembo materno. Durante la gravidanza infatti si svolge il prototipo di tutti i conflitti futuri: la lotta inconscia tra la madre e il feto per l&#8217;accaparramento delle sostanze nutritive. Il feto non si comporta passivamente nella pancia della madre, in attesa di essere nutrito: la placenta infatti genera dei vasi sanguigni che vanno letteralmente ad invadere i tessuti materni, per estrarne le sostanze nutritive necessarie al suo mantenimento e sviluppo. A sua volta la madre, in virt\u00f9 delle leggi della selezione naturale, cerca di ostacolare tale invasione, volendo conservarsi sana per la prole futura. Si verifica insomma una sorte di tiro alla fune: solo se la bandierina rester\u00e0 al centro, muovendosi solo impercettibilmente in un campo o nell&#8217;altro, saranno evitati esiti funesti per l&#8217;uno o per l&#8217;altro dei due contendenti. Se il feto tira troppo dalla sua parte certamente se ne avvantagger\u00e0, ma correr\u00e0 anche il serio rischio di restare orfano di madre; viceversa, se la madre si opporr\u00e0 in modo troppo deciso alle richieste del feto, rischier\u00e0 di generare un figlio debole e poco vitale.<br \/>\nDetto per inciso, probabilmente varrebbe la pena di diffondere la conoscenza di questa recente scoperta fra i tanti antagonisti dei quotidiani conflitti tra popoli, societ\u00e0, religioni, razze, culture, classi sociali ed economiche, nonch\u00e9 tra i singoli individui, perch\u00e9 siano consapevoli del fatto che solo quando la bandierina del tiro alla fune resta al centro tra i campi dei diversi contendenti tutti ne trarranno vantaggio: solo in questo modo la pace potr\u00e0 veramente regnare sulla terra.<br \/>\nNucci (2001, 2002) sottolinea che il bisogno psicologico di avere una sfera personale, la conseguente formazione dell\u2019ambito personale e le rivendicazioni individuali della libert\u00e0 sono necessarie perch\u00e9 la persona contribuisca come individuo al processo (sia interpersonale che interiore) che conduce alla reciprocit\u00e0 morale, al rispetto vicendevole e alla cooperazione. Se dall\u2019ambito personale non scaturissero le rivendicazioni alla libert\u00e0 non esisterebbe, secondo Nucci, alcun concetto morale dei diritti. E&#8217; invece proprio il discorso morale che trasforma le rivendicazioni individuali alla libert\u00e0 in obblighi morali condivisi: senza tale reciprocit\u00e0 infatti, come evidenziato da Piaget (1932), le rivendicazioni personali alla libert\u00e0 possono dare origine a tendenze narcisistiche o allo sfruttamento degli altri; \u00e8 questo il caso di quei soggetti che non passano da una moralit\u00e0 autonoma ad una eteronoma, rimanendo fissati ad una fase egocentrica. Ne consegue che la moralit\u00e0 e la libert\u00e0 personale non solo non sono contrapposti, ma costituiscono aspetti interdipendenti dello sviluppo umano. E\u2019 proprio lo sviluppo, storicamente contestualizzato, delle rivendicazioni individuali della libert\u00e0 \u2013 che riflette i bisogni psicologici fondamentali e astorici \u2013 che stimola il discorso morale e allo stesso tempo fornisce l\u2019impulso per una possibile critica dello status quo. In questa prospettiva, lo sviluppo morale deve essere considerato contemporaneamente universale e plurale, individuale e sociale. Esso riconosce che, se da un lato le conoscenze morali individuali rispecchiano caratteristiche intrinseche e ineluttabili dell\u2019interazione umana e dei bisogni psicologici individuali, dall\u2019altro la moralit\u00e0 dei diritti umani sar\u00e0, nelle sue forme pi\u00f9 mature e fondate sui principi, sempre il prodotto di un impegno collettivo (Nucci, 2002, pp. 93-94).<br \/>\nUscire dall\u2019Io per andare verso l\u2019altro rappresenta una grande modalit\u00e0 di prevenzione di tanti disturbi di tipo psicologico e organico. Manca ancora per\u00f2, purtroppo, la progettazione di una \u201cstrategia di prevenzione generalizzata\u201d che, secondo la relazione dell\u2019Osservatorio Nazionale per l\u2019Infanzia (2009), permetterebbe di andare oltre il mero intervento informativo o sanitario rivolto ai portatori di un comportamento deviante gi\u00e0 acquisito, arrivando al cuore del problema: l\u2019intervento sulle cause sociali del fenomeno stesso.<br \/>\nLa condotta collaborativa diviene il presupposto necessario, oltre che per migliorare il benessere personale, anche per costruire un civismo sociale allargato, che consenta quel &#8220;riarmo morale e civico&#8221; di cui si parla da tempo anche in ambito politico. \u201cEducare alla socialit\u00e0\u201d: si tratta di entrare in un&#8217;ottica educativa fondata sulla reciprocit\u00e0 e sulla dialettica, sulla cooperazione e sulla reciproca intesa. Esemplificativa di quest&#8217;ottica \u00e8 una fiaba rabbinica che narra di uno dei giusti il quale, dopo la morte, arriv\u00f2 nell&#8217;altro mondo. Dapprima un angelo lo condusse in una sala da pranzo: intorno ad un tavolo sedevano parecchie persone, smagrite al punto tale che se ne potevano contare le costole: erano sul punto di morire di fame, eppure il tavolo era imbandito con prelibate vivande. Ognuno di loro aveva un cucchiaio lungo tre metri, con il quale era impossibile portare il cibo alla propria bocca, potendo invece solo imboccare il vicino che sedeva di fronte a s\u00e9: eppure i commensali preferivano non farlo e soffrire piuttosto la fame. Quindi il giusto fu condotto in un&#8217;altra sala: vi era un tavolo identico, imbandito con le medesime vivande; intorno sedevano numerose persone con gli stessi lunghi cucchiai, ma erano grassi e pasciuti, felici e gaudenti. Il giusto vide che ciascuno imboccava il vicino di fronte. &#8220;Questo &#8211; gli disse l&#8217;angelo &#8211; \u00e8 il paradiso, mentre dov&#8217;eri prima, beh &#8230; quello era l&#8217;inferno&#8221;.<br \/>\nLa\u00a0<em>norma della responsabilit\u00e0 sociale<\/em>\u00a0prescrive di assistere coloro che hanno bisogno di aiuto, o sono in una condizione di dipendenza fisica o morale (come i figli nei confronti dei genitori). &#8220;<em>Il fine ultimo di questo modello prosociale non \u00e8 &#8230; di creare dei &#8220;buoni samaritani&#8221; o degli eroi, quanto di aiutare i bambini<\/em>\u00a0(e gli individui in genere)\u00a0<em>ad intraprendere e mantenere interazioni positive con gli altri in maniera continuativa &#8230; L\u2019obiettivo principale \u00e8 promuovere un orientamento di cooperazione sociale in cui sia data uguale importanza sia ai bisogni altrui che a quelli propri<\/em>&#8220;. (Yzaguirre).<br \/>\nL\u2019immigrato richiama categorie d\u2019inclusione ed esclusione sociale quali quelle di \u201ccittadino\u201d e di \u201cstraniero\u201d (interno alla societ\u00e0 come partecipante allo sviluppo economico, ma esterno in quanto non cittadino). Essere\u00a0<em>dentro<\/em>\u00a0significa sentirsi appartenente al gruppo nel quale ci si rispecchia, poich\u00e9 ci si sente accettati ed amati. L\u2019appartenenza si trasforma cos\u00ec in difesa dal nemico comune: ci si unisce nell\u2019idealizzazione di un \u201cente\u201d comunemente riconosciuto come superiore, al quale offrire la propria dipendenza condivisa (in questo caso la Patria, la religione, le associazioni e cos\u00ec via.). Il\u00a0<em>dentro<\/em>, quindi, \u00e8 concepibile solo se si configura un\u00a0<em>fuori<\/em>, inteso come estraneit\u00e0 simbolizzata, come \u201cnemico\u201d. Tutto ci\u00f2 che \u00e8\u00a0<em>fuori<\/em>\u00a0\u00e8 concepito come diverso, come altro da s\u00e9, come forestiero, come minaccia. Verso \u201cl\u2019altro\u201d si vive un duplice atteggiamento che va dall\u2019attrazione, dal desiderio di esplorazione e di conoscenza, alla rabbia distruttiva, all&#8217;invidia, alla sfida. Tale ambivalenza \u00e8 presente tanto a livello sociologico che a livello culturale e psicologico. Dalle testimonianze emerge come \u2013 anche quando la partenza dal proprio Paese \u00e8 una libera scelta \u2013 siano presenti, al contempo, sentimenti di paura e di colpevolezza per aver abbandonato la propria patria, la propria famiglia. La migrazione si manifesta quindi come elemento critico &#8211; generativo tanto di una serie di potenziali vantaggi (come l\u2019accesso a una nuova opportunit\u00e0 di vita, di speranza e di orizzonti), quanto di un insieme di difficolt\u00e0 e di tensioni.<br \/>\nAlessandra Diodati (2013), responsabile degli aspetti solidali della Croce Rossa Italiana e del progetto Praesidium a Lampedusa (dove \u00e8 allestito un servizio di supporto psicologico ai superstiti dei drammatici naufragi), afferma che &#8220;Sopravvivere a volte \u00e8 la questione pi\u00f9 difficile, per persone che stanno vivendo uno stato che passa dall&#8217;incredulit\u00e0 alla sensazione di colpa per avercela fatta e non essere riusciti a salvare gli altri, con l&#8217;ulteriore difficolt\u00e0 di non riuscire ad esprimersi in una lingua che non si conosce &#8230; Di certo il processo per superare questi eventi e&#8217; sempre molto lungo&#8221;,<br \/>\nConcludiamo ricordando la Costituzione della Repubblica Italiana, che all\u2019art. 3 comma 1 recita: \u201cTutti i cittadini hanno pari dignit\u00e0 sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali\u201d; e la \u201cDichiarazione Universale dei Diritti Umani\u201d, adottata dall\u2019Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre del 1948, costituita da trenta articoli che esprimono l\u2019evoluzione del pensiero etico nella civilt\u00e0 umana. Nel preambolo &#8211; comma 3 \u2013 leggiamo: &#8220;E&#8217; indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l&#8217;uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l&#8217;oppressione.&#8221;. L\u2019articolo 1, comma 1, afferma che \u201cTutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignit\u00e0 e diritti\u201d. Nell\u2019articolo 2, comma 1, si precisa che \u201cAd ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libert\u00e0 enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione\u201d. Infine l\u2019articolo 29 al comma 1 recita che \u201cOgni individuo ha dei doveri verso la comunit\u00e0, nella quale soltanto \u00e8 possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><br \/>\nAppiah K.A.,\u00a0<em>Cosmopolitismo. L\u2019etica in un mondo di estranei<\/em>, Laterza, 2007;<br \/>\nBlasi C.,\u00a0<em>Moral cognition and moral action: a theoretical perspective<\/em>, in \u00abDevelopmental Review\u00bb, 3, 1983, pp. 178-210;<br \/>\nBiorci B.,\u00a0<em>Verso una pragmatica intercultuale: l\u2019espressione e l\u2019interpretazione del disagio psicologico degli immigrati<\/em>, RiMe, 2009, 2, 207-218;<\/p>\n<p>Bobbio N.,\u00a0<em>Il futuro della democrazia<\/em>, Torino, Einaudi, 1984;<\/p>\n<p>Chakravorty Spivack G., Milevska S. e Barlow T.E.,\u00a0<em>Conversations with Gayatri Chakravorty Spivak<\/em>, Calcutta, Seagull Books, 2006;<br \/>\nChakravorty Spivak G., intervento\u00a0<em>al Meetix \u2013 Europa Mediterraneo Culture<\/em>, Fondazione per la Cultura, Genova, 5.12.2013;<br \/>\nDiodati A., intervista su intervento con immigrati, Lampedusa, Adnkronos, 4.10.2013;<br \/>\nHaug D.,\u00a0<em>Bulli in pancia<\/em>, Psicologia Contemporanea, Giunti, 2007, 200, 2-3;<br \/>\nNucci L.P. ,\u00a0<em>Education in the moral domain<\/em>, Cambridge, Cambridge University Press, 2001.<br \/>\nNucci L.P.,\u00a0<em>Educare il pensiero morale. La costruzione del S\u00e9 e i concetti di giustizia, diritti, uguaglianza e benessere<\/em>, Trento, Erikson, 2002;<br \/>\nOsservatorio Nazionale per l\u2019Infanzia e l\u2019Adolescenza,\u00a0<em>Relazione biennale sulla condizione dell\u2019infanzia e dell\u2019adolescenza in Italia 2008-2009<\/em>, novembre 2009;<br \/>\nPiaget J.,\u00a0<em>The Moral Judgment of the Child<\/em>, New York: The Free Press, 1932;<br \/>\nWinnicott,\u00a0<em>Gioco e Realt\u00e0<\/em>, Roma, Armando editore, 1971.<br \/>\nYzaguirre J.A. \u201c<em>Manuale Prosociale<\/em>\u201d &#8211; Manoscritto non pubblicato, California Prosocial Institute.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[836,985],"fascicolo":[207],"class_list":["post-2074","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-antonino-urso","autori-teresa-di-bonito","fascicolo-febbraio-2014"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Migrazione: etica sociale e accoglienza psicologica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Antonino Urso, Teresa Di Bonito, pubblicato nel numero di Febbraio 2014. 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