{"id":2068,"date":"2014-02-01T12:00:00","date_gmt":"2014-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2068"},"modified":"2026-04-12T19:10:41","modified_gmt":"2026-04-12T17:10:41","slug":"migrazioni-globali-contemporanee-tendenze-e-governo","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2014\/febbraio\/migrazioni-globali-contemporanee-tendenze-e-governo\/","title":{"rendered":"Migrazioni globali contemporanee: tendenze e governo"},"content":{"rendered":"<p>I dati rilasciati a settembre dalle Nazioni Unite<a name=\"txt1\"><\/a><sup>1<\/sup>, informano che il numero degli emigrati internazionali (da qui Ei) ha raggiunto i 232 milioni. In termini assoluti, la cifra si confronta con i 175 milioni di Ei del 2000 e i 154 del 1990. In rapporto alla popolazione umana gli Ei costituivano il 2,9% nel 1990, mentre sono il 3,2% nel 2013.<\/p>\n<p>Le migrazioni stanno subendo un significativo rallentamento. Sono cresciute in media dell\u20191,2% annuo negli anni \u201990 e del 2,3% nel decennio successivo, ma soltanto dell\u20191,6% annuo tra il 2010 e il 2013. Tra le ipotesi che spiegano la decelerazione, tre sembrano convincere:<br \/>\na) Si vanno esaurendo gli effetti della fine del bipolarismo e dell\u2019avvio della globalizzazione economica esplosi nel primo decennio del millennio. I picchi migratori furono un\u2019onda anomala, cui ha fatto seguito la stabilizzazione.<br \/>\nb) Crescita economica e diffusione di benessere in paesi di migrazione, indotti da investimenti diretti esteri e rimesse, tendono a recidere le radici socio-economiche che hanno generato alti volumi di migrazioni.<br \/>\nc) Nel corrente decennio, recessione e stagnazione in economie avanzate, stanno disincentivando nuovi arrivi, e spingendo emigrati al rientro.<\/p>\n<p><strong>Asimmetria strutturale tra aree<\/strong><br \/>\nGuardando alle localizzazioni degli Ei si evidenzia la crescente preferenza delle migrazioni a caratterizzarsi come movimento da sud a Nord. 136 milioni di Ei vivono nel Nord sviluppato e 96 nel sud in sviluppo: dal 1990 al 2013 nel Nord ci sono stati annualmente 2,3<\/p>\n<p>milioni di arrivi di immigrati internazionali (da qui Ii), nel sud 1 milione. Nel periodo gli immigrati nel sud sono restati pari all\u20191,6% della popolazione, mentre nel Nord sono arrivati a rappresentare il 10,8%. Considerando che negli autoctoni del Nord la percezione del numero degli immigrati \u00e8 tripla<a name=\"txt2\"><\/a><sup>2<\/sup>\u00a0 del dato effettivo, si ha evidenza che nella costruzione del governo delle migrazioni occorre guardare innanzitutto al Nord del mondo.<\/p>\n<p>L\u2019EurAsia ospita i 2\/3 degli Ei: 72 milioni l\u2019Europa, 71 l\u2019Asia. Il Nord America \u00e8 terzo con 53 milioni, seguito da Africa con 19 milioni, America latina e Caraibi con 9, Oceania 8. La crescita in Asia e la stagnazione\/recessione in Europa porteranno presto l\u2019Asia al sorpasso. Il Nord America ha ricevuto dal 1990 al 2013 il pi\u00f9 alto numero assoluto di Ii, 25 milioni, ovvero 1,1 milione l\u2019anno. L\u2019Europa 23 milioni ovvero 1 milione l\u2019anno, e l\u2019Asia 21 milioni ovvero meno di 1 milione l\u2019anno. Il Nord America \u00e8 anche la regione che, nel periodo, ha registrato la crescita pi\u00f9 rapida dello stock di immigrati, 2,8% l\u2019anno, contro l\u20191,7% dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>Se si confronta solo il periodo tra il 2000 e il 2013, i valori mutano significativamente. E\u2019 l\u2019Asia a recitare la parte rilevante, con 20 milioni di nuovi Ii, 1,6 milione l\u2019anno. Segue l\u2019Europa con 16 milioni, 1,2 milione l\u2019anno. Il Nord America scende al terzo posto con 13 milioni, 1 milione l\u2019anno. Ne deriva la necessit\u00e0 di spostare sull\u2019EurAsia le priorit\u00e0 del governo delle migrazioni, rispetto alla tradizionale attenzione che si dava al continente americano.<br \/>\nGli Ei nati nel sud si distribuiscono equamente tra Nord (81,9 milioni) e sud (82,3). Asiatici e latinoamericani formano le pi\u00f9 rilevanti diaspore globali. 19 milioni di Ei asiatici vivono in Europa, 16 in Nord America, 3 in Oceania. 26 milioni di latinoamericani e caraibici vivono in Nord America. Il pi\u00f9 grande gruppo di Ei proviene dal sud-est asiatico: 36 milioni, 13,5 dei quali nei paesi produttori di petrolio dell\u2019Asia occidentale.<\/p>\n<p>Lo spostamento percentuale di Ii sul totale della popolazione, appare maggiormente significativo in Europa e Nord America. Rispetto al 1990, in Nord America si passa dal 10 al 15%, in Europa dal 7 al 10%. Al tempo stesso America latina e Caraibi portano gli Ii all\u20191,4% della popolazione, l\u2019Asia all\u20191,6%, l\u2019Africa all\u20191,7%. Nel periodo Africa, America latina e Caraibi diminuiscono addirittura la presenza percentuale di Ii sulla popolazione. Nel 2013, gli Ii rappresentano almeno 1\/5 della popolazione in 51 paesi: cos\u00ec negli isolotti-stato dei Caraibi, in Melanesia, Micronesia e Polinesia, e in paesi dell\u2019Asia occidentale. All\u2019opposto nei paesi di Africa, Asia orientale, sud America e Asia meridionale, gli Ii sono meno del 5% della popolazione totale.<\/p>\n<p><strong>Aspetti qualitativi<\/strong><\/p>\n<p>La met\u00e0 degli Ei \u00e8 in dieci paesi: Usa, Russia, Germania, Arabia Saudita, Unione Emirati Arabi, Regno Unito, Francia, Canada, Australia, Spagna. In valori assoluti, nel periodo 1990-2013, al primo posto per accoglienza si trovano gli Stati Uniti con 23 milioni di Ii; seguono gli Emirati Arabi con 7, la Spagna con 6. La Russia \u00e8 l\u2019unico paese in elenco che regredisca nei numeri assoluti, la Germania quello che pi\u00f9 rallenta i flussi in ingresso. I dieci paesi comprimono, dal 2010, il tasso di crescita degli ingressi di Ii. Anche se gli Ii crescono in 167 paesi, dal 1990 al 2013, e diminuiscono in soli 63, il calo nei paesi di maggiore accoglienza ne influenza natura e tipo di governo.<\/p>\n<p>Altro elemento strutturale, il genere. Il 48% degli Ei sono donne, con diversa distribuzione tra Nord e sud: nel Nord \u00e8 femminile il 52% degli Ii, nel sud il 43%, discrepanza che dovrebbe ulteriormente crescere, per l\u2019offerta agli uomini di attivit\u00e0 petrolifere in Asia occidentale. E\u2019 femminile il 52% dell\u2019immigrazione in Europa e America latina e caraibica, e il 51% di quella in Nord America. In Asia \u00e8 femminile il 42% degli Ii, in Africa il 54%. Le donne costituiscono pi\u00f9 della met\u00e0 degli Ei in 101 paesi. Nel governo delle migrazioni, la questione femminile si pone in particolare nelle aree di immigrazione matura, anche se riguarda la maggioranza dei paesi al mondo.<\/p>\n<p>In Asia e Africa le migrazioni sono in genere di durata inferiore a quelle registrate nei paesi di pi\u00f9 antica tradizione migratoria. Il particolare \u00e8 rilevante per le materie legate al welfare, ai livelli salariali, alla tutela dei diritti dei lavoratori.<\/p>\n<p>In quanto alle migrazioni per ragioni politiche, etiche o religiose, va evidenziato che il numero di rifugiati risulta relativamente basso, stimato a 15,7 milioni, il 7% circa degli Ei. Tra il 1990 e il 2010 il numero globale dei rifugiati \u00e8 sceso da 18,6 milioni a circa 15,4. 2\/3 dei rifugiati sono africani, 10,3 milioni; 2,9 milioni asiatici. I 9\/10 dei rifugiati arrivano dai paesi del sud, a conferma del legame, tuttora esistente, tra mancanza di democrazia, conflitti, arretratezza socio-economica. I paesi che, nel 2013, ospitano pi\u00f9 rifugiati sono Giordania (2,6 milioni), Palestina (2,2), Pakistan (1,7), Siria (1,2), Iran (0,9), Germania (0,5). Sull\u2019accoglienza dei rifugiati, il governo delle migrazioni \u00e8 in forte ritardo.<\/p>\n<p>Indicazioni per il governo<\/p>\n<p>Numeri alla mano, il fenomeno migratorio appare, per il Nord, contenuto e governabile. Il che non vuole dire che governato lo sia davvero. Nel caso dell\u2019Unione Europea risulta con evidenza l\u2019assenza del governo delle migrazioni. Le crisi che nel post-bipolare hanno flagellato l\u2019area euro-mediterranea, hanno regolarmente prodotto afflussi clandestini, morti alle frontiere, illegalit\u00e0 e costi umani, che il buon governo delle immigrazioni avrebbe evitato. Peraltro si \u00e8 trattato, per ciascuna crisi, di numeri relativamente piccoli che solo le inadempienze dei paesi membri e delle istituzioni comuni hanno reso critici. Ad esempio da gennaio a settembre 2013 sono arrivati dal mare in Italia, secondo l\u2019ONU, non pi\u00f9 di 30.000 persone; e Frontex<a name=\"txt3\"><\/a><sup>3<\/sup>\u00a0 ha valutato a 70.000 il numero di immigrati illegali in Unione Europea nel 2012<a name=\"txt4\"><\/a><sup>4<\/sup>. Sono quantit\u00e0 insignificanti rispetto agli immigrati legali in posizione regolare o non. Risulta anche stupefacente che l\u2019Unione Europea ritenga i suoi membri attualmente pi\u00f9 deboli, Spagna, Italia e Grecia, capaci di risolvere le drammatiche situazioni immigratorie di prima linea che conosciamo.<\/p>\n<p>A prescindere da ragionamenti umanitari o solidali, i 29 Paesi dell\u2019Unione Europea, con pochissime eccezioni in deficit demografico rispetto ai bisogni, non possono fare a meno dell\u2019immigrazione. Tanto pi\u00f9 che le rimesse degli emigrati verso i paesi d\u2019origine costituiscono un elemento strutturale nella costruzione di partenariati commerciali e di investimento tra Unione Europea e economie del sud, indispensabili per la crescita europea. Nel 2013<a name=\"txt5\"><\/a><sup>5<\/sup>\u00a0le rimesse globali\u00a0 sono ammontate a 549 miliardi di dollari, con un incremento di quasi il 6% sul 2012: 414 miliardi sono entrati nei paesi in sviluppo. Si attende, tra il 2014 e il 2015, una crescita annua delle rimesse tra l\u20198,2 e il 9,4%, con ulteriori opportunit\u00e0 per le esportazioni europee.<\/p>\n<p>Non sar\u00e0 possibile governare la questione migratoria nei 29 Paesi dell\u2019Unione senza investire risorse adeguate, in particolare nel rapporto con i paesi meridionali del Mediterraneo. Basti un dato per capire quanto ne siamo lontani: nel 2012 l\u2019Unione Europea ha speso in politiche di aiuto allo sviluppo lo 0,43% del suo reddito interno lordo, contro lo 0,7% promesso.<\/p>\n<p><strong>\u00a0NOTES:<\/strong><\/p>\n<p><a name=\"cit1\"><\/a><sup>1<\/sup>\u00a0U.N., Dept. of Economic and Social Affairs, Population Division, Population Facts No. 2013\/2, settembre 2013. Salvo diversa avvertenza, i dati dell\u2019articolo sono ripresi da questo studio.<br \/>\n<a name=\"cit2\"><\/a><sup>2<\/sup>\u00a0\u201cAs in previous years, Americans and Europeans largely overestimated the percent share of immigrants in their countries. British respondents, on average, estimated a foreign-born population of 31.8%, while just 11.3% of the population is actually foreign born. Americans, on average, estimated a foreign-born population of 37.8%, and the actual foreign-born population is only 12.5% of the population\u201d. Transatlantic Trends: Immigration 2011, pag. 6. Il rapporto, pubblicato nel dicembre 2011, \u00e8 a cura di:\u00a0 German Marshall Fund of the United States, Compagnia di San Paolo,\u00a0 Barrow Cadbury Trust, Fundaci\u00f3n BBVA.<br \/>\n<a name=\"cit3\"><\/a><sup>3<\/sup> E\u2019 l\u2019agenzia Ue che, dal 2004, coordina le azioni di sicurezza delle frontiere esterne.<br \/>\n<a name=\"cit4\"><\/a><sup>4<\/sup>\u00a0Dati da Manuel Domergue, L\u2019Echec de la Forteresse Europe, in Alternatives Economiques, dicembre 2013, pag. 64.<br \/>\n<a name=\"cit5\"><\/a><sup>5<\/sup>\u00a0I dati che seguono, da Bbva Bancomer Research, Situaci\u00f3n Migraci\u00f3n, Dicembre 2013, pag. 3<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[924],"fascicolo":[207],"class_list":["post-2068","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-luigi-troiani","fascicolo-febbraio-2014"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Migrazioni globali contemporanee: tendenze e governo<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Luigi Troiani, pubblicato nel numero di Febbraio 2014. 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