{"id":2047,"date":"2013-10-01T12:00:00","date_gmt":"2013-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=2047"},"modified":"2026-04-12T16:00:03","modified_gmt":"2026-04-12T14:00:03","slug":"imprenditoria-sociale-un-laboratorio-per-nuovi-modelli-di-welfare","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2013\/ottobre\/imprenditoria-sociale-un-laboratorio-per-nuovi-modelli-di-welfare\/","title":{"rendered":"Imprenditoria sociale: un laboratorio per nuovi modelli di welfare"},"content":{"rendered":"<p>Si \u00e8 gi\u00e0 scritto molto sulla rilevanza del ruolo svolto dagli organismi del Terzo settore nei sistemi di welfare\u00a0(Borzaga, etc), gi\u00e0 fin dalla crisi fiscale degli anni \u201990, che ha avviato i tagli delle spese statali in materia di sanit\u00e0, assistenza e istruzione e che ha raggiunto i livelli estremamente critici di questi ultimi anni. L\u2019intervento delle realt\u00e0 del terzo settore \u00e8 dettato sempre pi\u00f9 dalla pressione esercitate delle nuove emergenze e non solo dall\u2019applicazione del principio di sussidariet\u00e0, sancito dalla nostra Costituzione. Per mettere a fuoco l\u2019impatto di questi organismi nella societ\u00e0 italiana, baster\u00e0 citare quanto riportato dal Rapporto CNEL\/ISTAT (2008), che raccoglie i dati pi\u00f9 recenti sul Terzo settore: nel 2003 il numero delle istituzioni non profit superava le 235 mila realt\u00e0, pari al 5,4% di tutte le unit\u00e0 istituzionali; offrivano lavoro a circa 488 mila lavoratori (tra dipendenti e indipendenti), pari al 2,5% del totale degli addetti ai servizi;coinvolgevano oltre 4 milioni di volontari; sviluppavano 38 miliardi di euro di entrate (oltre il 3,3% del Pil); 35 miliardi di uscite, con un surplus di 3 miliardi reinvestiti nelle attivit\u00e0 svolte.<\/p>\n<p>Tuttavia esistono profondi cambiamenti che stanno attraversando questo settore: il numero delle realt\u00e0 non profit \u00e8 da anni in crescita, mentre diminuiscono i fondi pubblici a cui queste realt\u00e0 possono affidarsi per sostenere le proprie attivit\u00e0. In seconda battuta, va sottolineato anche ormai anche i volontari, i donatori e quanti sostengono o partecipano alla vita delle organizzazioni del Terzo settore non costituiscono pi\u00f9 un patrimonio illimitato.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 significa che le organizzazioni del terzo settore operano in un contesto sempre pi\u00f9 affollato e dunque competitivo, anche perch\u00e8 contemporaneamente cresce le richiesta di servizi,\u00a0 nascono nuove esigenze a cui far fronte e i bisogni degli utenti si differenziano: basti pensare alle situazioni di rischio sociale determinato dall\u2019abbassamento del reddito delle famiglie, dalla mancanza di lavoro,\u00a0 dalle malattie che prevedono interventi di sostegno non solo al malato ma\u00a0 a tutta la sua famiglia (come l\u2019Alzheimer) e l\u2019immigrazione di prima e seconda generazione, solo per citare solo alcuni degli ambiti di intervento.<\/p>\n<p>Le organizzazioni del terzo settore sono dunque in una fase in cui non solo devono utilizzare al meglio le risorse esistenti ma devono anche saper generare nuove risorse a partire da quelle gi\u00e0 presenti. E\u2019 una scommessa su cui si gioca non solo la crescita organizzativa, ma anche la stessa sopravvivenza di molte realt\u00e0 non profit.<\/p>\n<p>Il contesto esterno appena delineato genera nuove esigenze di formazione e di organizzazione: sono in crescita i corsi e gli interventi rivolti alla raccolta di fondi e alla comunicazione esterna, alla progettazione; allo stesso tempo la gestione di queste realt\u00e0 oggi si sta avvicinando sempre pi\u00f9\u00a0 consapevolmente verso forme e modalit\u00e0 pi\u00f9 vicini alla realt\u00e0 profit, dove l\u2019attenzione all\u2019efficienza economica \u00e8 alta.<\/p>\n<p>In altre parole, il terzo settore si sta spostando sempre pi\u00f9 verso forme di imprenditoria sociale, in mancanza di un mercato protetto e della riduzione di fondi pubblici su cui poter fare affidamento. Si tratta di passaggio interessante perch\u00e9, le imprese sociali coniugano appunto un approccio imprenditoriale alla produzione di beni relazionali e servizi dedicati alla qualit\u00e0 vita nella societ\u00e0 e nelle comunit\u00e0 specifiche.<\/p>\n<p>L\u2019impresa sociale si distacca dal modello della impresa profit perch\u00e9, pur essendo entrambe vincolate alla necessit\u00e0 di produrre profitto,\u00a0 la prima si pone come ultimo obiettivo il conseguimento di innalzare la qualit\u00e0 della convivenza sociale; al contrario, l\u2019impresa profit ha come ultimo obiettivo la massimizzazione del profitto.<\/p>\n<p>In Italia l\u2019impresa sociale \u00e8 regolamentata dalla Legge\u00a0 118\/05 e dal Decreto Legislativo 155\/06. In base all\u2019art. 1 del decreto legislativo 24 marzo 2006 n. 155 possono acquisire la qualifica di impresa sociale\u00a0 \u201ctutte le organizzazioni private, ivi compresi gli enti di cui al libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un&#8217;attivit\u00e0 economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilit\u00e0 sociale, diretta a realizzare finalit\u00e0 di interesse generale, e che hanno i requisiti di cui agli articoli 2 [produzione di beni di utilit\u00e0 sociale], 3 [assenza di scopo di lucro] e 4 [struttura proprietaria]\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Ai sensi dell\u2019art.2 sono considerati \u201cbeni e servizi di utilit\u00e0 sociale quelli prodotti o scambiati nei seguenti settori:<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li>assistenza sociale;<\/li>\n<li>assistenza sanitaria;<\/li>\n<li>assistenza socio-sanitaria;<\/li>\n<li>educazione, istruzione e formazione;<\/li>\n<li>tutela dell&#8217;ambiente e dell&#8217;ecosistema,<\/li>\n<li>valorizzazione del patrimonio culturale;<\/li>\n<li>turismo sociale;<\/li>\n<li>formazione universitaria e post-universitaria;<\/li>\n<li>ricerca ed erogazione di servizi culturali;<\/li>\n<li>formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;<\/li>\n<li>servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al settanta per cento da organizzazioni che esercitano un&#8217;impresa sociale\u201d.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Inoltre,\u00a0 possono acquisire la qualifica di impresa sociale\u00a0 \u201cle organizzazioni che esercitano attivit\u00e0 di impresa, al fine dell&#8217;inserimento lavorativo di soggetti che siano:<\/p>\n<ul>\n<li>lavoratori svantaggiati;<\/li>\n<li>lavoratori disabili\u201d.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Pi\u00f9 in generale, Demozzi e Zandonai (2007) sintetizzano come segue la definizione di impresa sociale messa a punto dal network internazionale Emes (dedicato appunto alle imprese sociali), specificando che tale definizione si sviluppa lungo due dimensioni: quella\u00a0<em>economico-imprenditoriale<\/em>\u00a0e quella\u00a0<em>sociale<\/em>. La dimensione economico-imprenditoriale, prevede la presenza di quattro requisiti:<\/p>\n<ul>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 produzione di beni e\/o servizi in forma continuativa;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 elevato grado di autonomia politica e gestionale;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 livello significativo di rischio economico;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 presenza, accanto a volontari o consumatori, di un certo numero di lavoratori retribuiti.<\/li>\n<\/ul>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>La dimensione sociale presenta invece le seguenti caratteristiche:<\/strong><\/p>\n<ul>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 avere come esplicito obiettivo quello di produrre benefici a favore della comunit\u00e0 e quindi occuparsi della produzione di beni o servizi coerenti con l&#8217;obiettivo;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 essere un&#8217;iniziativa collettiva, cio\u00e8 promossa da un gruppo di cittadini;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 avere un governo non basato sulla propriet\u00e0 del capitale;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 garantire una partecipazione ai processi decisionali allargata, che coinvolga, almeno in parte, le persone o i gruppi interessati all&#8217;attivit\u00e0 (quindi non solo i lavoratori o non solo gli utenti, come nel caso delle cooperative tradizionali);<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 prevedere una distribuzione limitata degli utili.<\/li>\n<\/ul>\n<p>E\u2019 bene specificare, infatti, che esistono organizzazioni iscritte al registro delle imprese sociali e dunque ufficialmente classificate come tali, accanto ad un numero (di gran lunga superiore) di organizzazioni che operano di fatto come imprese sociali senza averne la veste giuridica.<\/p>\n<p>I dati relativi all\u2019anno 2011, presentati dal secondo Rapporto IRIS (Istituto di Ricerca sull\u2019Impresa Sociale) Network ci dicono che in Italia le imprese sociali in senso stretto, ossia le realt\u00e0 costituite ai sensi della l. n. 118\/05 e iscritte alla sezione L sono 365 unit\u00e0. Sembrerebbe un numero decisamente basso, ma a queste vanno aggiunte le 404 imprese che riportano la dicitura imprese sociale nella loro ragione sociale e, soprattutto, le 11.808 cooperative sociali costituite ai sensi delle legge 381\/91. Accanto queste realt\u00e0, L\u2019IRIS identifica un alto potenziale di imprenditorialit\u00e0 sociale, costituito da\u00a0 22.468 organizzazioni non profit diverse dalla cooperativa sociale\u00a0 e 85.445 imprese for profit operative nei settori previsti dalla legge 118\/05.<\/p>\n<p>Sulla base delle indicazioni dell\u2019indagine Excelsior della Unioncamere, le imprese sociali italiane movimentano un giro d\u2019affari stimabile intorno ai 10 miliardi di euro e gli utenti che nel 2010 hanno usufruito dei loro servizi sono stati circa cinque milioni.<\/p>\n<p>Alcuni dati sono particolarmente interessanti, perch\u00e9 indici della vitalit\u00e0 e della rilevanza di queste organizzazioni. La loro distribuzione territoriale mostra che il numero delle imprese sociali\u00a0 \u00e8 maggiormente concentrato nelle aree meno economicamente sviluppate: infatti, il 33% \u00e8 presente nel sud e nelle isole;\u00a0 il 29% nel nord-ovest; il 20% nel centro e 19 % nel nord-est.<br \/>\nInoltre, per quanto riguarda l\u2019occupazione, nel 2010 il numero dei dipendenti nelle imprese sociali erano circa 383mila, mostrando un incremento medio annuo del 5,0% rispetto al 2008. Ancora di pi\u00f9: tra il 2003 e il 2010, l\u2019andamento dell\u2019occupazione dipendente ha mostrato un netta crescita, pari al +70%; tale incremento supera nettamente quello complessivo delle imprese italiane e relativo allo stesso lasso di tempo, pari a +10%; nel 2011 il 54% delle imprese sociali ha dichiarato di prevedere ulteriori assunzioni, sono la media complessiva di tutte le imprese si attesta appena al 23%. Tutti i dati esposti fanno emergere quindi una realt\u00e0 in evoluzione positiva, paragonabile ad un laboratorio importante per la creazione di un nuovo\u00a0modello di welfare, che integri meglio il pubblico e il privato, il profit\u00a0 e il non profit. E\u2019 interessante notare, tuttavia, che queste sperimentazioni, queste innovazioni stanno nascendo non tanto a seguito di una scelta consapevole e orientata da parte dei governi centrali e periferici (se non per alcuni casi, decisamente limitati), quando, piuttosto, non ostante l\u2019assenza e il limitato sostegno delle forze politiche e dalle amministrazioni, a testimonianza della vitalit\u00e0 che il mondo non profit sa esprimere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Riferimenti bibliografici:<\/strong><\/p>\n<p>Cnel-Istat (2008)\u00a0<em>Primo Rapporto Cnel Istat sull&#8217; Economia Sociale. Dimensioni e caratteristiche strutturali delle istituzioni nonprofit in Italia<\/em>, Roma.<br \/>\nDemozzi M., Zandonai F., \u201cL\u2019impresa sociale di comunit\u00e0: processi di sviluppo e modelli organizzativi\u201d, in Scaratti G., Zandonai F. (a cura di) (2007),<em>\u00a0I territori dell\u2019invisibile.\u00a0Culture e pratiche di impresa sociale<\/em>, Bari-Roma, Editori Laterza, pp. 251-273.<br \/>\nUnioncamere (2012),\u00a0<em>I fabbisogni professionali e formativi delle imprese sociali per il 2011<\/em>,\u00a0<a href=\"http:\/\/excelsior.unioncamere.net\/images\/pubblicazioni\/excelsior_2012_imprese_sociali.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/excelsior.unioncamere.net\/<\/a><br \/>\nVenturi P., Zandonai F. ( a cura di) (2012).\u00a0<em>L&#8217;impresa sociale in Italia di Pluralit\u00e0 dei modelli e contributo alla ripresa<\/em>,\u00a0 Milano Altraeconomia Edizioni.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1138],"fascicolo":[202],"class_list":["post-2047","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-paula-benevene","fascicolo-ottobre-2013"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Imprenditoria sociale: un laboratorio per nuovi modelli di welfare<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Paula Benevene, pubblicato nel numero di Ottobre 2013. 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