{"id":1998,"date":"2013-02-01T12:00:00","date_gmt":"2013-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1998"},"modified":"2026-04-12T19:10:41","modified_gmt":"2026-04-12T17:10:41","slug":"1998","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2013\/febbraio\/il-buon-governo-nei-pvs-e-nei-paesi-emergenti-di-fronte-alla-crisi-economica\/","title":{"rendered":"Il Buon Governo nei PVS e nei Paesi emergenti di fronte alla crisi economica"},"content":{"rendered":"<p>Negli ultimi due decenni l\u2019economia mondiale ha vissuto cambiamenti tanto profondi da rivoluzionare\u00a0gli equilibri geopolitici che avevano dominato la scena dal secondo dopoguerra. Queste tendenze si sono rese ancora pi\u00f9 evidenti con la crisi finanziaria ed economica che ha investito prima gli USA e poi l\u2019Europa, sebbene fossero in atto gi\u00e0 da tempo. I cambiamenti epocali che si sono verificati sembrano confermare le previsioni dei fautori della cosiddetta globalizzazione, ma in realt\u00e0 hanno fatto emergere elementi nuovi, spesso trascurati dagli economisti. In questo nuovo contesto le categorie di Paesi in Via di Sviluppo e Paesi Emergenti sembrano superate e occorre ripensare quali possano essere il luogo e gli obiettivi del loro Buon Governo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il Sud del mondo tra sviluppo e crisi globali<\/strong><\/p>\n<p>Secondo i dati della Banca Mondiale, la Cina \u00e8 di gran lunga il leader dei cosiddetti paesi emergenti: nel 2001 aveva un PIL annuale corrente pari al 13,7% di quello degli USA, appena dieci anni dopo era giunto al 48,8%. Nello stesso periodo il PIL dell\u2019India rispetto a quello degli USA \u00e8 passato dal 4,6% al 12,3%. Lo stesso indice per il Brasile \u00e8 salito dal 5,2% al 16,5% e per la Russia dal 2,9% al 12,4%. Questi quattro paesi, che in un fortunato rapporto della Goldman Sachs (Wilson D. e R. Purushothaman, 2003) vennero indicati con l\u2019acronimo BRICs, equivalevano complessivamente al 26,4% del reddito annuale USA nel 2001, mentre dieci anni dopo al 90%!<br \/>\nMa il processo di convergenza dei redditi mondiali sembra riguardare anche le economie di altri paesi, ed in particolare dei PVS. Se si confrontano i dati assoluti del PIL corrente negli ultimi 60 anni, l\u2019ultima decade risulta l\u2019unica in cui si sia effettivamente realizzato un riavvicinamento tra paesi ricchi e poveri. Naturalmente si tratta di grandi aggregati, che non tengono conto delle situazioni di singoli stati. Tuttavia il dato segnala un\u2019inversione di tendenza. Nella tabella 1 sono riportati i rapporti percentuali tra il PIL aggregato dei paesi rispettivamente a medio e basso reddito in confronto a quello dei paesi ad alto reddito.<\/p>\n<p><strong>Tabella 1 \u2013 Percentuale del PIL dei Paesi ad Alto Reddito (a valori correnti)<\/strong><\/p>\n<table border=\"1\" align=\"center\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>1961<\/td>\n<td>1971<\/td>\n<td>1981<\/td>\n<td>1991<\/td>\n<td>2001<\/td>\n<td>2011<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Paesi a Medio Reddito<\/td>\n<td>27,01%<\/td>\n<td>25,08%<\/td>\n<td>29,05%<\/td>\n<td>18,68%<\/td>\n<td>22,03%<\/td>\n<td>49,36%<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Paesi a Basso Reddito<\/td>\n<td>2,17%<\/td>\n<td>1,75%<\/td>\n<td>1,28%<\/td>\n<td>0,76%<\/td>\n<td>0,64%<\/td>\n<td>1,01%<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Nostre elaborazioni su dati della Banca Mondiale, World Development Indicators, accesso online Gennaio 2013.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il primo gruppo di paesi, si pu\u00f2 notare che tra il 1961 ed il 2001 il valore \u00e8 oscillato tra un massimo di 29,05% nel 1981 ed un minimo di 22,03% nel 2001 con una riduzione di oltre un terzo durante la decade degli anni \u201980 (caratterizzata dall\u2019esplosione della crisi dei debiti esteri). Nello stesso periodo il reddito dei paesi pi\u00f9 poveri si \u00e8 ridotto, sempre relativamente a quello dei paesi pi\u00f9 ricchi, in modo continuo passando dal 2,17% allo 0,64%, una riduzione di oltre due terzi. Tra il 2001 ed il 2011, invece, si osserva una netta inversione di tendenza per entrambi i gruppi di paesi. Chiaramente l\u2019avvicinamento dei paesi a medio reddito nei confronti dei paesi ricchi \u00e8 pi\u00f9 evidente: sono passati da rappresentare circa un quinto del reddito prodotto dalle economie pi\u00f9 ricche a circa la met\u00e0, con un incremento del 124%. Ma anche il recupero dei paesi poveri \u00e8 notevole se si pensa che \u00e8 stato del 58% rispetto al valore del 2001.<\/p>\n<p>Questi semplici dati rilevano un fatto stilizzato che riguarda il cambiamento nelle relazioni economiche mondiali: se nel periodo 1961-2001 \u00e8 innegabile il progressivo allargamento del differenze tra paesi ricchi e paesi poveri, nell\u2019ultima decade la tendenza sembra capovolgersi, con una intensit\u00e0 tale da lasciar pensare a dei cambiamenti durevoli. La convergenza, come detto, coinvolge anche il gruppo dei paesi a basso reddito, ma indubbiamente avviene pi\u00f9 lentamente. Ci\u00f2 mette in luce il rischio di un\u2019ulteriore polarizzazione tra chi beneficia della globalizzazione e chi no: i grandi fornitori di fattori produttivi a livello mondiale possono godere di un crescente potere di mercato e di una maggiore incidenza politica, mentre chi non riesce a raggiungere questo rango, in particolare i piccoli paesi, rischiano di restare fuori dai vantaggi del nuovo equilibrio mondiale.<br \/>\nE\u2019 interessante notare che la convergenza sembra confermare le previsioni ottimistiche dei fautori della globalizzazione e dei teorici del neoliberismo, ma paradossalmente poggia su cause molto diverse: non \u00e8 infatti la diffusione delle tecnologie e l\u2019aumento della produttivit\u00e0 a causare processi di crescita economica, ma l\u2019effetto congiunto di un massiccio allargamento del mercato e del sempre maggiore peso strategico dei fattori land-based.<\/p>\n<p>Tra le molte ragioni di queste nuove tendenze economiche, una delle pi\u00f9 significative \u00e8 l\u2019aumento dei prezzi delle cosiddette commodities ovvero delle materie prime energetiche, agricole e minerali, come mostrato nella tabella 2 (che si riferisce ad un indice di prezzo reale, fatti pari a 100 i prezzi del 2005). Si tratta del risultato di due dinamiche economiche che hanno riguardato questi beni. Da un lato infatti le materie prime energetiche hanno seguito dapprima un apprezzamento in occasione delle crisi degli anni \u201970, poi una forte diminuzione per tutti gli anni \u201980 e \u201990 per poi impennarsi negli ultimi dieci anni. Le materie prime agricole hanno invece avuto un continuo deprezzamento tra gli anni \u201960 e gli anni \u201990 (con un breve picco durante la prima crisi petrolifera del 1973), che \u00e8 coinciso con l\u2019allargamento delle disparit\u00e0 di reddito tra paesi ricchi e paesi poveri, per poi apprezzarsi negli ultimi dieci anni fino a superare il valore in termini reali che avevano mezzo secolo fa. Infine, le materie prime minerarie hanno seguito un andamento tendenzialmente decrescente, per poi aumentare decisamente nell\u2019ultima decade. L\u2019incremento recente di tutti i gruppi \u00e8 stato notevolissimo: il prezzo delle materie prime energetiche e dei minerali \u00e8 triplicato, quello delle materie prime agricole \u00e8 quasi raddoppiato.<\/p>\n<p><strong>Tabella 2 \u2013 Indice dei prezzi delle materie prime (2005 = 100)<\/strong><\/p>\n<table border=\"1\">\n<tbody>\n<tr>\n<td><\/td>\n<td>1961<\/td>\n<td>1971<\/td>\n<td>1981<\/td>\n<td>1991<\/td>\n<td>2001<\/td>\n<td>2011<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Materie prime energetiche<\/td>\n<td>12,50<\/td>\n<td>13,62<\/td>\n<td>86,51<\/td>\n<td>39,29<\/td>\n<td>56,10<\/td>\n<td>152,99<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Materie prime minerarie<\/td>\n<td>85,90<\/td>\n<td>94,99<\/td>\n<td>72,35<\/td>\n<td>65,54<\/td>\n<td>63,07<\/td>\n<td>167,04<\/td>\n<\/tr>\n<tr>\n<td>Materie prime agricole<\/td>\n<td>164,02<\/td>\n<td>146,56<\/td>\n<td>139,22<\/td>\n<td>92,07<\/td>\n<td>88,83<\/td>\n<td>169,89<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n<p>Nostre elaborazioni su dati della Banca Mondiale, World Development Indicators, accesso online Gennaio 2013.<\/p>\n<p>L\u2019aumento dei prezzi delle materie prime ha avuto come ulteriore conseguenza il miglioramento delle ragioni di scambio dei PVS e dei paesi emergenti. Se consideriamo infatti che i prezzi dei beni finiti ad elevata tecnologia prodotti dai Paesi Industrializzati sono generalmente diminuiti a causa della loro massificazione, ne deriva che l\u2019apprezzamento delle commodities ha causato una redistribuzione del valore aggiunto a livello globale. Ci limitiamo a citare alcuni casi pi\u00f9 rappresentativi, rimandando per ulteriori approfondimenti alla lettura delle tavole della Banca Mondiale sull\u2019andamento delle ragioni di scambio per paese. Con riferimento al valore delle ragioni di scambio nel 2000, \u00e8 interessante notare che undici anni dopo l\u2019indice per la Russia \u00e8 aumentato del 134,2%, per l\u2019India del 35,9% e per il Brasile del 35,8%. Il legame tra tali andamenti e l\u2019aumento dei prezzi delle materie prime \u00e8 confermato anche dai risultati conseguiti da grandi esportatori di beni alimentari come l\u2019Argentina (+35,2%), di minerali come il Cile (+113,3%), la Bolivia (+75,4%), il Per\u00f9 (+59%), il Sud Africa (+54,1%)<a name=\"txt1\"><\/a>\u00a0<sup>1<\/sup>. L\u2019unica eccezione \u00e8 costituita dalla Cina, la cui ragione di scambio si \u00e8 mantenuta sostanzialmente costante, ma occorre considerare che rappresenta attualmente il principale acquirente di materie prime a livello mondiale per finanziare il proprio vorticoso sviluppo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Elementi nuovi ed equilibri geopolitici<\/strong><\/p>\n<p>Il \u201csuccesso\u201d economico di tanti outsider \u00e8 dovuto a cause in gran parte non previste dall\u2019economia tradizionale, sia di tipo neoclassico che keynesiano. Bisogna forse risalire alle teorie classiche per rintracciare fattori di sviluppo che emergono di nuovo oggi nel nuovo scenario mondiale.<br \/>\nTra questi, uno accomuna i BRICs e contribuisce a spiegarne gran parte della loro ascesa, ovvero il fatto che le dimensioni contano (Salvatore D., 2010): Cina ed India in primo luogo, ma anche Russia e Brasile. I vantaggi che derivano da questo fattore di sviluppo sono diversi. Dal punto di vista della domanda, i quattro paesi presentano ciascuno un grande mercato interno dovuto alla popolazione economicamente attiva, ma anche a quella che potenzialmente pu\u00f2 essere ancora inclusa nel mercato. I casi di Cina e India sono eclatanti, dal momento che la parte pi\u00f9 ricca della popolazione\u00a0 rappresenta una piccola percentuale di quella totale ma \u00e8 assai rilevante come valore assoluto: si tratta di centinaia di milioni di persone che possono permettersi ormai uno standard di vita di livello europeo. Ma anche Brasile e Russia sono casi rilevanti, in cui la popolazione si avvicina rispettivamente ai 200\/150 milioni di abitanti. Basti pensare che nel loro insieme i BRICs rappresentano quasi tre miliardi di persone.<br \/>\nDal punto di vista dell\u2019offerta conta anche l\u2019estensione territoriale: i quattro BRICs sono tutti tra i sette paesi pi\u00f9 grandi del mondo e coprono insieme circa il 30% delle terre emerse. Una conseguenza immediata \u00e8 la presenza di materie prime, incluse quelle che negli ultimi anni hanno acquisito un valore strategico<a name=\"txt2\"><\/a>\u00a0<sup>2<\/sup>. Si tratta di fattori di sviluppo di lungo periodo che in un mondo globalizzato sono destinati a contare sempre di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Un secondo elemento nuovo \u00e8 la crescente dipendenza del Nord del Mondo dai fattori primari della produzione (lavoro, materie prime e terra) presenti nei paesi del Sud del Mondo, paradossalmente proprio a causa delle pi\u00f9 recenti innovazioni tecnologiche, dei cambiamenti nell\u2019organizzazione internazionale della produzione industriale e anche dello sviluppo dei mercati finanziari. Riassumiamo gli elementi pi\u00f9 importanti con riferimento a ciascun fattore produttivo:<\/p>\n<ul>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 Lavoro: il fenomeno della delocalizzazione nella produzione dei beni industriali si \u00e8 spinta a livelli impensabili appena 20 anni fa, determinando una situazione in cui alcuni paesi o aree geografiche (Cina, Sud-est Asiatico, Est Europa, Centro America) sono gli unici fornitori della manodopera che produce i beni globali. Il suo effetto sulla crescita del reddito \u00e8 stato indagato in una vasta letteratura tra cui Sridharan, Vijayakumar e Rao (2009).<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 Materie prime: l\u2019aumento della domanda di specifiche materie prime, non richieste in passato, che assumono un ruolo strategico perch\u00e9 essenziali nella produzione di beni ad alta tecnologia. In questo campo sembra paradossale notare che una delle principali cause della globalizzazione, la rivoluzione informatica, da un lato rappresenta una grande innovazione tecnologica nata nel Nord del Mondo che influisce sulla dematerializzazione dell\u2019economia, ma dall\u2019altro ha \u201cinventato\u201d nuove materie prime strategiche, sempre pi\u00f9 richieste, che ancor pi\u00f9 che in passato sono concentrate nei BRICs e nei paesi del Sud (Dierckxsens, 2012).<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 Terra: si \u00e8 assistito ad un aumento generalizzato del prezzo della terra e dei beni agricoli primari, per effetto di molteplici fattori, tra cui l\u2019evoluzione dei mercati finanziari che ha favorito la formazione di bolle speculative anche in questo settore. Ma hanno agito anche fattori fondamentali, come la crescente domanda di terra per la produzione di biotecnologie e biocarburanti. La conseguenza pi\u00f9 grave dell\u2019apprezzamento della terra \u00e8 stato l\u2019impoverimento della popolazione, ma anche, al contrario, l\u2019arricchimento delle elite degli esportatori di prodotti nazionali ed il miglioramento della bilancia commerciale. E\u2019 aumentata cos\u00ec la disuguaglianza interna, ma in un mondo in cui le dimensioni assolute contano pi\u00f9 di quelle relative, i \u201cpochi\u201d nuovi ricchi sono comunque un numero sufficiente per far sentire il loro peso sul mercato mondiale.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Pur con riferimento al solo caso della Cina, si potrebbe aggiungere anche il fattore capitale, sia reale che monetario, dal momento che negli ultimi decenni, con la crisi finanziaria europea, il capitale cinese ha progressivamente sostituito quello del vecchio continente nel finanziamento del debito strutturale degli Stati Uniti. In ogni caso, molti paesi esportatori del Sud del Mondo hanno accumulato ingenti riserve valutarie negli ultimi anni.<\/p>\n<p>Il terzo elemento nasce dalla combinazione dei precedenti e determina cambiamenti geopolitici. In una situazione in cui i fattori della produzione necessari allo sviluppo e alla modernizzazione del Nord del Mondo sono detenuti da paesi le cui dimensioni fisiche ed economiche sono rilevanti, il potere economico mondiale subisce una inevitabile redistribuzione. Gli elementi nuovi sono la presa di coscienza da parte dei paesi emergenti di poter assumere questo ruolo nello scacchiere globale e la tendenza a costituire un blocco di interessi da contrapporre ad Europa e Stati Uniti. Non tutti i paesi possono vantare gli elementi di novit\u00e0 richiamati in precedenza, ma la loro convergenza consente di accrescerne il potere negoziale. In questa direzione si colloca la contrapposizione all\u2019interno dei negoziati WTO, l\u2019esperienza del G20, ma anche accelerazioni nei processi di integrazione economica regionale come nel caso dell\u2019America del Sud con UNASUR.<\/p>\n<p>Da questi movimenti sembra esclusa l\u2019Africa, ma ci\u00f2 non \u00e8 del tutto vero. Il ruolo dei paesi africani \u00e8 spesso passivo o ancora ridotto a terra di conquista di vecchi e nuovi colonizzatori, ma l\u2019aumento della domanda di materie prime ha consentito ad alcuni paesi di sperimentare una crescita economica (anche se non apprezzabile dal punto di vista sociale). Inoltre il Sud Africa occupa una posizione forte dal punto di vista della presenza di materie prime strategiche, la Cina ha crescenti rapporti commerciali con il continente ed il Brasile sta giocando un ruolo di traino dei paesi \u201clusitofoni\u201d. Naturalmente\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 non mancano le voci critiche: la principale tesi contro il prolungarsi del boom dei paesi emergenti si basa principalmente sulla scarsit\u00e0 di risorse, sui limiti fisici dei fattori produttivi di cui sono dotati tali paesi e sull\u2019effetto negativo che la crisi di USA e Europa pu\u00f2 ancora esercitare su di essi (Holly Bell, 2011). Tuttavia, il limite fisico di alcuni fattori \u00e8 ancora lontano: ad esclusione del petrolio e dell\u2019uranio, le riserve di alcune materie strategiche non sono vicine all\u2019esaurimento. Il problema \u00e8 che sono concentrate in poche regioni del mondo. Se consideriamo poi la disponibilit\u00e0 di manodopera, \u00e8 improbabile che Cina e India siano prossime ad una situazione di piena occupazione. In secondo luogo, \u00e8 vero che una volta giunti all\u2019esaurimento dei fattori primari i paesi che ne erano dotati subiranno una crisi, ma fintantoch\u00e9 tale eventualit\u00e0 non si presenti essi beneficeranno di un continuo apprezzamento di tali risorse, e quando essa si compir\u00e0 rappresenter\u00e0 un problema globale che richieder\u00e0 un ripensamento radicale del modello economico in primo luogo nei paesi industrializzati, che se ne sono avvantaggiati per decenni.<\/p>\n<p><strong>Potere globale versus sviluppo locale<a name=\"txt3\"><\/a><\/strong>\u00a0<sup>3<\/sup><\/p>\n<p>I fenomeni descritti sembrano accreditare l\u2019ipotesi di una redistribuzione del potere economico a livello globale (Armijo, 2007), grazie ad una sempre maggiore dipendenza dei paesi del Nord dalle risorse del Sud del mondo. Da questo punto di vista, acquisisce importanza la complementariet\u00e0 tra le economie dei due grandi gruppi di paesi, l\u2019interdipendenza invece della competizione, che restituisce potere negoziale a chi aveva vissuto finora un situazione di subalternit\u00e0. Questa tesi \u00e8 molto simile a quella che Nicholas Kaldor aveva espresso nel maggio 1984 nella terza lezione di un ciclo di conferenze tenute in memoria del banchiere Raffaele Mattioli presso l\u2019Universit\u00e0 Bocconi di Milano. Nelle prime due giornate seminariali, i temi affrontati avevano riguardato il dibattito sulla crescita economica ed il confronto critico tra le posizioni legate alla teoria neoclassica dell\u2019equilibrio e le posizioni di ispirazione keynesiana. Kaldor aveva sottolineato come, in economia chiusa, nei modelli ad un solo bene la crescita della capacit\u00e0 produttiva \u00e8 giustificata dalla crescita della domanda di consumi, che a sua volta \u00e8 indotta dai nuovi investimenti. Se ci si pone nell\u2019ottica dei settori, come nella terza lezione milanese, accanto a questo processo emerge il problema delle interdipendenze tra le diverse parti dell\u2019economia, che perci\u00f2 possono essere considerate complementari, dal momento che lo sviluppo di ciascun settore dipende in modo cruciale dalle relazioni che esso intrattiene con gli altri.<\/p>\n<p>Nell\u2019esposizione del suo schema teorico, Kaldor (1984 [1996]) si riferisce alla tradizionale ripartizione tra attivit\u00e0 land-based ed attivit\u00e0 manifatturiere, mentre i servizi sono considerati come attivit\u00e0 in parte rese alle imprese di produzione ed in parte alla collettivit\u00e0 in generale e rimangono al di fuori dell\u2019analisi. Il legame tra i due settori produttivi \u00e8 definito in questo modo: ogni settore rappresenta il mercato per i beni prodotti dall\u2019altro e ne \u00e8 allo stesso tempo \u2013 direttamente, come nel caso dell\u2019industria, o indirettamente, come in quello dell\u2019agricoltura \u2013 il fornitore dei mezzi di produzione necessari. All\u2019estensione del mercato corrisponde l\u2019espansione dell\u2019attivit\u00e0 manifatturiera. In questo processo la crescente divisione del lavoro, e quindi l\u2019incremento di produttivit\u00e0 del lavoro, rende i prodotti pi\u00f9 a buon mercato. Di conseguenza si innesca un processo di crescita auto-sostenuta.<\/p>\n<p>Trascurando per semplicit\u00e0 gli aspetti tecnici del modello, possiamo coglierne il significato di fondo considerando i rapporti di domanda reciproca tra i due settori. Nel settore land-based il surplus agricolo (ovvero la parte di prodotto che non viene consumata all\u2019interno dell\u2019agricoltura) pu\u00f2 essere ceduto all\u2019industria in cambio di beni capitali. Di conseguenza il tasso di accumulazione in agricoltura dipende negativamente dalla ragione di scambio definita come rapporto tra il prezzo dei beni industriali e il prezzo dei beni agricoli: se i primi diventano relativamente meno costosi il settore pu\u00f2 aumentare i suoi investimenti e quindi svilupparsi ad un tasso pi\u00f9 elevato. Nel settore manifatturiero, invece, la relazione \u00e8 opposta: maggiore \u00e8 la ragione di scambio intersettoriale, maggiore sar\u00e0 la capacit\u00e0 dell\u2019industria di investire, dal momento che il \u201cgrano\u201d coster\u00e0 meno in termini di \u201cferro\u201d. Di conseguenza il tasso di accumulazione dell\u2019industria dipende positivamente dalla ragione di scambio.<br \/>\nQuesti rapporti di domanda reciproca determinano un \u201cvincolo di complementariet\u00e0\u201d tra i due settori, che pu\u00f2 essere illustrato graficamente (Thirlwall, 1986) nella fig. 1, dove con la linea ga si indica la relazione inversa tra crescita del reddito in agricoltura e ragione di scambio (p), mentre con la linea gm si indica la relazione diretta tra crescita del reddito nell\u2019industria e ragione di scambio. Le domande reciproche di beni raggiungono l\u2019equilibrio per quel valore della ragione di scambio (p*) che rende uguali i due tassi di crescita (ga = gm = g*). Lo sviluppo di ciascun settore \u00e8 vincolato all\u2019altro.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.oikonomia.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/studi_6_clip_image002.gif\" alt=\"studi 6 clip image002\" \/><\/p>\n<p>Si pu\u00f2 dimostrare che il progresso tecnico e la concorrenza rendono stabile l\u2019equilibrio. In realt\u00e0 lo schema di Kaldor rappresenta una forte semplificazione della realt\u00e0, innanzitutto perch\u00e9 assume che le strutture delle domande rimangano sostanzialmente stabili. In realt\u00e0 ciascun settore pu\u00f2 domandare percentuali crescenti o decrescenti dell\u2019altro bene rispetto al proprio reddito, ad esempio per fenomeni di meccanizzazione agricola. Se la domanda dell\u2019altro bene cresce allo stesso ritmo del reddito, allora siamo nel caso di Kaldor e l\u2019equilibrio \u00e8 dato dal pareggio dei tassi di crescita dei due settori. Se invece la domanda dell\u2019altro bene pu\u00f2 crescere in modo pi\u00f9 o meno proporzionale rispetto al reddito, allora la relazione di equilibrio \u00e8 del tipo:<\/p>\n<p><em><strong>ma ga = mm gm<\/strong><\/em><\/p>\n<p>dove ma e mm rappresentano le elasticit\u00e0 della domanda di acquisti dell\u2019altro bene rispetto al reddito di ciascun settore, cio\u00e8 indicano se la percentuale di acquisti dell\u2019altro bene aumenta (in questo caso m &gt; 1) o diminuisce (e allora m &lt; 1) rispetto al proprio reddito. Questo nuovo vincolo \u00e8 noto in letteratura come legge di Thirlwall<a name=\"txt4\"><\/a>\u00a0<sup>4<\/sup>\u00a0(1979). In questo caso pi\u00f9 generale vi saranno dunque tassi di crescita diversi tra i due settori, a favore di quello che riuscir\u00e0 ad \u201callentare\u201d il vincolo di complementariet\u00e0. La nuova rappresentazione grafica dipende dai valori delle elasticit\u00e0. Nel caso classico dei rapporti tra Paesi Industrializzati e Paesi in Via di Sviluppo si pu\u00f2 considerare il noto argomento di Prebisch, secondo cui il possesso delle tecnologie industriali a vantaggio del primo gruppo condannava il secondo ad una domanda crescente di beni industriali, dunque al peggioramento progressivo della ragione di scambio ed all\u2019aggravarsi delle disuguaglianze mondiali, come del resto i dati delle tabelle 1 e 2 sembrano confermare fino alla fine del XX secolo. In questo caso ma &gt; 1\u00a0 e\u00a0 mm &lt; 1 e la rappresentazione grafica \u00e8 quella della fig. 2:<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.oikonomia.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/studi_6_clip_image003.gif\" alt=\"studi 6 clip image003\" \/><\/p>\n<p>Fig. 2<br \/>\nCome si pu\u00f2 vedere, il punto di equilibrio \u00e8 quello in cui si incontrano le due linee di domanda reciproca ma ga emm gm. In questo punto si determina la ragione di scambio, cui corrispondono tassi di crescita compatibili con il vincolo di complementariet\u00e0 diversi per i due settori, in questo caso: ga* &lt; gm*.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 possibile immaginare un caso diverso in cui \u2013 ferma restando la tendenza del settore land-based a consumare proporzioni sempre maggiori di beni tecnologici provenienti dal settore avanzato (ma &gt; 1) \u2013 anche quest\u2019ultimo si trovi costretto ad acquistare proporzioni maggiori di beni tradizionali e materie prime (mm &gt; 1). Se il cambiamento in atto nei Paesi Industrializzati \u00e8 pi\u00f9 forte di quello che interessa i PVS, allora si pu\u00f2 avere una riduzione della ragione di scambio ed un processo di convergenza economica a livello mondiale, ga* &gt; gm*, come illustrato nella fig. 3:<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.oikonomia.it\/wp-content\/uploads\/2026\/04\/studi_6_clip_image004.gif\" alt=\"studi 6 clip image004\" \/><\/p>\n<p>Fig. 3<\/p>\n<p>In definitiva, modifiche delle complementariet\u00e0 tra settori \u2013 dovute a cambiamenti tecnologici o a variazioni nella struttura delle preferenze \u2013 conducono a tassi di crescita generalmente differenti tra loro. Si verificano in tal modo cambiamenti profondi nei rapporti economici a livello mondiale.<\/p>\n<p>Lo schema proposto pu\u00f2 essere molto utile per interpretare i mutamenti che si sono realizzati negli ultimi anni. In primo luogo abbandoniamo la classificazione settoriale seguita finora e consideriamo invece una divisione geografica del tipo Nord-Sud del mondo. In secondo luogo consideriamo i fatti stilizzati messi in evidenza in precedenza all\u2019interno dello schema concettuale proposto. Le dimensioni dei paesi emergenti, la concentrazione delle nuove tecnologie nel Nord e dei fattori tradizionali dello sviluppo nel Sud ed il ruolo strategico delle nuove materie prime possono giustificare una situazione del tipo rappresentato in fig. 3: nonostante la dipendenza tecnologica dal Nord, l\u2019importanza delle risorse land-based concentrate nel Sud del mondo \u00e8 tale da rovesciare la ragione di scambio internazionale ed aprire una nuova stagione di convergenza dei redditi mondiali.<\/p>\n<p>Nell\u2019economia globalizzata il rapporto con i mercati internazionali \u00e8 un indiscutibile fattore di successo o di fallimento delle economie nazionali e la loro diversa capacit\u00e0 di competere comporta profondi mutamenti nella tradizionale divisione tra Paesi Industrializzati e Paesi in Via di Sviluppo. Tuttavia l\u2019effetto complessivo di tali trasformazioni all\u2019interno dei singoli paesi \u00e8 oggetto di interpretazioni controverse e spesso contrastanti. Per considerare anche questo aspetto, \u00e8 interessante allora classificare le attivit\u00e0 economiche interne definendo due nuovi gruppi di attivit\u00e0 produttive:<\/p>\n<ul>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 un settore, che possiamo chiamare globale, che comprenda tutte le attivit\u00e0 che si proiettano direttamente verso i mercati internazionali, come: investimenti diretti esteri, coltivazioni estensive e industrie nazionali d\u2019esportazione, o che sono ad essi fortemente legati, come nel caso di attivit\u00e0 estrattive, infrastrutture per la grande impresa, servizi commerciali e finanziari avanzati;<\/li>\n<li>\u00a0\u00a0\u00a0 un settore, che definiamo locale, il quale, invece, includa le attivit\u00e0 rivolte principalmente al territorio di appartenenza e al mercato interno, come: imprese locali, cooperative, servizi personali, costruzioni, commercio al dettaglio, trasporti interni, ecc.<\/li>\n<\/ul>\n<p>In effetti, in entrambi i casi, l\u2019effettiva qualificazione di ciascuna attivit\u00e0 economica come locale o globale non dovrebbe essere decisa a priori, ma valutata alla luce dei comportamenti economici rilevanti. Mentre il settore globale tende ad assumere la stessa fisionomia in tutti i paesi, il settore locale \u00e8 fortemente condizionato dalle caratteristiche del territorio e in generale da tutti i fattori socio-economici specifici. Perci\u00f2, nel caso dei PVS, \u00e8 rappresentato prevalentemente da attivit\u00e0 di sussistenza delle fasce povere della popolazione e da tutte le iniziative di piccole dimensioni che, in condizioni favorevoli, potrebbero costituire la base economica di una classe media nascente. Tali attivit\u00e0, spesso comprese nel settore informale, ma non solo, sono cresciute nell\u2019ombra e, in alcuni casi,\u00a0 costituiscono anche esperienze di successo, come ad esempio le pratiche nate dal basso come il microcredito o le reti di cooperative artigiane o contadine, che per\u00f2 non hanno ancora raggiunto una scala rilevante. Questo settore locale attualmente deve essere preso in considerazione per due ordini di motivi: perch\u00e9 conta molto in termini di popolazione (anche se non in termini di reddito monetario) e perch\u00e9 pu\u00f2 essere strumento di politiche per lo sviluppo locale.<\/p>\n<p>I due gruppi di attivit\u00e0 cos\u00ec formati si differenziano tra loro per il contesto in cui operano ed a cui di conseguenza sono orientati. Il criterio di appartenenza ai due sotto-settori deve tenere conto di indicatori che si riferiscono ad aspetti diversi: l\u2019origine delle risorse utilizzate, le destinazioni dei prodotti, la presenza nel territorio, la distribuzione del valore aggiunto, ecc. I due sotto-gruppi rappresentano, in un certo senso, due anime dello sviluppo: quella che tende al mercato estero e ad un sistema centralizzato; quella pi\u00f9 legata allo sviluppo del mercato interno attraverso attivit\u00e0 decentrate. Si possono cos\u00ec individuare costellazioni alternative di attivit\u00e0 globali e locali in base ai legami che stabiliscono con i mercati internazionali e tra di esse. In uno schema Nord-Sud, allora, ci si aspetta che i settori globali (sia nel Nord che nel Sud) presentino valori bassi delle elasticit\u00e0 degli acquisti o delle importazioni, al contrario dei settori locali del Sud che rimangono generalmente dipendenti dalle tecnologie e dai prodotti pi\u00f9 avanzati. Le attivit\u00e0 locali del Nord, invece, hanno raggiunto nel tempo un livello di integrazione pi\u00f9 elevato con l\u2019economia globale, riuscendo a conquistare nicchie di mercato o affermando prodotti specializzati, come nel caso di piccole e medie imprese di esportazione in settori \u2018di punta\u2019, produzioni tipiche, ecc.<\/p>\n<p>Un elemento importante \u00e8 l\u2019intensit\u00e0 dei legami tra settori all\u2019interno di ciascun paese. Secondo un\u2019analisi che \u00e8 ormai classica dell\u2019economia dello sviluppo che segue l\u2019approccio Input-Output, vanno in particolare studiati i cosiddetti legami a monte o backward linkages e legami a valle o forward linkages. I primi riguardano gli acquisti da parte di un settore di input provenienti dagli altri: un indice sintetico di tali legami pu\u00f2 esprimere dunque la capacit\u00e0 del settore di esercitare una domanda interna nei confronti degli altri, di essere un cliente. I secondi, invece, riguardano gli acquisti da parte degli altri settori del prodotto considerato: un indice sintetico pu\u00f2 esprimere, in questo caso, la possibilit\u00e0 del settore di rivolgersi al mercato interno, di essere quindi un fornitore. Diversi metodi, inoltre, propongono di considerare un indicatore sintetico di entrambe le tipologie di legami, che esprimerebbe il grado di complementariet\u00e0 tra il settore ed il resto dell\u2019economia del paese. Se poi confrontiamo questo aspetto con i legami produttivi e commerciali con l\u2019estero, possiamo ricavare una visione pi\u00f9 completa dei flussi produttivi e commerciali che riguardano i settori e dunque del loro ruolo funzionale all\u2019interno del sistema economico di appartenenza. Si possono ottenere molti casi possibili: tra quello virtuoso di settore integrato esportatore e quello vizioso di settore non integrato importatore vi sono molte situazioni intermedie. Si possono anche costruire delle vere e proprie mappe dei legami tra settori e con l\u2019estero, per poter apprezzare come si strutturi l\u2019economia del paese e nel complesso quali siano i punti di forza locali e globali. Un\u2019analisi di questo tipo consentirebbe di individuare le traiettorie seguite dai vantaggi o svantaggi economici ottenuti nel rapporto con l\u2019economia globale, le vie di diffusione al resto dell\u2019economia e definire nuove politiche di intervento per incentivarne gli aspetti positivi e\u00a0 scoraggiarne quelli negativi.<\/p>\n<p>La configurazione della struttura economica tra gruppi di attivit\u00e0 locali e globali ha infatti un\u2019incidenza sul benessere e sulla crescita economica del paese.Infatti, dal momento che i settori locali possono essere considerati dei \u201cdiffusori\u201d, mentre quelli globali dei \u201cconcentratori\u201d di benefici economici, i loro effetti nel processo di sviluppo sono molto rilevanti. Si possono figurare diversi scenari: da quello di sviluppo integrato di lungo periodo, che vede l\u2019espansione dei settori locali in grado di esportare parte della loro produzione e moltiplicare nel sistema interno i benefici acquisiti, a quello di sviluppo duale, con i settori globali unici esportatori e i locali limitati ad attivit\u00e0 di sussistenza. Tra questi, \u00e8 ipotizzabile anche uno scenario di complementariet\u00e0 locale-globale, in cui gli attori globali si specializzano nelle attivit\u00e0 pi\u00f9 competitive ma mantengono rapporti stretti con i settori locali, con effetti positivi sui fattori di sviluppo di lungo periodo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Il luogo del Buon Governo e della convivenza<\/strong><\/p>\n<p>Di fronte al nuovo scenario dei rapporti internazionali, prima di considerare quali possono essere le scelte politiche ed i contenuti del Buon Governo, occorre capire qual \u00e8 il suo \u201cluogo\u201d, ovvero quale collocazione pu\u00f2 avere una politica economica che agisca per conseguire il bene comune, per rafforzare i diritti, ripartire equamente il potere, promuovere lo sviluppo umano in armonia con l\u2019ambiente naturale.<\/p>\n<p>In questo quadro globale rischia di essere messo in secondo piano il ruolo delle politiche nazionali e quindi la stessa possibilit\u00e0 di intervenire a vantaggio della prosperit\u00e0, della pace e della giustizia per i propri cittadini. Il luogo del Buon Governo \u00e8 allora nei rapporti tra settori locali e settori globali della societ\u00e0, nella consapevolezza che la qualit\u00e0 di vita delle persone si determina sul territorio coltivando rapporti di complementariet\u00e0 e reciprocit\u00e0. In questo campo si possono sviluppare azioni che favoriscano la diffusione degli effetti positivi dei settori globali al resto del sistema, oppure che difendano i settori locali dalle crisi o dagli shock esterni; ma anche politiche per la promozione della coesione sociale e territoriale, per il decentramento amministrativo, la partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche, la protezione del patrimonio culturale e naturale. Inoltre, in un sistema di interdipendenze mutue sempre pi\u00f9 forti, i rapporti tra settore locale e settore globale all\u2019interno di ciascun paese influenzano anche la qualit\u00e0 dei rapporti globali tra questo paese e gli altri. Basti pensare all\u2019effetto sull\u2019estensione del mercato che possono avere politiche redistributive in grandi paesi come i BRICs. E\u2019 pur vero che il numero assoluto dei \u201cpochi\u201d ricchi pu\u00f2 essere gi\u00e0 sufficiente per avere un certo potere di mercato, tuttavia la concreta capacit\u00e0 di incrementarlo, quindi di migliorare anche la dimensione relativa del fenomeno, pu\u00f2 portare a vantaggi dirompenti nei rapporti globali, persino sulla crescita economica mondiale. Si tratta poi di un miglior benessere sociale o, come proposto in alcuni paesi dell\u2019America del Sud, \u201cbuon vivere\u201d. Da questo punto di vista investire nel miglioramento delle relazioni tra persone pu\u00f2 favorire la crescita del capitale sociale, la prevenzione dei conflitti ed una maggiore sicurezza. La promozione del tessuto di piccole e medie imprese, ma anche lo sviluppo del Terzo Settore e quindi della societ\u00e0 civile organizzata nel Sud del Mondo possono essere considerate politiche che concorrono al Buon Governo. Sullo stesso piano possono essere considerate politiche di protezione e uso sostenibile delle risorse naturali, dal momento che il loro valore dipende solo dal loro concreto sfruttamento economico ma anche dalla loro conservazione<a name=\"txt5\"><\/a>\u00a0<sup>5<\/sup>.<\/p>\n<p>Altro elemento cruciale che pu\u00f2 guidare le scelte di Buon Governo nei PVS e nei BRICs \u00e8 la progressiva democratizzazione dell\u2019economia. Infatti i grandi benefici accumulati in questi anni sono il riflesso di processi di delocalizzazione, investimenti globali, tendenze speculative che seguono le convenienze di grandi gruppi di interessi privati il cui campo di intervento \u00e8 il mondo e che non possono pi\u00f9 essere identificati con il blocco Stati Uniti \u2013 Europa. Si tratta piuttosto di una elite globale che muove enormi risorse a livello planetario (Krugman, 2009)<a name=\"txt6\"><\/a>\u00a0<sup>6<\/sup>. I loro vantaggi sono per lo pi\u00f9 invisibili perch\u00e9 domiciliati presso paradisi fiscali o perch\u00e9 rappresentati dai nuovi strumenti finanziari che sfuggono ai controlli delle autorit\u00e0 economiche.\u00a0Dal momento che le risorse strategiche dei PVS e dei BRICs sono fortemente land-based, la loro crescita economica pu\u00f2 rappresentare una valida opposizione a tali tendenze monopolistiche, favorendo una maggiore distribuzione del benessere economico e notevoli miglioramenti nella qualit\u00e0 di vita delle loro popolazioni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><br \/>\nArmijo, L. E. (2007), \u201cThe BRICs countries (Brazil, Russia, India, and China) as analytical category: mirage or insight?\u201d, Asian Perspective, Vol. 31, n. 4.<br \/>\nColombi C. (2007), Un modello neokaldoriano di sviluppo economico. Complementariet\u00e0 tra settori produttivi, cambiamento strutturale ed economia aperta, Tesi di Dottorato, Universit\u00e0 degli Studi di Roma \u201cSapienza\u201d.<br \/>\nDierckxsens V. (2012), \u201cPotere sociale del Sud per un cambiamento di razionalit\u00e0 economica\u201d, Agenda Latinoamericana Mondiale 2013, edizione italiana.<br \/>\nEuropean Commission (DG Enterprise and Industry) (2010), Critical raw materials for the EU Report of the Ad-hoc Working Group on defining critical raw materials,\u00a0<a href=\"http:\/\/ec.europa.eu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/ec.europa.eu\/<\/a><br \/>\nEuropean Parliament (STOA: Science and Technology Options Assessment) (2011), Future Metal Demand from Photovoltaic Cells and Wind Turbines. Investigating the Potential Risk of Disabling a Shift to Renewable Energy Systems,\u00a0<a href=\"http:\/\/www.europarl.europa.eu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.europarl.europa.eu\/<\/a><br \/>\nHolly Bell, A. (2011), \u201cStatus of the \u2018BRICs\u2019: an analysis of growth factors\u201d, International Research Journal of Finance and Economics, Issue 69.<br \/>\nKaldor N. (1984 [1996]), Causes of Growth and Stagnation in the World Economy, Cambridge University Press.<br \/>\nKrugman, P. (2009), Il ritorno dell\u2019economia della depressione e la crisi del 2008, Garzanti.<br \/>\nSalvatore D. (2010), \u201cGlobalisation, international competitiveness and growth: advanced and emerging markets, large and small countries\u201d, Journal of International Commerce, Economics and Policy, Vol. 1, n. 1.<br \/>\nSridharan P., N. Vijayakumar e K. Chandra Sekhara Rao (2009), \u201cCausal relationship between Foreign Direct Investment and growth: evidence from BRICS Countries\u201d, International Business Research, Vol. 2, n. 4, Ottobre.<br \/>\nThirlwall A. P. (1979), \u201cThe balance of payments constraint as an explanation of international growth rate differences\u201d, Quarterly Review Banca Nazionale del Lavoro, Marzo.<br \/>\nThirlwall A. P. (1986), \u201cA General Model of Growth and Development on Kaldorian Lines\u201d, Oxford Economic Papers, 38.<br \/>\nWilson D. e R. Purushothaman (2003), \u201cDreaming with BRICs: The Path to 2050\u201d, Global Economics Paper,Goldman Sachs, n. 99, Ottobre.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><a name=\"cit1\"><\/a><sup>1<\/sup>\u00a0La ragione di scambio \u00e8 aumentata anche per i paesi produttori di petrolio (Venezuela +158,7%, Angola +144,7%, Arabia Saudita +115,8%, Nigeria +111,4%, ecc.) sul quale per\u00f2 si concentra la quasi totalit\u00e0 delle loro esportazioni.<br \/>\n<a name=\"cit2\"><\/a><sup>2<\/sup>\u00a0A titolo di esempio indichiamo: il Gallio per la produzione di celle fotovoltaiche, il Neodimio per la tecnologia laser, l\u2019Indio per i display, il Cobalto e il Litio per le batterie di nuova generazione, ecc. Per una trattazione pi\u00f9 completa \u00e8 possibile consultare alcuni rapporti dell\u2019Unione Europea indicati in bibliografia.<br \/>\n<a name=\"cit3\"><\/a><sup>3<\/sup>\u00a0L\u2019analisi teorica riportata in questo paragrafo segue e sviluppa l\u2019argomento principale della mia tesi di dottorato (Colombi C., 2007).<br \/>\n<a name=\"cit4\"><\/a><sup>4<\/sup>\u00a0La \u201clegge di Thirlwall\u201d \u00e8 una relazione di lungo periodo, che vale al tasso di cambio di \u2018equilibrio\u2019 (cio\u00e8 che garantisce il pareggio della bilancia commerciale).<br \/>\n<a name=\"cit5\"><\/a><sup>5<\/sup>\u00a0Un esempio pionieristico di questa strada alternativa \u00e8 quella sperimentata dall\u2019Ecuador con l\u2019iniziativa Yasun\u00ed-ITT che prevede l\u2019impegno indefinito da parte del governo a non estrarre il petrolio esistente nel sottosuolo del parco naturalistico omonimo, ed equivalente a ben il 20% delle riserve di greggio del paese, in cambio della raccolta di risorse finanziarie dalla comunit\u00e0 internazionale pari al 50% del mancato ricavo che costituiscono un fondo di investimento per lo sviluppo umano amministrato dal PNUD (<a href=\"http:\/\/yasuni-itt.gob.ec\/\">http:\/\/yasuni-itt.gob.ec<\/a>).<br \/>\n<a name=\"cit6\"><\/a><sup>6<\/sup>\u00a0Edizione riveduta ed ampliata de \u201cIl ritorno dell\u2019economia della depressione\u201d del 1999, che commentava le crisi finanziarie degli anni \u201990 prevedendo nuove crisi negli anni successivi. Nel 2008, anno dell\u2019inaspettata crisi negli USA, Paul Krugman \u00e8 stato insignito del Premio Nobel per l\u2019economia.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[853],"fascicolo":[194],"class_list":["post-1998","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-cristiano-colombi","fascicolo-febbraio-2013"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Il Buon Governo nei PVS e nei Paesi emergenti di fronte alla crisi economica<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Cristiano Colombi, pubblicato nel numero di Febbraio 2013. 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