{"id":1935,"date":"2012-02-01T12:00:00","date_gmt":"2012-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1935"},"modified":"2026-04-12T13:13:28","modified_gmt":"2026-04-12T11:13:28","slug":"un-commento-critico-al-simposio-su-the-2007-financial-crisis-and-the-great-recession-alternative-views-of-key-issues-a-cura-di-g-fontana-in-history-of-economic-ideas-xix-2011","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2012\/febbraio\/un-commento-critico-al-simposio-su-the-2007-financial-crisis-and-the-great-recession-alternative-views-of-key-issues-a-cura-di-g-fontana-in-history-of-economic-ideas-xix-2011-2\/","title":{"rendered":"Un commento critico al Simposio su: \u201cThe 2007 financial crisis and the great recession: alternative views of key issues\u201d, a cura di G. Fontana, in History of economic Ideas, XIX, 2011\/2"},"content":{"rendered":"<p>Come noto, dall\u2019estate del 2007, sia nei paesi industrializzati, sia &#8211; di riflesso \u2013 in quelli \u201cin via di sviluppo\u201d, l\u2019economia \u00e8 stata investita da una grave crisi, prima finanziaria, poi anche in ambito reale, mentre sono stati risparmiati soltanto i paesi \u201cin via di forte industrializzazione\u201d, vale a dire il gruppo di paesi detti, in acronimo, BRIC (Brasile, Russia, India, Cina).<\/p>\n<p>Solo per dare un\u2019idea delle dimensioni della crisi, con riferimento all\u2019intero sistema mondiale, si consideri che, tra il marzo del 2007, quando la crisi recessiva ha avuto inizio, al settembre del 2009 &#8211; quando si suppone che essa, poi chiamata Grande Recessione, sia terminata (ma, a mio avviso, \u00e8 cos\u00ec solo temporaneamente, anche se non c\u2019\u00e8 qui spazio per \u201cargomentare\u201d tale tesi) -, si sono avute perdite, sui mercati finanziari, stimate in ben 4.1 trilioni di dollari USA.<\/p>\n<p>Quanto alle cause, remote e prossime, della crisi, facendo un \u201cpasso indietro\u201d, occorre riandare col pensiero alla precedente grave crisi finanziaria ed economica mondiale, quella degli anni \u201930 del secolo XX, cominciata negli USA con il celebre \u201ctonfo\u201d alla Borsa di New York dell\u2019autunno 1929 (il venerd\u00ec \u201cnero\u201d, 24 ottobre), diffusasi poi in tutti i paesi industrializzati, nonch\u00e9 risultata essere particolarmente acuta in Germania tanto da portare al potere il nazismo, e protrattasi fino ad oltre la met\u00e0 degli anni \u201830.<\/p>\n<p>Teoricamente, si sono confrontate, gi\u00e0 in quel caso, due visioni alternative della crisi economica, cos\u00ec come \u00e8 stato il caso per le misure di politica economica per superarla. Si \u00e8, infatti, distinto sin da allora, con specifico fondamento analitico, fra le spiegazioni \u201cdi destra\u201d e quelle \u201cdi sinistra\u201d, largamente coincidenti, rispettivamente, con quelle di tipo monetario e quelle di tipo reale. Secondo le prime, sostenute, in particolare, dall\u2019economista monetarista M. Friedman, le cause\u00a0della crisi andavano ricercate negli\u00a0<em>eccessi<\/em>\u00a0avutisi nella politica monetaria, dunque negli andamenti dell\u2019offerta di moneta, che avevano portato al verificarsi di una \u201cbolla speculativa\u201d in Borsa, la quale per\u00f2 \u2013 pur durando tutti gli anni \u201820 \u2013 non poteva non \u201csgonfiarsi\u201d, cosa verificatasi, per\u00f2, in modo \u201ccatastrofico\u201d, appunto, il venerd\u00ec \u201cnero\u201d. Allora, quegli eccessi avrebbero dovuto essere colmati con interventi, in diminuzione, di politica monetaria, tali da portare alla \u201cnormalizzazione\u201d dell\u2019andamento dei prezzi e rimettere in moto la ripresa e, a seguire, la crescita dell\u2019economia. In base alle seconde, sostenute, in alternativa, dal grande economista \u201cinnovatore\u201d J. M. Keynes nella \u201crivoluzionaria\u201d opera del 1936 (La teoria generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta) e dai suoi continuatori, le cause della crisi andavano, invece e soprattutto, ricercate nelle carenze registratesi nella domanda di beni reali, che si sarebbero determinate proprio al venir meno della \u201cbolla speculativa\u201d di Borsa, la quale \u2013 prima o poi \u2013 non poteva non \u201csgonfiarsi\u201d, magari in modo \u201ccatastrofico\u201d. Allora, quelle carenze dovevano essere \u201ccolmate\u201d con interventi, in aumento, di politica fiscale, tali da portare all\u2019aumento della domanda reale di beni e, cos\u00ec, rimettere in moto la ripresa e, a seguire, la crescita dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Come si comprende, molte contrapposizioni di allora, fra l\u2019impostazione monetarista, o di tipo \u201cneoclassico\u201d, e quella keynesiana, o di tipo \u201cclassico\u201d, anticipavano, per cos\u00ec dire, quelle presenti, di cui a questo punto occorre passare a dire.<\/p>\n<p>Intanto, va precisato che, dopo la grande crisi del 1929 e dei primi anni \u201930, su iniziativa del presidente F. D. Roosevelt, era stato approvato dal Parlamento statunitense nel 1933, nell\u2019ambito del grandioso programma di interventi coordinati di politica economica cui venne dato il nome di New Deal, una fondamentale legge in materia monetaria-finanziaria, il Glass-Steagall Act, che disciplinava la specifica separazione \u2013 ci\u00f2 che non era prima \u2013 tra il credito a breve termine, erogato dalle banche di credito commerciale o \u201cordinario\u201d, ed il credito a medio e lungo termine, erogato dalle banche di credito \u201cspeciale\u201d. Come noto, provvedimenti analoghi venivano varati in tutta Europa, ed anche in Italia, dove, in particolare, a met\u00e0 degli anni \u201930, nacquero l\u2019IRI e l\u2019IMI, mentre su basi simili \u2013 anzi pi\u00f9 ampie \u2013 fu approvata la Legge bancaria del 1936.<\/p>\n<p>Come si afferma, nell\u2019Introduzione al Simposio, da parte dei curatori G. Fontana e R. Realfonzo, senza tuttavia potere qui entrare in dettagli, va sottolineato che, essendo stati adottati ed applicati negli anni \u201980 in tutti i paesi industrializzati, e soprattutto nel Regno Unito (UK) dal Premier Sig.ra Thatcher e negli USA dal Presidente Reagan, provvedimenti liberisti, le cose sono andate avanti \u201cbene\u201d per un certo periodo di tempo, in realt\u00e0 fino agli anni \u201990 del 1900 ed un po\u2019 oltre. Allora, a cominciare dal cosiddetto Big Bang del 1986 in UK, si sono affermate in entrambi quei paesi, e si sono diffuse in molti altri paesi industrializzati, ma &#8211; si noti &#8211; molto meno in Italia, un numero crescente di liberalizzazioni finanziarie, che sono proseguite e sono state ampliate da parte dei governi susseguitisi nella maggior parte dei paesi ed in particolare negli USA, negli anni \u201ca cavallo\u201d tra i due secoli, fino agli ultimi mesi dell\u2019amministrazione del presidente G.W. Bush, cio\u00e8 poco prima della Grande Recessione.<\/p>\n<p>Non solo, ma nel clima generalizzato di quelle liberalizzazioni finanziarie hanno preso piede, soprattutto, ancora, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la \u201cproduzione\u201d e la \u201cvendita\u201d di tutta una serie, per dirla all\u2019italiana, di nuovi titoli di credito, che, nel linguaggio tipico dei paesi anglosassoni, sono stati chiamati titoli o strumenti finanziari strutturati, compositi, o anche sintetici. Si \u00e8 trattato di strumenti finanziari &#8211; \u201cprodotti\u201d e \u201cvenduti\u201d, soprattutto, dalle grandi banche americane e inglesi &#8211; ottenuti, \u201cpartendo\u201d da crediti, o perfino da debiti \u201caccesi\u201d, spesso, da persone o famiglie che, pur non fornendo \u201cadeguate\u201d garanzie (infatti, si parlava di mutui sub-prime), s\u2019indebitavano per comprare casa, \u201ccontando\u201d di ripagare i prestiti tramite adeguate rateazioni, \u201cfidando\u201d su un\u2019economia in crescita e su posti di lavoro similmente crescenti.<\/p>\n<p>Ma era chiaro a taluni economisti \u2013 purtroppo pochi! \u2013 che si stava, via via, dando luogo ad una vera e propria \u201cbolla speculativa\u201d che, prima o poi, non poteva non \u201cesplodere\u201d.<\/p>\n<p>In effetti, \u00e8 seguito che, una volta contrattati i prestiti, le banche non conservavano i crediti (cui corrispondevano i debiti delle persone o famiglie) nei propri portafogli nella forma dei titoli contrattati; bens\u00ec, come si dice, li manipolavano in vario modo, creando e vendendo titoli derivati, in particolare titoli compositi o strutturati, al fine di \u201cdiluire\u201d il rischio di credito e \u201cscaricarlo\u201d dai venditori ai compratori. Non solo, ma ci\u00f2 veniva ripetuto pi\u00f9 volte, procedendo a creare e diffondere titoli sempre pi\u00f9 \u201clontani\u201d da quelli originari e sempre pi\u00f9 rischiosi, ma \u2013 come si comprende \u2013 il rischio veniva a gravare sempre pi\u00f9 sui compratori di quei titoli, invece che sulle banche emittenti. Si sono cos\u00ec create varie e complesse tipologie di tali titoli strutturati o compositi, sempre pi\u00f9 lontani da quelli originari e sempre pi\u00f9 \u201cdiluiti\u201d rispetto ai prestiti, ed ancor pi\u00f9 rispetto alle necessit\u00e0 reali, \u201cdi partenza\u201d.<br \/>\nIn particolare, si sono diffuse attivit\u00e0 strutturate quali, dette in inglese, le principali seguenti: i Collateralised Debt Obligations (CDOs), cio\u00e8 titoli basati su \u201cmiscele\u201d di prestiti ipotecari poco affidabili (subprime mortgages); gli Asset Baked Securities (ABS), cio\u00e8 prestiti bancari \u201cimpacchettati\u201d e venduti ad altre banche; gli Structural Investment Vehicles (SIVs), cio\u00e8 strutture bancarie, di piccole dimensioni, abilitate ad effettuare prestiti cosiddetti over the counter, cio\u00e8 contrattati \u201cal di fuori\u201d delle usuali norme del mercato \u201cregolato\u201d e, perci\u00f2, su basi specificatamente rischiose; e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>E\u2019 chiaro che tale \u201cesplosione\u201d di titoli di credito compositi, strumenti finanziari derivati (e derivati da derivati), strutture bancarie improvvisate, nonch\u00e9 \u201cfondi d\u2019investimento\u201d di vario tipo, in gran parte speculativi, poteva durare finch\u00e9, e nella misura in cui, i debitori \u201coriginari\u201d sarebbero stati in grado di saldare i propri debiti (per capitale ed interessi), in quanto continuassero ad avere un posto di lavoro sicuro e ricevere un regolare compenso. Ma, tra il 2006 e il 2007, l\u2019economia americana entrava in crisi recessiva, le vendite scarseggiavano, le imprese iniziavano a licenziare lavoratori e un numero via via crescente di debitori di tipo\u00a0<em>sub-prime<\/em>\u00a0diventava incapace di ripagare i prestiti; cos\u00ec che le banche inizialmente \u201cesposte\u201d con essi diventavano, a loro volta, incapaci di pagare interessi sui vari tipi di strumenti \u201cmanipolati\u201d emessi e, alla bisogna, di restituire i capitali richiesti; il che si ripercuoteva, man mano, \u201ca cascata\u201d, su altre banche, su fiduciarie, \u201cfondi d\u2019investimento\u201d, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Allora, la situazione diventava cos\u00ec preoccupante che, nella stessa amministrazione (repubblicana) del presidente G. W. Bush, ed in particolare, nel tandem costituito dal Ministro del Tesoro, Henry Paulson, e dal Presidente della FED, la Banca Centrale statunitense, Ben Bernanke, si decise di procedere con una serie di interventi abbastanza \u201cinusuali\u201d per l\u2019impostazione liberista fino ad allora perseguita, in USA, dalla politica economica e finanziaria, trattandosi di misure di politica monetaria, di tipo nient\u2019affatto keynesiano, del tutto \u201cinappropriate\u201d, data la crisi in atto. Pertanto, un keynesiano convinto come lo scrivente, ben lontano da un\u2019impostazione di tipo liberista, non pu\u00f2 non sottolineare l\u2019inefficacia di interventi come quelli effettuati.<\/p>\n<p>In effetti, i principali interventi di politica economica effettuati riguardavano la politica monetaria e comprendevano le seguenti misure: il tasso ufficiale di sconto (di competenza governativa) ed il tasso d\u2019interesse a breve termine (supervisionato dalla FED) furono subito e sostanzialmente ridotti, raggiungendo un intervallo fra zero e lo 0,25%; quanto al tasso d\u2019interesse a medio-lungo termine, la FED annunci\u00f2 che il tasso interbancario futuro sarebbe stato mantenuto prossimo allo zero per un lungo periodo di tempo; d\u2019altro canto, mentre (si noti) la grande banca d\u2019affari<em>\u00a0Lehman Brothers<\/em>\u00a0fu lasciata fallire, la FED procedette ad un\u2019immissione di liquidit\u00e0 nel sistema senza precedenti, soprattutto tramite apporti diretti al capitale liquido di alcune grandi banche nella forma di acquisti di enormi quantit\u00e0 di titoli (obbligazioni) di loro emissione, con l\u2019intento peraltro che si sarebbe trattato di manovra temporanea. Keynesianamente, non si poteva non obiettare che quella grande immissione di liquidit\u00e0 sarebbe stata \u201cassorbita\u201d nei diversi portafogli e, dunque, non avrebbe avuto alcun effetto in termini di soluzione della crisi finanziaria.<\/p>\n<p>Insomma, si comprende come tutte le (rilevanti) misure adottate, essendosi concentrate sulla politica monetaria, non determinarono quel \u201cribaltamento\u201d della situazione complessiva nel sistema finanziario americano che le Autorit\u00e0 si proponevano di conseguire; n\u00e9 sorte \u201cmigliore\u201d arrise al sistema finanziario britannico, dove furono fatti interventi simili.<\/p>\n<p>A mio parere, molto di pi\u00f9, sia sul fronte fiscale, sia, ed in particolare, su quello finanziario (cio\u00e8, quanto alla regolamentazione del tipo e della quantit\u00e0 dei titoli \u201cin circolazione\u201d) si doveva fare, come poi far\u00e0 in USA il successivo presidente, democratico, Obama. Ma questo punto \u00e8 \u201cal di l\u00e0\u201d del discorso concernente i saggi del Simposio considerato.<\/p>\n<p>Il \u201cpiatto forte\u201d nel Simposio \u00e8 rappresentato dal saggio introduttivo di G. Fontana e R. Realfonzo, saggio nel quale i due autori sostengono, convincentemente, la tesi che l\u2019estate del 2007 ha rappresentato un momento cruciale di \u201cpassaggio\u201d nella storia economica della maggior parte dei paesi industrializzati. In effetti, mentre si temeva che ci si stava \u201cincamminando\u201d verso una nuova Grande Depressione, come quella degli anni \u201930 del secolo XX, tanto \u00e8 stato evitato, grazie allo sforzo coordinato delle politiche economiche largamente perseguite, e tuttavia le conseguenze reali della grave crisi finanziaria degli anni 2007-09 non sono state affatto superate. Siamo cio\u00e8 ancora in presenza di una vera e propria Grande Recessione.<\/p>\n<p>Personalmente, mentre concordo su ci\u00f2, ritengo anzi che gli andamenti recessivi nella maggior parte dei paesi (ad eccezione, almeno per ora, a fine 2011, dei paesi del gruppo BRIC) non saranno superati per alcuni anni; e ci\u00f2, in quanto \u2013 seguendo in proposito le analisi di un altro grande economista, insieme a Keynes, del secolo scorso, J. Schumpeter (nel monumentale lavoro in merito, in due volumi, del 1939) \u2013 ho una visione ciclica, o meglio di crescita ciclica, degli andamenti delle economie capitalistiche, anzi di qualsiasi economia.<\/p>\n<p>D\u2019altro canto &#8211; mi sia consentito aggiungere &#8211; le cose non sono sostanzialmente mutate, negli anni dal 2007 ad oggi, come andamenti di trend, mentre sul piano congiunturale si sono registrati, in tutti i paesi industrializzati, \u201calti\u201d e \u201cbassi\u201d, cosicch\u00e9 risulterebbe avere avuto conferma l\u2019ipotesi cui ho appena accennato.<\/p>\n<p>In poche parole, prendendo il caso degli USA come emblematico, si vede in particolare che il tasso di disoccupazione \u00e8 rimasto molto alto, in media intorno al 9 %, mentre \u00e8 diventato \u201cpreoccupante\u201d il deficit della loro bilancia dei pagamenti con l\u2019estero, tale che solo il sostegno della Cina con un consistente afflusso di capitali riesce ormai a \u201cfar quadrare i conti\u201d. Non parlo peraltro dell\u2019Italia, i cui conti \u201cin rosso\u201d, come noto, sono purtroppo da un bel po\u2019 \u201cal centro\u201d dell\u2019attenzione e della preoccupazione di osservatori e cittadini.<\/p>\n<p>Tornando al Simposio, senza potere qui entrare in una specifica analisi dei diversi saggi, intanto va detto che, nella stessa Introduzione dei due curatori, s\u2019insiste sul fatto che, a fronte dei massicci interventi di politica monetaria, ed a volte, come nel caso degli USA del presidente Obama, anche di politica fiscale, si \u00e8 avuta una certa ripresa in tutti i paesi industrializzati (ma non in Italia!), ma a questa \u00e8 seguita un\u2019ulteriore stagnazione. Si \u00e8 allora parlato di \u201cdual-dip recession\u201d, vale a dire di una sorta di \u201crecessione a due cadute\u201d. Francamente, non si pu\u00f2 non parlare di un andamento ormai ciclico delle economie industrializzate, anzi, personalmente ritengo che tale &#8211; pi\u00f9 o meno accentuata &#8211; ciclicit\u00e0 durer\u00e0 ancora per qualche anno (forse, fino al 2017, cio\u00e8 per almeno un decennio dopo il 2007).<\/p>\n<p>Va da s\u00e9 che tutti i saggi perseguono un\u2019impostazione teorica di tipo classico-keynesiano: cos\u00ec, si va dal saggio di Arestis-Karakitsos in tema di \u201cImplicazioni della crisi finanziaria e delle misure prese per regolarla\u201d, a quello di Brancaccio-Fontana in tema di \u201cValutazione critica della politica monetaria portata avanti da Greenspan a capo della FED\u201d, a quello di M. Sawyer in tema di \u201cProspettive della crisi e della recessione formulate su basi pot-keynesiane\u201d, a quello di A. Ross in tema di \u201cTeorie economiche e politiche economiche alternative nel Regno Unito sulla crisi a confronto\u201d. \u201cConcentrandosi\u201d qui, emblematicamente, sul solo saggio di Brancaccio-Fontana, esso analizza \u201cpro\u201d e \u201ccontro\u201d della tesi che la causa di fondo della crisi sia stata la politica monetaria accomodante della FED di Greenspan, allargandola, per\u00f2, all\u2019analisi della politica monetaria in tutte le economie industrializzate moderne, politica portata avanti in tutte sulla base dello schema teorico di riferimento costituito dal cosiddetto Nuovo Consenso nella Macroeconomia (nell\u2019acronimo inglese, NCM). La conclusione del saggio, molto critico su tale schema, \u00e8 che, comunque, c\u2019\u00e8 poca evidenza empirica sul punto che negli USA &#8211; l\u2019epicentro della crisi &#8211; sia stata la conduzione della politica monetaria la sua causa fondamentale. E ci\u00f2, a mio parere, anche se gli autori non lo dicono, non pu\u00f2 non condurre a \u201crivalutare\u201d il ruolo di base nella crisi svolto dalle oscillazioni tipiche di ogni economia industrializzata.<\/p>\n<p>In effetti, dopo avere riconsiderato i dati sugli andamenti della disoccupazione negli USA, come gi\u00e0 fatto in sede introduttiva (il tasso di disoccupazione \u00e8 aumentato dal 4,7% nel quarto trimestre del 2007 al 9.2% nel secondo trimestre del 2009), nonch\u00e9 considerato il massiccio ricorso a misure d\u2019intervento monetarie e fiscali, al fine di contenere gli effetti pi\u00f9 deleteri della crisi finanziaria e della \u201ccollegata\u201d recessione, nel saggio si sottolinea, validamente, che la debolezza generalizzata della domanda reale aggregata \u00e8 continuata durante l\u2019intero anno 2009 ed oltre. Allora, che fare? Alla \u201cfatidica\u201d domanda, la risposta degli autori \u00e8 stata che occorre procedere a sostanziali misure di re-distribuzione del reddito, dai pi\u00f9 ricchi ai pi\u00f9 poveri, onde aumentare sostanzialmente i consumi, quindi le vendite, e cos\u00ec la produzione, l\u2019occupazione e la ripresa.<\/p>\n<p>Personalmente, per\u00f2, sono convinto che tali misure siano necessarie, ma non sufficienti, per una stabile ripresa delle economie industrializzate oggi. Serve, allora, per cos\u00ec dire, \u201ccombinare\u201d un approccio alla Keynes con uno\u00a0alla Kalecki. In effetti, M. Kalecki, ancora un altro importante studioso degli anni \u201930 e \u201940 del secolo scorso, pubblic\u00f2, in contemporanea con i lavori del Keynes, numerosi saggi in cui elabor\u00f2 un modello \u201ccongiunto\u201d per il breve ed il medio-lungo periodo. In particolare, secondo le sue posizioni, non si pu\u00f2 mai tralasciare di considerare che le imprese, per investire, occupare lavoro e produrre, necessitano di vendere, certo,\u00a0<em>ma<\/em>\u00a0con l\u2019obiettivo di guadagnare un certo profitto. Allora, sempre, un\u2019economia si muover\u00e0, per cos\u00ec dire, su \u201cun crinale\u201d, che non pu\u00f2 non essere equilibrato tra salari e profitti; il che, in carenza dei mercati, richiede che si perseguano politiche economiche sia di tipo re-distributivo, sia\u00a0<em>anche<\/em>\u00a0di incentivi alle imprese perch\u00e9 investano, producano, vendano e guadagnino, cosicch\u00e9 adeguino la domanda di lavoro all\u2019offerta, quindi alla disponibilit\u00e0 dei tanti lavoratori ad occuparsi.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[870],"fascicolo":[181],"class_list":["post-1935","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-ferruccio-marzano","fascicolo-febbraio-2012"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Un commento critico al Simposio su: \u201cThe 2007 financial crisis and the great recession: alternative views of key issues\u201d, a cura di G. 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