{"id":1916,"date":"2012-02-01T12:00:00","date_gmt":"2012-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1916"},"modified":"2026-04-12T19:22:24","modified_gmt":"2026-04-12T17:22:24","slug":"tra-utopia-e-alternativa-analisi-filosofica-del-pensiero-della-decrescita","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2012\/febbraio\/tra-utopia-e-alternativa-analisi-filosofica-del-pensiero-della-decrescita\/","title":{"rendered":"Tra utopia e alternativa: analisi filosofica del pensiero della decrescita"},"content":{"rendered":"<p>Il poliedrico movimento economico e sociale, raccoltosi intorno alla parola \u00abdecrescita\u00bb,<sup>1<\/sup>\u00a0sta elaborando un pensiero che si propone come una radicale\u00a0 alternativa al modello antropologico della modernit\u00e0 \u00abtermo-industriale\u00bb.<sup>2<\/sup>\u00a0Praticando uno stile quotidiano di vita ispirato a valori di sobriet\u00e0 affini agli ideali etici della decrescita, mi sono reso conto che questo pensiero presenta anche alcuni rischi intellettuali, connessi alle ambiguit\u00e0 contenute in alcuni suoi concetti-chiave, sui quali ora vorrei soffermarmi.<\/p>\n<p><strong>La micro-utopia della decrescita<\/strong><\/p>\n<p>Il pensiero della decrescita \u00e8 costituito da una pluralit\u00e0 di filosofie della prassi. \u00c8 una galassia di pensieri in situazione, frutto di analisi e di esperienze economiche, sociali e culturali. Si propone come radicalmente innovatore sul piano cognitivo, perch\u00e9 vuole rovesciare la prospettiva da cui si guarda la realt\u00e0 della vita quotidiana.<sup>3<\/sup>\u00a0Lo colloco nel filone delle filosofie sociali moderne e lo faccio risalire a Rousseau. Egli critic\u00f2 le diseguaglianze prodotte dallo sviluppo economico-politico mercantilista, in nome di una societ\u00e0 a-venire modellata su una \u00abnuova natura\u00bb: \u00abper divenire perfettamente felici, [basta] contentarsi di esserlo\u00bb, un concetto ideale di umanit\u00e0 che nasce dalla proiezione su scala universale di esperienze particolari.<sup>4<\/sup>\u00a0Come Rousseau, anche il pensiero della decrescita tende a criticare il macro-sistema del mondo occidentale in nome di micro-esperienze, che sono volutamente marginali rispetto a esso e perci\u00f2 possono vantare una<\/p>\n<p>forza contestativa libera da colonizzazioni mentali capitaliste. Qui colgo il primo elemento di criticit\u00e0: la grande forza di cambiamento attribuita a quei gruppi di opinione e di azione, che Maritain chiamava \u00abminoranze profetiche di choc\u00bb.<sup>5<\/sup>\u00a0Piccoli gruppi, disseminati su tutto il pianeta e collegati tra loro in rete dovrebbero adempiere un compito incondizionato: rovesciare il primato della merce e del profitto, sviscerando il primato della dimensione relazionale su quella economica. La \u00absociet\u00e0 conviviale\u00bb preconizzata da Illich riuscir\u00e0 cos\u00ec a sostituire quella capitalista industriale, ormai decrepita.<sup>6<\/sup>\u00a0Qui si manifesta l&#8217;indole utopica e volontaristica di questo pensiero. Il compito della decrescita sarebbe possibile, solo perch\u00e9 in qualche piccola parte della terra se ne sta realizzando un pezzetto. La corrispondenza tra micro- e macro-cosmo \u00e8 una struttura del pensiero utopico militante moderno, basata sul principio platonico dello sviluppo in forza dell&#8217;esempio (paradeigma): ci\u00f2 che \u00e8 realizzabile su piccola scala in un certo contesto storico, sarebbe possibile ovunque su scala pi\u00f9 ampia.<sup>7<\/sup><\/p>\n<p><strong>Il cives che verr\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Una seconda criticit\u00e0 intellettuale \u00e8 costituita dal corto-circuito posto in essere dall&#8217;opzione pan-economicista, alla luce della quale viene poi condotta la critica al mondo occidentale e l&#8217;interpretazione delle sue difficolt\u00e0 antropologiche.\u00a0<sup>8<\/sup>\u00a0Si mette sotto accusa la riduzione del mondo a mercato economico-finanziario e si formula questa critica in forma paradossale come \u00abdecostruzione del pensiero economico\u00bb.<sup>9<\/sup>\u00a0La traduco cos\u00ec: tutto \u00e8 economia, ma l&#8217;economia non \u00e8 tutto. Boff afferma che questo procedimento intellettuale risponde all&#8217;esigenza primaria, che \u00e8 spirituale, del genere umano del XXI sec.: \u00e8 possibile continuare a vivere solo in un mondo differente; non siamo condannati a accontentarci di sopravvivere nel mondo attuale.<sup>10<\/sup>\u00a0La soluzione proposta consiste nella rivoluzione del paradigma culturale: il passaggio dalla stupidit\u00e0 passiva dell&#8217;homo emptor alla partecipazione attiva dell&#8217;homo civicus.\u00a0<sup>11<\/sup>\u00a0Il cliente-consumatore non \u00e8 l&#8217;unica modalit\u00e0 oggi possibile di uomo economico. L&#8217;enfasi con cui si contrappone il capitale naturale a quello economico esprime l&#8217;attesa di una palingenesi economico-politica del mondo.\u00a0 Come afferma Cassano, il cives non \u00e8 l&#8217;uomo-a-venire: esso ha profonde radici nell&#8217;antichit\u00e0 greco-latino-cristiana e \u2013 aggiungo io \u2013 nella modernit\u00e0 illuminista. Esaltando l&#8217;uomo autentico che deve ancora venire, questo paradigma futurista indebolisce l&#8217;attenzione per l&#8217;uomo ibrido \u2013 emptor et civicus \u2013 che esiste nel presente e favorisce una semplificazione dei molteplici problemi che l&#8217;attuale crisi del tardo capitalismo porta con s\u00e9.<\/p>\n<p><strong>Quale sostenibilit\u00e0?<\/strong><\/p>\n<p>La decrescita \u00e8 sentita dai suoi sostenitori come una prospettiva ancora troppo indefinita. Questo limite logico viene corretto introducendo aggettivi che la qualifichino: \u00abfelice\u00bb, \u00abserena\u00bb, \u00abresponsabile\u00bb, \u00abequa\u00bb, \u00absostenibile\u00bb. Mi concentro su quest&#8217;ultimo, meno in voga nella pubblicistica sul tema, ma decisamente pi\u00f9 rilevante da un punto di vista concettuale. Che cosa s&#8217;intende, quando si dice \u00absostenibile\u00bb applicandolo a ci\u00f2 che deve decrescere? Ci si riferisce al sistema economico, o alla biosfera planetaria, o ancora all&#8217;autocomprensione della condizione umana? Indica un sottoinsieme o l&#8217;intero dell&#8217;essere umano? Per le filosofie della decrescita, \u00absostenibile\u00bb \u00e8 un aggettivo multiuso, in cui prevale il contenuto critico-negativo: l&#8217;esistente (la terra, la societ\u00e0, l&#8217;uomo) non pu\u00f2 essere considerato una miniera da sfruttare fino all&#8217;esaurimento. Cos\u00ec l&#8217;antropizzazione del pianeta viene tendenzialmente considerata un male, almeno finch\u00e9 non siano definiti e rispettati i criteri oggettivi che regolano tale sfruttamento.<sup>12<\/sup>\u00a0Come qualificativo di qualcos&#8217;altro, \u00absostenibile\u00bb \u00e8 un concetto relativo, indefinibile e suscettibile di interpretazioni arbitrarie, che alimenta nel pensiero della decrescita una spiccata tendenza al volontarismo. Il dover fare \u00e8 decisivo dell&#8217;essere: l&#8217;urgenza, il fare-presto diventano i criteri dell&#8217;essere buono. Da metodi euristici l&#8217;emergenza e la paura si trasformano in criteri logici. Curiosamente, \u00e8 lo stesso procedimento decisionale, a cui la politica e l&#8217;economia fanno ricorso in questo tempo di crisi della governance.<\/p>\n<p>Se invece la sostenibilit\u00e0 viene intesa come sostantivo, esprime la relazione di reciprocit\u00e0 tra l&#8217;umanit\u00e0 e il pianeta: per vivere, l&#8217;umanit\u00e0 ha bisogno delle risorse della terra; e senza l&#8217;umanit\u00e0, la terra sarebbe un deserto.<sup>13<\/sup>\u00a0Quando \u00e8 sostantivata, \u00absostenibilit\u00e0\u00bb \u00e8 un concetto relazionale, denso di significato antropologico, perch\u00e9 si riferisce all&#8217;originaria coappartenenza tra uomo e mondo. Esso dischiude la grande domanda filosofica: chi \u00e8 l&#8217;uomo? E la declina obbligando a riflettere se e a quali condizioni questo ideale \u00e8 stato realizzato nel passato e come lo pu\u00f2 essere nell&#8217;imminente futuro. Si tratta perci\u00f2 di un concetto in cui prevale il contenuto progettuale-positivo, in cui l&#8217;antropologia e l&#8217;etica s&#8217;intrecciano nella linea del \u00abprincipio responsabilit\u00e0\u00bb.<sup>14<\/sup>\u00a0C&#8217;\u00e8 dunque una sostenibilit\u00e0 originaria, la quale \u00e8 matrice di tutti i significati ulteriori di questo concetto, che \u00e8 la sostenibilit\u00e0 del pensiero. Dilthey sosteneva che proprio nei periodi di crisi, nei tempi in cui si ottenebra il senso, occorre ritornare alle origini del logos.<sup>15<\/sup>\u00a0Solo comprendendo il passato, ci si pu\u00f2 orientare nel presente verso il futuro.<\/p>\n<p>Questo lavoro ermeneutico e archeologico \u00e8 ci\u00f2 che manca alle filosofie della decrescita e al loro concetto di sostenibilit\u00e0. \u00c8 ci\u00f2 che le rende prassistiche ma non pratiche, emergenziali ma non deontologiche, concrete ma non realistiche. Il rischio \u00e8 che tutto questo sforzo di pensiero si traduca in una decrescita dello spessore antropologico della filosofia, a vantaggio di un&#8217;ipertrofia emergenziale dell&#8217;etica, che senza un solido fondamento nel logos rischia di diventare assertoria e ideologica.<\/p>\n<p><strong>La profezia eco-centrica<\/strong><\/p>\n<p>Dalla logica al linguaggio il passo \u00e8 breve. Qui s&#8217;incontra un&#8217;altra criticit\u00e0, annidata nel linguaggio profetico-apocalittico, a cui spesso si fa ricorso: Decrescita o barbarie; oppure: Decrescita o collasso.<sup>16<\/sup>\u00a0Si usa in modo equivoco un altro concetto: quello di \u00abcrisi\u00bb. Da una parte, l&#8217;odierna crisi economica viene presentata come la malattia mortale del sistema globale uomo-mondo.<sup>17<\/sup>\u00a0Si ipotizza che entro la fine del XXI sec. il mondo potrebbe esistere\/sopravvivere senza di noi, a motivo del quadruplice carattere \u2013 economico, alimentare, energetico e climatico \u2013 della crisi stessa, la quale fatalmente diverr\u00e0 sempre pi\u00f9 strutturale. Dall&#8217;altra, si attribuisce alla crisi un grande valore euristico: la sua ineluttabilit\u00e0 \u00e8 l&#8217;unico fattore che pu\u00f2 indurci a prendere coscienza del pericolo letale che l&#8217;umanit\u00e0 sta correndo. \u00c8 il tracollo dell&#8217;uomo maggiorenne illuminista, che si decide a capire e a cambiare solo quando si trova sull&#8217;orlo del baratro.<sup>18<\/sup>\u00a0Qui l&#8217;afflato utopico pare spegnersi, per lasciare spazio al disincanto e al grido: \u00absalvatevi, finch\u00e9 siete in tempo!\u00bb.<sup>19<\/sup>\u00a0Intravvedo sullo sfondo di questo doppio pensiero il modello biblico-profetico di\u00a0 Geremia e Daniele. La traduzione filosofica di questo pensiero suona come \u00absuperamento dell&#8217;antropocentrismo\u00bb illuminista occidentale, a favore dell&#8217;ecocentrismo: \u00e8 il passaggio dalla terra dell&#8217;uomo all&#8217;uomo della terra. Si evocano le mitologie cosmogoniche arcaiche e le filosofie orientali, senza considerare che proprio il mito di Gaia, l&#8217;Alma Mater, \u00e8 stato decisivo per il costituirsi del logos antropocentrico occidentale.<sup>20<\/sup><\/p>\n<p>La contraddizione dell&#8217;eco-centrismo non sta solo in questo difetto di comprensione storica. Con i filosofi del Settecento, per antropocentrismo intendo la capacit\u00e0 dell&#8217;uomo di generare il rapporto con la natura (Rousseau), di custodirlo dentro di s\u00e9 come in una sorta di microcosmo (Leibniz), di riconoscere la finitudine del proprio conoscere e del proprio operare (Kant) fino a aprirsi alla relazione con l&#8217;alterit\u00e0 divina e a esprimerla nella socialit\u00e0 comunitaria (Schleiermacher).<\/p>\n<p>L&#8217;antropocentrismo non \u00e8 una filosofia, ma lo sguardo fondamentale con cui noi guardiamo alla realt\u00e0 di cui siamo parte.<sup>21<\/sup>\u00a0 Per questo, esso \u00e8 ci\u00f2 che non pu\u00f2 essere superato e costituisce il patrimonio ideale a cui il mondo occidentale pu\u00f2 attingere per comprendere i compiti presenti. Decostruendo dell&#8217;uomo occidentale e del suo smisurato orgoglio narcisista, il pensiero della decrescita proclama la fine di un modello antropocentrico, per fare spazio a visioni altre del mondo che vecchi e nuovi colonialismi hanno sempre disconosciuto. Ma la sfida antropologica \u00e8 pi\u00f9 esigente: come aveva intuito La Pira, il pensiero del XXI sec. \u00e8 chiamato a riconfigurare l&#8217;uomo occidentale a partire dalle sue ancestrali radici mediterranee bibliche e elleniche, sviluppandone quella dimensione relazionale\u00a0 \u2013 emotiva, intellettiva e politica al tempo stesso \u2013 che \u00e8 la struttura portante del suo logos trimillenario.<\/p>\n<p><strong>Il limite: barriera o risorsa?<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;ultima criticit\u00e0, che \u00e8 la matrice delle ambivalenze precedenti, pu\u00f2 essere formulata con le parole di Latouche: \u00abn\u00e9 rigore n\u00e9 rilancio\u00bb, ovvero rifiuto categorico di ogni tipo di crescita. A questo doppio \u00abno\u00bb fa da contrappunto il duplice \u00abs\u00ec\u00bb ai due \u00abtab\u00f9\u00bb della \u00abcontrorivoluzione neoliberale\u00bb: \u00abl&#8217;inflazione e il protezionismo\u00bb.\u00a0 Tradotto nel linguaggio della decrescita: \u00abs\u00ec\u00bb a una \u00absociet\u00e0 dell&#8217;abbondanza frugale\u00bb, o della \u00abprosperit\u00e0 senza crescita\u00bb; \u00abs\u00ec\u00bb all&#8217;Europa della solidariet\u00e0 e della convivialit\u00e0.<sup>22<\/sup>\u00a0Qual \u00e8 il loro significato filosofico? Si deve pensare e progettare il mondo a-venire \u2013 prosegue Latouche \u2013 facendo a meno del concetto di infinito e di quello, da esso derivato, di sviluppo.<sup>23<\/sup>\u00a0Non si pu\u00f2 pi\u00f9 immaginare la storia antropologicamente come processo aperto, ma naturalisticamente come ri-torno e ri-circolo. Le parole-chiave del pensiero economico-politico della descrescita \u2013 equit\u00e0, risorsa, sostenibilit\u00e0 \u2013 portano in s\u00e9 il significato di un limite ontologico invalicabile e corrispettivamente del pericolo di ogni tentativo di trascenderlo. Perci\u00f2 sarebbero corrette (e anche scientificamente fondate) solo quelle politiche economiche che sono precedute dal suffisso \u00abri\u00bb:<sup>24<\/sup>\u00a0il limite economico \u00e8 anche il limite biologico e, insieme, questi due limiti corrispondono al limite ontologico della natura e dell&#8217;umanit\u00e0. A ben vedere, le \u00abotto erre\u00bb programmatiche della decrescita (\u00abrivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare\u00bb) si riassumono in una modalit\u00e0 ontologica, prima ancora che etica e politica, di resistenza, che suona come voler a tutti i costi restare al di qua del limite.<sup>25<\/sup>\u00a0Considero questa prospettiva ambigua e pericolosa. \u00c8 ambigua, perch\u00e9 non tutte le forme di ri-circolo economico, sociale, culturale sono esenti dalla possibilit\u00e0 di una re-gressione verso politiche, che in passato hanno prodotto tensioni e conflitti.<sup>26<\/sup>\u00a0Il concetto di limite comprende in s\u00e9 la dimensione della trascendenza e rinvia a un oltre e un altro che sta nell&#8217;oltre. Declinato politicamente, esso esige di ri-potenziare i luoghi dell&#8217;intreccio tra le culture e delle sinergie economiche internazionali. \u00c8 pericolosa, perch\u00e9 non esce dall&#8217;alternativa tra un&#8217;idea di storia come movimento lineare e un&#8217;altra come movimento circolare. Entrambe queste idee nel corso del XX sec. hanno prodotto visioni del mondo ben poco conviviali. Sulla scia del pensiero ermeneutico si pu\u00f2 invece pensare la storia come un dinamismo complesso e plurale, caratterizzato dall&#8217;intreccio di molteplici orizzonti concomitanti. Laddove essi si fondono il vero e il bene si manifestano nell&#8217;atto del consenso e in quello del coagire, ovvero nel costruire un pensiero comune. Questa \u00e8 la condizione per prestare ascolto alle ragioni degli altri, specie se pi\u00f9 deboli: i \u00abnaufraghi della terra\u00bb non sono automaticamente portatori di speranza per il mondo; ma lo diventano, dove vengono loro riconosciute dignit\u00e0 e capacit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;alternativa alla modernit\u00e0<\/strong><\/p>\n<p>Non \u00e8 in discussione la validit\u00e0 degli appelli alla sobriet\u00e0 nella vita quotidiana, ma l&#8217;interpretazione filosofica della modernit\u00e0 e della sua crisi: la riduzione del moderno a tecno-scienza, intesa come cultura del dominio e dello sfruttamento, \u00e8 molto discutibile. Si assume in modo acritico la contestazione di Illich al concetto di sviluppo, grazie a cui il tardo capitalismo avrebbe trasformato il bisogno da naturale a indotto e contemporaneamente avrebbe ridotto la speranza a un&#8217;aspettativa calcolabile, facilmente realizzabile attraverso il consumo.<sup>27<\/sup>\u00a0Sviluppo sarebbe solo il nome convenzionale della cattiva coscienza del capitalismo, il quale rende gli uomini miserabili e incapaci di qualunque autonomia, semplicemente modernizzandoli.<sup>28<\/sup>\u00a0Se il mondo moderno fosse solo il frutto della colonizzazione capitalista del futuro, non resterebbe altro che gridare contro la massificazione del presente e costruire micro-alternative che si oppongano alla societ\u00e0 pervasiva dello spreco e dell&#8217;impoverimento. Semmai esista, questa non \u00e8 la strada dell&#8217;esodo dalla modernit\u00e0, dai suoi sistemi istituzionalizzati e dalle sue pratiche quotidiane. Si rischia soltanto di imporre uno stop al pensiero, che diventa incapace di comprendere l&#8217;humanitas di cui le societ\u00e0 e le filosofie moderne sono portatrici. \u00c8 paradossale che nel pensiero in cui tutto \u00e8 \u00abri\u00bb, proprio l&#8217;uomo moderno e la sua cultura finiscano nel cassonetto dell&#8217;indifferenziato.<\/p>\n<p>Mi paiono pi\u00f9 fondate altre interpretazioni della crisi, che non postulano la fine della modernit\u00e0, ma la sua trasformazione. Pi\u00f9 di mezzo secolo fa, proprio a partire dalla regressione dell&#8217;homo faber moderno allo stadio di animal laborans, Arendt ha indicato nel principio-azione la via per una nuova modernit\u00e0, costituita non dal \u00abmorire\u00bb ma dall&#8217;\u00abincominciare\u00bb.<sup>29<\/sup>\u00a0La sua voce appartiene al coro della filosofia ebraica europea, che propone la ri-umanizzazione dell&#8217;uomo occidentale moderno in forza dei principi moderni di alterit\u00e0, relazione e ospitalit\u00e0.<sup>30<\/sup>\u00a0L&#8217;alternativa \u00e8 scritta dentro e non fuori la cultura moderna. A maggior ragione, la globalit\u00e0 e la profondit\u00e0 della crisi odierna ci chiedono un nuovo sforzo interpretativo. Non \u00e8 il tempo dei massimalismi e delle impossibili alternative, ma quello di un nuovo homo faber, che costruisce il futuro guidato dal principio\u00a0 \u00abmai senza l&#8217;altro\u00bb.<sup>31<\/sup>\u00a0Si tratta di implementare la razionalit\u00e0 progettante moderna, gi\u00e0 capace di sinergie tra la teoria e la prassi. Il pensiero della differenza sostituisce alle visioni bipolari \u2013 di cui soffrono anche le filosofie della decrescita \u2013 la strategia policentrica dell&#8217;inclusivit\u00e0, grazie a cui anche le periferie della vita quotidiana possono diventare centri del pensiero. Proprio il pensiero moderno rende gli uomini europei capaci di costruire una cultura della mediazione e del progetto, che muova i suoi passi dall&#8217;ospitalit\u00e0 degli esseri umani impoveriti nel cuore e nella mente.<sup>32<\/sup>\u00a0Per essere il \u00abcuore pensante\u00bb<sup>33<\/sup>\u00a0di coloro che stanno pagando il conto del sogno infranto, non c&#8217;\u00e8 bisogno di una filosofia dell&#8217;alternativa. Ritornare a pensare insieme \u00e8 probabilmente il primo passo per uno sviluppo sostenibile della nostra civilt\u00e0 planetaria. Qui il pensiero della decrescita ci \u00e8 d&#8217;aiuto con una preziosa indicazione di metodo: possiamo \u00abri-valutare\u00bb le vie del pensiero relazionale che molta filosofia moderna e contemporanea ha gi\u00e0 indicato e che la nostra pigrizia intellettuale ha lasciato cadere.<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><\/p>\n<p><sup>1<\/sup>\u00a0Intendo la decrescita come riduzione globale dell&#8217;impatto antropico sul pianeta:\u00a0 M. Wackernagel, W. Rees, L\u2019impronta ecologica. Come ridurre l\u2019impatto dell\u2019uomo sulla terra, Ambiente, Roma 2008; N. Geogescu Roegen, Bioeconomia. Verso un\u2019altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile, Bollati Boringhieri, Torino 2003.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0S. Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, 96.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>\u00a0S. Latouche, \u00abIl Manifesto del Doposviluppo\u00bb, in\u00a0<a href=\"http:\/\/www.decrescita.it\/old\/ilmanifesto.php\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.decrescita.it\/<\/a>\u00a0(28 novembre 2011), il quale parla a questo proposito di una \u00absovversione cognitiva\u00bb che consiste nella \u00abdecolonizzazione del nostro immaginario\u00bb e nella \u00abdiseconomicizzazione delle menti\u00bb.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0G. Forni Rosa, Dizionario Rousseau, CLUEB, Bologna 2005, 61-63.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0J. Maritain, L&#8217;uomo e lo stato, Vita e Pensiero, Milano 1981, 167-169. Esse devono \u00abdestare il popolo, destarlo a qualcosa di meglio delle sue occupazioni quotidiane, al sentimento di un compito superindividuale da realizzare\u00bb. Maritain precisa: queste minoranze hanno efficacia perch\u00e9 \u00abla loro missione ha origine nel loro stesso cuore e nella loro coscienza\u00bb. Si inseriscono nel tessuto culturale e politico come \u00abprofeti dell&#8217;emancipazione\u00bb; non prescindono da esso costituendosi come alternativa anti-politica.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0I. Illich, La convivialit\u00e0. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Boroli, Milano 2005, 58-59. Alla produzione industriale basata sulla \u00abripetizione della carenza\u00bb la societ\u00e0 conviviale sostituir\u00e0 la \u00abspontaneit\u00e0 del dono\u00bb.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Platone, Repubblica, 472 c-d. In questa trappola del pensiero utopico sono caduti anche Marx e Engels, quando preconizzavano la diffusione su scala mondiale delle lotte operaie divampate in alcune aree industriali e minerarie europee: K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito comunista, Riuniti, Roma 1971, 112-113.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0Tra gli antesignani di questa impostazione: K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0S. Latouche, \u00abIl Manifesto del Doposviluppo\u00bb: \u00abL&#8217;economia dev&#8217;essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo\u00bb.<\/p>\n<p><sup>10<\/sup>\u00a0L. Boff, Spiritualit\u00e0 per un altro mondo possibile. Ospitalit\u00e0, Convivenza, Convivialit\u00e0, Queriniana, Brescia 2009.<\/p>\n<p><sup>11<\/sup>\u00a0F. Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Dedalo, Bari 2004, 19-32.<\/p>\n<p><sup>12<\/sup>\u00a0La discussione verte sulla criteriologia: economica o biologica? La sostenibilit\u00e0 economica viene definita cos\u00ec: \u00abl&#8217;intera rendita di estrazione della risorsa esauribile viene investita in capitale prodotto dall&#8217;uomo, garantendo la continua sostituzione della\u00a0 risorsa esauribile con capitale riproducibile\u00bb (A. Lanza, Lo sviluppo sostenibile, Il Mulino, Bologna 2006, 82-84). In prospettiva biologica si parla di eco-sostenibilit\u00e0, intendendo il principio secondo cui il rapporto tra lo sfruttamento di energie e la capacit\u00e0 del pianeta di ricostituirle sia pari a zero (D. Meadows, J. Randers, D. Meadows, The limits of growth. The 30-year update, Earthscan, London 2005). Le due prospettive possono essere interconnesse (I. Musu, Introduzione all&#8217;economia dell&#8217;ambiente, Il Mulino, Bologna 2003).<\/p>\n<p><sup>13<\/sup>\u00a0I. Kant, Critica del giudizio, Laterza, Roma-Bari 1984, 320-321.<\/p>\n<p><sup>14<\/sup>\u00a0H. Jonas, Il principio responsabilit\u00e0. Un&#8217;etica per la civilt\u00e0 tecnologica, Einaudi, Torino 1993, 30: \u00abAgisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra\u00bb.<\/p>\n<p><sup>15<\/sup>\u00a0W. Dilthey, Le origini dell&#8217;ermeneutica, Patron, Bologna, 49-76. Non molto diversamente: M. Heidegger, \u00abIl detto di Anassimandro\u00bb, in Id., Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1987, 299-348.<\/p>\n<p><sup>16<\/sup>\u00a0P. Cacciari, Decrescita o barbarie, Carta, Roma 2006; M. Bonaiuti, \u00abDecrescita o collasso? Appunti per un&#8217;analisi sistemica della crisi\u00bb, in\u00a0<a href=\"http:\/\/www.decrescita.it\/joomla\/index.php\/component\/content\/article\/107-decrescita-o-collasso-appunti-per-unanalisi-sistemica-della-crisi-\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.decrescita.it\/<\/a>\u00a0(21 novembre 2011).<\/p>\n<p><sup>17\u00a0<\/sup>I. Illich, La convivialit\u00e0, riassume la sua critica sferzante alla civilt\u00e0 del capitalismo industrializzato e dell&#8217;uomo-macchina con l&#8217;espressione \u00abapocalissi tecnocratica\u00bb.<\/p>\n<p><sup>18<\/sup>\u00a0L. Boff, \u00abCrisi terminale del capitalismo?\u00bb, in In dialogo, 93(2011), 25-27.<\/p>\n<p><sup>19<\/sup>\u00a0In un recente intervento al Parlamento europeo, da lui definito il \u00abtempio della religione della crescita\u00bb, S. Latouche si \u00e8 collocato non a caso in \u00abuna posizione iconoclasta\u00bb: Id., \u00abUscire dalla religione della crescita\u00bb, Il Manifesto, 27 luglio 2011, 16.<\/p>\n<p><sup>20<\/sup>\u00a0J.-P. Vernant, L&#8217;universo, gli dei, gli uomini, Einaudi, Torino 2001, 9-16.<\/p>\n<p><sup>21<\/sup>\u00a0Anche decretare la \u00abfine dell&#8217;uomo\u00bb a opera dell&#8217;impero della tecnica (M. Foucault,\u00a0 Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1977, 411-412), \u00e8 pur sempre un&#8217;affermazione antropocentrica.<\/p>\n<p><sup>22<\/sup>\u00a0S. Latouche, \u00abDecrescere dalla crisi\u00bb, Il Manifesto, 27 luglio 2011, 16. Ci\u00f2 richieder\u00e0 agli stati europei (e occidentali in genere) di intraprendere una politica economica di stile neokeynesiano, capace di gestire sia il mercato interno sia quello estero con misure di controllo della spesa pubblica e del costo del lavoro, rifiutando il dogma liberista di lasciare le mani libere ai mercati. Contestualmente si dovr\u00e0 porre termine anche alla moneta unica europea. Non \u00e8 questo il luogo per una discussione economico-politica sul futuro dello stato sociale.<\/p>\n<p><sup>23<\/sup>\u00a0S. Latouche, \u00abSacro sviluppo\u00bb, Carta, 13(2010), in\u00a0<a href=\"http:\/\/www.filosofiatv.org\/news_files3\/93_Latouche%20Sacro%20sviluppo.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.filosofiatv.org\/<\/a>\u00a0(1 dicembre 2011). In polemica con l&#8217;enciclica di Paolo VI, Populorum progressio (1967) sostiene che \u00ablo sviluppo non \u00e8 il nuovo nome della pace, bens\u00ec quello della guerra. [&#8230;] Al contrario, una societ\u00e0 di decrescita riporterebbe la pace e la giustizia al centro\u00bb.<\/p>\n<p><sup>24<\/sup>\u00a0Non \u00e8 un caso che a partire dal Forum di Rio de Janeiro del 1992, il linguaggio della decrescita ha stabilmente assunto il suffisso \u00abri\/re\u00bb. Nelle numerose \u00abCarte sugli stili di vita\u00bb diffuse da allora a oggi in tutto il mondo, le parole-chiave senza tali suffissi sono pochissime.<\/p>\n<p><sup>25<\/sup>\u00a0S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007, 122.<\/p>\n<p><sup>26<\/sup>\u00a0Penso alla ri-nazionalizzazione dell&#8217;economia europea: sarebbe un ri-piego alla mancata unione politica. Re-staurando un ipertrofico e obsoleto concetto di sovranit\u00e0 politica nazionale, rischierebbe di vanificare il progetto di solidariet\u00e0 interstatale, con cui i padri dell&#8217;Europa ri-costruirono nel medesimo atto le democrazie nazionali e la pace continentale, infrante dalla guerra pi\u00f9 sanguinosa che l&#8217;umanit\u00e0 abbia mai conosciuto.<\/p>\n<p><sup>27<\/sup>\u00a0I. Illich, \u00abBisogni\u00bb, in W. Sachs (ed.), Dizionario dello sviluppo, Gruppo Abele, Torino 1998, 65-76.<\/p>\n<p><sup>28<\/sup>\u00a0I. Illich, Per una storia dei bisogni, A. Mondadori, Milano 1981. S. Latouche, \u00abLa buona notizia di Ivan Illich. Il dopo-sviluppo e la decrescita come necessit\u00e0 della societ\u00e0 conviviale\u00bb, conferenza tenuta a Bologna il 14 giugno 2003, in<br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.edscuola.it\/archivio\/interlinea\/ivan_illich.htm\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">http:\/\/www.edscuola.it\/<\/a>\u00a0(28 novembre 2011): cos\u00ec sintetizza la sua critica alla crescita e allo sviluppo: \u00ab1) generano una crescita delle diseguaglianze e delle ingiustizie mai vista; 2) creano un benessere largamente illusorio; 3) non generano, anche per i ricchi stessi, una societ\u00e0 conviviale, ma un\u2019anti-societ\u00e0 ammalata della sua ricchezza\u00bb.<\/p>\n<p><sup>29<\/sup>\u00a0H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2004, 182.<\/p>\n<p><sup>30<\/sup>\u00a0\u00c9. L\u00e9vinas, Totalit\u00e0 e infinito. Saggio sullesteriorit\u00e0, Jaka Book, Milano 1998, 191-253. P.L. Cabri, Sulla difficile arte di amare. Con L\u00e9vinas e olre L\u00e9vinas, EDB, Bologna 2011, 273-311.<\/p>\n<p><sup>31<\/sup> M. de Certeau, Mai senza l&#8217;altro. Viaggio nella differenza, Qiqajon, Magnano 1993.<\/p>\n<p><sup>32<\/sup>\u00a0P. Boschini, \u00abVie d&#8217;uscita. Chiesa e impoveriti in Italia alla luce del metodo della mediazione\u00bb, in In dialogo, 91(2011), 85-90.<\/p>\n<p><sup>33<\/sup>\u00a0E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 2000, 196.<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[952],"fascicolo":[181],"class_list":["post-1916","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-paolo-boschini","fascicolo-febbraio-2012"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Tra utopia e alternativa: analisi filosofica del pensiero della decrescita<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Paolo Boschini, pubblicato nel numero di Febbraio 2012. 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