{"id":1866,"date":"2011-06-01T12:00:00","date_gmt":"2011-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1866"},"modified":"2026-04-12T16:35:39","modified_gmt":"2026-04-12T14:35:39","slug":"le-feste-patronali-in-alto-lazio-e-la-trasmissione-valoriale-tra-le-generazioni","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2011\/giugno\/le-feste-patronali-in-alto-lazio-e-la-trasmissione-valoriale-tra-le-generazioni\/","title":{"rendered":"Le feste patronali in alto Lazio e la trasmissione valoriale tra le generazioni"},"content":{"rendered":"<p>Quale contributo pu\u00f2 dare un antropologo ad una tema cos\u00ec complesso come la trasmissione dei valori tra le generazioni? Vorrei portare un contributo empirico e circoscritto, tratto da una ricerca sulle feste patronali in Alta Tuscia (un lavoro di catalogazione per conto della Regione Lazio)<sup>1<\/sup>\u00a0viste ed interpretate come contenitori di valori identitari ereditati generazionalmente. Questa ipotesi interpretativa formulata da E.Durkheim,<sup>2<\/sup>\u00a0sembra tuttora viva ed attuale. La ricerca etnografica rende visibile infatti il processo di costruzione e trasmissione di valori nell&#8217;evento festivo e patronale, mostrandone il carattere nient&#8217;affatto folklorico ed arcaico, ma aperto alla vita sociale contemporanea.<\/p>\n<p>L&#8217;antropologia culturale ha dedicato importanti contributi al valore dell&#8217;identit\u00e0 e dell&#8217;appartenenza comunitaria e territoriale (il\u00a0<em>noi<\/em>\u00a0ed il\u00a0<em>locale<\/em>), ad esempio con Appadurai, che sostiene che le strutture di sentimento su cui insistono le identit\u00e0 collettive siano costruite culturalmente e contestualizzate socialmente e vadano interpretate all&#8217;interno di definiti\u00a0<em>frame<\/em>\u00a0culturali, storicamente e geograficamente variabili. L&#8217;identit\u00e0 locale, secondo questo approccio, diviene per Appadurai (A. Appadurai 2001: 237) una \u00abpropriet\u00e0 fenomenologica della vita sociale, una struttura di sentimento prodotta da particolari forme di attivit\u00e0 intenzionale e che produce tipi peculiari di effetti materiali\u00bb.<sup>3<\/sup>\u00a0Ugo Fabietti (1995)<sup>4<\/sup>\u00a0e Francesco Remotti (1996)<sup>5<\/sup>\u00a0aggiungono che \u00e8 una costruzione\u00a0<em>in progress<\/em>\u00a0di attributi ritenuti propri di determinati gruppi sociali e distintivi rispetto ad altri &#8211; spesso attinti da una passato idealizzato- ai quali si attribuisce un particolare significato ed importanza nel qui ed ora contemporaneo.<br \/>\nCercher\u00f2 di tradurre queste formulazioni (apparentemente astratte) in concetti pi\u00f9 vicini all&#8217;esperienza (per usare un termine che Clifford Geertz<sup>6<\/sup>\u00a0ha utilmente derivato dallo psicoanalista Heinz Kohut) attraverso esempi di due eventi festivi: la festa di Santa Rosa a Viterbo e la Festa della Madonna del Monte a Marta.<\/p>\n<p>La Festa di Santa Rosa (candidata a patrimonio immateriale dell&#8217;umanit\u00e0 dall&#8217;Unesco) \u00e8 caratterizzata dal trasporto della pi\u00f9 imponente Macchina processionale esistente in Italia (c&#8217;\u00e8 chi dice nel mondo): un &#8216;campanile&#8217; di 30 metri d&#8217;altezza, pesante cinque tonnellate, trasportato a spalla da cento facchini per le vie di Viterbo in un arduo percorso di circa 1200 metri, fino alla Basilica. Sulla cima di questo pinnacolo luminoso svetta la statua della Santa viterbese. La sera del 3 settembre tutta la citt\u00e0 d\u00e0 vita a questo rito di appartenenza e di congiunzione (tra contemporaneit\u00e0 e passato: tradizione e cambiamento, generi e generazioni), per riconfermare una unit\u00e0 (religiosa, comunitaria, civica) fatalmente a rischio nel segno della fede per la Santa viterbese e della sua straordinaria capacit\u00e0 di\u00a0<em>unire<\/em>. Non c&#8217;\u00e8 scissione tra l&#8217;\u00e8lite dei facchini viterbesi che trasportano l&#8217;immane torre ed il popolo viterbese che assiste, applaude, sostiene e incoraggia, ma piuttosto fusione; e si potrebbe dire che i facchini di Santa Rosa non portano la macchina perch\u00e9 sono forti ma sono forti perch\u00e9 portano la macchina. La comunit\u00e0 viterbese li\u00a0<em>investe<\/em>\u00a0di questa\u00a0<em>forza<\/em>\u00a0e gli insuccessi che pesano nella storia di questo trasporto sono leggibili proprio come esito di una debole unit\u00e0 interna. E&#8217; questo il pericolo fatale che echeggia nell&#8217;invocazione rituale prima dell&#8217;epica impresa. &#8220;<em>Facchini di Santa Rosa<\/em>!! &#8211; chiede il capo-facchino nel momento fatale della partenza &#8211;\u00a0<em>Siete tutti d&#8217;un sentimento<\/em>?&#8221;. E dopo la tonante conferma dei cento facchini, d\u00e0 l&#8217;ordine &#8220;<em>Santa Rosa, avanti<\/em>!!&#8221; che d\u00e0 il via all&#8217;epica impresa. E&#8217; vero che il trasporto \u00e8\u00a0<em>cosa da uomini<\/em>, ma \u00e8 anche vero che questi uomini sono i Cavalieri di una giovane santa viterbese,\u00a0<em>figli<\/em>,\u00a0<em>padri<\/em>\u00a0e\u00a0<em>mariti<\/em>\u00a0di donne viterbesi che li aspettano all&#8217;arrivo per ricoprirli di abbracci e maglioni e ricondurli al cerchio domestico e familiare. I cento facchini partecipano di molteplici network associativi, familiari e generazionali. Includono avvocati, medici e trasportatori, operai e artigiani, figli, zii e padri, tutti uniti sotto la Macchina a scongiurare l&#8217;insano pericolo di una divisione sociale che gi\u00e0 percorre il quotidiano, ma questa sera no: stasera vince l&#8217;unione, quella stessa che la patrona viterbese (piccola, inerme, fragile) a soli tredici anni attivamente costruiva contro Federico II, potente, straniero ed invasore. Questo scenario mitico-rituale, ogni anno concorre a ricreare quell&#8217;atmosfera speciale, di fermento che si sente nell&#8217;aria. La presenza della protettrice, l\u00e0 in alto, sopra i tetti, sull&#8217;alto pinnacolo emblema di Viterbo (citt\u00e0 delle Cento Torri e delle Cento Fontane) rende lieve l&#8217;immane torre e compie il miracolo del superamento dalla pesantezza, delle resistenze, dei conflitti, delle tensioni. La festa pur mostrando un impianto apparentemente laico \u00e8 tuttavia intesa a riunire\u00a0<em>religiosamente<\/em>\u00a0una citt\u00e0. Sono molti i facchini imparentati tra loro presenti sotto la macchina, fino a ricostruire intere genealogie di viterbesi. Moltissimi facchini anziani esprimono l&#8217;ultima volont\u00e0 di essere sepolti con la loro candida divisa, lasciandone un&#8217;altra per i nipoti che dovessero sentire un giorno la missione del trasporto. La divisa bianca accomuna cos\u00ec vivi e morti, amici e parenti, generazioni e generi (passa infatti anche attraverso i matrimoni da una famiglia all&#8217;altra): \u00e8 una catena simbolica intergenerazionale che trasmette, insieme a quell&#8217;abito bianco, anche un corpo di valori condivisi di padre in figlio, di nonno in nipote, da suocero a genero, da zio a nipote e da cugino a cugino. La trasmissione \u00e8 precoce: avviene senza bisogno di parole ed insegnamenti, per via immediata e vissuta, come nel caso dei neonati vestiti da facchini, quella giornata del tre settembre, in braccio a mamme od a pap\u00e0 (quest&#8217;anno ho visto anche bambine : verso un superamento della frontiera del genere?). Se questa festa si perpetua, secondo la teoria durkheimiana, vuol dire che conserva e trasmette efficacemente il sentimento della viterbesit\u00e0; ma in che consiste? Le storie raccolte la declinano empiricamente in (almeno) tre valori: la fede per la Santa (il valore dell&#8217;affidamento religioso); il trasporto (il valore del lavoro, della forza, del sacrificio) e la festa viterbese (il valore dell&#8217;unit\u00e0 civica). E&#8217; questo complesso valoriale integrato che costruisce la\u00a0<em>viterbesit\u00e0<\/em>\u00a0celebrata nella festa patronale che riconferma l&#8217;appartenenza (un valore universale) nella sua forma locale. Nel caso viterbese \u00e8 il trasporto della macchina, evento critico e fatale mai garantito ed esposto al rischio ed all&#8217;incertezza la forma locale di rappresentare l&#8217;appartenenza. Questo rischio superato, quest&#8217;impresa riuscita, riconfermano ogni anno l&#8217;identit\u00e0 viterbese. L&#8217;ethos locale attribuisce questo &#8216;miracolo&#8217; al patrocinio di Santa Rosa. Ma anche i viterbesi trasmettono attivamente questo sentimento civico e religioso insieme. In un certo periodo storico ci sono stati problemi di reclutamento di facchini. Mancavano forse braccia e vocazioni? No, era piuttosto cambiato il clima culturale. I genitori si auguravano che il figlio non facesse il facchino perch\u00e9 sarebbe stato un\u00a0<em>faticatore<\/em>: sotto la macchina infatti c&#8217;erano allora spaccapietre, taglialegna, contadini, camionisti, trasportatori: gente di forza e di fatica. La tensione a dare un futuro migliore al propri figli mal si coniugava con la figura del facchino. In questo clima accadde il &#8220;fermo&#8221; del 1967: la pi\u00f9 grande e la pi\u00f9 bella macchina mai costruita fino ad allora si ferm\u00f2 a met\u00e0 percorso, evitando per poco di cadere sulla folla viterbese. Varie, diverse, e complesse le cause, che esulano da questo contributo. Pi\u00f9 interessante invece fu il fatto che quell&#8217;evento critico mobilit\u00f2 energie, riflessioni, impegno e motivazioni sociali al riscatto di un&#8217;unit\u00e0 comunitaria in crisi e della sua tradizione pi\u00f9 sentita. L&#8217;anno successivo i facchini tornarono in forza: il trasporto fu straordinario:\u00a0<em>Volo d&#8217;Angeli<\/em>\u00a0(era il nome della &#8220;macchina&#8221;) ebbe il suo trionfo e segn\u00f2 la nuova tradizione delle macchine moderne di Santa Rosa (pi\u00f9 alte, pi\u00f9 belle, pi\u00f9 spettacolari). Da allora, a Viterbo le vocazioni non sono pi\u00f9 mancate grazie anche ad una tradizione spontanea. Prima della festa di Santa Rosa, nei quartieri i bambini costruivano delle macchine in miniatura con cartoni, scatoloni, sedie, imitando il trasporto per le vie del quartiere, sotto gli sguardi compiaciuti e partecipi di genitori ed adulti che spesso sponsorizzavano il gioco donando materiali di fortuna. Dal 1966, questo gioco spontaneo divenne tradizione con l&#8217;istituzionalizzazione delle minimacchine di cartapesta e legno, trasportate da bambini vestiti da facchini, prima del 3 settembre. La tradizione delle mini-macchine, che conta ormai quasi mezzo secolo, ci dice che il sentimento identitario ed i contenuti valoriali che lo sottendono si costruiscono precocemente ampliando i modi della trasmissione e moltiplicandone le forme. E soprattutto, offrendo alle nuove generazioni un orizzonte di identificazioni e protagonismi individuali inscritti in cornici festive che motivano al vivere sociale, coniugano ed equilibrano bisogni personali e sociali. Cosa ha contribuito a questo successo? Soltanto i valori fondanti di forza, devozione ed unit\u00e0? Gli stessi viterbesi non mancano di sottolineare che questi valori convivono (senza contraddizione) con altri, fatalmente legati alla contemporaneit\u00e0. Ad esempio il protagonismo eroico che ogni facchino vive quella sera (anche grazie alla grande attenzione mediatica) nonch\u00e9 il prestigio e l&#8217;orgoglio di appartenere ad una \u00e8lite locale, una associazione potente ed unita. Entrambe queste cose danno risposta al bisogno di straordinario dei giovani ed al bisogno di appartenenza ad un gruppo coeso. Un contesto pi\u00f9 ampio e complesso, dunque, concorre a trasmettere ed integrare valori fuori commercio (o se volete, tradizionali) con valori pi\u00f9 attuali e\u00a0<em>trendy<\/em>, in un composito mix che d\u00e0 continuit\u00e0 alla festa, la congiunge ai grandi flussi culturali contemporanei.<\/p>\n<p>Sempre nel viterbese, per restare in quest&#8217;ambito di ricerca, esiste una festa mariana nota come il\u00a0<em>Pellegrinaggio alla Madonna del Monte<\/em>, a Marta, sul lago di Bolsena, che si svolge il 14 maggio. Prevede una sfilata di carri e di figuranti (tutti maschi) vestiti con i classici panni delle antiche categorie sociali locali:\u00a0<em>casenghi<\/em>\u00a0(aiutanti-fattori a cavallo); falciatori, vignaiuoli, zappatori, bifolchi e pescatori, che portano con s\u00e9, sui loro carri addobbati di attrezzi del mestiere e prodotti della terra e del lago, da offrire alla Madonna come primizie benaugurali, anche i loro figli, spesso neonati tenuti in braccio. L&#8217;iscrizione dei giovani maschi alle rispettive associazioni di categoria \u00e8 contestuale alla nascita: come una registrazione anagrafica. Ed un informatore mi ha detto con orgoglio di aver iscritto e portato suo figlio, di pochi giorni, al suo primo Pellegrinaggio alla Madonna del Monte. La precocit\u00e0 di partecipazione \u00e8 una delle cause (ed effetto insieme) del radicamento delle nuove generazioni alla tradizione locale; tuttavia non basta a scongiurare il rischio di una crisi della tradizione stessa e, con essa, dei valori di appartenenza locale. L&#8217;appartenenza alle categorie era un tempo rigida ed esclusiva: trasmessa per ereditariet\u00e0 da padre in figlio. I pescatori ad esempio, erano esclusi. Anche a Marta per\u00f2, il rischio di una troppo rigida tradizionalizzazione \u00e8 stata scongiurata aprendo varchi nella struttura rituale. Le appartenenze sono state democratizzate consentendo scelte e negoziazioni peraltro fatali per il cambiamento sociale intervenuto: impiegati di banca vestono oggi i panni dei\u00a0<em>casenghi<\/em>\u00a0(purch\u00e9 abbiano un cavallo); medici e impiegati quelli dei\u00a0<em>pescatori<\/em>\u00a0oppure dei\u00a0<em>bifolchi<\/em>, a secondo della linea familiare pi\u00f9 forte o pi\u00f9 sentita (materna, paterna) o anche acquisita. La possibilit\u00e0 di scegliere l&#8217;affiliazione, il vestito, la partecipazione erano un tempo una eresia. Oggi si rivela una scelta vincente per la continuit\u00e0 festiva e per la riaffermazione dei valori locali (l&#8217;aggregazione, la solidariet\u00e0, la partecipazione alla vita comunitaria).<\/p>\n<p>Queste minuterie etnografiche mostrano che la tradizione si mantiene proprio trasmettendo valori sociali universali (la fede religiosa, l&#8217;impegno nella vita e nel lavoro, l&#8217;unione e la solidariet\u00e0 sociale) in modi locali e, soprattutto, conciliati con la contemporaneit\u00e0. Viceversa quando la tradizione locale perde contatto con il pi\u00f9 ampio contesto e con i flussi culturali contemporanei pu\u00f2 scadere nel localismo (cio\u00e8 una esasperata celebrazione di specificit\u00e0 anche inventate). Oppure, al contrario, quando \u00e8 fagocitata dall&#8217;attualit\u00e0 (che \u00e8 cosa diversa dalla contemporaneit\u00e0) sino a smarrire la propria specificit\u00e0, allora i valori possono trasformarsi in contenitori di emozioni superficiali o private, spesso dirottate a vantaggio di un io (o un noi egoistico e chiuso) che cerca compensazioni e gratificazioni ad una crescente solitudine.<\/p>\n<p>Christopher Lasch,<sup>7<\/sup>\u00a0ha mostrato come il narcisismo dilagante del mondo contemporaneo, eleggendo il S\u00e9 a proprio dio, denunci tragicamente la crisi delle visioni del mondo (E. Schultz e R.Lavenda, 2010)<sup>8<\/sup> post-moderne e, con esse, del valore sociale stesso come bene comune, trasformato in un bene particolare, ego-centrato. Questa deriva narcisistica \u00e8 pessimistica verso ogni orizzonte valoriale collettivo e comune e coltiva valori e bisogni individualistici\u00a0aprendo scenari di un&#8217;antropologia della solitudine (Marc Aug\u00e8, 2009).<sup>9<\/sup>\u00a0Pu\u00f2 essere utile, allora, attingere alla saggezza culturale tradizionale e popolare (non solo del passato, ma dell&#8217;oggi) per ritrovare forme e modi di conservazione e trasmissione creativa di valori strategici per il vivere sociale (la fede, l&#8217;impegno nella vita sociale, la solidariet\u00e0), ad esempio anche nelle feste patronali e comunitarie, o nei riti e nelle cerimonie religiose e civili; cio\u00e8 in quegli spazi pubblici e condivisi che danno loro rappresentazione ed esistenza simbolica, effimera, ma costantemente riconfermata. Certamente questa rappresentazione (festiva, rituale) non \u00e8 priva di conflitti: i valori vivono di combattute negoziazioni (come di impreviste sinergie) con la cultura\u00a0<em>mainstream<\/em>\u00a0del nostro tempo; ma mai senza la nostra attiva e creativa partecipazione che li f\u00e0 diventare vivi e reali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>NOTE:<\/strong><br \/>\n<sup>1<\/sup>\u00a0A. Riccio,<em>\u00a0&#8216;Protettori della Tuscia, uniteci!&#8217; Un contributo etnografico al culto dei santi patroni viterbesi<\/em>, saggio introduttivo al volume: &#8220;I Santi Patroni del Lazio. La provincia di Viterbo, Tomo I&#8221;, a cura di Sofia Boesch Gajano, Letizia Ermini Pani, Roma, 2008.<\/p>\n<p><sup>2<\/sup>\u00a0E. Durkheim,\u00a0<em>Le forme elementari della vita religiosa<\/em>, Roma, Newton Compton, 1972;\u00a0<em>La divisione del lavoro sociale<\/em>, Roma, Newton Compton, 1972.<\/p>\n<p><sup>3<\/sup>\u00a0A. Appadurai,\u00a0<em>Modernit\u00e0 in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione<\/em>, Meltemi, Roma 2001:237.<\/p>\n<p><sup>4<\/sup>\u00a0Ugo Fabietti,\u00a0<em>L&#8217;identit\u00e0 etnica, storia e critica di un concetto equivoco<\/em>, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995.<\/p>\n<p><sup>5<\/sup>\u00a0Francesco Remotti,\u00a0<em>Contro l&#8217;identit\u00e0<\/em>, Laterza, Bari, 1996.<\/p>\n<p><sup>6<\/sup>\u00a0C. Geertz,\u00a0<em>Antropologia interpretativa<\/em>, Bologna, il Mulino, 1988:73.<\/p>\n<p><sup>7<\/sup>\u00a0Cristopher Nash,<em>\u00a0La cultura del narcisismo<\/em>, Milano Bompiani 1981.<\/p>\n<p><sup>8<\/sup>\u00a0Schultz, E e Lavenda, R.,\u00a0<em>Antropologia Culturale<\/em>, Zanichelli, Milano, 2010.<\/p>\n<p><sup>9<\/sup>\u00a0Aug\u00e8, Marc,\u00a0<em>Nonluoghi. Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernit\u00e0<\/em>, El\u00e8uthera, 2009.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><br \/>\nAug\u00e8, M.,\u00a0<em>Nonluoghi<\/em>.\u00a0<em>Introduzione a un&#8217;antropologia della surmodernit\u00e0<\/em>, El\u00e8uthera, 2009.<\/p>\n<p>Appadurai, A.,\u00a0<em>Modernit\u00e0 in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione<\/em>, Meltemi, Roma 2001.<\/p>\n<p>Durkheim, E.,\u00a0<em>Le forme elementari della vita religiosa<\/em>, Roma, Newton Compton, 1972.<\/p>\n<p>Id.,\u00a0<em>La divisione del lavoro sociale<\/em>, Roma, Newton Compton, 1972.<\/p>\n<p>Fabietti, U.,\u00a0<em>L&#8217;identit\u00e0 etnica, storia e critica di un concetto equivoco<\/em>, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1995.<\/p>\n<p>Geertz, C.,\u00a0<em>Antropologia interpretativa<\/em>, Bologna, il Mulino, 1988.<\/p>\n<p>Lash. L,\u00a0<em>La cultura del narcisismo<\/em>, Milano, Bompiani 1981.<\/p>\n<p>Remotti F.,\u00a0<em>Contro l&#8217;identit\u00e0<\/em>, Laterza, Bari, 1996.<\/p>\n<p>Riccio, A.,\u00a0<em>&#8216;Protettori della Tuscia, uniteci!&#8217; Un contributo etnografico al culto dei santi patroni viterbesi<\/em>, saggio introduttivo al volume: &#8220;I Santi Patroni del Lazio. La provincia di Viterbo, Tomo I&#8221;, a cura di Sofia Boesch Gajano, Letizia Ermini Pani, Roma, 2008.<\/p>\n<p>Schultz, E. e Lavenda, R.,\u00a0<em>Antropologia Culturale<\/em>, Zanichelli, Milano, 2010.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[838],"fascicolo":[172],"class_list":["post-1866","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-antonio-riccio","fascicolo-giugno-2011"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Le feste patronali in alto Lazio e la trasmissione valoriale tra le generazioni<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Antonio Riccio, pubblicato nel numero di Giugno 2011. 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