{"id":1743,"date":"2009-10-01T12:00:00","date_gmt":"2009-10-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1743"},"modified":"2026-04-12T02:30:20","modified_gmt":"2026-04-12T00:30:20","slug":"nuovo-ordine-economico-internazionale-sviluppo-umano-e-pace-nella-caritas-in-veritate","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2009\/ottobre\/nuovo-ordine-economico-internazionale-sviluppo-umano-e-pace-nella-caritas-in-veritate\/","title":{"rendered":"Nuovo Ordine Economico Internazionale, Sviluppo Umano e Pace nella \u201cCaritas in Veritate\u201d"},"content":{"rendered":"<p>1. E&#8217; un fatto ben noto che in questa epoca il mercato e la cultura del contratto che ne \u00e8 alla base siano diventati sempre pi\u00f9 importanti nella nostra vita. Alcuni ritengono che ormai sar\u00e0 il mercato globale a rigenerare l&#8217;obbligazione sociale e a rifare le relazioni umane, e chiedono che tutto nella vita sociale, politica, culturale sia finalizzato all&#8217;efficienza dei meccanismi e all&#8217;efficacia delle procedure. La &#8220;buona novella&#8221; della competizione e della globalizzazione pare diventata, in questi ultimi anni, la vera ideologia delle societ\u00e0 post-fordiste, una sorta di &#8220;pensiero unico&#8221;. Il cristiano pensa, invece, che occorra trovare una nuova misura umana a tutto questo movimento di integrazione delle economie attraverso il mercato e che un modello di sviluppo \u00e8 buono\u00a0<em>non solo<\/em>\u00a0per l&#8217;efficienza dei suoi risultati, ma anche per la capacit\u00e0 che esso dimostra di considerare\u00a0<em>tutto<\/em>\u00a0l&#8217;uomo &#8211; in tutte le sue dimensioni &#8211; e\u00a0<em>tutti<\/em>\u00a0gli uomini &#8211; tenendo conto del diritto di ciascuno a realizzare il proprio potenziale di capacit\u00e0 e di aspirazioni. Nel sottolineare ci\u00f2, la<em>\u00a0Caritas in Veritate<\/em>\u00a0non rifiuta affatto &#8211; come taluno vorrebbe che essa facesse &#8211; il mercato, il ruolo sociale dell&#8217;impresa privata, il profitto, l&#8217;attivit\u00e0 finanziaria e cosi via. Piuttosto pretende che tutti possano partecipare a stabilire regole e a costruire istituzioni, a selezionare gli scopi e a decidere delle priorit\u00e0 in base alle quali viene governata l&#8217;economia. E se nelle prese di posizione del Magistero ci sono riferimenti critici nei confronti del modello di sviluppo dominante, non \u00e8 perch\u00e8 non si riconoscano le sue enormi potenzialit\u00e0 e i benefici che ha portato all&#8217;umanit\u00e0, ma e perche tali potenzialita vengono troppo spesso attualizzate piu per generare disuguaglianza che per implementare la solidariet\u00e0; pi\u00f9 per incrementare il superfluo che per redistribuire il necessario; pi\u00f9 per imporre la superiorit\u00e0 di un particolare modello di sviluppo che per riconoscere la ricchezza della diversit\u00e0 delle vie allo sviluppo.<\/p>\n<p>Una perplessit\u00e0 che una lettura frettolosa della CV potrebbe far sorgere \u00e8 la seguente. Non \u00e8 forse vero che il criterio sulla base del quale procedere alla scelta dell\u2019assetto istituzionale ha da essere quello dell\u2019efficienza? E quindi non \u00e8 forse vero che se in un vero momento storico vediamo all\u2019opera certe regole piuttosto che altre questo significa che quelle vigenti si sono dimostrate pi\u00f9 efficienti delle altre? L\u2019argomento \u00e8 sottile e non pu\u00f2 essere qui adeguatamente sviluppato. Mi basta indicare le due ragioni principali \u2013 non uniche, per\u00f2 \u2013 per le quali la risposta \u00e8 un doppio no. La prima \u00e8 che la nozione di efficienza quale essa viene impiegata in economia non \u00e8 una nozione primitiva, perch\u00e8 deriva dal principio utilitaristico di Bentham, che non \u00e8 certo un principio economico ne, tanto meno, l\u2019unico principio possibile con cui misurare l\u2019efficienza. Non si pu\u00f2 dunque affermare che quello di efficienza \u00e8 un criterio di valutazione neutrale e perci\u00f2 oggettivo \u2013 un criterio cui attenersi per far funzionare al meglio il mercato. Si rammenti che l\u2019economia di mercato esisteva da ben prima che la filosofia utilitarista \u2013 nella versione dell\u2019utilitarismo sia dell\u2019atto sia delle regole &#8211; entrasse nel discorso economico.<\/p>\n<p>Un modo semplice e intuitivo di comprendere perch\u00e8 quello di efficienza non \u00e8 un concetto assiologicamente neutrale e quello di riferirsi all\u2019apologo usato da Wight e Morton (2007). In un ospedale sperduto nella campagna un medico ha a disposizione dieci dosi di un siero salvavita. Una notte arrivano due autobus in ciascuno dei quali vi sono dieci persone, tutte bisognose del siero. Nell&#8217;autobus A le persone sono tali che, ricevendo il siero, avranno senz\u2019altro la vita salvata. Coloro che occupano l&#8217;autobus B hanno invece la probabilit\u00e0 del 50% di restare in vita pur dopo aver ricevuto il siero. Il medico, deve decidere a chi somministrare il siero salvavita. In termini economici, deve impiegare una risorsa scarsa (le dieci dosi di siero) in modo efficiente. A chi le somministrer\u00e0? Chiaramente, agli occupanti dell&#8217;autobus A, perch\u00e8 in questo modo salver\u00e0 dieci vite umane anzich\u00e8 cinque, come sarebbe se decidesse di allocare il siero alle persone dell\u2019autobus B. Cambiamo la situazione e assumiamo che al medico giunga la seguente informazione: i passeggeri dell&#8217;autobus A la cui et\u00e0 media \u00e8 di ottant&#8217;anni hanno una speranza residua di vita di cinque anni, mentre quelli dell&#8217;autobus B sono bambini di cinque anni \u00e8 hanno una speranza residua di vita di ottant&#8217;anni. Sulla base di questa nuova informazione, il medico, se vuole massimizzare l\u2019efficienza, a chi dara le dosi del siero salvavita? Ovviamente ai pazienti dell\u2019autobus B, perch\u00e8 in tal modo massimizza il numero degli anni di vita: 5 x 80 = 400. Se le desse agli occupanti di A gli anni di vita aggiunti sarebbero 50: 5 x 10 = 50. Quindi, se il criterio di scelta \u00e8 \u201cmassimizzare il numero delle vite umane\u201d, saranno favoriti i soggetti di A; se il criterio \u00e8 invece \u201cmassimizzare gli anni di vita\u201d, la scelta cadra sulle persone in B. Per completare l\u2019apologo, supponiamo ora che le dieci dosi non siano di propriet\u00e0 dell&#8217;ospedale, ma di una qualche farmacia privata che le vende a chi offre il prezzo pi\u00f9 alto; in questo caso la scelta sarebbe certamente a favore degli ottantenni, perch\u00e8 essi possono pagare, mentre non altrettanto possono fare i bambini di cinque anni. Quindi, se l\u2019obiettivo \u00e8 quello di massimizzare il ricavo, il medico si comportera in modo efficiente se assegnera le dieci dosi ai passeggeri dell&#8217;autobus A. Cosa ci dice, in buona sostanza, questa parabola? Che il criterio di efficienza, nonostante quel che si tende a pensare, non \u00e8 un criterio di scelta oggettivo. Si pu\u00f2 parlare di efficienza, \u00e8 sulla base di ci\u00f2 procedere all&#8217;allocazione delle risorse, solo dopo che si \u00e8 fissato il fine che si intende raggiungere. L\u2019efficienza \u00e8 dunque strumento per un certo fine e non fine in s\u00e8. E\u2019 chiaro quindi che il concetto di efficienza, quando viene utilizzato per istituire un confronto di performance economica tra imprese, di tipo diverso ad esempio un\u2019impresa capitalistica, un\u2019impresa cooperativa, un\u2019impresa sociale &#8211; conduce ad un vizio logico, perch\u00e8 esso fa implicito riferimento ad un obiettivo che \u00e8 quello proprio dell\u2019impresa capitalistica, (la massimizzazione del profitto). Ma l&#8217;impresa cooperativa, per sua natura, non persegue quell&#8217;obiettivo. Ecco perche, nel confronto, essa risulter\u00e0 meno efficiente.<\/p>\n<p>Il criterio di efficienza, nonostante quel che si tende a pensare, non e un criterio di scelta oggettivo<\/p>\n<p>2. La seconda ragione cui sopra alludevo \u00e8 che nel calcolo dell\u2019efficienza le esternalit\u00e0 sociali (positive o negative, a seconda dei casi) dell\u2019attivit\u00e0 economica mai vengono prese in considerazione. Si considerino le situazioni, tutt\u2019altro che infrequenti, in cui l\u2019obiettivo dell\u2019efficienza si pone in contrasto che quello dell\u2019equit\u00e0 oppure della libert\u00e0 intesa in senso positivo. Se per ottenere un risultato di maggiore efficienza si deve sacrificare la libert\u00e0 positiva, cosa garantisce la sostenibilit\u00e0 nel tempo dell\u2019istituzione mercato. E\u2019 bensi vero che nell\u2019orizzonte del breve periodo il tecnico dell\u2019economia pu\u00f2 prescindere da una tale preoccupazione. Ma questo veramente significherebbe essere malati di corto-termismo, dal momento che il mercato non pu\u00f2 fare a meno della libert\u00e0. D\u2019altro canto, lo sviluppo economico \u00e8 l\u2019esito di fattori che non appartengono alla sola sfera economica. Gi\u00e0 E. Durkheim aveva avvertito che i valori della societ\u00e0 non sono semplici mezzi a disposizione del calcolo economico, dato che la societ\u00e0 \u00e8 sempre in grado di \u201ccostringere\u201d o piegare i suoi membri ad agire in modo da neutralizzare le ingiunzioni che scaturiscono da quel calcolo.<\/p>\n<p>Ebbene, il messaggio che Benedetto XVI invia all\u2019economista \u00e8 di riconsiderare criticamente il celebre argomento secondo cui il mercato, in quanto luogo in cui gli agenti sono liberi di scegliere sarebbe in grado di autolegittimarsi e quindi di non essere soggetto a vincoli morali. L\u2019argomento \u00e8, in breve, il seguente. Il mercato \u00e8 il luogo in cui la coordinazione delle decisioni economiche avviene mediante la cooperazione volontaria. E ci\u00f2 per la fondamentale ragione che \u201centrambe le parti di una transazione economica ne beneficiano, a patto che la transazione sia bilateralmente volontaria e informata\u201d. (M. Friedman,\u00a0<em>Capitalism and freedom<\/em>, Chicago, Chicago University Press, 1962, p.13). Se ne trae che quando due (o pi\u00f9) parti, in assenza di inganno e di coercizione, e pertanto in grado di scegliere liberamente, danno vita ad una transazione economica, esse acconsentono pure alle conseguenze che da essa derivano. E\u2019 in ci\u00f2 la giustificazione etica, in economia, del consequenzialismo. L\u2019idea del consenso fondata sulla libert\u00e0 di scelta \u00e8 bene espressa da R. Posner quando scrive: \u201cSono dell\u2019avviso che una persona che compra un biglietto della lotteria e poi perde, ha acconsentito alla perdita nella misura in cui non vi \u00e8 traccia di frode o di costrizione\u201d (<em>The economics of justice<\/em>, Cambridge (Mass.) Harvard University Press, 1981, p.94).<\/p>\n<p>Dunque, al di fuori di questi ultimi casi, scegliere liberamente \u00e8 dare il proprio consenso e acconsentire significa legittimare. Come osserva F. Peter (\u201cChoice, consent and the legitimacy of market transactions\u201d\u00a0<em>Economics and Philosophy<\/em>, 20, 2004), il mercato non ha allora alcun bisogno di chiedere certificati di legittimazione etica, dal momento che esso \u00e8 capace di legittimarsi da solo. Non cosi lo Stato invece, il quale per poter far uso della coercizione \u2013 che \u00e8 lo strumento principale con il quale esso persegue i suoi obiettivi \u2013 ha bisogno dell\u2019approvazione dei cittadini elettori, dai quali soli pu\u00f2 ottenere legittimazione. Cosa non regge in tale ragionamento? Basicamente, che non \u00e8 quasi mai vero che la liberta di scelta postula il consenso. Cosi sarebbe se alla confezione del menu di scelta partecipasse il soggetto stesso della scelta \u2013 il che non e mai nella pratica. Il genitore che offre volontariamente \u2013 cio\u00e8 senza costrizione alcuna \u2013 in vendita un suo organo per allentare il vincolo della miseria della sua famiglia, di certo non acconsente alle conseguenze che derivano dal suo gesto. La scelta libera di un\u2019opzione ha forza legittimamente se anche l\u2019insieme delle alternative in gioco \u00e8 in qualche misura parte del problema di scelta del soggetto. Se tale insieme \u00e8 dato, questa condizione non \u00e8 affatto soddisfatta. (Peter, 2004).<\/p>\n<p>E\u2019 noto che la centralit\u00e0 della categoria del consenso \u00e8 tipica della tradizione di pensiero contrattualista a partire da Hobbes. L\u2019idea \u00e8 che se ho sottoscritto un contratto con te per realizzare qualcosa che ora non voglio pi\u00f9 realizzare, tu puoi sempre rispondermi: \u201cma tu fosti allora d\u2019accordo, ora sei obbligato a rispettare i termini contrattuali\u201d. Come a dire che il consenso fonda l\u2019obbligazione. Tra coloro che si riconoscono nella linea di pensiero contrattualista, nessuno meglio di J. Rawls \u00e8 stato capace di mostrare che affinch\u00e8 dal consenso possa nascere un\u2019obbligazione \u00e8 necessario che i vincoli sotto i quali le parti del contratto prendono le loro decisioni possono essere da tutti condivisi. Solamente se si riesce a mostrare che i partecipanti al contratto sociale hanno acconsentito (o avrebbero motivo di acconsentire) alle regole del gioco che li vede coinvolti, allora si pu\u00f2 legittimamente sostenere che l\u2019accordo raggiunto per via di consenso sia obbligante. Ora, non ci vuole tanto per comprendere che nelle nostre economie di mercato questa condizione mai risulta soddisfatta nella pratica. Invero, la libert\u00e0 di scelta descrive l\u2019assenza di costrizione da parte di altri. Essa ha a che vedere con la\u00a0<em>possibilit\u00e0<\/em>\u00a0di scelta, con l\u2019esistenza cio\u00e8 di un dominio o spazio entro cui il soggetto pu\u00f2 esercitare la sua signoria. Ma ci\u00f2 nulla dice ancora della capacit\u00e0 di scelta, vale a dire dell\u2019esercizio effettivo della scelta. Non basta avere un\u2019ampiezza di scelte se poi non si sa scegliere oppure non si ha la potenzialit\u00e0 di convertire i mezzi in\u00a0<em>capacit\u00e0<\/em>\u00a0di promuovere i propri scopi. E\u2019 questa la grande lezione di Benedetto XVI quando ci ricorda che l\u2019uso della libert\u00e0 e in qualche modo essenziale alla definizione di essa. Di una persona che e libera di realizzare il proprio piano d\u2019azione, ma non ha la capacit\u00e0 di farlo, non si puo certo dire che essa acconsenta alle conseguenze delle sue azioni. Se dunque il mercato non \u00e8 capace di trovare in se le ragioni capaci di fondarne la giustificazione, il ricorso all\u2019etica diviene indispensabile.<br \/>\nNell\u2019attuale fase storica, le istituzioni di pace pi\u00f9 urgenti sono quelle che hanno a che vedere con la problematica dello sviluppo umano<\/p>\n<p>3. Un tema di straordinaria attualit\u00e0 ed importanza che nella CV viene trattato con particolare forza e quello che concerne il nesso tra la pace e lo sviluppo integralmente umano. Un tema questo che la\u00a0<em>Populorum progressio<\/em>\u00a0di Paolo VI aveva reso popolare con l\u2019espressione divenuta celebre: \u201clo sviluppo e il nuovo nome della pace\u201d. Ebbene, in piena linea con tale posizione, Benedetto XVI sistematizza un pensiero che sintetizzo nei termini seguenti:<\/p>\n<p>a) la pace e possibile, perch\u00e8 la guerra \u00e8 un evento \u00e8 non gi\u00e0 uno stato di cose. La guerra \u00e8 dunque una emergenza transitoria, per quanto lunga essa possa essere, non una condizione permanente della societa umana;<\/p>\n<p>b) la pace, per\u00f2, va costruita, perch\u00e8 non \u00e8 qualcosa di spontaneo, dato che essa \u00e8 frutto di opere tese a creare istituzioni di pace;<\/p>\n<p>c) nell\u2019attuale fase storica, le istituzioni di pace pi\u00f9 urgenti sono quelle che hanno a che vedere con la problematica dello sviluppo umano.<\/p>\n<p>Quali sono le istituzioni di pace che oggi meritano priorita assoluta? Per abbozzare una risposta, conviene fissare l\u2019attenzione su alcuni fatti stilizzati che connotano la nostra epoca. Il primo concerne lo scandalo della fame. E\u2019 noto che la fame non \u00e8 una tragica novit\u00e0 di questi tempi; ma ci\u00f2 che la rende oggi scandalosa, e dunque intollerabile, \u00e8 il fatto che essa non e la conseguenza di una \u201cproduction failure\u201d a livello globale, di una incapacita cio\u00e8 del sistema produttivo di assicurare cibo per tutti. Non \u00e8 pertanto la scarsita delle risorse, a livello globale, a causare fame e deprivazioni varie. E\u2019 piuttosto una \u201cinstitutional failure\u201d, la mancanza cio\u00e8 di adeguate istituzioni, economiche e giuridiche, il principale fattore responsabile di ci\u00f2. Si considerino i seguenti eventi. Lo straordinario aumento dell\u2019interdipendenza economica, che ha avuto luogo nel corso dell\u2019ultimo quarto di secolo, comporta che ampi segmenti di popolazione possano essere negativamente influenzati, nelle loro condizioni di vita, da eventi che accadono in luoghi anche parecchio distanti e rispetto ai quali non hanno alcun potere di intervento. Accade cosi che alle ben note \u201ccarestie da depressione\u201d si aggiungano oggi le \u201ccarestie da boom\u201d, come A. Sen ha ampiamente documentato. Non solo, ma l\u2019espansione dell\u2019area del mercato \u2013 un fenomeno questo in s\u00e8 positivo \u2013 significa che la capacit\u00e0 di un gruppo sociale di accedere al cibo dipende, in modo essenziale, dalle decisioni di altri gruppi sociali. Per esempio, il prezzo di un bene primario (caffe, cacao, ecc.), che costituisce la principale fonte di reddito per una certa comunit\u00e0, pu\u00f2 dipendere da quello che accade al prezzo di altri prodotti e ci\u00f2 indipendentemente da un mutamento nelle condizioni di produzione del primo bene.<\/p>\n<p>Un secondo fatto stilizzato fa riferimento alla mutata natura del commercio e della competizione tra paesi ricchi e poveri. Nel corso degli ultimi vent\u2019anni, il tasso di crescita dei paesi pi\u00f9 poveri \u00e8 stato pi\u00f9 alto di quello dei paesi ricchi: il 4% circa contro l\u20191,7% circa all\u2019anno sul periodo 1980-2000. Si tratta di un fatto assolutamente nuovo, dal momento che mai in passato era accaduto che i paesi poveri crescessero pi\u00f9 rapidamente di quelli ricchi. Questo vale a spiegare perch\u00e8, nel medesimo periodo, si sia registrato il primo declino nella storia del numero di persone povere in termini assoluti (quelle cio\u00e8 che in media hanno a disposizione meno di un dollaro al giorno, tenuto conto della parit\u00e0 del potere di acquisto). Prestando la dovuta attenzione all\u2019incremento dei livelli di popolazione, si pu\u00f2 dire che il tasso dei poveri assoluti nel mondo \u00e8 passato dal 62% nel 1978 al 29% nel 1998. (Va da s\u00e8 che, tale risultato notevole non ha interessato, in modo uniforme, le varie regioni del mondo. Ad esempio, nell\u2019Africa Sub-Sahariana, il numero dei poveri assoluti \u00e8 passato da 217 milioni nel 1987 a 301 milioni nel 1998). Al tempo stesso, per\u00f2, la povert\u00e0 relativa, vale a dire la disuguaglianza \u2013 cosi come misurata dal coefficiente di Gini o dall\u2019indice di Theil \u2013 \u00e8 aumentata vistosamente dal 1980 ad oggi. E\u2019 noto che l\u2019indice di disuguaglianza totale \u00e8 dato dalla somma di due componenti: la disuguaglianza<em>\u00a0tra paesi<\/em>\u00a0e quella\u00a0<em>all\u2019interno<\/em>\u00a0di un singolo paese. Gran parte dell\u2019aumento della diseguaglianza totale e attribuibile all\u2019aumento della seconda componente sia nei paesi densamente popolati (Cina, India e Brasile) che hanno registrato elevati tassi di crescita, sia nei paesi dell\u2019Occidente avanzato. Ci\u00f2 che significa che gli effetti redistributivi della globalizzazione non sono univoci: non sempre guadagna il ricco (paese o gruppo sociale che sia) e non sempre ci rimette il povero.<\/p>\n<p>Di un terzo fatto stilizzato mi preme dire in breve. La relazione tra lo stato nutrizionale delle persone e la loro capacit\u00e0 di lavoro influenza sia il modo in cui il cibo viene allocato tra i membri della famiglia \u2013 in special modo, tra maschi e femmine \u2013 sia il modo in cui funziona il mercato del lavoro. I poveri possiedono solamente un potenziale di lavoro; per trasformarlo in forza lavoro effettiva, la persona necessita di adeguata nutrizione. Ebbene, se non adeguatamente aiutato, il malnutrito non \u00e8 in grado di soddisfare questa condizione in un\u2019economia di libero mercato. La ragione \u00e8 semplice: la qualit\u00e0 del lavoro che il povero \u00e8 in grado di offrire sul mercato del lavoro \u00e8 insufficiente a \u201ccomandare\u201d il cibo di cui ha bisogno per vivere in modo decente. Come la moderna scienza della nutrizione ha dimostrato, dal 60% al 75% dell\u2019energia che una persona ricava dal cibo viene utilizzata per mantenere il corpo in vita; solamente la parte restante puo venire usata per il lavoro o altre attivit\u00e0. Ecco perch\u00e8 nelle societa povere si possono creare vere e proprie \u201ctrappole di povert\u00e0\u201d, destinate a durare anche per lunghi periodi di tempo.<\/p>\n<p>Quel che \u00e8 peggio \u00e8 che una economia pu\u00f2 continuare ad alimentare trappole della povert\u00e0 anche se il suo reddito cresce a livello aggregato. Ad esempio, pu\u00f2 accadere \u2013 come in realt\u00e0 accade \u2013 che lo sviluppo economico, misurato in termini di PIL pro-capite, incoraggi i contadini a trasferire l\u2019uso delle loro terre dalla produzione di cereali a quella della carne, mediante un aumento degli allevamenti, dal momento che i margini di guadagno sulla seconda sono superiori a quelli ottenibili dai primi. Tuttavia, il conseguente aumento del prezzo dei cereali andra a peggiorare i livelli nutrizionali delle fasce povere di popolazione, alle quali non \u00e8 comunque consentito accedere al consumo di carne. Il punto da sottolineare \u00e8 che un incremento nel numero di individui a basso reddito pu\u00f2 accrescere la malnutrizione dei pi\u00f9 poveri a causa di un mutamento della composizione della domanda di beni finali. Si osservi, infine, che il collegamento tra status nutrizionale e produttivit\u00e0 del lavoro pu\u00f2 essere \u201cdinastico\u201d: una volta che una famiglia o un gruppo sociale sia caduto nella trappola della povert\u00e0, e assai difficile per i discendenti uscirne, e ci\u00f2 anche se l\u2019economia cresce nel suo complesso.<\/p>\n<p>Quale conclusione trarre da quanto precede? Che la presa d\u2019atto di un nesso forte tra \u201cinstitutional failures\u201d, da un lato, e scandalo della fame e aumento delle disuguaglianze globali, dall\u2019altro, ci ricorda che le istituzioni non sono \u2013 come le risorse naturali \u2013 un dato di natura, ma regole del gioco economico che vengono fissate in sede politica. Se la fame dipendesse \u2013 come \u00e8 stato il caso fino agli inizi del Novecento \u2013 da una situazione di scarsit\u00e0 assoluta delle risorse, non vi sarebbe altro da fare che invitare alla compassione fraterna ovvero alla solidariet\u00e0. Sapere, invece, che essa dipende da regole, cioe da istituzioni, in parte obsolete e in parte sbagliate, non puo non indurci ad intervenire sui meccanismi e sulle procedure in forza dei quali quelle regole vengono fissate e rese esecutive.<\/p>\n<p>La sfiducia generalizzata circa l&#8217;impiego corretto ed efficace delle risorse si ripercuote negativamente sui potenziali donatori<\/p>\n<p>4. Senza nulla togliere all\u2019importanza degli sforzi di coloro che si battono a favore del cosiddetto modello cosmopolita, secondo cui la via della pace passerebbe per la creazione di una qualche forma di governance sopranazionale, ritengo che nelle more dell\u2019attesa sia cosa saggia mirare a quelle istituzioni che la vigente intelaiatura del diritto internazionale consentirebbe gi\u00e0 di realizzare. A due in modo specifico intendo riferirmi. E&#8217; ampiamente noto che uno dei problemi pi\u00f9 urgenti, oggi, \u00e8 quello di assicurare che le risorse (monetarie e non) destinate allo sviluppo dei paesi in transizione raggiungano il fine per il quale esse vengono mobilizzate. Invero, piu ancora che nella raccolta e nel reperimento dei fondi, le difficolta maggiori si incontrano, oggi, nei modi di spesa degli stessi. A ben considerare, duplice \u00e8 il dramma che affligge i paesi poveri. Per un verso, solamente una parte dei fondi stanziati raggiunge lo scopo; per l&#8217;altro verso, i modi di spesa tuttora in auge alimentano la corruzione da parte delle burocrazie e oligarchie locali, aggravando in tal modo situazioni gia di per se estremamente precarie. Ma v&#8217;\u00e8 di pi\u00f9. La sfiducia generalizzata circa l&#8217;impiego corretto ed efficace delle risorse si ripercuote negativamente sui potenziali donatori. E&#8217; ormai documentato che il modo pi\u00f9 sicuro per scoraggiare il flusso continuo di donazioni \u00e8 quello di non rispettare i canoni della accountability, cio\u00e8 della trasparenza e della efficacia, da parte del soggetto &#8211; pubblico o privato che sia &#8211; prenditore dei fondi. La regola aurea del\u00a0<em>fund-raising<\/em>\u00a0insegna, infatti, che le risorse affluiscono non a chi ha bisogni da soddisfare, ma a chi dimostra di soddisfare bisogni.<\/p>\n<p>Allo scopo di contribuire a curare questa vera e propria piaga, che \u00e8 parte non secondaria nella spiegazione del mantenimento delle condizioni di sottosviluppo in parecchi paesi, ritengo sia necessario dare vita ad una\u00a0<em>Agenzia Internazionale per la Gestione degli Aiuti<\/em>\u00a0(AIGA) con le seguenti caratteristiche:<\/p>\n<p>i) all&#8217;AIGA affluiscono le risorse rese possibili dal &#8220;dividendo della pace&#8221; e da altre fonti, pubbliche e private. In particolare, l&#8217;Agenzia si adopera per attuare una propria strategia di\u00a0<em>fund-raising<\/em>. Una stima grossolana del volume di tali risorse ci viene dal recente studio di L. Bilmes e J. Stiglitz (\u201cThe economic cost of the Iraq war\u201d, NBER, WP12054, March 2006) che stimano i costi per i soli USA della guerra in Iraq. Considerando le spese vive (spese per stipendi dei militari, degli armamenti, logistica); gli indennizzi da pagare alle famiglie dei caduti; il costo opportunit\u00e0 dell\u2019investimento nella guerra (vale a dire, quanto avrebbero reso i soldi spesi in Iraq se fossero stati impiegati diversamente), gli autori giungono ad una cifra tra i 652 e i 2000 miliardi di dollari su un arco temporale di dieci anni. D\u2019altro canto, tre economisti di Chicago hanno stimato quanto sarebbe costata una politica di contenimento invece di fare la guerra. La cifra che ottengono oscilla tra i 300 e i 700 miliardi di dollari, sempre sull\u2019arco temporale dei dieci anni. (S. Davis, K. Murphy, R. Topel, \u201cWar in Iraq versus containment\u201d, NBER, WP, 12092, June 2006).<\/p>\n<p>ii) l&#8217;AIGA \u00e8, basicamente, un ente\u00a0<em>grant-making<\/em>, anche se non \u00e8 escluso che essa possa gestire in proprio progetti operativi specifici; nella erogazione dei fondi a coloro che sottopongono progetti di sviluppo, l&#8217;AIGA svolge una triplice funzione &#8211; istruttoria (seleziona i progetti da finanziare sulla base di criteri che possano realisticamente essere rispettati); di monitoraggio (controlli in corso d&#8217;opera e non solamente al termine del progetto); di controllo dell&#8217;efficacia (verifica cioe che gli obiettivi del progetto siano stati conseguiti. Non bastano infatti i controlli contabili oppure quelli di legittimit\u00e0);<\/p>\n<p>iii) all&#8217;AIGA possono rivolgersi soggetti sia pubblici sia privati (profit e non profit). I criteri di attribuzione delle risorse ai progetti devono includere anche la capacit\u00e0 di questi di contribuire alla creazione di capitale sociale, cio\u00e8 di reti di fiducia;<\/p>\n<p>iv) la struttura di governance di AIGA \u00e8 quella tipica di un ente\u00a0<em>multistakeholder<\/em>. Quanto a dire che nell&#8217;organo di governo dell&#8217;Agenzia devono trovare posto i rappresentanti di tutti i portatori di interessi, e cio\u00e8 dei donatori, dei beneficiari, degli operatori.<\/p>\n<p>v) L&#8217;operativit\u00e0 di AIGA \u00e8 vincolata al principio \u2013 che deve essere sancito dallo Statuto &#8211; secondo cui non pi\u00f9 del 20% del valore complessivo delle operazioni e destinato alle spese amministrative generali. Ci\u00f2 a garanzia del rischio dell&#8217;autoreferenzialita. (Ci sono organizzazioni della galassia delle NU che destinano oltre il 65% delle entrate complessive che ricevono al proprio mantenimento o alla propria autoconservazione).<\/p>\n<p>Un secondo intervento, urgente e possibile ad un tempo, \u00e8 quello di dare definitiva attuazione alle due proposte approvate nella riunione ministeriale di Doha della WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel Novembre 2001 e finora rimaste lettera morta. La prima riguarda l\u2019accoglimento del principio \u201cti aiuto ad entrare nei miei mercati\u201d in sostituzione del precedente principio: \u201dti aiuto, ma proteggo i miei mercati dai tuoi prodotti\u201d. Un recente studio del Tinbergen Institute di Rotterdam (2001) ha stimato che l\u2019aumento del reddito per i paesi poveri che deriverebbe da una riduzione delle barriere commerciali del 20% sarebbe pari a 50 Mld di dollari, una cifra di gran lunga superiore ai 42 Mld di dollari di aiuti allo sviluppo erogati negli anni 1995-98 dai paesi avanzati. Come J. Stiglitz, in piu occasioni recenti ha posto in evidenza, sia l\u2019iniziativa del Consiglio Europeo denominata EBA (<em>Everything but arms<\/em>) sia la decisione degli USA di concedere l\u2019apertura del 97% del proprio mercato ai paesi poveri si sono rivelate poco pi\u00f9 che un\u2019operazione di mera cosmesi politica, e ci\u00f2 a causa delle concrete modalit\u00e0 applicative. La spiegazione \u00e8 presto data. Nel caso dell\u2019EBA, le regole che sanciscono quali prodotti possono accedere ai mercati europei, unitamente alle restrizioni sulle forniture, si sono tradotte in ben scarse possibilita di esportazione dei propri prodotti (formalmente liberalizzati) da parte dei paesi in via di sviluppo. Nel caso degli USA, poi, l\u2019ipocrisia \u2013 come scrive Stiglitz \u2013 e stata ancora pi\u00f9 evidente. E\u2019 bensi vero, infatti, che gli USA hanno concesso l\u2019apertura del 97% del proprio mercato ai paesi poveri, ma sul restante 3% essi si sono riservati la scelta di livelli tariffari diversi per ciascun paese. Il risultato \u00e8 ci\u00f2 che Stiglitz ha chiamato il progetto EBP (\u201cEverything but what they produce\u201d): i paesi in via di sviluppo sono liberi di esportare \u201ctutto tranne cio che essi producono\u201d. Ad esempio, possono esportare prodotti\u00a0<em>high-tech<\/em>, prodotti meccanici di alta precisione, aeromobili, ma non, ad esempio, tessuti, prodotti agricoli, beni alimentari e tutti quegli altri beni che costituiscono la base della loro struttura produttiva.<\/p>\n<p>La seconda proposta, pure approvata a Doha, nel 2001, ma non ancora applicata, riguarda l\u2019accoglimento del principio di sussidiariet\u00e0 declinato a livello transnazionale, al fine di consentire alle organizzazioni della societ\u00e0 civile di andare oltre i compiti di advocacy e di denuncia per assumere ruoli ben definiti di\u00a0<em>policy-making<\/em>. Come si sa, sono oltre 7000 le ONG (Organizzazione non governative) registrate presso le NU; parecchie delle quali di grandi dimensioni e capaci di sviluppare notevoli volumi di attivit\u00e0. Non penso si potr\u00e0 mai avviare una politica seria di redistribuzione a scala globale \u2013 si badi che le politiche a scala nazionale non servono pi\u00f9 allo scopo \u2013 senza il concorso diretto delle organizzazioni della societa civile. Queste ultime, per\u00f2, devono accettare di darsi un codice di autoregolamentazione che preveda tre punti qualificanti. Primo, l\u2019accoglimento negli statuti delle singole ONG dei diritti umani fondamentali; secondo, una governance interna di tipo democratico; terzo, la trasparenza nella gestione delle risorse. Sotto quale condizione si potr\u00e0 essere certi che questi tre punti vengano non solo accolti formalmente ma anche attuati nella sostanza? Sotto la condizione che si dia vita ad una seconda\u00a0assemblea delle Nazioni Unite, nella quale siedano i rappresentanti delle ONG e delle altre plurime espressioni della societ\u00e0 civile transnazionale (Chiese; associazioni di promozione sociale; associazioni culturali; etc.). Come pi\u00f9 di un osservatore ha notato, se fosse esistita una tale assemblea, molto probabilmente la guerra in Iraq non si sarebbe mai combattuta.<\/p>\n<p>Vado a chiudere. Sono certamente consapevole delle difficolt\u00e0 che la realizzazione di interventi quali quelli qui suggeriti pone. Ma non si tratta di difficolt\u00e0 insormontabili, ne si tratta di obiettivi al di sopra delle nostre attuali possibilit\u00e0. D\u2019altro canto, tra il rischio dell\u2019utopia e quello della distopia preferisco correre il primo tipo di rischio: la pace si nutre anche di utopia, purch\u00e8 presa a dosi convenienti. E\u2019 merito certo non secondario della\u00a0<em>CV<\/em>\u00a0quello di spronare credenti e non credenti ad osare, oggi, vie nuove.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[1034],"fascicolo":[150],"class_list":["post-1743","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-stefano-zamagni","fascicolo-ottobre-2009"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - Nuovo Ordine Economico Internazionale, Sviluppo Umano e Pace nella \u201cCaritas in Veritate\u201d<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Stefano Zamagni, pubblicato nel numero di Ottobre 2009. 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