{"id":1727,"date":"2009-06-01T12:00:00","date_gmt":"2009-06-01T10:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1727"},"modified":"2026-04-12T02:10:53","modified_gmt":"2026-04-12T00:10:53","slug":"a-f-utz-etica-politica-alberto-lo-presti","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2009\/giugno\/a-f-utz-etica-politica-alberto-lo-presti\/","title":{"rendered":"A. F. Utz, Etica Politica &#8211; Alberto Lo Presti"},"content":{"rendered":"<p>Potrebbe apparire singolare che il volume sull\u2019etica politica di Utz dedichi un capitolo alla guerra, invece che alla pace. In realt\u00e0, in linea con il rigore logico dell\u2019etica finalistica che l\u2019autore ha portato avanti nella sua dettagliata trattazione, il problema eminentemente politico \u00e8 \u2013 di per se \u2013 la giustificazione della guerra, cioe le condizioni e i casi in cui una guerra puo essere considerata giusta. Il percorso compiuto e coerente, la trattazione svolta conduce un approfondimento sulla fenomenologia dell\u2019evento bellico nella cornice giuridico-naturale, soprattutto nella rivalutazione dell\u2019etica medievale della guerra.<\/p>\n<p>E interessante osservare come Utz affronti direttamente la contraddizione implicita nelle posizioni pacifiste. In modo lapidario, \u00abil pacifismo \u00e8 un\u2019illusione\u00bb, almeno quello inteso in senso radicale (p. 224). Utz centra il bersaglio della critica che la cultura di pace oggi spesso muove al pacifismo tout court. Un\u2019autentica cultura di pace, infatti, rifiuta certamente la guerra, e piu in generale la violenza, come mezzi per risolvere i conflitti, e si pone l\u2019obiettivo di realizzare una pace duratura. Essa, quindi, condanna le teorie cosiddette belliciste, che ammettono la guerra non solo come possibile, ma anche come funzionale al progresso morale, sociale e tecnologico. Queste teorie sono state rappresentate al meglio, per esempio, dal manifesto futurista d\u2019inizio secolo, che decretava la guerra come \u00absola igiene del mondo\u00bb. Al di la del futurismo, le concezioni sulla guerra delle teorie belliciste affermano come la guerra sia lo strumento indispensabile per la realizzazione degli obiettivi nazionali. Infatti, alla fine dell\u2019Ottocento la nazione non ha piu il significato di comunit\u00e0 di persone che condividono lo stesso progetto culturale, la stessa lingua, la medesima religione (per semplificare), ma diventa strumento di dominio dei popoli sugli altri popoli. I leaders nazionali si qualificano per essere \u00abdifensori della nazione\u00bb, l\u2019imperialismo aggressivo e il colonialismo servono ad assicurare potenza alle nazioni. In generale, il destino della nazione in termini di progresso passa per la guerra. Nella riflessione di Utz, tale aspetto rientra nella pedagogia della pace\u00bb che deve potersi radicare nella coscienza della persona fin negli aspetti intrinsici alla famiglia naturale, pensata come convivenza pacifica, quindi capace di addestrare la persona alla pacificita del proprio comportamento.<\/p>\n<p>Ma la cultura di pace rifiuta pure le teorie della naturalit\u00e0 della guerra, che considerano la guerra tanto indesiderabile quanto inevitabile, perche costitutiva della natura umana, dei rapporti fra gli Stati. Il capostipite di queste teorie \u2013 nel mondo moderno \u2013 e ovviamente Thomas Hobbes, il filosofo inglese del XVII secolo, che defini il bellum omnium contra omnes, cio\u00e8la guerra di tutti contro tutti nella condizione naturale degli uomini. Per molti, la guerra e insita nella stessa vita degli uomini, e, per quanto la possiamo indesiderare, fa parte \u2013 e fara sempre parte \u2013 della storia dell\u2019umanita. Sulla scia di considerazioni pessimistiche, rimane celebre quanto ebbe modo di osservare Carl von Clausewitz, uno scrittore prussiano del diciannovesimo secolo, un militare di carriera, il quale ebbe modo di dire che la guerra non \u00e8 che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non \u00e8 dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi. Ci furono pure coloro che tentarono di risolvere il problema della naturale aggressivita degli uomini ricorrendo ad altri espedienti. A cavallo del Ventesimo secolo, il filosofo statunitense William James pensava che l\u2019istinto bellicoso era radicato nell\u2019uomo, e quindi ineliminabile. Si trattava, allora, di trovare un equivalente morale della guerra, un sostituto psicologico della violenza capace di volgere l\u2019istinto guerriero verso fenomeni non distruttivi, verso competizioni pacifiche in grado di dare sfogo alla natura umana di per se bellicosa.<\/p>\n<p>Ebbene, una dottrina a favore della pace rifiuta entrambe tali impostazioni. Ma sul modo d\u2019intendere la pace esistono delle ulteriori differenze: ci sono coloro che hanno una concezione radicale della pace, fine a se stessa, a volte addirittura a discapito della persona umana, e ci sono altri ancora che considerano la pace all\u2019interno di un necessario quadro di giustizia e di difesa dei deboli e degl\u2019innocenti. In pratica, esistono le teorie radicalmente pacifiste, le quali negano qualsiasi intervento armato in qualsivoglia situazione politica, e le teorie, invece, che pur giudicando eliminabile la guerra, ammettono che in alcune circostanze essa puo essere necessaria, per esempio nel caso della legittima difesa, del male minore, della difesa dei supremi valori della vita umana. A queste ultime possiamo ricondurre la teoria di Utz, la quale sembra conoscere bene che il confine fra la teoria radicalmente pacifista e quella espressa, per esempio, anche dalla dottrina sociale della Chiesa, \u00e8 assai labile, giacche storicamente le scelte fatte dalle teorie pacifiste sono state piu oscillanti di quelle che la definizione richiede. Infatti, il Secondo conflitto mondiale ha visto molti teorici del pacifismo rigoroso aderire a posizioni interventiste, giacche rimuovere Hitler sembrava necessario per instaurare la pace nel mondo. Osserviamo, allora, in che senso la dottrina sociale della Chiesa pu\u00f2 reputare giustificato il ricorso alle armi. In generale, tale principio e espresso all\u2019interno della categoria di \u00ablegittima difesa\u00bb. Recita il Compendio della dottrina sociale della Chiesa al \u00a7 500: \u00abuna guerra di aggressione \u00e8 intrinsecamente immorale. Nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato aggredito hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa anche usando la forza delle armi\u00bb. Questo principio della legittima difesa si basa su condizioni ferree, le quali considerano lecito l\u2019uso della forza nei seguenti casi: il danno causato dall\u2019aggressore alla nazione o alla comunita delle nazioni sia durevole, grave e certo; tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; esistano fondate condizioni di successo; il ricorso alle armi non provochi danni o disordini piu gravi dei mali da eliminare. Ora, \u00e8 ovvio \u2013 e il Compendio lo dichiara in modo netto sempre al \u00a7 500 &#8211; che nella valutazione di tali condizioni hanno un grandissimo peso i mezzi moderni di distruzione di massa, i quali fanno di qualsiasi conflitto un evento di per se assai distruttivo, e rendono davvero remote le possibilita di ammettere una guerra, pur di difesa, come un evento lecito.<\/p>\n<p>Utz anticipa alcune delle linee fondamentali che il pensiero sociale cristiano recepisce, ponendo in rilievo l\u2019urgenza di ricostruire le prospettive del diritto internazionale in vista della regolazione dei rapporti fra le realta che potrebbero muovere a un eventuale conflitto. In tal senso, il recupero che fa della dottrina di Tommaso e dei teologi medievali lo porta non solo a riflettere sulle condizioni morali che dovrebbero condurre alla decisione di entrare in guerra di fronte a un aggressore (ingiustizia accertata, principio di proporzionalita), ma anche sull\u2019assenza che oggi ancora avvertiamo di organismi superiori in grado di regolare le conflittualita e gli arbitri nelle relazioni internazionali.<\/p>\n<p>Dalle fonti teologiche a quelle politiche, dall\u2019analisi storica a quella giuridica, il percorso di Utz ha l\u2019indubbio coraggio di aver esplorato con coraggio un tema sul quale il pensiero sociale cristiano si e misurato \u2013 a volte \u2013 con una certa difficolta. E la sua conclusione, in tal senso, e davvero significativa: \u00abcome si vede, la cosiddetta guerra giusta soggiace a condizioni tali che diventa in assoluto difficile giustificare ancora eticamente una guerra [&#8230;] Resta per ora da sperare che le nazioni comprendano che si debbono sottoporre a un tribunale internazionale di pace\u00bb (p. 240).<\/p>\n","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"","_lmt_disable":""},"autori":[823],"fascicolo":[146],"class_list":["post-1727","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-alberto-lo-presti","fascicolo-giugno-2009"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - A. F. Utz, Etica Politica - Alberto Lo Presti<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Alberto Lo Presti, pubblicato nel numero di Giugno 2009. 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