{"id":1689,"date":"2009-02-01T12:00:00","date_gmt":"2009-02-01T11:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.oikonomia.it\/?post_type=articolo&#038;p=1689"},"modified":"2026-04-12T01:26:39","modified_gmt":"2026-04-11T23:26:39","slug":"fondare-la-responsibilita-sociale-dimpresa-2","status":"publish","type":"articolo","link":"https:\/\/www.oikonomia.it\/en\/2009\/febbraio\/fondare-la-responsibilita-sociale-dimpresa-zamagni\/","title":{"rendered":"FONDARE LA RESPONSIBILITA\u2019 SOCIALE D\u2019IMPRESA (Zamagni)"},"content":{"rendered":"<p>Parecchie sono le ragioni cha parlano a favore del volume collettaneo\u00a0<em>Fondare la responsabilita sociale d\u2019impresa<\/em>\u00a0curato da H. Alford e F. Compagnoni e che ora viene presentato al giudizio del lettore. Al pregio di una prosa sciolta, scevra da bizantinismi, ricca di riferimenti alla letteratura sul tema, questo lavoro unisce simbioticamente la considerazione sia della dimensione teologico-filosofica sia dell\u2019esperienza acquisita sulle questioni della CSR da parte di non pochi degli autori. In quel che segue fissero l\u2019attenzione solamente su un paio di punti specifici ampiamente trattati nell\u2019opera. Evidenti ragioni di spazio non mi consentono di trattare altre questioni, pure di grande momento.<\/p>\n<p>Da qualche tempo la RSI e un tema sotto attacco. I suoi detrattori non mancano di parlare, in ogni occasione propizia, che si tratta di una operazione di mera cosmesi per dare alle imprese la maschera del volto umano. Per costoro, la RSI sarebbe nulla piu che una tassa che il top management deve pagare alla societa nel suo complesso per poter apparire virtuoso, accrescendo in tal modo il proprio capitale reputazionale. Piu sottilmente, una delle critiche piu devastanti rivolte alla RSI e che questa servirebbe di fatto da paravento per consentire ad imprese senza scrupoli morali di eliminare dal mercato i propri rivali o di ridurne la forza competitiva. In breve, l\u2019argomento e il seguente. Si assuma che sul mercato operino imprese opportuniste ed imprese intrinsecamente motivate verso la RSI e si assuma altresi che i consumatori critici, oggi in aumento ovunque, siano disposti a premiare le seconde e a sanzionare (con il boicottaggio o con campagne di denuncia) le prime. Puo allora accadere che imprese opportuniste decidano di comportarsi, in una fase iniziale, in maniera ancora \u201cpiu etica\u201d delle altre e cio allo scopo di marginalizzarle sul mercato per tornare poi a comportarsi alla vecchia maniera senza remora alcuna. Chiaramente eventualita del genere saranno tanto piu probabili quanto piu le istituzioni pubbliche interverranno offrendo favori o riconoscimenti vari alle imprese che accettano di conformarsi alle linee guida della RSI da esse fissate. In questi casi, la RSI diventerebbe un modo per fare<em>\u00a0crowding out<\/em>, per spiazzare cioe le imprese virtuose ed accrescere la rendita monopolistica di quelle senza scrupoli.<\/p>\n<p>Un\u2019ulteriore critica rivolta alla RSI e che i comportamenti socialmente responsabili possono occultare un pericoloso trade-off, quello tra impegno morale e impegno sociale (<em>social commitment<\/em>). Come sappiamo, la logica specifica della RSI e quella di rifiutare la celebre dicotomia di J.S. Mill tra leggi della produzione e leggi della distribuzione della ricchezza. Non e socialmente responsabile l\u2019impresa che, mentre produce ricchezza, non guarda troppo per il sottile alla difesa dei diritti umani, al rispetto e dell\u2019ambiente, ecc., e diventa compassionevolmente generosa nel momento della distribuzione della ricchezza prodotta. I casi storici di A. Carnegie e di J.D. Rockefeller negli USA di fine Ottocento sono, assieme a tanti altri casi contemporanei, esempi eloquenti di cosa significhi, nella pratica, accettare la dicotomia milliana. Ebbene, il pericolo cui sopra si accennava e che con il\u00a0<em>social commitment<\/em>, falsamente confuso con la RSI, manager cinici possano coprire l\u2019assenza di scrupoli morali. E poiche la capacita di donazioni filantropiche e correlata alle dimensioni di impresa, potrebbe accadere che i grandi gruppi d\u2019impresa riescono, piu facilmente dei piccoli, a \u201ccomperarsi\u201d la reputazione ritenuta necessaria, salvo mutare strategia quando il contesto competitivo diventasse particolarmente severo.<\/p>\n<p>C\u2019e sicuramente del vero al fondo di un tale scetticismo, ma questi grumi di verita non bastano a rendere vano lo sforzo di coloro che vedono nella RSI una via pervia per arrivare a rendere piu civili le nostre economie di mercato. E\u2019 proprio questo il punto centrale difeso dagli autori del volume. Se la RSI viene vista come mero strumento per sopperire alle asimmetrie informative e per accrescere le quote di mercato delle imprese, allora hanno ragione i suoi detrattori. Invero, se il fine ultimo che si intende perseguire e l\u2019efficienza economica, la legge e un raffinato sistema di controlli e sanzioni e tutto quanto serve alla bisogna. Ma se il fine ultimo e la civilizzazione del mercato, allora le critiche di cui sopra alla RSI sono prive di fondamento. Perche la RSI produce non solamente un valore strumentale, ma anche un valore espressivo che e certamente misurabile, sia pure in modo differente da quello con cui si misura il valore strumentale dell\u2019impresa. Mentre al management dell\u2019impresa \u201calla Friedman\u201d nessuno chiedera mai di dare conto del valore espressivo da essa generato, il manager dell\u2019impresa socialmente responsabile deve poter dare evidenza del valore aggiunto sociale che la sua azione genera.<\/p>\n<p>Si comprende allora perche e assai piu difficile impegnarsi per la RSI che praticare la filantropia di impresa. L\u2019imprenditore civile &#8211; quello cioe che prende sul serio la RSI &#8211; e mosso all\u2019azione da motivazioni non solo estrinseche \u2013 quali sono quelle che hanno natura esclusivamente teleologica: si compie una determinata azione per trarre da essa il massimo risultato possibile. (Cosi e lo speculatore, finanziario o di altro tipo). Quello civile e un imprenditore che possiede anche motivazioni intrinseche, quelle per cui si fa qualcosa per il significato, il valore proprio di quel che si fa. Queste motivazioni scaturiscono da una speciale passione per gli altri, quella passione che vale a scongiurare il rischio mortale della teleopatia. Secondo K. Goodpaster (<em>Conscience and corporate culture<\/em>, Oxford, Blackwell, 2007), la struttura logica della sindrome teleopatica \u2013 oggi sempre piu diffusa \u2013 contempla tre elementi: la fissazione di un obiettivo che va perseguito ad ogni costo; la razionalizzazione del comportamento dell\u2019organizzazione in nome di quell\u2019obiettivo; il distacco da ogni canone morale, cioe l\u2019anestitizzazione della coscienza come conseguenza di quella razionalizzazione.<\/p>\n<p>Quando la teleopatia guida il processo decisionale di un\u2019impresa si realizza quella schizofrenia morale di cui parla J. Ladd: le imprese sono istituzioni in cui: \u201cgli interessi e i bisogni degli individui devono essere considerati solo nella misura in cui pongono condizioni operativamente limitanti. La razionalita organizzativa impone che questi interessi e bisogni non devono essere considerati come un diritto o come conseguenza di un qualche merito. Se pensiamo ad una organizzazione di imprese come ad una\u00a0<em>macchina<\/em>\u00a0si capisce perche non possiamo ragionevolmente aspettarci che essa abbia una qualche obbligazione morale nei confronti delle persone e che queste ne abbiano nei suoi confronti\u201d. (\u201cMorality and the Ideal of Rationality in Formal Organizations\u201d,\u00a0<em>The Monist<\/em>, 2, 1970, p.507; corsivo aggiunto). L\u2019impresa sarebbe dunque un soggetto amorale. Ne consegue che \u201cnon possiamo e non dobbiamo aspettarci che le organizzazioni formali, o i loro rappresentanti, quando agiscono in quanto tali, siano onesti, coraggiosi, simpatici o che esibiscano una qualche integrita morale\u2026 Azioni che sono censurabili in base agli standard morali classici non lo sono per le organizzazioni. Spionaggio e frode non rendono censurabile l\u2019azione dell\u2019organizzazione; piuttosto, esse sono proprie e razionali se servono gli obiettivi dell\u2019organizzazione\u201d. (Ib.)<\/p>\n<p>Come si comprende, la posizione filosofico-morale di Ladd e agli antipodi di quella prospettata dall\u2019etica delle virtu. Se per la prima la condotta organizzativa non ha da conformarsi ai canoni della moralita, essendo l\u2019impresa una macchina, la seconda posizione accoglie piuttosto il principio della proiezione morale, secondo cui le organizzazioni sono proiezioni delle persone che in esse operano. Come si esprime Lynn Paine: \u201cGrazie a tale principio \u2026 le imprese finiscono per essere considerate come attori morali in se. In quanto tali, si presume che esse abbiano non solo funzioni tecniche, come produrre beni e generare profitti, ma anche attributi morali, come responsabilita, fini, valori, impegni\u201d. (<em>Value Shift<\/em>, Oxford, 2003, p.122). Per l\u2019etica delle virtu, allora, l\u2019esecutorieta delle norme dipende, anzitutto, dalla costituzione morale delle persone, cioe dalla loro struttura motivazionale, prima ancora che da sistemi di\u00a0<em>enforcement<\/em>\u00a0esogeno. E\u2019 perche vi sono agenti che hanno preferenze etiche \u2013 agenti cioe che attribuiscono valore al fatto che l\u2019impresa pratichi la RSI indipendentemente dal vantaggio materiale che ad essi puo derivarne \u2013 che il codice etico d\u2019impresa sara rispettato anche in assenza di meccanismi come quello della reputazione.<\/p>\n<p>La cifra dell\u2019etica della virtu, infatti, e nella capacita di risolvere, superandola, la contrapposizione tra interesse proprio e interesse per l\u2019altro, tra egoismo e altruismo. E\u2019 questa contrapposizione, figlia della tradizione di pensiero individualista, a non consentirci di afferrare cio che costituisce il nostro proprio bene. La vita virtuosa e la vita migliore non solo per gli altri \u2013 come sostengono le varie teorie dell\u2019altruismo \u2013 ma anche per se stessi. E\u2019 in cio la ragione ultima per \u201cessere etici\u201d. La soluzione al problema del comportamento morale del soggetto allora non e quella di fissargli vincoli (o di offrirgli incentivi) per agire contro il proprio interesse, ma di prospettargli una piu completa comprensione del suo stesso bene. Seguendo l\u2019etica delle virtu, quello del comportamento morale cessa di essere un problema, dal momento che siamo automaticamente motivati a fare cio che crediamo sia bene per noi.<\/p>\n<p>Ha scritto G. Chesterton: \u201cTutta la differenza tra costruzione e creazione e esattamente questa: una cosa costruita si puo amare solo dopo che e stata costruita; ma una cosa creata si ama prima di farla esistere\u201d. In tale preciso senso, l\u2019imprenditore civile, vale a dire l\u2019imprenditore socialmente responsabile, e un creatore, a differenza dell\u2019imprenditore non civile che e un mero costruttore. Aver posto in risalto tale distinzione e uno dei tanto meriti di questo volume.<\/p>","protected":false},"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"_lmt_disableupdate":"no","_lmt_disable":"no"},"autori":[1034],"fascicolo":[142],"class_list":["post-1689","articolo","type-articolo","status-publish","hentry","autori-stefano-zamagni","fascicolo-febbraio-2009"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.0 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Oikonomia - FONDARE LA RESPONSIBILITA\u2019 SOCIALE D\u2019IMPRESA (Zamagni)<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Leggi l&#039;articolo a cura di Stefano Zamagni, pubblicato nel numero di Febbraio 2009. 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